2011

sabato, dicembre 31, 2011

 

Signori.
Chi vi parla è lo spread.
Lo sappiamo, quest'anno non ha colmato le vostre aspettative.
Molti di voi sono arrabbiati. Infuriati, persino.
Così è stato, che altro dire. Possiamo solo impegnarci perché le cose migliorino.
L'anno prossimo andrà meglio. Lo sappiamo.
Qualcuno dice che sarà l'anno della fine del mondo.
Altri dicono che sarà l'anno della crisi globale, molto peggio di questa.
Io penso che sarà l'anno in cui getteremo basi importanti per il futuro.
Non credo che sarà l'anno del riconoscimento economico.
No, non lo credo.
Credo però che sarà l'anno del lavoro, e l'anno del lavoro lascia ben sperare per l'anno dopo.
O per quello dopo. O per quello dopo ancora.
Così è, non abbiamo molto altro se non le nostre forze.
Trattasi di sfruttarle.
Voi cosa pensate di questo e di quello nuovo?
Questo 2012 ci porterà lontano?

Non solo pugnette...

mercoledì, dicembre 21, 2011

Grazie al buon pensiero della Mheo (o Meho?)

i Rigattieri possono augurarvi un Buon Natale
così...



Il catalogo è questo

sabato, dicembre 17, 2011

PRIMI:

lasagne vegetariane
pasta col ragù
borda (tino)

SECONDI

focaccia pugliese con salsine
due torte salate
spincione
patate col forno

TERZI

una torta
un'altra torta
dolcetti piccoli, cioccolatosi e ipercalorici

QUARTI

una bottiglia di vino
un'altra bottiglia di vino

e il pane? (direbbero Straub e Huillet). e il resto? e le posate, i bicchieri, ecc?

Indecisi, inseritevi in questo elenco e manifestatevi! Il luogo dell'appuntamento è NW, via di Pratale 48a, dalle 13.

la lotta

martedì, dicembre 13, 2011


Dal mese in cui ho finito il dottorato (marzo 2011), si sono susseguiti una serie di tentativi per capire come riuscire a campare. Vorrei precisare che sono stati mesi in cui non c'è stato un attimo di pausa, tra le varie attività che uno fa o prova a fare (per lo più gratuite). Sul mio desktop la cartella "tentativi di lavoro" si va ingrossando. Nel frattempo, è abbastanza normale, colleziono rifiuti. Così, anche per controbilanciare l'idea che noi gggiovani non facciamo niente per uscire da questo stato di nulla che ci hanno costruito attorno, metto qui una serie di tentativi andati a male (ognuno potrà continuare coi suoi nei commenti). Secondo me ogni 10 poi almeno uno va bene, no?


- programmatore di cinema d'essai: eliminato

- responsabile attività culturali di un importante centro culturale: convocato a colloquio, eliminato.

- assegno di ricerca: fatto fuori, ripescato, complimentato, eliminato.

- borsa di studio per proposta di ricerca: non selezionato.

- docente di italiano come lingua straniera all'università: compatito, eliminato.

- "mediatore culturale" in un museo di arte contemporanea (stage gratuito): "ma lei perché è venuto?"

- supplenze a scuola: in graduatoria, nel 2099 forse mi danno una supplenza.

- cameriere in un ristorante: giornata di prova, 25 euro di stipendio per 8 ore di lavoro, scarafaggi, massacro. Mi elimino, perché rifiuto l'idea di condizioni inumane di lavoro. (Ma mi eliminano anche loro).

- collaborazioni con giornali e/o riviste: continuano, ma non portano soldi.

- collaborazioni con case editrici: varie risposte di vari editori, telefonate addirittura, tanti complimenti, ma sa c'è la crisi, fossimo stati 10 anni fa.

- altre cose varie che continuano: ma non portano soldi.

Al momento sono ancora in attesa di rifiuto per un contratto part-time di collaborazione con un'associazione. La lotta continua.

A proposito di mangiare

martedì, novembre 29, 2011


Visto che - come certo immaginate - le offerte di lavoro in seguito al post precedente stanno fioccando, e visto che ci avviciniamo a un periodo clou della nostra esistenza di rigattieri, coglierei l'occasione per pubblicare il bando pubblico per una selezione a settimo pranzo di natale di via rigattieri (il terzo o quarto in trasferta, et pour cause). Sarà un pranzo parco, per rispettare le nostre tasche (nonostante le numerose offerte di lavoro, come certo immaginate, dovute al post precedente), ma un pranzo di natale a tutti gli effetti. Il che significa che questa vale come convocazione vera e propria e ufficiale, a tutti i rigattieri sparsi per l'Italia e a tutti quelli che sono a Pisa e dintorni. Mi raccomando: in tempi di crisi dobbiamo farci forza e unire le pance (nonostante le offerte... post precedente). La data prescelta è dunque quella di SABATO 17 DICEMBRE DOMENICA 18 DICEMBRE, intorno alle ore 13.30 abbondanti, in un luogo che noi conosciamo ma che costituisce la sorpresa maxima, e che quindi per adesso non riveliamo. Come sempre, i commenti servono ad aderire e a definire il menu. Per quanto ci riguarda, visti i numerosi contratti di lavoro che hanno fatto seguito al post precedente, noi portiamo la tovaglia.

ADOTTA UN FILOSOFO

domenica, novembre 20, 2011

Il partito ombra

mercoledì, novembre 16, 2011

In questi giorni cruciali per il paese un'immagine mi disturba su tutte, quella di Bersani che brinda e stappa lo spumante, dichiarando addirittura «Anche io ho dato il mio contributo per mandare a casa Berlusconi. Alle primarie avevo detto che il più antiberlusconiano di tutti sarebbe stato quello che lo avrebbe mandato a casa. Non mi riferivo alla persona, ma al mio partito. Ed è stato il Pd che lo ha mandato a casa». Il problema non è tanto quello che dice  Bersani, ma il fatto che lui ci creda veramente.



Oltre a una notevole caduta di stile questo gesto tradisce anche l'incapacità dei vertici PD che effettivamente brancolano nel buio, ossia nell'ombra a occhi quasi chiusi, ma non del tutto. Come i miopi che hanno la presunzione di vedere e invece non sia accorgono delle cose lontane. Andiamo con ordine. Primo non c'è molto da festeggiare, perché la situazione dell'Italia e dell'Europa è seria. Secondo, se il PD ha mandato a casa Silvio, allora noi siamo gli apostoli dell'ultima cena (per me, vorrei fare Giuda). E poi questa ostinazione del PD nell'opporsi ai politici nel nuovo governo è sintomo del fatto che non sono in grado di prendersi alcuna responsabilità.

Abbiamo scritto in passato sugli errori del PD e di Veltroni (avete visto Ballarò lo mandano ancora in giro dopo l'Africa). E abbiamo detto dell'aborto che il PD stesso rappresenta. Ma capiamo solo ora il senso di quella famosa sparata del 2008: non si trattava di fare un governo ombra, ma un partito ombra, ossia un partito nell'ombra e dell'ombra. Un segretario in ombra che viene manovrato da personaggi che operano nell'ombra e contrastato da altri che cercano di uscire dall'ombra.

Caro signor Bersani, per quanto la cosa possa interessanle, Lei ha perso un voto con il suo stupido gesto (e con il discorso di franceschini, direi) per lei stesso e per il suo partito. Non solo, lei ha involontariamente corroborato la tesi secondo cui l'antiberlusconismo del suo partito è in realtà berlusconismo puro. Ossia che il suo partito ha veramente pochi argomenti e, sicuramente, poco stile. 

Risultato: Io domani mi farei la tessera del PD con l'intenzione di distruggerlo dal di dentro.


Che poi qualcuno dovrebbe spiegarmi chi fu quel genio o quella mandria di genii americani (sempre loro) che decisero di abbandonare definitivamente la base aurea...

La rassegna stampa di Greg I

sabato, novembre 12, 2011

Il Giornale: «SuperMario entra nella casta e si assicura 25mila euro al mese». Quanto valgono poco, questi del giornale, associano il nome di monti a quello di balotelli e poi dicono che entra nella casta. Invece, prima di diventare senatore monti campava con 15 euro al mese, ne siamo sicuri. Come del resto fa sallusti o comunque si chiami quell'individuo infausto che affolla i salotti televisivi. 


Quella bella cima di Belpietro dice: «Colpetto di Stato» e forse si confonde con i colpetti da tergo che Silvio dava a quelle che ora vengono definite le sue orfannelle. M a perché non ci posso andare lo stesso, e forse più libere, a fare quello che facevano? Poi Libero dice che se ne deve andare anche Fini e su questo hanno ragione. Ma io aggiungerei se ne devono andare tutti. Perché non ci diciamo che il governo monti può durare fino alla fine della legislatura e che sarebbe una buona occasione per fare pulizia. Una bella purga, da quelli che hanno distrutto la sinistra (d'alema e veltroni) a quelli che hanno distrutto il paese (silvio e servi vari di prima e di dopo) a quelli che hanno distrutto l'italiano (come di pietro). 


«Il Pdl è diviso e frena sul governo Monti. L’ipotesi di proporre Alfano o Dini come premier. Appello di Napolitano: condivisione» titola il Corriere. Ora, quando si accorgeranno che PDL e PD non sono mai esistiti? Il primo e la creazione mediatica e pubblicitaria di un unico uomo (avrebbero gasparri e quagliacoso fatto carriera altrimenti?). Il secondo è l'aborto di un uomo senza idee e con poca fantasia (ma non se ne doveva andare in africa per sempre?). Poi proporre Dini, uno che ha fatto i suoi porci comodi in questo paese, mi pare veramente un insulto. Proporre alfano una barzelletta. Ci vogliono far ridere, visto che fin ora ci hanno fatto piangere.

ore calde

lunedì, novembre 07, 2011


Ho sentito il pacchione dire che si dimette. Ho come l'impressione di non starmi adeguatamente godendo questi momenti. (Ho come l'impressione che ci sia poco di che godere, ma comunque). Però se si dimette, se cade, se casca, stavolta sembra difficile che possa in qualche modo ritornare. Quindi sarebbero momenti storici. E io li vivo da via S. Agata alla Guilla, in una casa ancora vuota, in un momento di grandi mutazioni (come sempre negli ultimi anni). Come racconteremo questi momenti? Come racconteremo questi anni? La mia prof. di spagnolo mi disse - e lo ricorderò sempre - della bottiglia di champagne stappata alla morte di Franco. Della caduta di Craxi ci si ricorda ancora, bambini, con quelle immagini delle monetine davanti a un albergo romano. Come vivremo queste ore? Che immagini le vedranno protagoniste? Che cosa staremo facendo? Dove saremo? Rigattieri, a raccolta per la storia! Ma soprattutto: ci credete davvero che casca? Dice che la goccia che ha fatto traboccare il vaso è il passaggio di Gabriella Carlucci all'UDC. Siamo messi bene.

Exit

lunedì, ottobre 31, 2011


Benvenuto al capolinea, caro il mio contrattista a progetto. Così pensavo, riferendomi al (professionalmente parlando) vecchio me stesso, mentre lasciavo la Cattedrale di vetro e acciaio un venerdì sera di metà ottobre. In servizio fino all’ultimo e uscita per ultimo. Quasi dovessi chiudere senza altri testimoni tre anni vissuti intensamente, e pericolosamente. Vissuti un po’ al margine del Potere. Osservato abbastanza vicino da restarne segnato ma non così tanto da esserne coinvolto in prima persona.

È un po’ la condanna/fortuna di chi ha un co.co.pro.: ti fanno lavorare come un mulo, con un sacco di responsabilità che manco un dirigente, ma poi, per fortuna, sei sufficientemente invisibile da non riportare marchi sulla pelle. Un giorno sei qui, domani basta, hai finito. La mia condizione nella Cattedrale era piuttosto anonima, in fondo: il mio indirizzo mail era una parola neutra, seguita da un numero. Se ci fosse stato il mio nome, nella casella mail, voleva dire che esistevo a tutti gli effetti: e questo, diciamocelo, non era consentito.

E restando in materia di edifici ecclesiastici, debbo constatare ironicamente che la mia nuova avventura comincia dalle finestre a feritoia di un Monastero… Ma questa è ancora un’altra storia. Alla prossima.

NRC XVI e NRC XVII - Tomboy & La pelle che abito

mercoledì, ottobre 26, 2011














 Avvertenza: si pregano i rigattonauti di non leggere la seguente recensione senza aver visto il film di Almodòvar. Fatemelo proprio come favore personale. A me lo hanno spoilerato, e adesso non posso più guardare in faccia chi lo ha fatto. Sul serio, non leggete. Oppure scaricatevi prima una versione pirata del film.

Ora, la cosa che volevo dire è piuttosto semplice: Tomboy e La pelle che abito hanno più o meno lo stesso tema (approssimativamente, potremmo dire che trattano di un’ibridazione tra i generi[1]: una bambina che si finge bambino e un uomo che diventa donna). Tutta la differenza sta nel come: Céline Sciamma[2] tratta questo tema attraverso il più leggero dei giochi, dove tutto passa attraverso sguardi dolci, sorrisi infantili e gavettoni al parco; Almodòvar invece mette su un alambiccatissimo sistema di rapimenti, segregazioni, contaminazione di sangue umano con sangue suino, omicidi, suicidi (2 tentati e 2 riusciti, in tutto), ustioni totali con conseguenti mostri, stupri (2, o, a voler essere generosi, 1 e mezzo), macchine tedesche costosissime, oppio, quintali di coltelli, evirazioni, rapinatori travestiti da tigre che vengono chiamati Il Tigro. Per esempio, come in un B movie di fantascienza, a un certo punto Almodòvar tira fuori un dialogo molto brutto sulla «transgenesi» (qualsiasi cosa sia[3]); in tutto Tomboy dubito che si possa trovare una parola con più tre sillabe.

Ma non è solo questione di stile. Il problema più grosso è che Almodòvar risulta anche molto  reazionario, a confronto della Sciamma[4]. Infatti, dove questa mostra una naturale porosità tra i generi, un’indiscernibilità di fatto (e il cervello dello spettatore deve fare a cazzotti con se stesso, per riattivare in continuazione le partizioni maschio/femmina consuete), quello mette su un meccanismo forzato e un po’ macchinoso, per dire che in fondo, nonostante tutto, alla fine il maschio resta maschio, il figlio figlio, la mamma mamma (e giù agnizioni e lacrime come se piovesse)[5].


[1] I numerosi rigattieri genderisti ci spiegheranno meglio nei commenti perché questa definizione è assolutamente inidonea, ma per il momento passi.
[2] E bulliamoci, già che ci siamo: io e il Capo, nel lontano 2007, le avevamo conferito il nostro primo premio al festival di Torino, alla Sciamma.
[3] Eh, amatissimo almodovino, non basta mettere un trans- da qualche parte per fare un capolavoro. (A volte però sì).
[4] Be’, sì, l’altro problema piuttosto rilevante è che la prima metà del film è di una goffaggine che fa quasi tenerezza.
[5] Ne La pelle che abito il tizio che viene rapito a metà del film si trasformerà nella tipa che vedete segregata all'inzio. Ve l’avevo promesso che ci sarebbero stati spoiler.

NRC XV - This must be the place

lunedì, ottobre 17, 2011


This must be the dubbing, continuavo a ripetermi mentre cercavo di capire dove andasse a parare questo Forrest Gump travestito da Emo. Ma non era solo quello, e al cinquecentesimo carrello devo ammettere che cominciavo a spazientirmi. Continuavo a distrarmi dal filo della storia, e non riuscivo a non pensare che se fossi stato presente sul set non avrei resistito alla tentazione di prendere – bonariamente, s’intende –  Sorrentino a bacchettate sul dorso delle mani, imprecandogli contro e dicendogli, per dio, di provare per un attimo a stare fermo con quella macchina da presa. Capisco l’estetica da presentazione da iPhoto, che anche a noi la prima volta che l’abbiamo scoperta anni fa ci sembrava fighissima, ma ora persino noi ci siamo anche un po’ rotti il cazzo. E poi pensavo anche che le musiche non andrebbero usate proprio a muzzo, e che per mettere oggi Iggy Pop in un film la cosa deve avere molto senso, e non essere usata in una scena dentro al cesso (sì, Trainspotting c’è già stato, quasi vent’anni fa). E poi mi interrogavo anche sul senso di alcune scene di passaggio, molto cool per carità, che però erano strane, tipo il pattinatore che cade, il bottiglione di birra, il caffè napoletano e anche i colori sparati, o quella scena della macchina che sembra presa da un film degli anni Settanta (una sola). E infine mi dicevo che tutto sommato meno male che ’sto film non l’ho proprio capito, perché se anche avessi intuito qualcosa a me ’sta storia del nazista che finisce nudo sulla neve mi sa che m’avrebbe proprio fatto incazzare.

Cinemadagascar - Alla scoperta di Claude Le Monsieur

sabato, ottobre 15, 2011


Alcuni grandi autori sono al contempo motivo di stimolo e ragione di cruccio per gli appassionati e gli studiosi di cinema. Claude Le Monsieur, per molte ragioni, ne è il rappresentante per eccellenza. Figlio diretto della linea realista della settima arte, discepolo ideale di Jean Rouch da un lato e Pier Paolo Pasolini dall'altro, è uno dei pochi registi ad essere riuscito a combinare nella sua opera l'unione sempre sognata di documentario di creazione e finzione di realtà. I suoi film sono la rilettura poetica di 40 anni di storia del Madagascar, isola che diventa metafora del mondo intero e pietra di paragone delle evoluzioni della società contemporanea. Naturalmente le opere di Le Monsieur sono difficilissime da trovare, e ciò è dovuto senz'altro a ragioni economiche (il suo è un cinema povero, così povero che non riesce neanche ad avere un commercio e una diffusione in dvd) e politiche (è uno dei pochi veri registi che ha fatto della critica a Hollywood un punto fermo della sua poetica, e dell'anticapitalismo militante un motivo di vanto). Bisogna seguire con grande attenzione le occasioni in cui la sua opera riesce a manifestarsi, sfruttando magari una qualche distrazione del sistema distributivo internazionale. Se in Francia tali occasioni sono comunque state possibili nel corso degli anni, l'Italia è - come sempre - ancora molto indietro. Per questa ragione bisogna essere molto grati a Martino Lo Cascio per aver organizzato il progetto Cinemadagascar, che prevede a Palazzo Steri di Palermo un'esposizione di locandine, foto e oggetti di scena (visitabile fino al 30 ottobre: da non perdere) tratti dalla vasta filmografia di Claude Le Monsieur. Lo Cascio ha avuto modo di intervistare Claude - poco prima della sua scomparsa: ad oggi non si sa che fine abbia fatto il regista malgascio - in un video di 10 minuti in cui il regista parla a ruota libera dei suoi progetti, dei suoi sogni e dei suoi punti di riferimento cinematografici. Dopo aver studiato cinema a Parigi, e concependolo come un'arte che deve continuamente confrontarsi con istanze teoriche prettamente filosofiche, decide di tornare nel suo paese e cominciare a lavorare a partire dal proprio villaggio e con la propria gente, nel tentativo di trasfigurare costantemente il dato nel sognato. Un documentarista visionario, per così dire, che non ha mai smesso di sconfinare nel campo della finzione. Tra i suoi capolavori si ricordano il cortometraggio La monnaie, del 1982, che dopo aver riscosso un grande successo anche in Francia diventa presto un lungometraggio; Maman Clarisse, del 1993, una specie di Mamma Roma in chiave malgascia; Les deux bandes, del 2009, road movie realizzato in tempi miracolosi e con un budget ancora più ridotto del solito; e infine La vie épanouie, del 2011, film sui rapporti di forza e le relazioni di tenerezza che si instaurano tra i gruppi di giocatori di bocce e che, naturalmente, non ha ancora trovato una distribuzione europea. All'interno dell'esposizione Cinemadagascar si possono trovare, oltre ad altri oggetti di scena, anche alcune lettere autografe di Le Monsieur a Pasolini e Jean-Luc Godard. E' opportuno ricordare che, su espressa richiesta di Claude Le Monsieur, il ricavato della vendita dei materiali sarà interamente devoluto a un progetto di sviluppo e cooperazione in Madagascar per l’aiuto di 30 bambini e delle loro famiglie che vivono in condizioni di miseria assoluta in una bidonville di Antsirabe. Non solo un grande autore, ma anche un regista sensibile. 


Biblioteca Regionale Siciliana

lunedì, ottobre 10, 2011

Sono anni che studio la Biblioteca Centrale della Regione Siciliana. Non "alla", proprio "la", il fenomeno-biblioteca regionale Alberto Bombace. Quella di Corso Vittorio Emanuele a Palermo, vicinissimo alla Cattedrale. (Così abbiamo messo tutte le parole chiave per essere ben piazzati su google). Già qui ne parlavo, e poi è capitato anche ad altri di parlarne su questi schermi. Ora non vorrei scrivere niente di lungo, solo prendere degli appunti per continuare a raccogliere materiale,  che sono sicuro sarà prezioso per il futuro. Perché la biblioteca regionale è un patrimonio dell'umanità, ed è destinata a scomparire, questo è poco ma sicuro. La concezione del lavoro all'interno di quel luogo appartiene a un tempo che non c'è più, e dunque va preservata, ed essa stessa si pensa e si presenta come un luogo di resistenza. Tra i miei documenti qui sul computer ho sempre in bella vista quello intitolato arcaismi, che doveva inaugurare una rubrica sulla biblioteca regionale siciliana fatta di brevi immagini che rendessero anche solo in parte la magica atmosfera di quel luogo. Oggi, ad esempio, mentre prendevo un libro in prestito c'erano sei impiegati dentro l'ufficio prestiti. Una mi faceva il prestito, quella accanto contava scrupolosamente i giorni del calendario, un altro sfogliava meticolosamente l'inserto di un quotidiano mentre altri tre, seduti a un tavolo, facevano una riunione di qualche tipo, riuscendo anche contemporaneamente a leggere  il giornale. E non è da tutti.

In memory

giovedì, ottobre 06, 2011





"He was the real king of pop culture"
New York Times


http://www.nytimes.com/slideshow/2011/10/05/technology/20111006_JOBS_READER.html

Sentenza all'alba

martedì, ottobre 04, 2011



Alle otto e mezza Milano si sta appena stiracchiando per prepararsi a un altro delirio quotidiano. 
C’è ancora fresco, il caldo arriverà più tardi: per una volta, qui ci sembra di stare al Sud e non vi so dire quanto ce la stiamo godendo, sotto sotto.
Memore di letture kafkiane (Il castello, più che Il processo) ho un timore folle di entrare al Tribunale di Milano, il palazzone fortezza che spacca con la sua mole il profilo del Corso.
Chissà dove mi perderò. Quanto tempo ci metterò.
Quando arrivo, non ci sono giornalisti e polizia ad attendermi (poi mi viene in mente: quelle sono le immagini del Bassotto quando si reca ai suoi processi; quello non sono io…).
Dentro, scopro una cittadella immensa e straordinariamente efficiente: il contrario delle mie lugubri fantasie di tortura burocratico-ospedaliera (avete mai fatto l’accettazione al Policlinico di Monza? No? Beh, quella sì che è un’esperienza che vi consiglio, una volta nella vita).
Tutto scorre via liscio, fra banche, uffici postali, bar, personale gentilissimo che ti indica dove andare e cosa fare.
Sinceramente, ero preparato a piantare lì la tenda, con bivacco e sarmenti, e invece ecco che in un’ora ho sbrigato tutto. Cos’ero andato a fare? Due certificati sulla mia intima relazione con la giustizia
Alla fine, che dire, una vera delusione. 
Al casellario generale, il risultato è una sola parola (“nulla”), sul certificato dei carichi penali pendenti pure (“negativo”). 
Non posso vantare nemmeno un reato minore; una piccola estorsione, un furticello. Sono uscito nella spettacolare mattina milanese come un invisibile passante. 
E mi dicevo: niente, zero, non conto veramente un cazzo in questo Paese. 

Auguri Capo

venerdì, settembre 30, 2011

Post-Venezia 3

mercoledì, settembre 28, 2011



Check Point Ciak

Verso le due di notte del 9 settembre scorso. Festa veneziana ad alto contenuto cinematografico e alcoolico.
Un Attore Famoso, piuttosto su di giri, incede con passo sorridente abbracciando tutti quelli che incontra, senza far differenza tra noti e ignoti, maschi e femmine.
Il suo sguardo è magnetico, il suo sorriso travolgente.

Lo sparuto gruppetto di vostri affezionatissimi viene agganciato dall’Attore Famoso (d’ora in poi, AF).
Il Capo, lo sventurato, rispose all’ammico di AF.
Musica a palla, le parole si perdono.

Happy vede che il Capo inizia a parlare con AF. Poi comincia a battersi la fronte con la mano. Ripetutamente.
AF ride e lo abbraccia. 
Ha capito a cosa si sta riferendo il Capo e gli risponde, colmo di gratitudine.

Poi AF si avvicina a Happy.
Segue dialogo

Happy: Ciao, piacere…
AF: Ciao, piacere, io sono AF…
Happy: Sono felice di conoscerti.

AF mi sorride e mi abbraccia.

Happy: Sai, siamo molto contenti che tu sia venuto.
AF: Grazie!
Happy: Io sono dell’ufficio stampa e lavoro qua…
AF: Ah sì?
Happy: Davvero.
AF: Cazzo, io ci ho messo mezzora per entrare!
Happy: Beh…
AF: MAVAFFANCULO!!

Mi hanno beccato

venerdì, settembre 23, 2011




Succede più o meno come in Dieci piccoli indiani. A poco a poco, cadono tutti. Adesso tocca a me.
Parliamo spesso qui di quanto il cosiddetto mondo del lavoro sia diventato una pura utopia che ci respinge, come se fossimo dei batteri mortali per il sistema.
Dotati di aspirazione e conseguente titolo di studio in materie umanistiche, ci ritroviamo con due alternative possibili: una precarizzazione senza via d’uscita; una fuga verso altre realtà.
In entrambi i casi, nulla c’entra con il nostro percorso iniziale.
La nostra generazione ha sbagliato rotta ed è stata respinta dall’orbita terrestre, fuori, nello spazio cosmico.

Nel mio piccolo, essendo il meno dotato nel lavoro di ricerca tra tutti i miei compagni di studi, avevo capito fin da subito che la passione per la letteratura sarebbe rimasta, come diceva Fenoglio, niente più che l’appagamento di un vizio. E così sono fuggito altrove.
Dopo qualche anno nel mondo del lavoro, ho cominciato a pensare che la mia condizione di lavoratore a progetto sarebbe rimasta pressoché immutabile. Non era poi tanto male, in fondo.
Che cosa sarebbe accaduto il prossimo anno? Chissenefrega, pensavo. Io sono qui e faccio il mio lavoro. Il futuro continuava ad essere un pensiero fastidioso. Il presente, il precario presente, mi bastava (ovvio, avevo di che sfamarmi).

Poi, un bel giorno, il vecchio, implacabile giudice che io pensavo fosse sparito nei meandri dell’isola, è venuto a colpire proprio il sottoscritto. Ha spezzato la mia statuetta da indiano.
Non violentemente, ma sotto forma di una lettera: “Con riferimento ai colloqui intercorsi ed a conferma degli accordi intervenuti, ci è gradito comunicarLe la Sua assunzione presso la nostra Azienda con contratto di lavoro a tempo indeterminato a decorrere dal giorno…”.

Ecco, sono fritto, ho pensato. Il primo indiano di Viarigattieri ad essere fatto fuori.

Post-Venezia 2

venerdì, settembre 16, 2011



Ambientazione: Festa esclusiva. 

Personaggi: Il capo, un filosofo.


QUEI LORO INCONTRI
Atto unico (in molti sensi)



- Scusa ma…

- Prego?

- Scusa ma quello è mio.

- Prego?

- Quello è il mio champagne.

- Prego?

- Quello, è il MIO champagne.

- No, caro signore, lei si sbaglia. Il suo champagne l’ha portato via quella deliziosa signorina con la camicetta color perla mentre lei pisciava sulla siepe. Questo è il MIO champagne.

- Come dici?

- Ha presente il momento in cui lei guardava dentro al magro decolletè della quindicenne che aveva accanto, poco prima della minzione? In quel momento, caro signore, è arrivata la signorina con la camicetta color perla e s’è portata via il suo bicchiere. Fanno tanto gli chic, ma appena volti le spalle subito ti fregano il bicchiere.

- Ma dai.

- E già, caro signore.

- Ma tu che fai, lavori qui?

- Si figuri caro signore, io sono un imbucato. Diciamo che ho le mie conoscenze.

- Sono i migliori, gli imbucati. Io insegno filosofia all’università di B.

- Anche Lei imbucato?

- In qualche modo.

- Ma dai.

- E già.

- Vuole un po’ di champagne?

- È che ho finito la coca.

- Ma dai.

- E già. 


Sipario, applausi.

ogni riferimento a luoghi, persone, spazilancia, piscine, hotel excelsior è puramente casuale.

Post-Venezia 1

mercoledì, settembre 14, 2011



Il Lido veneziano giace ormai abbandonato, dismesso, rinchiuso di nuovo nella sua bolla di silenziosa solitudine che presidia costantemente gli ordinati viali e le ville nobili.
Quella sofisticata, pacifica invasione che viene messa in atto dal pubblico festivaliero – cineasti, industry, attori, gente comune – appare come per incanto una volta l’anno, resta quindici giorni scarsi e poi si smaterializza di nuovo, lasciando le strade del Lido nell’identico stato di prima: un isolato rifugio per anziani riccastri veneti. 
Non c’è comunicazione tra le due realtà, Mostra e Lido; convivono ignorandosi a vicenda, estranei l’uno all’altro per finalità e consistenza.
Passando lungo i viali malinconici del ritorno alla terraferma, dunque, viene da chiedersi cosa sia accaduto veramente in quei giorni: che cos’è la Mostra? E noi, ghezzianamente parlando, ci siamo stati per davvero?
Inizierà qui, nei prossimi giorni, un po’ per divertimento e un po’ per rianimare questo luogo virtuale, una serie di post dedicati a Venezia. Scritti e interpretati da chi ci è passato per davvero – noi cineamatori saltuari o vocativi.
Venezia, che è “stata”, letteralmente, già archiviata nella nostra memoria. E dunque, è già “post”. 

la crisi

venerdì, agosto 19, 2011

Sono giorni che mi scervello per capire in che modo questo crollo delle borse potrebbe essere un vantaggio per qualcuno, e nello specifico per noi. Come dire: avete creato un mondo insostenibile, e che privilegia i pochissimi contro i moltissimi? E mò sono cazzi vostri, e adesso comincia finalmente il nostro momento. Quello in cui le cose che sappiamo fare, che ci piace fare, e che voi non valorizzate minimamente cominceranno a riavere un valore, perché bisognerà riorganizzare la società su basi nuove, e allora tutto questo comincerà ad avere un senso, e anche a poter essere remunerato, e ricomincerà il rispetto e si stabiliranno regole tutte diverse, e i pescecani saranno riconosciuti come pescecani e così via. 

Ho paura però che qualcosa non mi torni.


il capo va al lavoro un po' come M. Hulot va in vacanza

mercoledì, agosto 10, 2011

Mettiamola in questi termini.

Questi 28 euri guadagnati ieri sera, tra le 17 e le 24 (solo perché ero in prova), mi fanno sentire più felice, mi spingono a perseverare in questa diabolica strada del "lavoroquellovero"?

Ragioniamo insieme, collettivamente, generazionalmente, onestamente.

No.

Dalle 17 alle 24 sono 7 ore di lavoro. La paga prevista per la prova è di 25 euro (ma è anche la paga prevista per il contrattoquellovero, di sei giorni a settimana su sette, 150 euro a settimana uguale 600 euro al mese per 4 settimane di 24 giorni lavorativi su 28). Più le mance, che - mi assicurano - a volte sono anche di 12-13 euri! [A persona? No, complessivamente. Da dividere per: a) cucina (giusto); b) sala (giusto); c) bar (giusto); d) bicchieri rotti (perché - mi spiegano - i bicchieri si rompono, non i camerieri, non il barista, non la cucina: si rompono. E allora non paga il proprietario, paghiamo un po' tutti. Discutibile, tendente al meno giusto)]. La mancia di questa serata è di 3 euro (siamo intorno ai massimi storici, insomma).

E vabbé, uno dice in tempi di vacche magre certo che va bene, sono pur sempre 4 euro l'ora! Adesso uno si aspetterebbe quell'odioso ragionamento tanto caro ai lavoratori ("ma io ho studiato 10 anni per guadagnare 4 euro l'ora?"), ma noi invece lo lasciamo ad altri, intanto perché non ci pare un argomento inoppugnabile (metti che sei stato lento - e tutto sommato non è il mio caso -, oppure che hai scelto di studiare cazzate - ... -, insomma cazzi tuoi ciccio), e poi perché abbiamo argomenti ben più stringenti.

Poniamo che il locale - com'è il caso - sia di proprietà di ragazzi giovani. Anche simpatici, vi dirò. Passi il fatto che il cliente è veramente da uccidere, se ti fa scrivere 8 comande per una cena, e se non riesce a scegliere facendomi cambiare 4 volte i suoi cazzo di rigatoni all'amatriciana che poi diventano patatine fritte che poi diventa una macedonia che poi diventa un frullato. Passi. Ma il punto è: esiste un'etica del lavoratore? Quest'etica ha ancora qualcosa di prescrittivo, oppure no? E allora vogliamo veramente ragionare sui 4 euro, sugli anni di studio e sui lavori adatti o meno adatti, oppure dobbiamo cominciare a parlare delle decine di scarafaggini piccoli, dei ragni, degli scarafaggioni grossi che ho visto muoversi tra la cucina, la dispensa, il pacco di patatine (dentro), le sedie e così via?

[A questo post seguirà mail ai proprietari del locale con annesso caloroso invito a una disinfestazione. Non metto qui il nome del locale per ragioni minime di eleganza, e per non dare in pasto a internet un'onta cui, sono certo, porranno riparo. Nel frattempo, per maggiori info, scrivetemi in privato per sconsigliarvi questo pub-ristorante].

Aggiungere qualcosa sul collega cameriere proveniente dal terzo mondo che mi ha ripetuto nelle prime 8 frasi che i proprietari sono "bravibravibravi" e che lui lavora col cuore sarebbe politicamente scorretto, vero?

Insomma: a queste condizioni, tanto vale fare il professore universitario.

appunti per un manifesto rigattierico sul lavoro

giovedì, luglio 28, 2011

È da tempo che vorrei proporre un ragionamento collettivo e generazionale sul concetto di LAVORO. Su questo blog ne discutiamo spesso, da anni. Ora, siccome ieri è uscito il manifesto di TQ e mi sento un po' questo spirito generazionale da manifesto, vorrei sottoporvi alcune riflessioni che potrebbero diventare la base del nostro manifesto, il manifesto rigattierico sul lavoro (MRSL). Che ovviamente ha pretese universalizzanti e generaliste, sennò non sarebbe un manifesto. Due cose, essenzialmente, che andrebbero forse ripensate:

1) Dice che il lavoro, se è lavoro, è pagato, altrimenti non è lavoro. 

Ah beh. D'accordo siamo d'accordo tutti. Però uno si guarda attorno e vede che c'è veramente tanta gente (della nostra età, per lo più; ma la nostra età è molto ampia e si amplia sempre di più) che fa per molto tempo un'attività a tempo pieno che non viene pagata (o quasi: ma è sempre l' "o quasi" che ci fotte, n.b.): e non certamente per piacere. Non lo si vuole chiamare lavoro? Beh, allora bisognerà inventarsi un nome nuovo.
Il punto 2) è in qualche modo conseguenza di 1), gli è dunque strettamente connesso da un punto di vista logico, e tuttavia può darsi anche indipendetemente da 1) e soprattutto non è quasi mai esplicitato. Lo potremmo chiamare "Corollario della frustrazione lavorativa". 

2) Il lavoro è lavoro se è sofferenza. 

Con tutta la retorica annessa ("sto andando a lavorare"; "ho lavorato tutto il giorno"; e tutte le variazioni sul repertorio). In due parole, il corollario della frustrazione lavorativa implica che se uno impiega diverso tempo a fare un'attività e (mettiamo) si diverte, e magari viene pure pagato (poco o molto non importa - e molto è sempre un concetto relativo), "vabbé ma quello mica è lavoro".

Breve conclusione. C'è confusione. E la confusione linguistica è spesso sintomo di confusione concettuale. Ergo, per questa generazione (che non siamo TQ, chiamiamoci più modestamente rigattieri, o se volete VT), mi sembra prioritaria innanzitutto una riforma lessicale.


Congratulazioni e tante care cose!

lunedì, luglio 11, 2011

Dato che nessuno si è ancora preso la briga di farlo, tocca a me fare (e farmi) le congratulazioni di rito, nonché alcuni ringraziamenti.

Per prima cosa, congratulazioni a Cofino e a Ciccì, senza i quali tutto questo non sarebbe stato possibile. Ci congratuliamo innanzitutto per le loro tesi, fatte di piani di immanenza che sanno di superfici, e di processi di storicizzazione che ripugnano il logicismo; i complimenti e le domande sono state la giusta ricompensa per due lavori che hanno provocato, e di certo ancora provocheranno, perdite di neuroni e capelli come non s’era mai visto prima. Congratulazioni, poi, soprattutto per i festeggiamenti che ci hanno regalato, animati da una massiccia presenza dei 3 fidati amici rhum e cola, whiskey e birra alla spina. Congratulazioni, infine, anche ai loro genitori, che li hanno fatti così come sono, cioè belli, pelosi e con un incipiente calvizie.

E ora, i ringraziamenti! Cominciamo dicendo grazie agli amici; al Capo, sempre in prima fila nei momenti che contano; a Canina, che vince a mani basse il titolo di Miss Dottoranda 2011; a Cippì femmina, che si è sorbita le presentazioni di entrambi i candidati (e che spero debba avere occasione di ospitarmi ancora a Parigi, cosa che sapremo domani!); a Franci, sempre pronto a seminare ansia e sorrisi, e che poi quando beve gli vogliamo ancora più bene…; a Tessa, che è riuscita a tranquillizzarmi con un solo abbraccio; a Piggì, ghost tutor anche dopo la discussione quando intrattiene, con spigliatezza da navigato professore, i relatori di cui gli addottorati oramai volevano liberarsi; ad Ale Alo, che per fortuna ha trovato il coraggio di venire alla discussione; a Von Trotta e a Si-culo, senza i quali, e non a caso, il sabato sera al Mamamia non è stato lo stesso; a Sogno, Ilo e Riccioli d’Oro, grandi rappresentanti di una Viareggio tutta da (ri)scoprire; a Emanuella e Cippì maschio, traghettatori di ebbri; a Neomi, per le sue lolitiche treccine; al Poliglossa, per la sua inaspettata presenza; a Simo Semi e Papadopoulos, che hanno messo casa e cuore a disposizione; a Matti, Lukino e Pakino, per le battute agghiaccianti in serate caldissime; a Kiki, cuore grande, e anche alle sue tette, che tanta distrazione hanno causato… Ma permettetemi di concludere con un ringraziamento tutto speciale per Pata, amica che molto ragionevolmente tutti mi invidiano, venuta a Pisa a festeggiarci nonostante i mille validissimi motivi che l’avrebbero trattenuta.

Ci sono poi da ringraziare gli assenti, fra cui spiccano i nomi di Franca, Maurinho, Bush, Cheri e, last but not least, Betti e Happy, i due arcangeli rimasti bloccati agli antipodi dello stivale.

Grazie poi ai professori: a Toasty, per il suo francese spedito e per la domanda che non ho capito, ma a cui inspiegabilmente mi ha chiesto di non rispondere; a Debe, per averci gettato nel panico due giorni prima della discussione, e per essersi poi presentato magicamente radioso e sorridente, come solo il padre della figlia di Harry Potter può fare; a Petit Bras, scioccato ancora una volta dalla nostra mancanza di fedeltà e  ortodossia; e infine a Champignon, per le sue domande su Nitch che tanto ci hanno fatto sembrare intelligenti.

Un ringraziamento tutto speciale, infine, va poi al nostro dipartimento e a chi ne fa parte (qui sì che ci vorrebbero nomi e cognomi!) per essere quasi riuscito nella difficile impresa di farmi passare la voglia di fare una delle cose che mi piace di più, cioè studiare filosofia… Mi ci sono volute tre ore insonni passate a pensare alla vita per capire che, per fortuna, certe cose non te le può togliere proprio nessuno.

NRC XIV – Ballata dell’odio e dell’amore

giovedì, giugno 30, 2011



«Balada triste de trompeta», si intitola (in originale), e bisogna ammettere che è un titolo molto poetico, e anche il vecchio clown che ride sull’affiche ha quel certo magnetismo al quale difficilmente riesco a resistere (aggiungendo mentalmente: «E basta con questa cazzata che i pagliacci fanno paura! Pensa a Fellini, piuttosto!»). Però prima do un’occhiata fuggevole alla sinossi in francese, giusto un paio di righe, a scopo evocativo: un circo viene sconvolto dalla guerra civile spagnola, dice. «Che meraviglia:» penso «il circo come resistenza, dolente e scanzonata, al fascismo». «Un Heinrich Böll in salsa antifranchista», aggiungo anche, compiaciuto, già pensando alla recensione che dovrò ben scrivere, e allora tanto vale avvantaggiarsi.


Poi niente, il film è un po’ diverso: più che di guerra civile (breve episodio introduttivo) si tratta soprattutto di gente che fa il circo negli anni ’70 (però sempre sotto Franco), e che svalvola di testa, si massacra con ogni possibile oggetto contundente, si ammazza e scopa in continuazione (De la Iglesia, il regista, sembra il gemello impazzito di Tarantino), con un ritmo forsennato e delirante: una furiosa e sanguinolenta grotesque di alta scuola. Pagliaccio triste e pagliaccio tonto, uno contro l’altro, due volti (tumefatti, sfigurati, mostruosi: uno, per dire, a un certo punto si trucca con la soda caustica) di una stessa inevitabile follia.


Un film mitico, ovviamente, ma non proprio per tutti i palati, la cui estetica empirica è contenuta nella battuta di un colonnello repubblicano che introduce la prima carneficina del film: «Un pagliaccio con un machete? Li farà impazzire!»[1]. E la cui morale è espressa nel consiglio che il padre-clown catturato dai falangisti dà al figlio-futuro-clown-matto, all’alba della dittatura fascista: «Tu non puoi essere il pagliaccio tonto. Tu farai il pagliaccio triste. Ma c’è ancora un modo per essere felici… la vendetta»[2]. Che secondo me, in un’epoca in cui va di moda rinnegare piazzale Loreto, non è neanche una morale così scema[3].



[1] ATTENZIONE: i dialoghi qui riportati potrebbero essere alquanto creativi (cioè non proprio fedeli). È il vantaggio di andare a vedere film in straniero sottotitolati in straniero.
[2] Ogni tanto, durante il film, il padre riappare giusto per urlare «vendetta!» e risparire.
[3] Compagni piddini, si fa per ridere.

All'ombra del racconto I. La gerarchia del risveglio

domenica, giugno 26, 2011

Riprendiamo dal post di prima: “alcuni scrivono, ma non pubblicano perché il mondo non è pronto”. E aggiungiamo “alcuni non scrivono, ma pubblicano sul blog, perché del mondo se ne curano poco”. Inauguriamo con questo motto la pagina letteraria del nostro blog: All'ombra del racconto, d'ora in poi A'odr.  Solo alcune piccole regole: 

  • non importa chi sia l'autore e i commenti riguardano la critica del racconto 
  • i diritti, così come le responsabilità pensali, sono tutti del capo
  • i personaggi e i fatti non sono casuali, ma facciamo finta di si
  • qualsiasi trasposizione cinematografica deve avere l'autore o un suo prescelto come sceneggiatore e/o protagonista, marcellocofino come controfigura per le scene di sesso, e un posto per tutti quelli della combriccola, tranne quelli che hanno la fortuna di vivere in isole più belle di altre. 
  • il ricavato va in beneficenza all'associazione dottorandi anonimi.


La gerarchia del risveglio

A.  Cazzo, fai piano!, brontolò A. rompendo il silenzio imbarazzante e il buio della notte che come ogni mattina stava per svendere la periferia romana a un giorno desolante.

Poco male, tra meno di mezz’ora la signora del piano di sopra avrebbe cominciato a strisciare i mobili, come fa sempre quando alle quattro e mezza del mattino decide che la sua vita da quel giorno sarebbe cambiata. I colpi di tosse fanno pensare che abbia sempre una sigaretta in bocca. E anche la sua voce rauca, che rompe in pianto quando alle cinque già chiama la madre novantenne per raccontarle che ha sbagliato tutto. Il monnezzaro dell’appartamento accanto avrebbe tra poco acceso il televisore a tutto volume per commentare le solite notizie: «Se parla solo de ste ragazzine morte ammazzate, poerelle. E de ste mignotte e de sto depravato che ce fa er Bunga Bunga... Ma lo sai che ce fa bene! ‘nvedi io 'ndo sto e chi me so sposato... Amo’ un te la prenne che sto a scherza! Er caffè?». Verso le cinque, dalle fessure della porta di ingresso, assieme ai primi cenni di luce, sarebbero arrivate le consuete note, a volte galoppanti delle Bagatelle di Beethoven a volte malinconiche dei Notturni di Chopin, a volte meravigliose della prima sinfonia di Mahler. In questo angolo sperduto, abita un professore, che ogni mattina per essere a scuola alle otto deve alzarsi alle cinque. Poi comincia il suo vero calvario, viene crocifisso da un’orda di liceali verso mezzogiorno e poi sepolto nel traffico delle due. La resurrezione invece da queste parti non è contemplata. 

B. Hai ragione scusa, torna a dormire.
A. Che ore sono? come faccio a dormire con te che fai sto casino. Chiudi la porta, no!
B. Sono le quattro e qualcosa. Devo essere a Termini alle sei. Scusa, cerca di dormire.
A. Ecco, lo sapevo adesso comincerò a sognare le fotocopie. Che palle, non basta il lavoro... volevo dormire almeno fino alle otto, adesso mi riaddormenterò e sognerò le maledette fotocopiatrici assassine. 
Neanche il tempo di finire la frase e A. si era già riaddormentato, mentre una fotocopiatrice di ultima generazione gli rosicchiava il piede destro.

La periferia resiste ai tempi e alle mode. Non è una questione di lontananza dal Centro. Ci sono periferie a ridosso delle mura aureliane. E invece ci sono posti a ridosso del raccordo che tutto sono tranne che periferie. È una questione di volti e di sguardi, di tempi, di linguaggio, di confine, di passaggio, di ombre. Ma soprattutto di volti, quando uno si mette a scrutare i volti in periferia, comincia un viaggio rischioso. C’era un bigliettino una volta, attaccato a un albero, giù a Villa Spada:

Esiste ancora la periferia, dove l’odore del rosmarino armato di lanceolati rametti, sfida il fumo chiassoso della città. Dove i binari luccicanti al sole corrono spericolati tra gli arbusti. Dove si nascondono anime anonime, dimenticate dal destino. Dove i binari abbronzati di ruggine, invece, tra gli arbusti spinosi fuggono e si feriscono, lasciando strisce luccicanti di metallo vivo.

Esiste ancora la periferia, dove sul volto della gente sono stampate carte geografiche di tutte le passioni insieme.

Va bene, cinque meno un quarto, pensò B. In dieci minuti sono a Largo Labia. Faccio in tempo per la prima corsa del 90. Il 90 è un serpentone silenzioso. L’unico filobus della città. Se non fosse per le buche e le condizioni della strada sarebbe anche silenzioso. A quest’ora la città non è trafficata. Se riesco a sopravvivere alle chiacchiere delle vecchie nel 90, tra quaranta minuti sono a Termini, ce la dovrei fare. In questa città le persone hanno un disperato bisogno di parlare. Ho il sospetto che alcune di queste vecchie che sempre affollano gli autobus si alzi apposta, per trovare qualcuno con cui parlare. Sarà la noia che non le fa dormire. Noia e solitudine ammazzano il sonno. Ma la disabitudine ammazza il dialogo e così, appena gli dai un minimo di confidenza cominciano un piglio così polemico che ti fanno pentire di aver aperto bocca e preferiresti avere una conversazione con il Monnezzarò Amo’.

La città si veste a strati. Mano a mano che ci si avvicina al centro, la gente si cambia di vestito. In periferia si usano le tute da ginnastica. Dopo Viale Adriatico, si arriva in una zona di finta periferia, la gente indossa pantaloni e camicia, scarpe di cuoio, qualcuno un vestito. Poi ci sono vestiti e vestiti. Anche a Largo Labia qualche impiegato del centro indossa un vestito. Ma, tolta anche la qualità inferiore rispetto ai vestiti del centro, lui lo porta come una tuta. Dalla Nomentana cominciano i signori in vestito che vanno a lavorare nelle banche del centro. Oppure i professori dell’Università. A seconda delle facoltà, più o meno eleganti. Ma in quel caso è la spocchia che li contraddistingue. Questi però li vedi poco sull’autobus. Vanno a lavoro in macchina, e  li vedi fermi al semaforo di fianco all’autobus,  ingrigiti e appesantiti alla guida di macchinoni enormi. Sul sedile di dietro la Repubblica di Platone e la mano verso la caverna di qualche studentessa che gli siede accanto. Oppure vanno a piedi, perché hanno la fortuna di abitare vicino al posto di lavoro. Sulla Nomentana salgono più che altro impiegati dei ministeri. Gli impiegati dei ministeri sono tra gli ultimi a svegliarsi nella rigorosa gerarchia del risveglio. Il monnezzaro Amo’ si sveglia alle quattro. Prima di lui si svegliano i barboni che a Villa Spada dormono sotto la tettoia del centro smistamento della ferrovia. Poco prima sono andate a letto le mignotte della Salaria che si sveglieranno a mattina inoltrata. Anche le signore del centro si svegliano a mattina inoltrata, diverse ore dopo la filippina che ha preparato la colazione e che comunque ha dormito almeno tre ore in più del Monnezzaro di Fidene. Gli impiegati si svegliano verso le sette e alle nove gli uffici cominciano a prendere vita. Dopo un paio d’ore arrivano i capi sezione, poi i capi divisioni. I capi e i Ministri invece si fanno vedere a giorni alterni, poco prima del pranzo, ma per una buona mezz’ora. Un’oretta dopo gli uffici, anche le prime vetrine si aprono sulle strare come occhi ancora assonnati, e i bottegai cominciano a lavorare. Ma non quelli che hanno il banco al mercato del Tufello, quelli si svegliano come il Monnezzaro Amo’, anche se forse hanno più soldi. Verso le dieci la città è viva, ma di una vita ferma, quasi immobile, deludente. Almeno fino a i raggi dorati del tramonto. 

Riepilogo

domenica, giugno 19, 2011

Facciamo un riepilogo. 

Dove sono finiti i rigattieri? Che fine hanno fatto? In ordine sparso, io direi che sono successe cose bizzarre dall'inizio di questi tempi. Tendenzialmente, in un modo o nell'altro (e chissà perché), molti continuano a studiare. Quando mi iscrissi all'università c'era un mio amico che si iscrisse a fisica perché voleva fare filosofia. Ora uno dei rigattieri che ha studiato filosofia studia più o meno fisica, matematica e 'ste robe qua, e progetta di cambiare la storia della scienza al di fuori dell'accademia. Le cose, a volte.

Poi c'è chi da un capo all'altro d'Italia sta finendo di laurearsi, perché più giovane degli altri o perché nel frattempo s'è messo a fare altri lavori (altri figli, e così via).

Poi ci sono quelli che si sono re-iscritti all'università, per prendere un'altra laurea, che non si sa mai.

Alcuni sono sbarcati in Francia e sono tornati, altri in maniera più originale sono finiti in Belgio (sì, quel paese senza governo da un sacco di tempo che non si sa mai cosa c'è e invece tutto sommato... vabbè ok, c'è un motivo per cui non si sa mai cosa c'è), e vanno e vengono. 

Alcuni fanno sottotitoli.

Alcuni sono andati e poi rimasti prima in Francia, poi in Inghilterra, ma secondo me poi si pentono e torneranno. 

Altri vengono da un'isola, meno bella di altre, e hanno deciso di cambiare lavoro e darsi a cose remunerative (sono il coté realista-conservatore dei rigattieri). 

Ci sono quelli che dell'università non ne vogliono sapere più nulla, e stanno sempre a mandare paper per fare i convegni all'estero. Ci sono quelli che (e sono i meglio?) transitano dalla filosofia alla letteratura, alle arti, mantenendo il piede in due staffe.

Ci sono gli scrittori, savasandir, e alcuni non pubblicano perché il mondo non è ancora pronto. 

Alcuni vengono pagati (e sono pochi), altri non vengono pagati (e sono molti), e questa però è storia nota di un'intera generazione. Ma ci sono quelli, e fanno veramente ride, che dovrebbero essere pagati perché hanno vinto un concorso (ne conosco almeno tre), e non vengono pagati né chiamati perché anche i concorsi per questa generazione funzionano in maniera bizzarra.

E poi c'è Dora. 

Dora: che fine hai fatto?

lunedì, giugno 13, 2011

" You talkin' to me?"


YES
YES
YES
YES

NRC XIII - Il ragazzo con la bicicletta

martedì, giugno 07, 2011


Il cinema dei fratelli Dardenne è un cinema poco noto al grande pubblico, forse perché bollato dall'etichetta: autoriale (e dunque rigido, noioso, e così via). Ma contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la misura e il rigore sono capaci di trasmettere grande passione, come succede nel loro ultimo lungometraggio, presentato in concorso all'ultimo festival di Cannes e vincitore del Gran Premio della Giuria. Il ragazzo con la bicicletta è la storia di un dodicenne indomito, scontroso, irrequieto, e della sua dolorosa condizione di abbandono familiare. I registi costruiscono il loro film come un'indagine tutta orizzontale sui movimenti del corpo e dell'anima di questo ragazzino, che rimanda alle figure infantili per nulla pacificate di un certo cinema francese (dall'Antoine Doinel dei Quattrocento colpi alla banda irrequieta di Zéro de conduite). Ma la forza del film risiede nella capacità di toccare vette altissime di pathos a partire da una storia del tutto lineare e da una direzione volta all'essenzialità. A partire da uno sfondo "sociale", i Dardenne riescono a trascinare il basso della concretezza più assoluta verso l'alto delle emozioni che coinvolgono lo spettatore, mettendo in atto un'operazione di astrazione materica. Contro la spiritualità del film di Malick si pone allora la materialità di quello dei Dardenne; alla trascendenza di uno sguardo sulle origini della vita si oppone l'immanenza di una vita singolare, quella di Cyril, corpo in fuga dalla famiglia, dall'infanzia, dalla violenza.  I piani sequenza delle corse in bicicletta, gli scatti improvvisi di Cyril e la recitazione impeccabile di Cecile de France meritavano, ancora una volta, la palma d'oro.