R-esistere al Capo anche a Natale.

sabato, dicembre 08, 2012

Parla Pisa.

Trasmettiamo alcuni messaggi speciali:

la gallina non fa uova;

la cintura non è stretta;

il cachemere punge;

Riccarda trova marito;

il mio ombelico è pulito;

la cugina del fruttivendolo è viva.

Parla Pisa.

Abbiamo trasmesso alcuni messaggi speciali.

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DECRIPTAZIONE:
"Abbiamo intercettato una foto del Capo e di Genni, intenti a complottare per rubare il Natale ai rigattieri di Pisa. La foto è allegata in fondo a questo nostro. Occorre un nuovo scatto di coraggio dei rigattieri resistenti a Pisa. L'insurrezione al Capo è convocata per il 21 (VENTUNO) dicembre 2012 in casa del compagno Fu Oca. Nei commenti il menu e le adesioni. Per essere ammessi al citofono bisognerà dire: 'Capocotechino'.

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da sinistra a destra: Genni e il Capo.

Pranzo di... Capodanno 2012/13, ovvero ottavo pranzo di natale dell'era dei rigattieri

mercoledì, dicembre 05, 2012

"Ma poi che c'è, a Capodanno, a Pisa?" chiese candidamente un vecchio rigattiere, con la solita aria sorniona di chi la sa lunga ma non lo dà a vedere. "Ma come cosa c'è, c'è il capodanno dei rigattieri!" "Il capodanno dei rigattieri? Ohibò, e beh cus'è?" chiese candidamente il vecchio rigattiere con l'accento milanese dato dalla sua situazione attuale e momentanea, un po' omaggiando vecchi e grandi cantautori dell'italica tradizione. "Ma come cus'è, è l'evento mondano più richiesto di tutto il 2012! È il modo per confrontarci di persona e dirci che in fondo siamo ancora vivi! È l'auspicio più cool di tutto il 2013, che tutto il mondo ci invidia, insieme alla torre!" "Cioè vorresti dirmi che quest'anno non siamo riusciti a organizzare il pranzo di Natale e stiamo spostando tutto a Capodanno con questa scusa un po' meschina?" chiese candidamente il vecchio rigattiere che da sempre sapevamo che la sapeva un po' più lunga degli altri, e che anche questa volta era riuscito a vederci più chiaro della media delle persone che frequentano questo blog, ma che tanto sappiamo anche da dove trae la sua forza. "Eeeeh... Uuuuh... Mmmh..." "Ma scusa questo tuo mumbleraggio indica forse che ancora una volta ci ho visto più chiaro della media delle persone che frequentano questo blog?" chiese candidamente il vecchio rigattiere che prima o poi bisognerà sputtanarlo pubblicamente, che tutta questa sagacia gli deriva da quella testa di pietra di fronte camera sua, ecco l'ho detto e già lo sapevamo, ma ogni tanto ripeterlo non fa male. 
"Sì, genni. sì". 


Tacchini sui tetti e renziani in Siberia. Le pagelle delle primarie

lunedì, dicembre 03, 2012



Riprendendo una rimpianta consuetudine dei Rigattieri – le pagelle del calcetto di Cofìno – e riadattandola prontamente all’uopo, entriamo anche noi a gamba tesa nel dibattito delle primarie. È vero, noterà qualcuno, adesso è troppo facile, le primarie sono finite! Ma chi se ne frega.
Noi ci limitiamo a glossare il postmoderno.
 
Il contesto

Confronto Sky – voto 7: Simpatico, incasinato, da prima volta insomma. Il tempo per le risposte era pochissimo (per avere risposte sensate, ovvio). Con cinque candidati si è rischiata l’assemblea di condominio. Ma l’effetto di vedere quella gente onesta e preparata, lì a disposizione, bravi, composti, faceva una tenerezza infinita.

Confronto Rai – voto 9: Mi sbilancio, ma è stata un’ora e mezza tesissima, di un’intensità vera, palpabile. Si sentiva che i due si stavano giocando tutto. E forse è stato il segreto del successo di questa mobilitazione. Loro ci hanno messo la faccia, noi abbiamo riempito i seggi. Dovrebbe, sempre, funzionare così.

Quotidiani e tv – voto 4: A parte qualche rarissimo professionista con un minimo di cervello e una penna degna di essere chiamata tale, l’informazione italiana ha cercato la rissa dall’inizio alla fine. Di raccontare e mettere in scena una rissa. Senza capire nulla, ma proprio nulla, di quello che è successo (persino quando i due litigavano sulle regole). E gli insulti che ieri D’Alema ha rivolto ai giornalisti chiudono il cerchio, sono la prova finale che i giornalisti medesimi – e il velista pugliese – non ne azzeccano più una da almeno vent’anni.

Grillo – voto 3: Aggredisce a testa bassa, sentendo di perdere terreno. E che con le primarie online (verificate da chi?) non potrà mai replicare al botto delle primarie vere. Sbrocca al punto da arrivare a dare ordini e minacce ai suoi stessi sostenitori (“chi pilota il voto è fuori”, dice oggi, un bell’augurio per davvero).
Pdl – s.v.: Ci avete preso per il culo per anni, per il fatto che noi si organizzava le primarie. E adesso? Fateci sapere.

Battute, satira, metafore – voto 10: Doverosa precisazione: chi scrive ha una pessima opinione dell’umorismo renziano, tendenzialmente speculare a quello di “Striscia la Notizia” (eppure, a quanto ci risulta, con rammarico, anche il pubblico di “Striscia” gode tutt’ora dei diritti costituzionali…). Ma la prova migliore di questo successo popolare sta nella creatività venuta fuori un po’ da tutte le parti. Svettano su tutti, impareggiabili, i “Marxisti per Tabacci”, cui viene tributata una menzione d’onore nel discorso della vittoria di Bersani. E come dimenticarsi di Crozza, Zoro, vari gruppi Feisbuc… Chiudo sottolineando la metafora più surreale, da archiviare negli annali della storia politica italiana: “Meglio un passerotto in mano del tacchino sul tetto” (un Bersani titanico mette così a repentaglio la candidatura nel confronto tv con Renzi).

Elettori e volontari – voto 10: Tra primo e secondo turno fanno più o meno 6 milioni di persone. Bisogna conteggiarli tutti insieme, anche se erano quasi gli stessi. Perché fare questi numeri da una settimana all’altra è pazzesco, semplicemente pazzesco. E perché sono state due giornate bellissime da vivere. Non occorre dire altro.


I candidati

Tabacci/Puppato – voto 7: Si sentiva che erano un po’ avulsi dal gioco. Partivano da troppo lontano, culturalmente e per esperienze diverse fra loro. Ma ci voleva anche questo. Per chiedersi chi è questa tipa che in Veneto ha sconfitto la Lega e perché diamine un vecchio democristo come il "Tabaccione" (copyright Bersani) si sia buttato in questa bolgia di giovani e volontari.

Nichi – voto 9: Boom. Già. Voto quasi massimo per il governatore pugliese. Non solo perché noi Rigattieri abbiamo la Puglia nel cuore. Nossignori. Il fatto è che, ammettiamolo, quando parla ti fa venire i lucciconi agli occhi. Ti smuove qualcosa dentro. E la scelta di aspettare di essere assolto prima di iniziare la campagna, le lacrime trattenute a stento, l’integrità morale come primo valore, è una delle cose migliori che si siano viste. In assoluto.

Renzi – voto 7: Peccato, si è perso per strada. Fino al primo turno, ha condotto benissimo. Trascinante, mediaticamente un portento. Poi ha perso la brocca. Attaccando sinistra e moderati si è tagliato fuori da un possibile recupero. Il suo grave limite è muoversi quasi solo per ambizione personale. E lo si è visto con il casino delle regole (un boomerang clamoroso). È la differenza tra chi è solo comunicazione e chi la comunicazione la sa usare (vedi sotto). Ma in fondo Renzi è stata una benedizione. Ha fatto il massaggio cardiaco a questo partito che fino a cinque mesi fa era al 25%. Ora è quasi dieci punti sopra. Ed è anche merito suo.

Bersani – voto 8: Non esageriamo. Teniamoci bassi, come direbbe lui. Che dire, questo politico di provincia, sanguigno e tradizionale, li ha fatti fuori tutti. A partire da D’Alema e Veltroni, scendendo giù fino al “toy boy” fiorentino. Profilo basso, trasandato, sornione. Non esattamente il leader trascinatore. Eppure ce l’ha fatta. Si è tenuto “aperto”, per niente conflittuale, ha incassato da Renzi tutti i colpi su età, riforme, corsi e ricorsi storici. Ecco, lui incassa e va avanti. Non è l’uomo che ci porterà all’Italia 3.0, ma forse è quello che potrebbe tirarci fuori da questa melma: con le maniche rimboccate e le madonne che piovono a destra e a manca.

p.s.: Si ringraziano i Marxisti per Tabacci per la foto. E per la straordinaria organizzazione delle deportazioni in Siberia. Grazie, ci mancavano.

Choosy, it's easy if you try

martedì, ottobre 23, 2012

e secondo me Fiorello che sorride accanto ci sta un casino bene, come diciamo noi ggiovani choosy


Vinceremo quando saremo grandi.

sabato, ottobre 20, 2012

nove minuti e venticinque secondi per scacciare le amarezze in questa estate d'autunno.


Qui il link originale (se volete evitare i sottotitoli polacchi).

Autunno

lunedì, ottobre 15, 2012



Circumnavigando la metà di ottobre, venne anche il momento di riscaldare casa, lassù, nelle lande periferiche del milanese.
(risparmiate finora dall’autunno… che domeniche pomeriggio passate al campo di calcio! Come i bimbi!).
Stamattina, oh, era freddo. Quasi quasi, pensavo, mi lascio andare a un tantinello di struggimento romantico. Tanto sono da solo, non mi vede nessuno, chissenefrega: mi struggo.
Ehnnò, caromio, non ci si può nemmeno più concedere quello. Vedi mai che uno, per caso, riesce finalmente a dar respiro al miocardio.
Macchè.
Di primo mattino vengo improvvisamente strappato dalle mie piccole tragedie ridicole e mi ritrovo d'un tratto nel bel mezzo del teatro dell’assurdo rigattierico.
La caldaia in blocco. Sissignori, avete capito bene.
La maledetta porca s’accende, sussulta, ma dopo dieci secondi, stac!, salta.
Le fiammelle blu metano ristanno quiete, zittite da chissà quale censura maligna, e tanti saluti.
E così, che cosa ho fatto per omaggiare l’autunno? Una doccia fredda, moccoli come se piovesse… mentre m’asciugavo intirizzito ho avuto all’improvviso una rêverie… “ma dove ho già provato cotanto gelo?”...
Però la barba me la sono goduta con una bella pentola d’acqua riscaldata. Perché almeno quella, perdio, la si deve fare ammodino.
Comunque, a vedere la caldaia, passano giovedì.

NRC XXI - ARIDATECE STEFANO ACCORSI

martedì, settembre 18, 2012


Dietro la pioggia di consensi a un film modesto come È stato il figlio si cela un problema reale che riguarda il cinema italiano contemporaneo e il suo futuro, nonché in una certa misura una tendenza molto cattolica e tutta italiana ad aspettare e glorificare sempre il Salvatore (Santa Rosalia, Berlusconi, Monti, e così via). Il Salvatore del cinema italiano è Toni Servillo. Attore straordinario fuori da ogni dubbio, ma la cui onnipresenza (atta a garantire un tocco di autorialità a qualunque film partecipi, e cioè più o meno tutti) crea un certo appiattimento e una grave crisi nel cinema italiano: la scomparsa degli altri attori. Non ci vuole molto a notare che non tutti gli attori sono adatti per tutti i film. Tanto straordinario è il Servillo scoperto da Sorrentino (soprattutto ne L'uomo in più, ma anche nelle altre prove) quanto modesto il suo contributo, grottesco oltre il grottesco, stereotipato nelle forme di un Tony Pisapia/Pagoda che stenta a uscire da sé, in un film come quello di  Daniele Ciprì, mentre ancora di grande levatura è il suo ruolo da deputato pidiellino in Bella addormentata di Bellocchio. Non ce l'abbiamo affatto con Servillo, insomma: ci chiediamo semplicemente come passi le sue giornate Stefano Accorsi, e quand'è che imparerà mai a recitare se lo teniamo per così tanto lontano dagli schermi.

NRC XX - The Dark Knight Rises

venerdì, settembre 14, 2012




Per comprendere la dinamica narrativa di questo film bisogna partire dal titolo. È singolare e dovrebbe destare attenzione. La traduzione italiana, come spesso accade, è superficiale e distratta (Il cavaliere oscuro: il ritorno). Nell’originale infatti sarebbe, letteralmente: “sorge”/ “si alza”.
Ma che significa?
Ultima puntata della trilogia di Nolan, TDKR abbatte le barriere del convenzionale “cinepanettone” americano e supera di gran lunga la pur inquietante, strisciante follia del secondo capitolo (quello del Joker di Heath Ledger: epico, fantastico, ma discontinuo a tratti).
Innanzitutto, il trattamento del tempo: tra un capitolo e l’altro passano infatti 8 anni. Il protagonista è un uomo caduto nell’ombra, svanito nel silenzio di un esilio che si è auto-comminato. Non solo, nel frattempo è intercorsa una decadenza fisica evidente (altro totem abbattuto: l’inviolabilità del corpo dell’eroe).
In preda a fantasmi e ossessioni inestinguibili, l’eroe viene a poco a poco abbandonato da tutti.
È qui che si colloca lo snodo fondamentale: l’arrivo di una forza malvagia – vera incarnazione della forma della paura – il terrificante Bane (interpretato da un Tom Hardy spettacolare: sentitelo in originale). A quel punto avviene la caduta del Cavaliere Oscuro: e qui Nolan inserisce correttamente la vera storyline del fumetto (la saga Knightfall, anni ‘90).
Ma, dopo inenarrabili sofferenze dentro il pozzo nero di Ras ‘al Gul, l’eroe affronterà il cammino a ritroso. Dalla caduta all’elevazione. E qui si situa, anche a livello di citazioni un po’ raffinate, la seconda storyline, ben più celebre: The Dark Knight Returns di Frank Miller.
Da quel punto in avanti, il movimento del ritorno, del “sollevarsi”, sarà del resto così imponente da sconvolgere l’intero universo narrativo.
Equilibrato, essenziale, il film scorre in maniera travolgente, senza rallentamenti, rivelando una struttura sorvegliata, quasi da thriller piuttosto che da kolossal hollywoodiano. Nolan realizza quindi un "palinsesto". Cancella un genere ormai classico e ci scrive sopra un racconto mitico.
Con quel fascino dell’immedesimazione che, prima, ci porta tutti quanti dentro il pozzo nero: per poi farci uscire fuori, alla luce.

Per Ale e Greg - e tutti gli altri intorno

sabato, settembre 01, 2012





Rigattieri!! Rigattieri di mare e di terra, Rigattieri vicini e lontani, Rigattieri simpatizzanti, affezionati, ipotetici, Rigattieri di nome e di fatto… ci siamo, è arrivato il gran giorno!

Oggi si celebra un evento davvero cramoroso. Il primo matrimonio dacché il blog ha preso vita!
Certo, anche questa, prima o poi, ci doveva pure capitare. Nelle pagine (anni) precedenti abbiamo festeggiato tantissime ricorrenze, tantissimi eventi. Tesi e dottorati come se piovessero, Pranzi di Natale, concorsi, viaggi, traslochi (una nascita, pure).
E dunque non è esagerato osservare il maraviglioso fatto che ha condotto, data l’occasione unica di quest’oggi, una folla di Rigattieri, proveniente dalle lande più periferiche della penisola, in quella parte di costa pugliese che ancora oggi non ha il prestigio che invece meriterebbe nelle guide turistiche per milanesi bauscia d’assalto. (Carovigno, o cara…)
Oggi i festeggiamenti rigattierici si abbattono come una piaga d’Egitto, miracolosamente, su uno di noi in particolare: Fra Lanz. E, ovviamente, sulla sua meravigliosa, simpaticissima, nobilissima compagna: Alessandra.

Già, stavolta è toccato a lui. Lui che è stato fin dal principio una delle anime della Casa e che nel tempo ha assunto diversi nomi: Vicesindaco, Papa Greg, Greg Lanza, Fra Lanz, Ciccio… Questo per dire l’importanza del personaggio.
Ecco, ci commuove pensare che sia lui a tagliare per primo questo straordinario traguardo, lui che per anni ha rappresentato la vera autorità repressiva di Via Rigattieri. Lontano anni luce dal dispotismo distratto e un po’ anarchico del Capo, il Vicesindaco Greg professava il suo cartesiano ordine intellettuale dentro un covo di studiosi chiaramente deviati, consegnando a tutti noi reprimende durissime contro: seguaci di Delùs, teorici della letteratura, linguisti orientaleggianti e un po’ mistici, contemporaneisti, teorici del cinema (!!!). E poi, come dimenticare il richiamo alla dirittura morale, allorché il Nostro, al calar del vespro, si faceva già trovare in pigiama alle 8 di sera; era un imperativo morale a cui non ci si poteva sottrarre: “che fai poi, stasera, esci? No, resti a casa, quello già s’è infilato la vestaglia, magari studio anch’io…”
Ma il ritratto sarebbe incompleto se non citassimo almeno anche la sua devastante, inquieta vitalità, che si manifestava sotto forma di un’esuberanza fisica debordante: armadi, ante spaccate, forchette piegate…
“S’è rotto!” era la sua constatazione impassibile, vagamente deterministica. Perché le cose, si sa, si rompono. Non sapevi mai cosa aspettarti, se un abbraccio stritolante o il lancio di un coltello.

E ora, tutte queste componenti esplosive troveranno un porto sicuro nella figura olimpica di Alessandra: solo lei è riuscita e riuscirà nella missione impossibile di trasformare quest’ammasso incontrollabile di energia in un gentiluomo pacato e riflessivo (!!!). O almeno, è quello che ci auguriamo tutti.
Poi vorrei dire due parole sul significato simbolico di questa loro scelta. Oggi il matrimonio di Greg e Ale segna in qualche modo una svolta, anche per noi. Nel tempo paludoso e buio che stiamo vivendo, prendere una decisione così forte comporta un cambiamento, un’accelerazione in avanti, imprime alle cose una direzione nuova. E così, anche tutto il resto che gli gira intorno assume un senso diverso.
Noi quindi siamo orgogliosi e immensamente felici di festeggiare loro due, Greg e Ale, perché con il loro indiscusso “primato” ci stanno facendo un regalo immenso. Essere testimoni di questo straordinario "rivolgimento" nel nostro gruppo è davvero un privilegio che ci emoziona.
Quanto al merito della scelta, il matrimonio, evento così raro da risuonare oggi come una bizzarria - almeno per la nostra generazione e per quello che stiamo attraversando – beh, alla fine si dovrà pur ammettere che è la più rettilinea, inevitabile, luminosa fra le infinite e complicate conseguenze dell’amore.

NIck Cave - Into My Arms

NRC XIX - L'estate di Giacomo

venerdì, agosto 10, 2012

Giacomo è sordo (però un po' ci sente). Va a fare il bagno nel fiume e tira il fango alla sua amica Stefania. Stefania diventa cieca, e ci ridono, e sembra Non parlarmi non ti sento. Però non diventa cieca sul serio, scherzava. Lei allora gli tira il fango e glielo infila nelle mutande, ma tanto le mutande sono un costume, e quindi è facile togliere via il fango. Poi (anzi prima) ballano con il fiore in bocca, e tu vorresti che si baciassero, e invece non si baciano. Poi spunta un'altra, che è sorda pure lei, e tu pensi "ma è la stessa di prima oppure no"? E non riesci a darti una risposta. (Cioè il 99% degli spettatori sì, ma noi che ci siamo fermati a Quell'oscuro oggetto del desiderio non capendo mai che erano due attrici diverse no). (Ed erano proprio diverse diverse, una bionda e una bruna, figurati queste che tanto tanto s'assomigliano, anche se forse poi mica tanto). Ma il film è tutto rarefatto, pianosequenziale, poetico. E a parte tutto questo sproloquio, che è da contratto perché questa è una rubrica strana e bisogna parlare in modo strano, il film è veramente bello e questa NRC era solo una scusa per parlarne, perché il film è veramente bello e merita davvero che lo recuperiate. Di Alessandro Comodin, uno che ha la nostra età e che invece di cazzeggiare sta a fare i film così. Bravo.

TFA

martedì, luglio 31, 2012



Un giorno forse si parlerà di questo concorso come di uno dei più famigerati della storia: "ti ricordi quando...", e noi potremo dire che c'eravamo. Effettivamente, ridotta all'osso, la cosa si direbbe comica se non fosse perversa: a 5 anni dall'ultimo concorso per la SSIS (2007, mancato per un soffio perché ci laureammo un paio di settimane dopo) parte questo Tirocinio Formativo Attivo, con una selezione fatta su migliaia di candidati in tutta Italia che a) hanno resistito in questi anni facendo qualcos'altro, o meglio non trovando altro da fare oggi si ritrovano a provare questo concorso; b) non hanno di meglio da fare che pagare 100 euro per provare questo concorso; c) pensano che se gli va bene possono avere un'abilitazione che gli permetterà, se gli va bene, di provare un concorso a cattedra che si dice verrà bandito presto e che, se gli va bene, darà loro una cattedra. Più o meno nel 2020, ma tanto siamo giovani. 
Però il TFA, si sa ma questo post è per la storia, oltre che costare 100 euro per provare l'esame (e magari qualche settimana o mese di studio dedicato solo a questo), nel caso in cui si vince costa dai 2500 ai 3000 euro di tasse, a seconda delle università. Per questo se ne parla come di "abilitazione a pagamento", uno dei punti più bassi toccati nella storia della formazione italiana - e in quanto tale come potevamo perdercelo? 
La selezione consta di tre prove: un quizzone, che in alcune classi ha fatto strage dei candidati (con domande indegne anche solo di essere pensate, come l'ormai classica su Amafinio, seguace di Epicuro mai nominato nella storia della filosofia di Abbagnano), ma che è di per sé un sistema curioso - ormai tristemente invalso. e mai seriamente contestato - per selezionare i futuri docenti della scuola pubblica; una prova scritta, e una prova orale. Ora si dà il caso che i rigattieri abbiano provato uno dei quizzoni più umani di questa triste esperienza, e che dunque a occhio e croce dovrebbero continuare il percorso e accedere alla seconda prova. 
Il che è la prova più evidente della totale inadeguatezza di questo sistema a selezionare in base a un barlume di criterio il futuro corpo di classe docente del bel paese. 

NRL IX – La trama del matrimonio

lunedì, luglio 09, 2012




Aspettavo da parecchio tempo un nuovo romanzo di Eugenides. Ho letto Le vergini suicide e ne sono rimasto letteralmente “perturbato”. Difficile scrivere qualcosa di simile. E infatti poi ha concepito Middlesex che, mi dicono i più fidati amici, pare sia un capolavoro addirittura superiore al primo (lo so, lo so, devo ancora leggerlo, sono un cazzone!). Comunque sia, il genio di Eugenides risiede anche nella sua capacità metamorfica. Non sono libri comparabili. È un’opera che muta, di romanzo in romanzo.
Proprio per questa ragione, forse non è nemmeno un caso se passano così tanti anni fra un suo romanzo e quello successivo.
Ho letto La trama del matrimonio in un fiato. Non me lo sarei mai aspettato, considerata la mole del libro (oltre 400 pagine). Ho leggiucchiato in giro anche delle critiche piuttosto marcate al romanzo, proprio dal punto di vista della “lentezza” argomentativa. Bah, può essere che sia così. Ero partito anch'io molto scettico. E poi ho capito perché. In effetti il romanzo restringe molto il suo campo di potenziali lettori. Si rivolge a una società ristretta di persone colte che possono aver condiviso storie simili. E’ una resa dei conti con il passato, insomma, che pochi iniziati possono comprendere. La messa in scena dei seminari di letteratura è deliziosa ed esilarante insieme: un ritratto feroce dello strutturalismo e della critica letteraria francese (Barthes, Derrida) che invasero i campus statunitensi portandosi dietro i danni che ben conosciamo. E poi inizia una sequenza abituale e avvolgente insieme (almeno per il sottoscritto): l’amore ai tempi delle camere di collegio; la spinta al viaggio che ti porta lontano da tutto e da tutti; le coincidenze sfortunate, che ti inducono al silenzio proprio nel momento in cui dovresti parlare (le occasioni che rimpiangerai per anni, per cui ancora adesso ti mordi le mani); la presa di coscienza che tra l’epoca dello studio e la vita adulta c’è un salto mortale che nessuno ti ha insegnato a fare.

Cofino e il Portogallo

mercoledì, giugno 27, 2012

Siccome ciò il cellulino nuovo che fa le foto e siccome sono stato in Portogallo, ho fatto le foto con il cellulino nuovo del Portogallo. Siccome poi ora va di moda metterle sul blog, le foto, e siccome io sono uno ligio alle mode, le metto sul blog, le foto.

tentativo di foto simbolista (Belem)





















la vera storia dell'avvistamento di un pavone (lisbona)







cose che era meglio non mangiare (festa di sant'antonio)







panino con sardigna (festa di sant'antonio)

tentativo di foto artistica (lisbona, chiesa senza tetto)
i tre pastorelli venerano il riflesso  di cofino sul vetro (fatima)

Cani e la Sicilia #1

martedì, giugno 19, 2012

E continuiamo questi racconti fotografici. Qui Càni alla scoperta dell'est siculo. Sarebbe bello che gli altri rigattieri rispondessero con altri racconti per immagini, dei posti in cui si trovano loro per adesso. Altrimenti continuiamo noi, così, in maniera autoreferenziale.





qui legenda vuole che ci si trovasse in quel di Siracusa, indi per cui potrete vedere: scale di vicolo abbandonato di Siracusa con specchio, mare di Ortigia, Uccelli di Aristofane, Piazza Duomo di Ortigia con musicista, Piazza Duomo di Ortigia senza musicista.

Bezzina e l'America #1

giovedì, giugno 14, 2012

Bezzina è omo di poche parole, epperò di panza, e infatti aveva promesso che mandava delle immagini e infatti ha mandato delle immagini. Questa è l'america secondo bezzina, potremmo dire. Siccome le ha mandate solo a me, ecco che le condivido con voi, con le eloquenti didascalie di Bezzina. Questa è dunque l'america per immagini di Bezzina. Siccome noi non crediamo mica che i racconti si facciano solo con le parole, ma anche con le immagini, questa è l'america raccontata per immagini da Bezzina. Forse risponderemo con la siracusa raccontata per immagini da Càni, ma non lo sappiamo ancora. (Se fossimo capaci le scombineremmo invece di fare una colonna di america di immagini di bezzina, ma siccome non ce la facciamo, sarà una colonna di immagini).







ecco alcune fotine.
in sequenza abbiamo: la second avenue dove vivevo a niuiò, edifici nuiorchesi, giovani nuiorchesi che fanno sport, la panchina di un parco di wascinton dove qualche giorno fa leggevo, dent place dove vivo a wascinton e la caserma dei pompieri di fronte casa con dei camion inquietantemente perfetti.
cià

NRL VIII e NRC XVIII - Cosmopolis

mercoledì, maggio 23, 2012

Questa è una nuova rubrica condivisa e in fieri. Sto leggendo Cosmopolis di Don DeLillo, in attesa del nuovo film di Cronenberg in concorso a Cannes e in uscita nelle sale dopodomani, di cui si parla come di un vero capolavoro. (Secondo me, se è vero, tutti quelli che dicono che A Dangerous Method è un capolavoro potranno finalmente liberarsi e dire che sì, in fondo era un film minore di Cronenberg). (Ipotizzo, eh). Insomma questo Cosmopolis, al punto in cui sono (circa metà), è come una lunga carrellata in automobile nella contemporaneità, una contemporaneità continuamente dichiarata come obsoleta, anche se mai guardata in faccia. Ci si sente precisamente come su un tapis roulant, con questo protagonista che guarda il mondo stando fermo e attraverso la mediazione dei suoi schermi, come in 4:44 Last Day on Earth di Abel Ferrara. Una sorta di lungo monologo interiore che potrebbe quasi essere tutto un lungo carrello (laterale, se non fosse chiaro che invece dev'essere frontale), e davvero sono curioso di capire come Cronenberg trasformerà questa storia. Vediamo. Probabilmente aggiorno questo post, tanto va così di moda. Ciao ciao.

Notizie da una campagna elettorale seguita distrattamente (ma che potrebbe cambiare le sorti di Palermo)

venerdì, maggio 18, 2012

Domenica a Palermo ci sarà il ballottaggio: un ballottaggio inaspettato, tutto interno al centrosinistra, con Leoluca Orlando (47% al primo turno) che sfiderà Fabrizio Ferrandelli (17% al primo turno) per la poltrona di Palazzo delle Aquile. Un ballottaggio tutto a sinistra e tuttavia ben poco da festeggiare, chiunque vinca, a causa delle dinamiche che hanno caratterizzato questa campagna elettorale, ben poco politica e molto personalistica. Ciò detto, dopo 10 anni di disastro della giunta Cammarata questi signori dovranno affrontare un compito molto duro e molto importante: risanare un bilancio in condizioni disastrose e ridare dignità a una città che non sa più riconoscersi.
Ma io volevo parlare di altro.
Volevo fare due considerazioni sui manifesti di questa campagna elettorale. Mi è sembrato che ce ne fossero molti meno, e che ci fosse in genere molto meno abusivismo, almeno nel centro storico di Palermo. Niente del genere, per dire. Non so come mai, ma così mi pare. Un mese prima delle elezioni è scattata la regola che negli spazi commerciali non potessero esserci manifesti elettorali, né facce sui manifesti, e quindi tutta la cosa (anche perché fino a poco tempo fa manco si sapeva che Orlando si candidasse, per dire, né le liste erano così avanzate, evidentemente) è stata molto contenuta. All'inizio è comparso qualche manifesto con faccione di gente che manco scriveva il partito ("io intanto mi candido, e poi si vede"). Poi quasi basta, forse perché comunque i partiti di centrodestra non avevano alcun interesse a vincere queste amministrative ("ora la patata bollente ve la prendete voi").

Ma la cosa più interessante sono i manifesti di questi ultimi 15 giorni, quelli del ballottaggio. A Palermo sono comparsi dei manifesti bianchi, senza simboli o nomi, in cui c'è scritto solamente: "I palermitani che non stanno a guardare. Dal 21 maggio". Evidente a tutti che si tratti di manifesti di Orlando, ma di un'evidenza tutta in sottrazione, e che dà l'idea dello strapotere di questo personaggio a Palermo. Non ho neanche bisogno di mettere il mio nome: lo sapete già. E non mettendo il nome, ma invadendo la città - e dunque anche gli spazi commerciali, che in questo modo posso utilizzare -, sono ovunque. E lo sai che devi votare me, perché io voglio il bene di Palermo, e so fare il sindaco, e tu ti devi fidare dell'auctoritas. Diabolicamente efficace, quasi da far paura.

Dall'altra il povero Ferrandelli, che naturalmente deve invece farsi conoscere ai più, e propone allora il suo faccione in tutti gli spazi utilizzabili, con scritto: "la forza del cambiamento". Ma sembra di vedere una Cinquecento che rincorre una Ferrari.

Niente, questo. Se trovo delle foto dei manifesti poi le metto, ché mi sembrano veramente eloquenti.

AGGIORNAMENTO: abbiamo preso un granchio: era effettivamente una pubblicità, di Live Sicilia. Saremo stati gli unici a fare quest'errore, o la testata avrà fatto un favore involontario a quello che verosimilmente sarà il futuro sindaco di Palermo? Il manifesto di cui parlavamo è questo.

Happy si laurea

mercoledì, maggio 09, 2012

Signore e signori, come chiamare questa se non RESISTENZA? Un signore di nome Happy, proveniente dalla provincia piemontese, vincitore di un concorso alla Scuola Normale Superiore nel 2001 ha (nell'ordine): mandato a puttane una carriera calcistica di sicuro successo; deciso di fare il bacchettone; preparato esami di Orlando senza sottolineare i libri (ancora non me ne capacito); mandato a puttane una carriera accademica di sicuro successo; ca'ato un figliolo; conquistato Milano; mandato a puttane la mondadori per sbancare nel mondo della finanza quella cattiva; continuato a studiare; sostenuto la campagna elettorale di un oscuro candidato sindaco dell'hinterland milanese (che adesso ci dirà se ha vinto o meno); e adesso s'è pure laureato, con tanto di lode e menzione (e qui NW ci farà un resoconto adeguato), mandando a puttane tutti quelli che pensavano che avesse mandato a puttane tutto questo. Io vorrei un tributo pubblico per questo EROE dei nostri tempi, altro che Vita Agra! 

VIVA HAPPY!

Douce Hollande...

domenica, maggio 06, 2012

La France forte, ça marche pas..

Doucement, doucement,
changer d'avis,
changer le pays
ou de pays?

Surtout, ne contredites jamais
Charles Trenet!                                                                                               charlie



[Ma quindi da domani Carla Bruni torna di sinistra?]

the ghost writer

domenica, aprile 01, 2012

L'amica X mi combina un appuntamento con l'imprenditore Y, alla ricerca di nuove emozioni. Y vuole scrivere le sue memorie. Cerca un ghost writer. Si rivolge a X che gli dice di parlare con me. Io sono Z. Già mi vedo: barricato in un'isola misteriosa, ad ascoltare i segreti più reconditi di 70 anni di alta finanza, tra banchi di nebbia e navi gigantesche, nel tentativo di scoprire come mai i colleghi che mi hanno preceduto (W, J, K) siano morti in circostanze misteriose. Ma l'amica X non è Polanski, e l'isola è un po' più grande di Martha's Vineyard. (I più bacchettoni staranno lì a puntualizzare che io non sono Ewan McGregor: tutta invidia).
Arrivo. Mi fanno aspettare. In piedi. Per tre quarti d'ora. Dilettanti: io sono Z, lo so benissimo che è una prova. Mica ci casco. Aspetto. In piedi. Per tre quarti d'ora. Dopo mi siedo, che mi sono anche un po' rotto il cazzo. Neanche il tempo di rilassarmi e arriva Y, si presenta, sorride. Nessuno dei suoi sottoposti sa perché sono lì. I vietnamiti che sostengono sulle loro spalle i 70 anni di alta finanza mi scrutano con aria sospetta. Faccio finta di niente e seguo Y. Entriamo nella stanza ovale. Siamo in un bunker, sottoterra, nessuno ci può disturbare. Un tavolo, anch'esso ovale. Y da un lato, io dall'altro. Mi guarda. Lo guardo. Mi fissa. Lo fisso. Silenzio. (cut).
Y mi fa alcune domande di circostanza. "Forse non sa con chi ha a che fare", penso. (Io quando penso penso sempre tra virgolette; a volte anche quando parlo). Rispondo circostanziatamente. Lui prende un taccuino, e comincia a prendere appunti mentre parlo. Anche dopo che finisco di rispondere, lui continua a prendere appunti. E tace. Per dei minuti. Scrivendo, e sottolineando. Fa anche le smorfiette. Mi vuole mettere alla prova, di nuovo. Ora, io sarò anche un professionista, ma quando un uomo professionista incontra un uomo con taccuino, l'uomo professionista è un uomo morto, si sa. E lui mi sta mettendo sotto, diciamocela tutta. Devo fare qualcosa. Mentre rispondo riesco a pensare solo a questo: devo fare qualcosa. Ma lui ha il taccuino dalla parte del manico, cazzo. Ripesco nella memoria, un appiglio che mi tiri fuori da questa situazione. Ci sono: L'OTTO. Alla prossima domanda me lo gioco. Si sente furbo, eh? Nella sua posizione di potere. Sente di avermi in pugno. Ma io ho l'otto, e lui non lo sa. All'ennesima domanda per saggiare la mia psicologia contrattacco. "Veda", lo incalzo, "per lei è facile stare lì, fissarmi, fare tutte queste domande. Ma io so benissimo cosa sta facendo". Alza il sopracciglio. "L'ho fatto anch'io, sa? Lo conosco anch'io, l'otto". Rimane interdetto. "Lei adesso mi vuole costringere all'angolo, con questi strani quesiti, i silenzi, gli appunti. Ma io so dove vuole andare. Mi ha preso per uno da due cerchietti?". Finge di non capire. "Lei vuole portarmi ad ammettere di essere uno da due cerchietti, uno sopra l'altro. Ma io sono Z. Sono un uomo dal tratto unico, che si crede". Leggo il panico nei suoi occhi. La spavalderia di poco fa è improvvisamente scomparsa. Ora sono io che comando. "L'otto è un movimento sinuoso e soprattutto UNICO di una penna che mai si stacca dal foglio. E adesso la smetta, e stia un po' a sentire". Per poco non cade dalla sedia. Lo sobisso di domande, per fargli capire chi sono. Pubblico! Editore! Tiratura! Mole! Taglio! Tempi! Obiettivi!
No, soldi no. Figuriamoci. Ghost writer sì, ma gentiluomo. Per i soldi si vedrà: intanto l'ho rimesso al suo posto, Y. Gliel'ho fatta vedere. Vado via con l'aria di chi la sa lunga. Un unico dubbio irrisolto: quello sghignazzo dietro il rumore della porta che si chiudeva.

posso dire la mia

mercoledì, marzo 21, 2012




«La parola - e questa è ovviamente solo una mia opinione - non deve rispondere solo all'ossessione di comunicare (la comunicazione sta diventando il feticcio della nostra epoca). La parola dovrebbe servire ad aggiungere qualcosa, a migliorare il già detto. Alla comunicazione bastano gli slogan. Alla cultura serve il ragionamento. Non per caso la conclusione del mio corsivo era questa: "se usassi Twitter, direi che Twitter mi fa schifo. Fortunatamente non twitto". Traduzione per i parecchi che non hanno capito, e difatti hanno scritto "a Serra fa schifo Twitter": ci sono cose, per esempio il mio giudizio su Twitter, che non possono essere dette su Twitter. Perché ci sono cose che sono complesse e addirittura complicate, e dunque irriducibili alle pochissime parole che Twitter concede».

Michele Serra, sabato 17 marzo 2012




 
«Che la comunicazione breve e precipitosa contenga un maggiore rischio di superficialità, come scrive Serra, è indubbio. L’errore che ha fatto lui è di trasformare questo rischio in una certezza, e legarlo peculiarmente a Twitter. Come è indubbio, in generale, che la comprensione della realtà e del mondo richieda che si sia disponibili alla complessità, ad analisi articolate, a conclusioni contraddittorie, a poche certezze, e a rapporti di causa ed effetto sempre diversi. Ovvero a niente che sia considerato efficace dai mezzi di comunicazione odierni né peraltro atraente dalla maggior parte dei loro utenti».

Luca Sofri, domenica 18 marzo 2012





«posso dire la mia. Internet mi ha rotto il cazzo».

Greg, lunedì 19 marzo 2012


NRL VII - Io non ricordo

mercoledì, marzo 14, 2012



Epitaffio per la narrativa “ggiovane” americana


Pompato, recensito, osannato e chi più ne ha più ne metta, Stefan Merril Block sembra il nuovo figliol prodigo della narrativa americana. E io, come un pollo, ci sono cascato. Leggendo il romanzo di Block, mi sono invece imbattuto in un ottimo caso di marketing dell’industria editoriale americana. È curioso, perché ultimamente gli americani, quelli “ggiovani”, che piacciono un sacco, si sono organizzati per bene. Invece di farsi concorrenza fra loro, si spartiscono le tematiche: tu prendi gli omosessuali, io la famiglia, lui il sesso… e Block? L’Alzheimer, o le malattie neurodegenerative in senso più ampio.
Intendiamoci, il romanzo “Io non ricordo” si legge agevolmente, è piacevole, ti commuove quando deve commuoverti, è un tantino noiosetto per farti capire che sei davanti a un intellettuale, mica a un produttore seriale di thriller: insomma c’è tutto. Il problema, però, è proprio questo: ogni pagina, ogni trovata, sembra già “telefonata”; cade a puntino, insomma (troppo). Chissà, magari è uno dei tanti “ggiovani” usciti da una scuola di scrittura creativa (e vallo a trovare, adesso, uno che sappia scrivere in maniera sporca, sghemba, non levigata… li fanno fuori al test di ammissione...).
Ma il vero tarlo che mi sono portato dietro per tutta la lettura del libro è un altro.
È un dettaglio della trama. Una di quelle cose che ti saltano agli occhi e che, se te ne accorgi, ti turbano poi fino alla fine (sennò amen, leggi fino in fondo tranquillo come un pupo).
Si tratta di questo. Al protagonista capita un dramma: sua madre si scopre malata di Alzheimer a esordio precoce. Una malattia terribile e rapidissima. Lei non riesce più a esprimersi, ovvio. Il nostro eroe vorrebbe trovare l’origine familiare della malattia, ricostruire la storia genetica. Ma, poverino, non fa l’unica cosa sensata, che verrebbe in mente a ognuno di noi: chiedere lumi al padre (il quale, manco a dirlo, sta muto a massacrarsi di gin e documentari alla tv). No, il nostro affezionatissimo decide di fare tutto da solo.
Evitando, per esempio, di farsi una semplice domanda: “com’è che si chiama mia madre, di cognome”?
Maffigurati. Lo scimunito si procura – illegalmente – l’elenco di tutti i malati del Texas (che è una strada più breve, ammetterete) e li va a trovare uno alla volta (tipo Safran Foer, ricordate?).
E tu sei lì, in metropolitana, che parli da solo con il libro: “Il cognome… devi cercare il cognome…”. Poi il tizio, non contento, espone i suoi drammi alla più figa della classe: e tu dici “ma non farle ‘ste paranoie, cacciale la lingua in bocca e chiedi a tuo padre il cogn…”.
Poi, lo sciammannato, si riconcilia con il padre alcoolizzato, a p. 270. E tu, a questo punto, non ce la fai più. Il cretino si mette a sproloquiare del destino ineluttabile, dell’atroce mistero che aleggia nella loro casa…“Ma chiedigli il cognome, testa di cazzo!! Il cognome-da-nubile-di-tua-madre!!!”.

Haggard!! Si chiamava Haggard!!…Ma era così difficile, santiddio?!

primarie di palermo

lunedì, marzo 05, 2012


Quando andavo al liceo facevo politica, e dunque conosco molti di quelli che oggi sono giovani dirigenti di partito, a livello locale e non, di destra e di sinistra. Ogni tanto a qualche manifestazione spuntavano quattro gatti con delle bandiere strane e un atteggiamento - si è detto - da testimoni di geova. Ce n'erano di due tipi: quelli che brandivano bandiere con un pugno gattato, che si facevano chiamare Socialismo rivoluzionario (e se gli davi il numero di telefono eri spacciato, ché non te li toglievi più dalle palle); e poi degli altri con delle bandiere arancioni (futuro colore di residui comunisti vestiti da uomini di governo), ed erano quelli del Partito umanista. Non si capiva che cazzo fosse 'sto partito umanista, ma avevano un sacco di bandiere. Ferrandelli, per dire, era del partito umanista. 

Poi nel 2006 c'era il treno speciale RitaExpress, che portò a votare in Sicilia giovani da tutta Italia per sostenere RRRita alle regionali. Fu la migliore affermazione del centro-sinistra da anni, ma non si vinse neanche allora, a causa di un appoggio troppo tiepido da pezzi consistenti del pd siciliano (Cracolici, tra questi). Cracolici, fautore dell'appoggio a Raffaele Lombardo alla Regione, oggi sostiene Ferrandelli. Ma Ferrandelli lo conobbi allora anche per un'altra ragione: c'era un patto tacito su quel treno, ed era di non mettere in giro volantini di singoli candidati, ché bisognava tendere all'unione e non alla divisione visto che ognuno aveva i suoi candidati preferiti. Oh: 'sti volantini di Ferrandelli spuntavano sempre, non si capisce come, e dice che era uno di noi. Ferrandelli è sempre uno di voi.

Tanto è uno di voi che quando hanno sgomberato nel 2010 il Laboratorio Zeta di Palermo, uno dei centri sociali più intelligenti e interessanti del panorama nazionale, Ferrandelli ad esempio era lì sul tetto a sostenere le ragioni dell'occupazione. Il che è un ottimo segno, non c'è che dire. C'è tuttavia questo problema che un candidato a sindaco non è solo un nome o una persona, ma una coalizione e la gente con cui decide di stare. E il passo falso di Ferrandelli in questo percorso che ha portato alle primarie (e che gli ha consentito di vincere, evidentemente) è stato quello - mefistofelico - di scegliersi compagni di strada che un po' fanno arrizzare le carni. Per dirne una, diciamo.

Ciò detto: sarà il candidato del centrosinistra. E' giovane, piacione, un po' pazzo. Ha fatto delle battaglie giuste in consiglio comunale, ha dei metodi di fare politica (dalla retorica alla prassi) piuttosto discutibili. Sarà abbastanza forte da non farsi irregimentare dalla gentaglia che gli sta dietro?  Sarà abbastanza rappresentativo di una coalizione di sinistra che vuole un cambiamento dopo dieci anni di disastro di Cammarata? Non sapete quanto ce lo auguriamo, non sapete quanto temiamo che la cosa sia irrealizzabile. 

Gli ottimisti della volontà facciano pure un passo avanti.

Dialogo impossibile tra un certo giovane assessore e l’eminente suo genitore

martedì, febbraio 14, 2012


Dialogo impossibile tra un certo giovane assessore e l’eminente suo genitore

ATTENZIONE: dialogo frutto di immaginazione. Ogni riferimento a persone e fatti è puramente casuale.


- Che figlio scemo che c’ho. Ma come t’è venuto in mente di dire ste fregnacce

- A papà, disse il figlio dimenticando per un momento l’eleganza del suo naturale accento inglese, ho detto solo la verità. E andiamo, questi so dei poveracci per davvero ce lo sai pure tu...

- Be’ su questo c’hai ragione, se te sei laureato te, se ponno laureà tutti...

- A papà, io me so' laureato, sono il più giovane emerito della nazione e pure del monno, ce l’avrò diritto a di ste cose. Disse il giovane con la voce più nasale del solito, quella naturale, di quando l'agitazione prendeva il posto dei fronzoli e delle formalità.

- Si, si mo’ comincia a fare ‘r genietto. Allora non lo voi capì, te l’ho spiegato mille volte, te devi da sta zitto. Basta de scrive ste cose sur blogge de politica, che poi ti criticano e dobbiamo inventarci mille altre cazzate e me fai perde tempo a replica pure a me. Hai voluto fa’ er maestro, e vabbè. Hai voluto fa’ le consulenze, e vabbè. Hai voluto fa’ l’assessore, e vabbè. Voi scrive articoli sui giornali e sur blogge, e vabbè. Ma almeno non di’ fregnacce che la gente se ne accorge. Voi giovani c’avete un problema, non sapete tenervi il potere. L’onnipotenza non va mai manifestata, a meno che tu non sia un re. O te senti er re?

- ma che, in italia c’è il re? dici che posso diventà re?

- Ahò, proprio non mi segui eh.

- No, no papà, te seguo, te seguo. Me lo hai detto tante volte: “te devi da nasconde con il potere, devi fa mille cose e non te ne devi fare accorgere”. 

- Che figlio degenerato. Ma come? t’ho speso i miliardi pe’ le scuole private, me so compromesso pe’ farti fa’ er concorso da maestro e stamo ancora a sti livelli. Lo sai chi so li poveracci veri? Quelli come a te, che a st’ora dovevi essere non meno di Napoleone, altro che assessore de li mortacci tua

La confusione s’impadronì della testa del giovane rampollo, abbandonandolo a una solitudine e a uno stordimento che mai s’erano manifestati nel salotto di quella casa. Non solo nella storia della famiglia, ma in tutti i 500 anni d’esistenza di quel nobile palazzo al centro della Roma rinascimentale. Il padre lasciò la stanza che stava letteralmente inghiottendo il ragazzo, inglobandolo come una figura senz’anima tra gli affreschi del soffitto.  

- ma come? me so laureato, me so dottorato, ho vinto i concorsi, so brillante dinamico e spigliato, poliedrico e colto. Ah papà dovresti esse felice! gridò il ragazzo, ma la sua voce fu inghiottita dalla tappezzeria di velluto e lo sguardo feroce dei cacciatori nell’affresco sul lato della porta si fece quasi compassionevole. La madre del rampollo entrò nel salotto. Il suo vestito di seta, la sua collana di perle, non esisteva al mondo persona più elegante. 

- Ah ma’. Papà me sta a gridà, dice che dico fregnacce, che me devo attaccà al potere senza che me faccio vede. 

- Ti ho sempre ripetuto che con me devi parlare solo inglese. Smettila di frignare e vattene a casa tua, che ora arrivano le mie amiche. 

Il giovane sconsolato si diresse verso l’uscita. Aprì la porta dell'appartamento stando attento a non sbatterla. Scese le scale di granito fino all’atrio. Si fermo un momento ad osservare la fontana del 600 in cui tante volte da bambino avrebbe voluto tuffarsi. Aprì il portone pesante del palazzo e con pochi passi, senza quasi accorgersene, si ritrovò a Campo de Fiori. Il giovane rampollo lambì la statua al centro della piazza e allo stesso tempo un pensiero: prima o poi me ce metteranno a me a posto de sto sfigato qua. 


Liquidazione coatta

mercoledì, febbraio 08, 2012



il manifesto ha accettato la procedura del Ministero dello Sviluppo Economico che attiva la liquidazione coatta. Significa che bisognerà iniziare a vendere qualche pezzo della coperativa per evitare il fallimento. Si tratta quindi di una procedura preventiva, che dovrebbe tutelare i soci della cooperativa dal rischio di finire col culo per terra.
Nonostante l'espressione (liquidazione coatta) non è ancora "chiusura", ma poco ci manca.
Adesso partirà l'ennesima iniziativa di sostegno (numero a 50 euri?).

Perdere il manifesto sarebbe un evento enorme  per la nostra cultura. E lo dice uno che non condivide mezza parola della linea politica (e di quella economica), ma si è abbeverato a lungo dalle pagine di Alias (e dalla sua folle, psichedelica impaginazione).

Detto ciò, mi sembra venuto il momento di fare una riflessione su questa avventura editoriale, che negli ultimi anni ha saputo trascinarsi soltanto da una crisi all'altra. Una riflessione che riguarda anche noi, in senso più ampio. Noi e il nostro rapporto con il fare e il fruire cultura.
Il baratro economico sembra essere diventato la norma per il collettivo. E invece non deve essere affatto così. Anche se in condizioni pessime, il mercato editoriale ha riservato non poche sorprese negli ultimi anni. Ma sono sopravvissuti, o ci hanno guadagnato, solo quelli che hanno saputo investire sulla propria creatività, sulla propria capacità di reinventarsi.
Per uscire dal reparto di rianimazione, il manifesto dovrebbe innanzi tutto uscire dalla camera ristretta in cui si è orgogliosamente rinchiuso. E cioè:

1) L'equivoco peloso del non-profit. Il collettivo ama definire il quotidiano un'opera intellettuale non-profit. E' sbagliato. Se esci in edicola con un prezzo di copertina non sei non-profit. Stai in edicola, e quindi sul mercato, con tutti gli altri. E devi prendere adeguate contromisure.

(è questa la contraddizione a cui dobbiamo stare attenti. La cultura comprende un patrimonio storico-archeologico-bilbliotecario-museale: e va benissimo che sia adeguatamente conservata e fruibile dalla totalità ideale della popolazione. Ma c'è chi la cultura la fa, la produce: e qui bisogna dire che il lavoro intellettuale deve essere adeguatamente retribuito; quindi, deve corrispondere a un modello economicamente sostenibile. Infine, dichiararsi non-profit, andare in edicola con un prezzo di copertina e farsi pagare a fine anno dallo Stato, cioè da noi, non è molto corretto.)

2) Il senso dell'opportunità. Non puoi mandare 5 inviati alla mostra del cinema di Venezia, come fa il Corriere. Perchè non sei il Corriere e perché con quei costi di una settimana ci faresti magari un mese di stipendi (a occhio e croce).

3) Il salto evolutivo. Se la carta stampata è diventata insostenibile per i tuoi bilanci, devi evolverti. Come? Innnanzitutto sul web: come hanno fatto Il Post, Linkiesta, Lettera43. Una redazione più leggera, ma viva. Se muore il mezzo, non devi morire anche tu, non sta scritto da nessuna parte.

4) Un settimanale. Visto che la carta è ancora la parte nobile dell'editoria, perché non restare in edicola come settimanale? Si tagliano drasticamente i costi e puoi dedicarti all'approfondimento e all'analisi che ti contraddistinguono.

Ora, dico io, ma perché quei vecchi comunistoni non capiscono 'na mazza di editoria? Perché non ci assumono per il rilancio?

(nell'immagine, la copertina più incredibile della loro fantastica storia)

Sputacchi

mercoledì, gennaio 25, 2012



Esiste un progetto segreto e dimenticato negli archivi dei Rigattieri. Giace là, sotto le pile di piani di espansione nei paesi dell’Est, offerte pubbliche d’acquisto per società quotate in borsa, strategie di guerrilla marketing contro l’intero ecosistema culturale.
È il progetto, mai del tutto tramontato, di mettere i Rigattieri davanti a un microfono. Un programma alla radio. Su chi? Su di noi, ovvio, perduta gente delle humanities, rinnegati e disoccupati delle belles lettres.
Avevamo pensato, all’epoca, di proporlo a Radio3, l’unica emittente nazionale che sostanzialmente ragiona ancora in perdita: e infatti legge ancora i classici e manda in onda Kurt Weill.
E poi lo stile, soprattutto, ci piaceva un sacco: quel tono mellifluo, da conversare amichevole e riparato dal casino insopportabile del mondo… Insomma, era l’ideale.
Sul programma c’è poco da dire: era una sceneggiatura semplice, ma poteva funzionare. Un giorno, quando il Capo toglierà il segreto di Stato all’archivio rigattierico, potremmo anche pubblicarlo (sempre che freghi a qualcuno…).
Nonostante i casi della vita e gli anni, comunque, io mi sono tenuto ligio al compito di monitorare Radio3, con l’idea fissa di capire a che giorno e a che ora saremmo potuti andare in onda con il nostro mitico programma.
Ebbene, alla fine il programma è ancora sulla carta, mentre io sono diventato un esperto di comparatistica della terza rete.
Se potessi trarre una morale da questa storia, direi questo: a Radio 3 non c’è n’è uno che parli normale.
Ora, non dico la mitica dizione Rai degli anni ’50-’60, quella realizzata collazionando i Promessi Sposi, il Battaglia e la Crusca. No, mi basterebbe una dizione pulita, comprensibile.
C’è chi mastica fagioli. Chi spara le esse triple o quadruple, sibilando come Sir Hiss di Robin Hood. Il meridionale che accentua la cadenza meridionale, il romano quella romana (veneti, piemontesi, lombardi non risultano). Ma perché?
Perché fa fico, quando parli di cultura. Ognuno, per distinguersi, c’ha il suo difetto.
Per dire, una mattina quello di “Radio 3 Mondo” scatarrava tranquillamente al microfono: tanto erano le 7 del mattino e sintonizzati c’eravamo solo io e lui. No ma prego, continui pure…
Quelli che odio violentemente però sono i ganzi del pomeriggio, tipo quelli di "Fahreneit": anche se non hanno l’erre moscia o arrotata, se la inventano.
Sennò non li mandano in onda, pare.
Infine, e non scherzo, ci sono quelli che sputacchiano. Sputacchiano. Maddavero. Io gli darei tanti di quei sganassoni.

Storia di una laurea – cap. II (… telefona il Pezzo da Novanta)

venerdì, gennaio 20, 2012



Milano, pomeriggio di sole, fine ottobre. La disperazione porta a inventarsi strade alternative.
E quindi, euforico e disperato per la disavventura del piano di studi, concordo un incontro carbonaro con la mia prof., donna di passioni e intelligenza da vendere. Le racconto la disavventura, che lei opportunamente sintetizza così: “Ma quelli della segreteria non capiscono un cxxxo (testuale, ndA)! Mandi una mail a XX (il Pezzo da Novanta, d’ora in poi PN, ndA) e mi metta in copia. Ci pensiamo noi”.
E qui scatta interiormente la sensazione di chi viene miracolato quando è toccato dal contro-potere: le tue preoccupazioni si sciolgono, la tua vita trasla, magicamente, nelle mani delle persone giuste.
Ovvero, per riassumere, tu sei in regola, un uomo probo, ma finisci ingiustamente nella rete di Grigi Burocrati senza scrupoli. Per tirarti fuori dall’abisso, però, non ti servono i documenti, le carte, le domande regolari… No, serve che “ci pensino loro”. Se la burocrazia è un tiranno cieco, serve un’autorità più grande per evitare di restare stritolato dal meccanismo.
Dunque, entrato nel loop del contro-potere accademico (ma sarà poi ‘contro’ davvero? Forse è soltanto l'unico…), preparo una lettera strappalacrime per il PN (tengo famiglia, sono un ragazzo padre, devo ancora piazzare tutti i Rigattieri, etc.).
Allego tutti i documenti e invio.
Nel pomeriggio, magicamente, il PN chiama sul mio cellulare (ma vi rendete conto??!!).
“Senta, mr. Happy, ho letto la sua mail. Ma, mi scusi, dalla segreteria non si sono accorti che ci sono state modifiche al piano di studi?”.
Ecco, adesso le lacrime bussano copiose alle mie palpebre: “Professore, eccoci, proprio qua la volevo: sono quindici giorni che cerco di spiegarglielo”.
PN risponde, gagliardo: “Ho capito, va bene. Senta, mi mandi tutta la documentazione (già fatto, ma pazienza, ndA) e porterò in consiglio il suo caso”.
Mi spreco in salamelecchi, manco avessero nominato Marcello Cofino direttore editoriale di Adelphi dando un calcio in culo a Calasso, su mia raccomandazione. Dove siamo arrivati…
Ed effettivamente, il contro-potere lavora bene. È efficiente e da’ risposte in tempi brevi…
Il PN mi richiama, a consiglio appena concluso, le carte sono ancora calde. Il tono è di chi sta trattando con il sindacato. Si sente che siamo alla stretta finale. C’è la fregatura dietro l’angolo, lo so: “Senta, mr. Happy, abbiamo fatto passare quasi tutto (esticazzi, quelli esami io gli ho fatti!, ndA). Solo ci resterebbe fuori un esame… da 5 crediti, di storia dell’arte. Per Lei sarebbe un problema?”.
Mannò, figuriamoci, professore, anzi guardi sto finendo il pacco con le uova, la carne e il caffè buono, quello di Milano, da spedire alla sua Signora...
Fu così che, pur dalla parte della ragione, finii per accogliere con infinito sollievo  l’ultimo, infame, cetriolo della mia ignobile carriera universitaria.
E gli risposi di sì, grato.

Storia di una laurea - Cap. I (Ovvero, di come il vostro aff.mo sia tornato rocambolescamente nelle aule universitarie )

giovedì, gennaio 12, 2012


Ottobre scorso. Il vostro aff.mo decide all’improvviso di dare una svolta alla propria vita. Perché? Sono cose rischiosissime, da non farsi mai così su due piedi. A svoltare, infatti, si rischia spesso un frontale.
Se la ricerca di un lavoro vero (pagato, con un contratto regolare) era un’operazione quasi conclusa, altrettanto si poteva dire per il conseguimento dell’infinito titolo specialistico. Avevo infatti quasi ultimato, si fa per dire, la tesi, quando un bel venerdì pomeriggio mi salta in testa di iscrivermi online all’esame di laurea. Così, dico, mi pongo un confine temporale e psicologico. Quando mai.
Rapido come il morso di un crotalo, arriva il colpo di scena che non ti aspetti (ovvero, il cetriolo nello stoppino, a freddo, cha fa malissimo). Il Grigio Burocrate della Segreteria replica infatti, con la più banale e sciatta nonchalance del mondo:

Lei ha raggiunto i 90 CFU ma, a differenza del piano di studio previsto per il suo corso di laurea/curriculum non ha completato il suo percorso di studio, quindi mi stupisce abbastanza la sua domanda di laurea”.

(Prima notazione: se ho 90 cfu, com’è possibile, razza di cretino, che non abbia ultimato il corso? Seconda notazione: ma di cosa cazzo ti stupisci? È un’iscrizione, una banalissima iscrizione. Perché non ratifichi la richiesta e passi a un’altra pratica? Perché i controlli funzionano solo con me?)

Insomma, il Grigio Burocrate stila un elenco di esami che il vostro aff.mo non avrebbe mai dato. Come se avessi frequentato il master in comunicazione di Mediaset, credendomi invece studente dell’ateneo pisano. Ma che simpatici, questi burocrati pisani.
Quindi, mi dice, il Grigio Burocrate, scriva alla segreteria didattica.
Bene, scriviamo.

E qui, cari signori, incappiamo nella rete implacabile del Grigio Burocrate II, che senza sforzare minimamente non dico uno, ma due neuroni, replica con queste parole:

effettivamente la sua carriera specialistica non va bene, le mancano 5 cfu di storia della lingua italiana II o di linguistica generale e 5 cfu di storia dell'arte medievale o moderna o di archeologia greca o romana. sarebbe anche opportuno che, almeno un esame di lett. italiana III se lo facesse annullare e riverbalizzare come lett. italiana mod. e contemp... saluti”.
(come vedete, nel passo precedente, esami e crediti fioccano come tangenti a una gara d’appalto, ma il colpo di genio si vede nel passaggio funambolico “annullare e riverbalizzare”. Questo è un fenomeno, mi dico, conosce pure gli artifizi della riverbalizzazione. La chiusa con “saluti”, poi, è una smaccata quanto raffinata provocazione mirante a far perdere la brocca al vostro aff.mo: prima ti distruggo due anni di attese e speranze, poi ti riverbalizzo le chiappe e infine ti saluto, sobriamente, garbatamente).

E una settimana volò via così, nello scribacchiare petizioni lacrimevoli a Grigi Burocrati che nulla sapevano e nulla intendevano, a leggere risposte su crediti da contabilizzare, sperando d’incappare in un barlume di umana intelligenza, in un’intuizione che andasse oltre la constatazione della normativa vigente (per esempio, vagliare la possibilità che fosse sfuggito un dettaglio decisivo: ovvero, sopravvenute modifiche al piano di studi tra il 2006 e il 2011… ma ci arriveremo, non temete).

L’umore del vostro aff.mo svariava tra lo sconforto e la risatina isterica (“non è vero, non sta succedendo a me, ci dev’essere un errore…”). Avevo quasi deciso di mollare l’impresa e dedicare il resto della mia vita a una lotta randagia e clandestina contro gli impiegati universitari di ogni ordine e grado… quando ad un certo punto… [continua la prossima puntata]

NRC XVIII – Tinker, Tailor, Soldier, Spy

mercoledì, gennaio 04, 2012


Bisognerebbe aprire una rubrica solo per "me, il Capo e le nostre incomprensioni cinematografiche". Esistono dei muri invalicabili, tra lui e il sottoscritto, che riguardano proprio le reazioni di gusto, immediate, di fronte a certi film. Comunque, il Capo ed io non vediamo più tanti film insieme (purtroppo) e in fondo quando si parla di cose viste in parallelo, ma a distanza geografica, non arriviamo mai allo scontro. Che volete, ormai ci sopportiamo.
È il caso del presente film, visto insieme a Venezia.
Al termine della proiezione, io ero entusiasta, non stavo più nella pelle, volevo persino telefonare a mia madre per raccontarglielo. Il Capo invece mi si avvicina e mi dice: “Adesso me lo spieghi, perché io non ci ho capito un cxxxo…”
Benissimo. Però, questa volta, vorrei davvero spezzare una lancia in favore del Capo. Il film del regista svedese Tomas Alfredson presenta un grado notevole di difficoltà. In primo luogo, vi deve piacere Le Carrè e, in particolare, il suo romanzo più bello e struggente (titolo tradotto in italiano con La talpa). In secondo luogo, vi deve piacere la materia: gli incomprensibili giochi di spie all’epoca della guerra fredda. E, terzo, dovete rassegnarvi e farvi guidare dall’andamento sinuoso della storia, tutta implicita, ellittica, senza riflettere troppo sulle assai numerose tessere del mosaico (che tutte, alla fine, si incastreranno alla perfezione: non c’è una scena di troppo).
E nonostante la mediazione non semplicissima dal romanzo allo schermo, il film non solo riesce a ricostruire filologicamente la complicatissima trama, ma persino a restituire a me, lettore, il piacere tratto a suo tempo dalla pagina scritta (e su come un film possa riprodurre e condensare il piacere di una narrazione scritta bisognerebbe scriverci un saggio… ma lasciamo stare). Le battute, gli interni decadenti e fumosi, addirittura il viso di Smiley/Gary Oldman, tutto corrisponde magnificamente alla pagina scritta. Eppure, e qui sta il bello, potete vedere il film tranquillamente come opera autonoma, così solida è la sua struttura; così unica è l’identità complessiva delle immagini. Il succo della storia, infine, non è per nulla arcano: siamo dinanzi alla resa dei conti, a lungo rimandata, sopita, per un inganno patito nel corso di una vita intera.