NRL VII - Io non ricordo

mercoledì, marzo 14, 2012



Epitaffio per la narrativa “ggiovane” americana


Pompato, recensito, osannato e chi più ne ha più ne metta, Stefan Merril Block sembra il nuovo figliol prodigo della narrativa americana. E io, come un pollo, ci sono cascato. Leggendo il romanzo di Block, mi sono invece imbattuto in un ottimo caso di marketing dell’industria editoriale americana. È curioso, perché ultimamente gli americani, quelli “ggiovani”, che piacciono un sacco, si sono organizzati per bene. Invece di farsi concorrenza fra loro, si spartiscono le tematiche: tu prendi gli omosessuali, io la famiglia, lui il sesso… e Block? L’Alzheimer, o le malattie neurodegenerative in senso più ampio.
Intendiamoci, il romanzo “Io non ricordo” si legge agevolmente, è piacevole, ti commuove quando deve commuoverti, è un tantino noiosetto per farti capire che sei davanti a un intellettuale, mica a un produttore seriale di thriller: insomma c’è tutto. Il problema, però, è proprio questo: ogni pagina, ogni trovata, sembra già “telefonata”; cade a puntino, insomma (troppo). Chissà, magari è uno dei tanti “ggiovani” usciti da una scuola di scrittura creativa (e vallo a trovare, adesso, uno che sappia scrivere in maniera sporca, sghemba, non levigata… li fanno fuori al test di ammissione...).
Ma il vero tarlo che mi sono portato dietro per tutta la lettura del libro è un altro.
È un dettaglio della trama. Una di quelle cose che ti saltano agli occhi e che, se te ne accorgi, ti turbano poi fino alla fine (sennò amen, leggi fino in fondo tranquillo come un pupo).
Si tratta di questo. Al protagonista capita un dramma: sua madre si scopre malata di Alzheimer a esordio precoce. Una malattia terribile e rapidissima. Lei non riesce più a esprimersi, ovvio. Il nostro eroe vorrebbe trovare l’origine familiare della malattia, ricostruire la storia genetica. Ma, poverino, non fa l’unica cosa sensata, che verrebbe in mente a ognuno di noi: chiedere lumi al padre (il quale, manco a dirlo, sta muto a massacrarsi di gin e documentari alla tv). No, il nostro affezionatissimo decide di fare tutto da solo.
Evitando, per esempio, di farsi una semplice domanda: “com’è che si chiama mia madre, di cognome”?
Maffigurati. Lo scimunito si procura – illegalmente – l’elenco di tutti i malati del Texas (che è una strada più breve, ammetterete) e li va a trovare uno alla volta (tipo Safran Foer, ricordate?).
E tu sei lì, in metropolitana, che parli da solo con il libro: “Il cognome… devi cercare il cognome…”. Poi il tizio, non contento, espone i suoi drammi alla più figa della classe: e tu dici “ma non farle ‘ste paranoie, cacciale la lingua in bocca e chiedi a tuo padre il cogn…”.
Poi, lo sciammannato, si riconcilia con il padre alcoolizzato, a p. 270. E tu, a questo punto, non ce la fai più. Il cretino si mette a sproloquiare del destino ineluttabile, dell’atroce mistero che aleggia nella loro casa…“Ma chiedigli il cognome, testa di cazzo!! Il cognome-da-nubile-di-tua-madre!!!”.

Haggard!! Si chiamava Haggard!!…Ma era così difficile, santiddio?!

primarie di palermo

lunedì, marzo 05, 2012


Quando andavo al liceo facevo politica, e dunque conosco molti di quelli che oggi sono giovani dirigenti di partito, a livello locale e non, di destra e di sinistra. Ogni tanto a qualche manifestazione spuntavano quattro gatti con delle bandiere strane e un atteggiamento - si è detto - da testimoni di geova. Ce n'erano di due tipi: quelli che brandivano bandiere con un pugno gattato, che si facevano chiamare Socialismo rivoluzionario (e se gli davi il numero di telefono eri spacciato, ché non te li toglievi più dalle palle); e poi degli altri con delle bandiere arancioni (futuro colore di residui comunisti vestiti da uomini di governo), ed erano quelli del Partito umanista. Non si capiva che cazzo fosse 'sto partito umanista, ma avevano un sacco di bandiere. Ferrandelli, per dire, era del partito umanista. 

Poi nel 2006 c'era il treno speciale RitaExpress, che portò a votare in Sicilia giovani da tutta Italia per sostenere RRRita alle regionali. Fu la migliore affermazione del centro-sinistra da anni, ma non si vinse neanche allora, a causa di un appoggio troppo tiepido da pezzi consistenti del pd siciliano (Cracolici, tra questi). Cracolici, fautore dell'appoggio a Raffaele Lombardo alla Regione, oggi sostiene Ferrandelli. Ma Ferrandelli lo conobbi allora anche per un'altra ragione: c'era un patto tacito su quel treno, ed era di non mettere in giro volantini di singoli candidati, ché bisognava tendere all'unione e non alla divisione visto che ognuno aveva i suoi candidati preferiti. Oh: 'sti volantini di Ferrandelli spuntavano sempre, non si capisce come, e dice che era uno di noi. Ferrandelli è sempre uno di voi.

Tanto è uno di voi che quando hanno sgomberato nel 2010 il Laboratorio Zeta di Palermo, uno dei centri sociali più intelligenti e interessanti del panorama nazionale, Ferrandelli ad esempio era lì sul tetto a sostenere le ragioni dell'occupazione. Il che è un ottimo segno, non c'è che dire. C'è tuttavia questo problema che un candidato a sindaco non è solo un nome o una persona, ma una coalizione e la gente con cui decide di stare. E il passo falso di Ferrandelli in questo percorso che ha portato alle primarie (e che gli ha consentito di vincere, evidentemente) è stato quello - mefistofelico - di scegliersi compagni di strada che un po' fanno arrizzare le carni. Per dirne una, diciamo.

Ciò detto: sarà il candidato del centrosinistra. E' giovane, piacione, un po' pazzo. Ha fatto delle battaglie giuste in consiglio comunale, ha dei metodi di fare politica (dalla retorica alla prassi) piuttosto discutibili. Sarà abbastanza forte da non farsi irregimentare dalla gentaglia che gli sta dietro?  Sarà abbastanza rappresentativo di una coalizione di sinistra che vuole un cambiamento dopo dieci anni di disastro di Cammarata? Non sapete quanto ce lo auguriamo, non sapete quanto temiamo che la cosa sia irrealizzabile. 

Gli ottimisti della volontà facciano pure un passo avanti.

Dialogo impossibile tra un certo giovane assessore e l’eminente suo genitore

martedì, febbraio 14, 2012


Dialogo impossibile tra un certo giovane assessore e l’eminente suo genitore

ATTENZIONE: dialogo frutto di immaginazione. Ogni riferimento a persone e fatti è puramente casuale.


- Che figlio scemo che c’ho. Ma come t’è venuto in mente di dire ste fregnacce

- A papà, disse il figlio dimenticando per un momento l’eleganza del suo naturale accento inglese, ho detto solo la verità. E andiamo, questi so dei poveracci per davvero ce lo sai pure tu...

- Be’ su questo c’hai ragione, se te sei laureato te, se ponno laureà tutti...

- A papà, io me so' laureato, sono il più giovane emerito della nazione e pure del monno, ce l’avrò diritto a di ste cose. Disse il giovane con la voce più nasale del solito, quella naturale, di quando l'agitazione prendeva il posto dei fronzoli e delle formalità.

- Si, si mo’ comincia a fare ‘r genietto. Allora non lo voi capì, te l’ho spiegato mille volte, te devi da sta zitto. Basta de scrive ste cose sur blogge de politica, che poi ti criticano e dobbiamo inventarci mille altre cazzate e me fai perde tempo a replica pure a me. Hai voluto fa’ er maestro, e vabbè. Hai voluto fa’ le consulenze, e vabbè. Hai voluto fa’ l’assessore, e vabbè. Voi scrive articoli sui giornali e sur blogge, e vabbè. Ma almeno non di’ fregnacce che la gente se ne accorge. Voi giovani c’avete un problema, non sapete tenervi il potere. L’onnipotenza non va mai manifestata, a meno che tu non sia un re. O te senti er re?

- ma che, in italia c’è il re? dici che posso diventà re?

- Ahò, proprio non mi segui eh.

- No, no papà, te seguo, te seguo. Me lo hai detto tante volte: “te devi da nasconde con il potere, devi fa mille cose e non te ne devi fare accorgere”. 

- Che figlio degenerato. Ma come? t’ho speso i miliardi pe’ le scuole private, me so compromesso pe’ farti fa’ er concorso da maestro e stamo ancora a sti livelli. Lo sai chi so li poveracci veri? Quelli come a te, che a st’ora dovevi essere non meno di Napoleone, altro che assessore de li mortacci tua

La confusione s’impadronì della testa del giovane rampollo, abbandonandolo a una solitudine e a uno stordimento che mai s’erano manifestati nel salotto di quella casa. Non solo nella storia della famiglia, ma in tutti i 500 anni d’esistenza di quel nobile palazzo al centro della Roma rinascimentale. Il padre lasciò la stanza che stava letteralmente inghiottendo il ragazzo, inglobandolo come una figura senz’anima tra gli affreschi del soffitto.  

- ma come? me so laureato, me so dottorato, ho vinto i concorsi, so brillante dinamico e spigliato, poliedrico e colto. Ah papà dovresti esse felice! gridò il ragazzo, ma la sua voce fu inghiottita dalla tappezzeria di velluto e lo sguardo feroce dei cacciatori nell’affresco sul lato della porta si fece quasi compassionevole. La madre del rampollo entrò nel salotto. Il suo vestito di seta, la sua collana di perle, non esisteva al mondo persona più elegante. 

- Ah ma’. Papà me sta a gridà, dice che dico fregnacce, che me devo attaccà al potere senza che me faccio vede. 

- Ti ho sempre ripetuto che con me devi parlare solo inglese. Smettila di frignare e vattene a casa tua, che ora arrivano le mie amiche. 

Il giovane sconsolato si diresse verso l’uscita. Aprì la porta dell'appartamento stando attento a non sbatterla. Scese le scale di granito fino all’atrio. Si fermo un momento ad osservare la fontana del 600 in cui tante volte da bambino avrebbe voluto tuffarsi. Aprì il portone pesante del palazzo e con pochi passi, senza quasi accorgersene, si ritrovò a Campo de Fiori. Il giovane rampollo lambì la statua al centro della piazza e allo stesso tempo un pensiero: prima o poi me ce metteranno a me a posto de sto sfigato qua. 


Liquidazione coatta

mercoledì, febbraio 08, 2012



il manifesto ha accettato la procedura del Ministero dello Sviluppo Economico che attiva la liquidazione coatta. Significa che bisognerà iniziare a vendere qualche pezzo della coperativa per evitare il fallimento. Si tratta quindi di una procedura preventiva, che dovrebbe tutelare i soci della cooperativa dal rischio di finire col culo per terra.
Nonostante l'espressione (liquidazione coatta) non è ancora "chiusura", ma poco ci manca.
Adesso partirà l'ennesima iniziativa di sostegno (numero a 50 euri?).

Perdere il manifesto sarebbe un evento enorme  per la nostra cultura. E lo dice uno che non condivide mezza parola della linea politica (e di quella economica), ma si è abbeverato a lungo dalle pagine di Alias (e dalla sua folle, psichedelica impaginazione).

Detto ciò, mi sembra venuto il momento di fare una riflessione su questa avventura editoriale, che negli ultimi anni ha saputo trascinarsi soltanto da una crisi all'altra. Una riflessione che riguarda anche noi, in senso più ampio. Noi e il nostro rapporto con il fare e il fruire cultura.
Il baratro economico sembra essere diventato la norma per il collettivo. E invece non deve essere affatto così. Anche se in condizioni pessime, il mercato editoriale ha riservato non poche sorprese negli ultimi anni. Ma sono sopravvissuti, o ci hanno guadagnato, solo quelli che hanno saputo investire sulla propria creatività, sulla propria capacità di reinventarsi.
Per uscire dal reparto di rianimazione, il manifesto dovrebbe innanzi tutto uscire dalla camera ristretta in cui si è orgogliosamente rinchiuso. E cioè:

1) L'equivoco peloso del non-profit. Il collettivo ama definire il quotidiano un'opera intellettuale non-profit. E' sbagliato. Se esci in edicola con un prezzo di copertina non sei non-profit. Stai in edicola, e quindi sul mercato, con tutti gli altri. E devi prendere adeguate contromisure.

(è questa la contraddizione a cui dobbiamo stare attenti. La cultura comprende un patrimonio storico-archeologico-bilbliotecario-museale: e va benissimo che sia adeguatamente conservata e fruibile dalla totalità ideale della popolazione. Ma c'è chi la cultura la fa, la produce: e qui bisogna dire che il lavoro intellettuale deve essere adeguatamente retribuito; quindi, deve corrispondere a un modello economicamente sostenibile. Infine, dichiararsi non-profit, andare in edicola con un prezzo di copertina e farsi pagare a fine anno dallo Stato, cioè da noi, non è molto corretto.)

2) Il senso dell'opportunità. Non puoi mandare 5 inviati alla mostra del cinema di Venezia, come fa il Corriere. Perchè non sei il Corriere e perché con quei costi di una settimana ci faresti magari un mese di stipendi (a occhio e croce).

3) Il salto evolutivo. Se la carta stampata è diventata insostenibile per i tuoi bilanci, devi evolverti. Come? Innnanzitutto sul web: come hanno fatto Il Post, Linkiesta, Lettera43. Una redazione più leggera, ma viva. Se muore il mezzo, non devi morire anche tu, non sta scritto da nessuna parte.

4) Un settimanale. Visto che la carta è ancora la parte nobile dell'editoria, perché non restare in edicola come settimanale? Si tagliano drasticamente i costi e puoi dedicarti all'approfondimento e all'analisi che ti contraddistinguono.

Ora, dico io, ma perché quei vecchi comunistoni non capiscono 'na mazza di editoria? Perché non ci assumono per il rilancio?

(nell'immagine, la copertina più incredibile della loro fantastica storia)

Sputacchi

mercoledì, gennaio 25, 2012



Esiste un progetto segreto e dimenticato negli archivi dei Rigattieri. Giace là, sotto le pile di piani di espansione nei paesi dell’Est, offerte pubbliche d’acquisto per società quotate in borsa, strategie di guerrilla marketing contro l’intero ecosistema culturale.
È il progetto, mai del tutto tramontato, di mettere i Rigattieri davanti a un microfono. Un programma alla radio. Su chi? Su di noi, ovvio, perduta gente delle humanities, rinnegati e disoccupati delle belles lettres.
Avevamo pensato, all’epoca, di proporlo a Radio3, l’unica emittente nazionale che sostanzialmente ragiona ancora in perdita: e infatti legge ancora i classici e manda in onda Kurt Weill.
E poi lo stile, soprattutto, ci piaceva un sacco: quel tono mellifluo, da conversare amichevole e riparato dal casino insopportabile del mondo… Insomma, era l’ideale.
Sul programma c’è poco da dire: era una sceneggiatura semplice, ma poteva funzionare. Un giorno, quando il Capo toglierà il segreto di Stato all’archivio rigattierico, potremmo anche pubblicarlo (sempre che freghi a qualcuno…).
Nonostante i casi della vita e gli anni, comunque, io mi sono tenuto ligio al compito di monitorare Radio3, con l’idea fissa di capire a che giorno e a che ora saremmo potuti andare in onda con il nostro mitico programma.
Ebbene, alla fine il programma è ancora sulla carta, mentre io sono diventato un esperto di comparatistica della terza rete.
Se potessi trarre una morale da questa storia, direi questo: a Radio 3 non c’è n’è uno che parli normale.
Ora, non dico la mitica dizione Rai degli anni ’50-’60, quella realizzata collazionando i Promessi Sposi, il Battaglia e la Crusca. No, mi basterebbe una dizione pulita, comprensibile.
C’è chi mastica fagioli. Chi spara le esse triple o quadruple, sibilando come Sir Hiss di Robin Hood. Il meridionale che accentua la cadenza meridionale, il romano quella romana (veneti, piemontesi, lombardi non risultano). Ma perché?
Perché fa fico, quando parli di cultura. Ognuno, per distinguersi, c’ha il suo difetto.
Per dire, una mattina quello di “Radio 3 Mondo” scatarrava tranquillamente al microfono: tanto erano le 7 del mattino e sintonizzati c’eravamo solo io e lui. No ma prego, continui pure…
Quelli che odio violentemente però sono i ganzi del pomeriggio, tipo quelli di "Fahreneit": anche se non hanno l’erre moscia o arrotata, se la inventano.
Sennò non li mandano in onda, pare.
Infine, e non scherzo, ci sono quelli che sputacchiano. Sputacchiano. Maddavero. Io gli darei tanti di quei sganassoni.

Storia di una laurea – cap. II (… telefona il Pezzo da Novanta)

venerdì, gennaio 20, 2012



Milano, pomeriggio di sole, fine ottobre. La disperazione porta a inventarsi strade alternative.
E quindi, euforico e disperato per la disavventura del piano di studi, concordo un incontro carbonaro con la mia prof., donna di passioni e intelligenza da vendere. Le racconto la disavventura, che lei opportunamente sintetizza così: “Ma quelli della segreteria non capiscono un cxxxo (testuale, ndA)! Mandi una mail a XX (il Pezzo da Novanta, d’ora in poi PN, ndA) e mi metta in copia. Ci pensiamo noi”.
E qui scatta interiormente la sensazione di chi viene miracolato quando è toccato dal contro-potere: le tue preoccupazioni si sciolgono, la tua vita trasla, magicamente, nelle mani delle persone giuste.
Ovvero, per riassumere, tu sei in regola, un uomo probo, ma finisci ingiustamente nella rete di Grigi Burocrati senza scrupoli. Per tirarti fuori dall’abisso, però, non ti servono i documenti, le carte, le domande regolari… No, serve che “ci pensino loro”. Se la burocrazia è un tiranno cieco, serve un’autorità più grande per evitare di restare stritolato dal meccanismo.
Dunque, entrato nel loop del contro-potere accademico (ma sarà poi ‘contro’ davvero? Forse è soltanto l'unico…), preparo una lettera strappalacrime per il PN (tengo famiglia, sono un ragazzo padre, devo ancora piazzare tutti i Rigattieri, etc.).
Allego tutti i documenti e invio.
Nel pomeriggio, magicamente, il PN chiama sul mio cellulare (ma vi rendete conto??!!).
“Senta, mr. Happy, ho letto la sua mail. Ma, mi scusi, dalla segreteria non si sono accorti che ci sono state modifiche al piano di studi?”.
Ecco, adesso le lacrime bussano copiose alle mie palpebre: “Professore, eccoci, proprio qua la volevo: sono quindici giorni che cerco di spiegarglielo”.
PN risponde, gagliardo: “Ho capito, va bene. Senta, mi mandi tutta la documentazione (già fatto, ma pazienza, ndA) e porterò in consiglio il suo caso”.
Mi spreco in salamelecchi, manco avessero nominato Marcello Cofino direttore editoriale di Adelphi dando un calcio in culo a Calasso, su mia raccomandazione. Dove siamo arrivati…
Ed effettivamente, il contro-potere lavora bene. È efficiente e da’ risposte in tempi brevi…
Il PN mi richiama, a consiglio appena concluso, le carte sono ancora calde. Il tono è di chi sta trattando con il sindacato. Si sente che siamo alla stretta finale. C’è la fregatura dietro l’angolo, lo so: “Senta, mr. Happy, abbiamo fatto passare quasi tutto (esticazzi, quelli esami io gli ho fatti!, ndA). Solo ci resterebbe fuori un esame… da 5 crediti, di storia dell’arte. Per Lei sarebbe un problema?”.
Mannò, figuriamoci, professore, anzi guardi sto finendo il pacco con le uova, la carne e il caffè buono, quello di Milano, da spedire alla sua Signora...
Fu così che, pur dalla parte della ragione, finii per accogliere con infinito sollievo  l’ultimo, infame, cetriolo della mia ignobile carriera universitaria.
E gli risposi di sì, grato.

Storia di una laurea - Cap. I (Ovvero, di come il vostro aff.mo sia tornato rocambolescamente nelle aule universitarie )

giovedì, gennaio 12, 2012


Ottobre scorso. Il vostro aff.mo decide all’improvviso di dare una svolta alla propria vita. Perché? Sono cose rischiosissime, da non farsi mai così su due piedi. A svoltare, infatti, si rischia spesso un frontale.
Se la ricerca di un lavoro vero (pagato, con un contratto regolare) era un’operazione quasi conclusa, altrettanto si poteva dire per il conseguimento dell’infinito titolo specialistico. Avevo infatti quasi ultimato, si fa per dire, la tesi, quando un bel venerdì pomeriggio mi salta in testa di iscrivermi online all’esame di laurea. Così, dico, mi pongo un confine temporale e psicologico. Quando mai.
Rapido come il morso di un crotalo, arriva il colpo di scena che non ti aspetti (ovvero, il cetriolo nello stoppino, a freddo, cha fa malissimo). Il Grigio Burocrate della Segreteria replica infatti, con la più banale e sciatta nonchalance del mondo:

Lei ha raggiunto i 90 CFU ma, a differenza del piano di studio previsto per il suo corso di laurea/curriculum non ha completato il suo percorso di studio, quindi mi stupisce abbastanza la sua domanda di laurea”.

(Prima notazione: se ho 90 cfu, com’è possibile, razza di cretino, che non abbia ultimato il corso? Seconda notazione: ma di cosa cazzo ti stupisci? È un’iscrizione, una banalissima iscrizione. Perché non ratifichi la richiesta e passi a un’altra pratica? Perché i controlli funzionano solo con me?)

Insomma, il Grigio Burocrate stila un elenco di esami che il vostro aff.mo non avrebbe mai dato. Come se avessi frequentato il master in comunicazione di Mediaset, credendomi invece studente dell’ateneo pisano. Ma che simpatici, questi burocrati pisani.
Quindi, mi dice, il Grigio Burocrate, scriva alla segreteria didattica.
Bene, scriviamo.

E qui, cari signori, incappiamo nella rete implacabile del Grigio Burocrate II, che senza sforzare minimamente non dico uno, ma due neuroni, replica con queste parole:

effettivamente la sua carriera specialistica non va bene, le mancano 5 cfu di storia della lingua italiana II o di linguistica generale e 5 cfu di storia dell'arte medievale o moderna o di archeologia greca o romana. sarebbe anche opportuno che, almeno un esame di lett. italiana III se lo facesse annullare e riverbalizzare come lett. italiana mod. e contemp... saluti”.
(come vedete, nel passo precedente, esami e crediti fioccano come tangenti a una gara d’appalto, ma il colpo di genio si vede nel passaggio funambolico “annullare e riverbalizzare”. Questo è un fenomeno, mi dico, conosce pure gli artifizi della riverbalizzazione. La chiusa con “saluti”, poi, è una smaccata quanto raffinata provocazione mirante a far perdere la brocca al vostro aff.mo: prima ti distruggo due anni di attese e speranze, poi ti riverbalizzo le chiappe e infine ti saluto, sobriamente, garbatamente).

E una settimana volò via così, nello scribacchiare petizioni lacrimevoli a Grigi Burocrati che nulla sapevano e nulla intendevano, a leggere risposte su crediti da contabilizzare, sperando d’incappare in un barlume di umana intelligenza, in un’intuizione che andasse oltre la constatazione della normativa vigente (per esempio, vagliare la possibilità che fosse sfuggito un dettaglio decisivo: ovvero, sopravvenute modifiche al piano di studi tra il 2006 e il 2011… ma ci arriveremo, non temete).

L’umore del vostro aff.mo svariava tra lo sconforto e la risatina isterica (“non è vero, non sta succedendo a me, ci dev’essere un errore…”). Avevo quasi deciso di mollare l’impresa e dedicare il resto della mia vita a una lotta randagia e clandestina contro gli impiegati universitari di ogni ordine e grado… quando ad un certo punto… [continua la prossima puntata]