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NRC XXIV – Il giovane favoloso

venerdì, ottobre 31, 2014





Questa è una recensione che scrivo di getto senza stare a riflettere molto sulla successione logica degli argomenti. La scrivo di filato perché ho amato moltissimo questo film. È stato prima di tutto un atto di folle coraggio. Scrivere, girare, interpretare oggi un film su Giacomo Leopardi è un’azione che va oltre la spregiudicatezza. Perché il rischio è il ritratto da cartolina, oppure la riduzione alla fiction all’italiana. E poi perché immaginare di dare una forma compiuta alla vita e alle opere di Leopardi è, oggettivamente, una sfida quasi impossibile da superare. Martone invece è riuscito a fare un film bellissimo, pieno di un furore intellettuale che trova una sua felicissima soluzione nella fotografia meravigliosa, perfetta di Renato Berta (le finestre assolate di Recanati, la Napoli oscura del colera…la traduzione lieve della paesaggistica ottocentesca in pellicola...). Dentro questo film troviamo una miniera sterminata di temi, dalla minuziosa nota biografica per arrivare alle vorticanti, visionarie “rappresentazioni” dei Canti, delle Operette. Non solo, ma una cosa che sinceramente non mi aspettavo di veder rappresentata così nel dettaglio è la vicenda intellettuale e politica di Leopardi, stretto e incompreso nelle vicissitudini filosofiche e politiche dell’Italia pre-unitaria: inclassificabile sia per l’humus tradizionalista d’origine sia per gli entusiasmi “liberali”; una scheggia impazzita. Qui ritroviamo il meglio del Martone di Noi credevamo, la narrazione non-epica ma veritiera delle nostre origini (ed è incredibile rendersi conto di come oggi soltanto uno sappia mettere le mani così straordinariamente bene nelle viscere del nostro Paese, in una maniera non scontata, non calligrafica). 
Infine, ultima nota ma non si potrebbe evitare di sottolinearlo: Elio Germano è un attore sovrumano, inclassificabile, di una potenza espressiva che non ha eguali nel cinema di oggi (cioè, dobbiamo andare a scomodare mamasantissima ben più blasonati) e che si stacca in volo dai suoi pur eccellenti comprimari (perché anche questo bisogna dirlo: Binasco, Popolizio, Riondino e tutti gli altri son gente che dovremmo vedere quotidianamente sul grande schermo, non una volta ogni Martone, rimpiazzando quei cani senza via di riscatto che ammorbano le commedie e i drammoni fotocopia del nostro cinema).

Non so come spiegarvelo, ma a vedere la Ginestra sul grande schermo tra gli spazi siderei e i rivoli solidificati di lava, scusate, mi sono commosso.

NRC XXIII - American Hustle

domenica, gennaio 12, 2014


Poniamo che tu non abbia visto Ocean’s eleven, Ocean’s twelve eccetera eccetera. Poniamo che tu faccia parte di quella sfortunata parte della popolazione, che magari si crede anche a modo suo nel giusto (diciamo: di quelli del bene) avendolo fatto. Ecco allora che potrai cascare nel gioco di American Hustle, o insomma, trovartici a tuo agio. Perché diciamoci la verità: 135 minuti per quello che ci ha mostrato sono un po’ troppi. Non che tu regista sia un incapace, intendiamoci. Anzi: ci è anche piaciuto il modo in cui hai diretto gli attori, facilitato certo dal trovarti tra le mani alcuni attori davvero bravi (Christian Bale, per dirne uno). Però secondo me – spoiler alert – se meni il can per l’aia per un’ora e mezza per andare a parare sulla mega truffa che questi devono fare per tirarsi fuori dall’impiccio, beh allora non capisco più che cosa abbiamo fatto nell’ora e mezza precedente. Voglio dire: non è che ‘sta truffa sia così potente che tu m’hai fatto aspettà un’ora e mezza in modo che io poi dica: me cojoni! È ‘na truffa buona, per carità, ma no da un’ora e mezza d’attesa. Tanto più che c’avevi ‘sti personaggi carucci, che era più interessante se me approfondivi per dire il rapporto tra Christian e la su dama, o persino toh tra Christian e la su moglie, altro personaggio aggarbo. Devo dì che non lo so perché, forse ti sei fatto prendere troppo dallo spunto di realtà che soggiaceva alla storia? Ti sei dovuto piegà a raccontarci la storiella? Peccato, perché era meglio quando te ne stavi pe i cazzi tua, che mi parevi più interessante, me ‘ntrigavi di più. Poi lo sai che sono un grande fan di Bob De Niro: che me lo metti là per due minuti come a dì “ce sta o nun ce sta”? Me sembra che me stai a pijà per culo. E guarda che io me n’accorgo. No? Peccato, perché c’avevo tante aspettative, a reggì. (Vogliamo sparà un po’ a zero sul doppiaggio? Mamma mia. Meno male che ce stavano li regazzini che parlavano con la torcia tutto il tempo, sennò capace che me girava er cazzo ancor di più). E vabbè la colonna senora, ma senora quando?

NRC XXII - Il capitale umano

venerdì, gennaio 10, 2014





Per fortuna ogni tanto succede che persino nel cinema italiano (mainstream) accada qualcosa di diverso. 
“Il capitale umano” di Paolo Virzì credo sia essenzialmente questo: un’opera che, nel nostro cinema, si distacca da tutto quanto che sta girando finora. Nonostante, beninteso, i solidi ancoraggi alla narrazione, alla mescolanza (ma non perdizione) dei generi tradizionali, nonostante la mancanza di sperimentazione formale (ecco, se proprio dovessimo cedere allo sfiancante giochino dei “precedenti”, mi sembra che l’unico valido sia il sommo Pietro Germi). Anche tale aspetto è interessante: può un’opera d’arte, oggi, apparire differente sebbene, in superficie, non sovverta alcun meccanismo né inventi alcunché di nuovo?
Tralascio la sinossi, ampiamente riportata da articoli e trailer. E partirei dall’atmosfera: cupa, opprimente e inquietante anche nella morbida luce estiva o nel freddo cristallino. Al di sopra dei personaggi c’è un’ombra che non se ne va mai. Di contro, mi risulta ancora inspiegabile come Virzì sia riuscito a sposare questa visione oppressa della realtà con l’ironia sferzante, impietosa, con la quale manovra, perfidamente, ciascuno dei suoi personaggi. (ah, notazione imprescindibile: il film è diviso in capitoli, ciascuno con un suo protagonista).
Piantato al centro del film c’è un motore immobile. Il patrimonio. Un’entità incalcolabile, invisibile, da cui dipendono tutti (per attrazione o repulsione). Il patrimonio è rappresentato da Giovanni Berneschi, proprietario di un fondo di investimento, interpretato in maniera superba da Fabrizio Gifuni: è la rappresentazione più veritiera, mai caricaturale, e precisa di un uomo dell’alta finanza che il cinema ci abbia dato finora (bisognerebbe andare su sponda americana per trovarne uno del pari livello: ma lì la forma mentis e la persino la gestualità del mondo economico sono differenti).
L’aspetto geniale della struttura è che al grande speculatore, pur essendo il fulcro tematico e narrativo, non viene dedicato un capitolo: praticamente, non abbiamo accesso al suo mondo interiore. Questo perché Giovanni Berneschi si colloca in una dimensione "ulteriore" rispetto ai suoi compagni in scena: la sua intelligenza assoluta della realtà lo porta a prevedere e a capire tutto in anticipo. La sua solidità inscalfibile si fonda sul rispetto e sull'aderenza perfetta a due “codici” (“orlandianamente” parlando…), quello familiare e quello finanziario.
Per ambire al patrimonio, o per tentare di sfuggirgli, i restanti personaggi si producono in disegni fallimentari, frustranti. Con l’unico risultato di andarsi a infrangere proprio contro i due codici di cui sopra: l’uno, quello delle relazioni familiari, spezzandolo nei modi più disperanti e drammatici; l’altro, quello dell’agognata ascesa sociale… beh, dipende un po’ da come leggerete voi il film…
Infine, una breve considerazione, che non so quanto peso abbia nella voragine oscura che Virzì ha spalancato. Esiste, nel film, la possibilità di uscire da questa dinamica folle. Eppure questa felicità deve necessariamente vivere al di fuori dell’osservanza di questi codici. È una possibilità fragile, “deviata” dalla legge del padre e del patrimonio, ma è l’unica che sembra vera e che abbia una possibilità di sopravvivere.

l'allegro spettatore

domenica, novembre 17, 2013


Caro amico vicino di poltrona, di ritorno dalla proiezione che ci ha appena visti compagni di percorso non posso che continuare a rivolgere a te il mio pensiero. Più del film che abbiamo visto, infatti, mi ha colpito l’incredibile affinità che ho provato nei tuoi confronti: anche tu come me, restio ad ammettere di aver cambiato secolo, ti ostini a frequentare quei cimeli del passato che sono le sale cinematografiche, forse anche tu convinto che tutto sommato, come si vedono al cinema, i film non si vedono da nessuna parte. E resisti: resisti persino all’ottusa consuetudine che ci impone un doppiaggio che – ne sono certo – anche tu in fondo vorresti combattere, anche se l’idea ti spaventa, anche se ti piace sentirti cullato da questo italiano inesistente che previene qualunque imprevisto accompagnadoti come le nenie senza senso che ti cantava tua madre da piccolo. Nel tuo intimo, in fondo, anche tu vorresti gettarti nelle montagne russe della versione originale, anche se non riesci a confessarlo a tua moglie. Sì, quella stessa moglie a cui senti l’esigenza di confessare ogni tuo pensiero, ogni tuo barlume (tu, novello Serge Daney di provincia) sul film che stiamo vedendo, anche se è un thriller, anche se qualcun altro, oltre tua moglie, potrebbe ascoltarti. (In fondo la cosa che stai dicendo è così intelligente che, a parte che parli così piano che nessuno ti sente, figurati comunque se non apprezzerebbe). 

Ecco caro compagno, io conosco le tue buone intenzioni, e lo capisco che non è colpa tua se non riesci più a distinguere il salotto di casa da un luogo collettivo in cui, come adepti in cerca di un mistero da scoprire, continuiamo nonostante tutto a raccoglierci. Ma appunto con la più grande amicizia vorrei dirti – se per caso avrai modo di leggere queste mie – che quel luogo non è il tuo salotto, altrimenti tanto valeva che ci incontrassimo da te, no? Nella sala (così c’è scritto all’ingresso: pensa che bacchettoni!) devi mantenere un atteggiamento un po’ diverso; non per me, figurati, ma perché magari al signore dietro di me – che lo so che è un rompipalle, ma che ci vuoi fare: è fatto così – la tua disinvoltura sembra quasi dargli noia (sicuramente perché gli ricorda quant’è triste lui). 

Ti confido un segreto, compagno: poco fa, mentre legittimamente sfoderavi la tua torcia per controllare facebook, puntandogliela – com’è giusto – dritto negli occhi, mi è sembrato di udire uno sbuffo quasi di rivolta, come se tu non avessi diritto – in quell’ora e mezza che sembra poco, ma invece comunque è un sacco di tempo, figurati se non ti capisco – di controllare tre o quattro volte il tuo smartphone, che t’è costato pure un bel po’ di soldini e giustamente non è fatto per restare chiuso nella tua tasca. (Lo so che ogni tanto ci pensi, che per quell’ora e mezza potresti provare a staccarti dal mondo e concentrarti sul film, ma ricorda sempre che Steve Jobs ti guarda, e che tutti i momenti che sottrai alla sua creazione ti verranno fatti scontare in app sempre più appetitose e irresistibili, togliendo un’altra maglia a quel dolce cordone che ti lega come quello di tua mamma quando ti cantava nenie senza senso).

Devo dirti poi che il signore suddetto (l’ho visto durante l’intervallo), che tra l’altro era straniero e già era nervoso per i fatti suoi per questa interruzione che non s’aspettava (pensa che incivili, ‘sti stranieri! che vabbé che il cinema ci piace, ma senza bomboniera a metà che gusto c’è?), s’è immediatamente acclimatato ed è corso a comprare il suo pacco di patatine, per poter – giustamente – rispondere al coro degli altri sacchettini attorno a sé per tutto l’inizio del secondo tempo. Non ti chiedi mai, amico spettatore, come mai questi cinemi provinciali non abbiano ancora pensato a vendere durante l’intervallo (o all’ingresso) anche quelle trombette da stadio, o un fischietto, in modo che tutti possano immediatamente comunicare agli altri la loro approvazione – o, al contrario, il loro sdegno – nei confronti della scena appena vista? Io credo che renderebbe il tutto ancora più speciale, ancora più collettivo. 

Ed è per questa stessa ragione, amico vicino, che spero che ci rincontreremo uno dei prossimi giorni. E se in un momento particolarmente caldo del film comincerai a sentire degli schizzetti sulla nuca, o nell’orecchio, o sui pantaloni, sappi che non è l’ultima trovata dell’esercente fantasioso. Sarà il mio modo di comunicarti un’empatia comune, la mia maniera di manifestare la gioia e contemporaneamente di armarmi (insieme a te!) contro la modernità in maniera allegra, spensierata, gioiosa. Gli schizzi della mia pistola ad acqua ti uniranno, in un unico getto copioso, a tutti quelli che come te amano condividere le proprie emozioni all’interno di questo spazio fuori dal tempo che è la sala cinematografica. All’esercente fantasioso, invece, penserò in un secondo momento, ringraziandolo per le sue scelte commerciali con tutta l’attenzione che merita.

Ci vediamo presto! Io ti aspetto.

NRC XXI - ARIDATECE STEFANO ACCORSI

martedì, settembre 18, 2012


Dietro la pioggia di consensi a un film modesto come È stato il figlio si cela un problema reale che riguarda il cinema italiano contemporaneo e il suo futuro, nonché in una certa misura una tendenza molto cattolica e tutta italiana ad aspettare e glorificare sempre il Salvatore (Santa Rosalia, Berlusconi, Monti, e così via). Il Salvatore del cinema italiano è Toni Servillo. Attore straordinario fuori da ogni dubbio, ma la cui onnipresenza (atta a garantire un tocco di autorialità a qualunque film partecipi, e cioè più o meno tutti) crea un certo appiattimento e una grave crisi nel cinema italiano: la scomparsa degli altri attori. Non ci vuole molto a notare che non tutti gli attori sono adatti per tutti i film. Tanto straordinario è il Servillo scoperto da Sorrentino (soprattutto ne L'uomo in più, ma anche nelle altre prove) quanto modesto il suo contributo, grottesco oltre il grottesco, stereotipato nelle forme di un Tony Pisapia/Pagoda che stenta a uscire da sé, in un film come quello di  Daniele Ciprì, mentre ancora di grande levatura è il suo ruolo da deputato pidiellino in Bella addormentata di Bellocchio. Non ce l'abbiamo affatto con Servillo, insomma: ci chiediamo semplicemente come passi le sue giornate Stefano Accorsi, e quand'è che imparerà mai a recitare se lo teniamo per così tanto lontano dagli schermi.

NRC XX - The Dark Knight Rises

venerdì, settembre 14, 2012




Per comprendere la dinamica narrativa di questo film bisogna partire dal titolo. È singolare e dovrebbe destare attenzione. La traduzione italiana, come spesso accade, è superficiale e distratta (Il cavaliere oscuro: il ritorno). Nell’originale infatti sarebbe, letteralmente: “sorge”/ “si alza”.
Ma che significa?
Ultima puntata della trilogia di Nolan, TDKR abbatte le barriere del convenzionale “cinepanettone” americano e supera di gran lunga la pur inquietante, strisciante follia del secondo capitolo (quello del Joker di Heath Ledger: epico, fantastico, ma discontinuo a tratti).
Innanzitutto, il trattamento del tempo: tra un capitolo e l’altro passano infatti 8 anni. Il protagonista è un uomo caduto nell’ombra, svanito nel silenzio di un esilio che si è auto-comminato. Non solo, nel frattempo è intercorsa una decadenza fisica evidente (altro totem abbattuto: l’inviolabilità del corpo dell’eroe).
In preda a fantasmi e ossessioni inestinguibili, l’eroe viene a poco a poco abbandonato da tutti.
È qui che si colloca lo snodo fondamentale: l’arrivo di una forza malvagia – vera incarnazione della forma della paura – il terrificante Bane (interpretato da un Tom Hardy spettacolare: sentitelo in originale). A quel punto avviene la caduta del Cavaliere Oscuro: e qui Nolan inserisce correttamente la vera storyline del fumetto (la saga Knightfall, anni ‘90).
Ma, dopo inenarrabili sofferenze dentro il pozzo nero di Ras ‘al Gul, l’eroe affronterà il cammino a ritroso. Dalla caduta all’elevazione. E qui si situa, anche a livello di citazioni un po’ raffinate, la seconda storyline, ben più celebre: The Dark Knight Returns di Frank Miller.
Da quel punto in avanti, il movimento del ritorno, del “sollevarsi”, sarà del resto così imponente da sconvolgere l’intero universo narrativo.
Equilibrato, essenziale, il film scorre in maniera travolgente, senza rallentamenti, rivelando una struttura sorvegliata, quasi da thriller piuttosto che da kolossal hollywoodiano. Nolan realizza quindi un "palinsesto". Cancella un genere ormai classico e ci scrive sopra un racconto mitico.
Con quel fascino dell’immedesimazione che, prima, ci porta tutti quanti dentro il pozzo nero: per poi farci uscire fuori, alla luce.

NRC XIX - L'estate di Giacomo

venerdì, agosto 10, 2012

Giacomo è sordo (però un po' ci sente). Va a fare il bagno nel fiume e tira il fango alla sua amica Stefania. Stefania diventa cieca, e ci ridono, e sembra Non parlarmi non ti sento. Però non diventa cieca sul serio, scherzava. Lei allora gli tira il fango e glielo infila nelle mutande, ma tanto le mutande sono un costume, e quindi è facile togliere via il fango. Poi (anzi prima) ballano con il fiore in bocca, e tu vorresti che si baciassero, e invece non si baciano. Poi spunta un'altra, che è sorda pure lei, e tu pensi "ma è la stessa di prima oppure no"? E non riesci a darti una risposta. (Cioè il 99% degli spettatori sì, ma noi che ci siamo fermati a Quell'oscuro oggetto del desiderio non capendo mai che erano due attrici diverse no). (Ed erano proprio diverse diverse, una bionda e una bruna, figurati queste che tanto tanto s'assomigliano, anche se forse poi mica tanto). Ma il film è tutto rarefatto, pianosequenziale, poetico. E a parte tutto questo sproloquio, che è da contratto perché questa è una rubrica strana e bisogna parlare in modo strano, il film è veramente bello e questa NRC era solo una scusa per parlarne, perché il film è veramente bello e merita davvero che lo recuperiate. Di Alessandro Comodin, uno che ha la nostra età e che invece di cazzeggiare sta a fare i film così. Bravo.

NRL VIII e NRC XVIII - Cosmopolis

mercoledì, maggio 23, 2012

Questa è una nuova rubrica condivisa e in fieri. Sto leggendo Cosmopolis di Don DeLillo, in attesa del nuovo film di Cronenberg in concorso a Cannes e in uscita nelle sale dopodomani, di cui si parla come di un vero capolavoro. (Secondo me, se è vero, tutti quelli che dicono che A Dangerous Method è un capolavoro potranno finalmente liberarsi e dire che sì, in fondo era un film minore di Cronenberg). (Ipotizzo, eh). Insomma questo Cosmopolis, al punto in cui sono (circa metà), è come una lunga carrellata in automobile nella contemporaneità, una contemporaneità continuamente dichiarata come obsoleta, anche se mai guardata in faccia. Ci si sente precisamente come su un tapis roulant, con questo protagonista che guarda il mondo stando fermo e attraverso la mediazione dei suoi schermi, come in 4:44 Last Day on Earth di Abel Ferrara. Una sorta di lungo monologo interiore che potrebbe quasi essere tutto un lungo carrello (laterale, se non fosse chiaro che invece dev'essere frontale), e davvero sono curioso di capire come Cronenberg trasformerà questa storia. Vediamo. Probabilmente aggiorno questo post, tanto va così di moda. Ciao ciao.

NRC XVI e NRC XVII - Tomboy & La pelle che abito

mercoledì, ottobre 26, 2011














 Avvertenza: si pregano i rigattonauti di non leggere la seguente recensione senza aver visto il film di Almodòvar. Fatemelo proprio come favore personale. A me lo hanno spoilerato, e adesso non posso più guardare in faccia chi lo ha fatto. Sul serio, non leggete. Oppure scaricatevi prima una versione pirata del film.

Ora, la cosa che volevo dire è piuttosto semplice: Tomboy e La pelle che abito hanno più o meno lo stesso tema (approssimativamente, potremmo dire che trattano di un’ibridazione tra i generi[1]: una bambina che si finge bambino e un uomo che diventa donna). Tutta la differenza sta nel come: Céline Sciamma[2] tratta questo tema attraverso il più leggero dei giochi, dove tutto passa attraverso sguardi dolci, sorrisi infantili e gavettoni al parco; Almodòvar invece mette su un alambiccatissimo sistema di rapimenti, segregazioni, contaminazione di sangue umano con sangue suino, omicidi, suicidi (2 tentati e 2 riusciti, in tutto), ustioni totali con conseguenti mostri, stupri (2, o, a voler essere generosi, 1 e mezzo), macchine tedesche costosissime, oppio, quintali di coltelli, evirazioni, rapinatori travestiti da tigre che vengono chiamati Il Tigro. Per esempio, come in un B movie di fantascienza, a un certo punto Almodòvar tira fuori un dialogo molto brutto sulla «transgenesi» (qualsiasi cosa sia[3]); in tutto Tomboy dubito che si possa trovare una parola con più tre sillabe.

Ma non è solo questione di stile. Il problema più grosso è che Almodòvar risulta anche molto  reazionario, a confronto della Sciamma[4]. Infatti, dove questa mostra una naturale porosità tra i generi, un’indiscernibilità di fatto (e il cervello dello spettatore deve fare a cazzotti con se stesso, per riattivare in continuazione le partizioni maschio/femmina consuete), quello mette su un meccanismo forzato e un po’ macchinoso, per dire che in fondo, nonostante tutto, alla fine il maschio resta maschio, il figlio figlio, la mamma mamma (e giù agnizioni e lacrime come se piovesse)[5].


[1] I numerosi rigattieri genderisti ci spiegheranno meglio nei commenti perché questa definizione è assolutamente inidonea, ma per il momento passi.
[2] E bulliamoci, già che ci siamo: io e il Capo, nel lontano 2007, le avevamo conferito il nostro primo premio al festival di Torino, alla Sciamma.
[3] Eh, amatissimo almodovino, non basta mettere un trans- da qualche parte per fare un capolavoro. (A volte però sì).
[4] Be’, sì, l’altro problema piuttosto rilevante è che la prima metà del film è di una goffaggine che fa quasi tenerezza.
[5] Ne La pelle che abito il tizio che viene rapito a metà del film si trasformerà nella tipa che vedete segregata all'inzio. Ve l’avevo promesso che ci sarebbero stati spoiler.

NRC XV - This must be the place

lunedì, ottobre 17, 2011


This must be the dubbing, continuavo a ripetermi mentre cercavo di capire dove andasse a parare questo Forrest Gump travestito da Emo. Ma non era solo quello, e al cinquecentesimo carrello devo ammettere che cominciavo a spazientirmi. Continuavo a distrarmi dal filo della storia, e non riuscivo a non pensare che se fossi stato presente sul set non avrei resistito alla tentazione di prendere – bonariamente, s’intende –  Sorrentino a bacchettate sul dorso delle mani, imprecandogli contro e dicendogli, per dio, di provare per un attimo a stare fermo con quella macchina da presa. Capisco l’estetica da presentazione da iPhoto, che anche a noi la prima volta che l’abbiamo scoperta anni fa ci sembrava fighissima, ma ora persino noi ci siamo anche un po’ rotti il cazzo. E poi pensavo anche che le musiche non andrebbero usate proprio a muzzo, e che per mettere oggi Iggy Pop in un film la cosa deve avere molto senso, e non essere usata in una scena dentro al cesso (sì, Trainspotting c’è già stato, quasi vent’anni fa). E poi mi interrogavo anche sul senso di alcune scene di passaggio, molto cool per carità, che però erano strane, tipo il pattinatore che cade, il bottiglione di birra, il caffè napoletano e anche i colori sparati, o quella scena della macchina che sembra presa da un film degli anni Settanta (una sola). E infine mi dicevo che tutto sommato meno male che ’sto film non l’ho proprio capito, perché se anche avessi intuito qualcosa a me ’sta storia del nazista che finisce nudo sulla neve mi sa che m’avrebbe proprio fatto incazzare.

NRC XIV – Ballata dell’odio e dell’amore

giovedì, giugno 30, 2011



«Balada triste de trompeta», si intitola (in originale), e bisogna ammettere che è un titolo molto poetico, e anche il vecchio clown che ride sull’affiche ha quel certo magnetismo al quale difficilmente riesco a resistere (aggiungendo mentalmente: «E basta con questa cazzata che i pagliacci fanno paura! Pensa a Fellini, piuttosto!»). Però prima do un’occhiata fuggevole alla sinossi in francese, giusto un paio di righe, a scopo evocativo: un circo viene sconvolto dalla guerra civile spagnola, dice. «Che meraviglia:» penso «il circo come resistenza, dolente e scanzonata, al fascismo». «Un Heinrich Böll in salsa antifranchista», aggiungo anche, compiaciuto, già pensando alla recensione che dovrò ben scrivere, e allora tanto vale avvantaggiarsi.


Poi niente, il film è un po’ diverso: più che di guerra civile (breve episodio introduttivo) si tratta soprattutto di gente che fa il circo negli anni ’70 (però sempre sotto Franco), e che svalvola di testa, si massacra con ogni possibile oggetto contundente, si ammazza e scopa in continuazione (De la Iglesia, il regista, sembra il gemello impazzito di Tarantino), con un ritmo forsennato e delirante: una furiosa e sanguinolenta grotesque di alta scuola. Pagliaccio triste e pagliaccio tonto, uno contro l’altro, due volti (tumefatti, sfigurati, mostruosi: uno, per dire, a un certo punto si trucca con la soda caustica) di una stessa inevitabile follia.


Un film mitico, ovviamente, ma non proprio per tutti i palati, la cui estetica empirica è contenuta nella battuta di un colonnello repubblicano che introduce la prima carneficina del film: «Un pagliaccio con un machete? Li farà impazzire!»[1]. E la cui morale è espressa nel consiglio che il padre-clown catturato dai falangisti dà al figlio-futuro-clown-matto, all’alba della dittatura fascista: «Tu non puoi essere il pagliaccio tonto. Tu farai il pagliaccio triste. Ma c’è ancora un modo per essere felici… la vendetta»[2]. Che secondo me, in un’epoca in cui va di moda rinnegare piazzale Loreto, non è neanche una morale così scema[3].



[1] ATTENZIONE: i dialoghi qui riportati potrebbero essere alquanto creativi (cioè non proprio fedeli). È il vantaggio di andare a vedere film in straniero sottotitolati in straniero.
[2] Ogni tanto, durante il film, il padre riappare giusto per urlare «vendetta!» e risparire.
[3] Compagni piddini, si fa per ridere.

NRC XIII - Il ragazzo con la bicicletta

martedì, giugno 07, 2011


Il cinema dei fratelli Dardenne è un cinema poco noto al grande pubblico, forse perché bollato dall'etichetta: autoriale (e dunque rigido, noioso, e così via). Ma contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la misura e il rigore sono capaci di trasmettere grande passione, come succede nel loro ultimo lungometraggio, presentato in concorso all'ultimo festival di Cannes e vincitore del Gran Premio della Giuria. Il ragazzo con la bicicletta è la storia di un dodicenne indomito, scontroso, irrequieto, e della sua dolorosa condizione di abbandono familiare. I registi costruiscono il loro film come un'indagine tutta orizzontale sui movimenti del corpo e dell'anima di questo ragazzino, che rimanda alle figure infantili per nulla pacificate di un certo cinema francese (dall'Antoine Doinel dei Quattrocento colpi alla banda irrequieta di Zéro de conduite). Ma la forza del film risiede nella capacità di toccare vette altissime di pathos a partire da una storia del tutto lineare e da una direzione volta all'essenzialità. A partire da uno sfondo "sociale", i Dardenne riescono a trascinare il basso della concretezza più assoluta verso l'alto delle emozioni che coinvolgono lo spettatore, mettendo in atto un'operazione di astrazione materica. Contro la spiritualità del film di Malick si pone allora la materialità di quello dei Dardenne; alla trascendenza di uno sguardo sulle origini della vita si oppone l'immanenza di una vita singolare, quella di Cyril, corpo in fuga dalla famiglia, dall'infanzia, dalla violenza.  I piani sequenza delle corse in bicicletta, gli scatti improvvisi di Cyril e la recitazione impeccabile di Cecile de France meritavano, ancora una volta, la palma d'oro.

NRC XII - Machete

domenica, maggio 01, 2011



Già laureato «Pellicola dell’anno duemiladieci» (da una giuria composta da me), Machete è un film che la critica internazionale si dovrebbe affrettare a dichiarare “semplicemente mitico”, e che finalmente, dopo avercelo fatto aspettare per mesi, arriva nelle sale della nostra periferia.
Ora, il film si può riassumere così: prendete un tizio con l’immaginario complessivo di un sedicenne messicano cresciuto a Stursky&Hutch, significativamente arrapato, sotto acidi e supergalvanizzato dall’idea che un giorno conquisterà gli Stati Uniti, guiderà una Harley e sparerà con un fucile a canne mozze, anzi due. Dite al suddetto sedicenne di realizzare un film a piacere dotandolo dei seguenti strumenti:
A. una quantità di fondi tale da far sembrare Il signore degli anelli il filmino della gita dell’oratorio,
B. l’impegno a non censurarsi, e dunque il dovere di mettere in scena tutte le sue fantasie (preti crocifissi all’altare, ragazze che fanno la guerriglia in bikini e con la benda da pirata sull’occhio, intestini usati come liane, e tanti, tanti, tanti arti che volano),
C. un tetto massimo di centocinquanta parole per scrivere la sceneggiatura,
D. Robert de Niro,
E. uno stuolo di fica tale per cui Jessica Alba rischia di non salire neanche sul podio.

Non bisogna essere dei geni, per capire che ne esce un capolavoro. Non solo: ne esce anche il miglior film politico di sempre, probabilmente.




[Consigli di visione: si preferisca un multisala, possibilmente uno spettacolo pomeridiano. Magari di domenica, per massimizzare le probabilità che la sala sia gremita di adolescenti rumorosi. Si accompagni dunque la visione con una confezione king-jumbo-supersize di popcorn (tanto la maggior parte voleranno via nelle prime scene mozzafiato) e una coca da litro. Vedrete che non sarà facile tornare a casa e non appendere sul caminetto, con entusiasmo fanciullesco, lo scalpo di vostra madre].

NRC XI - Habemus papam

sabato, aprile 23, 2011


C'è una cinematografia invisibile, nel cinema italiano, talmente invisibile che forse non verrà mai scoperta - non per questo essendo meno reale o importante di quella visibile. Pensavo a questo, ieri, quando uscendo dal cinema mi si faceva notare che era forse un po' blasfemo essere andati a vedere Habemus papam di venerdì santo, mentre davanti al Teatro Massimo sfilava una processione pseudo-religiosa, con le confraternite travestite ad hoc (pallido riflesso della settimana santa andalusa). Film tutt'altro che blasfemo, tra l'altro, e contemporaneamente tutt'altro che religioso. Le proteste e gli inviti al boicottaggio si commentano da soli. E però Moretti sembra riproporre molti anni dopo proprio quel film (frammentario, sconnesso, realmente rivoluzionario) che una notte di ispirazione vide partorire gli appartamenti di via rigattieri, di fronte a una macchina da presa scalcinata, con attori improbabili. C'era già tutto: i dubbi, le incertezze, le bizzarrie di un papa fuori dagli schemi, un papa che voleva fare l'attore, e prendeva in questo modo coraggiosamente su di sé (come Michel Piccoli) tutte le angosce di un'epoca. Quel papa blaterava cose apparentemente senza senso, eppure piene di vita, piene di vero sentimento umano. Purtroppo, quel film non vedrà mai la luce. Nessuno però riuscirà a toglierci dalla testa che questa volta il buon Nanni abbia pescato a piene mani proprio da lì. 

NRC X - Vallanzasca. Gli angeli del male

mercoledì, gennaio 19, 2011

 
Sembra che la preoccupazione principale legata all'uscita del film su Vallanzasca sia il pericolo della mitizzazione di un criminale. Ma Vallanzasca è un mito. I miti non sono necessariamente positivi, e in ogni caso nel mito di Vallanzasca c'è più di un aspetto positivo. E il fascino deriva da questo: dall'ambiguità e dall'ambivalenza del personaggio, dal suo coraggio ma anche da una certa fragilità. Dalla capacità di assumersi le responsabilità e di sfidare le convenzioni – basta guardare i filmati d’archivio dei processi. E Kim Rossi Stuart è bravo a interpretarlo, rende l'idea per chi ne ha solo sentito parlare. La simpatia di Vallanzasca è simile a quella di Mourinho: una simpatia da schiaffi, o peggio. Ma è già molto. Ora: riesce Placido a rendere questa simpatia? Solo in parte: perché se da un lato il film segue troppo pedissequamente la scheda di wikipedia, non lasciando grossi margini all'invenzione, dall’altro quando lo fa (in occasione di una sparatoria di Filippo Timi, ad esempio) le scelte registiche fanno rimpiangere un tipico, classico Placido. È un po' pasticcione, diciamola così; e un po' superficiale. La funzione del sangue, ad esempio, è quella cerchiobottista di attutire l’inevitabile fascino del personaggio, come a dire: era un mito, ma era anche cattivello, non dimentichiamocelo, non stiamo mica qui a farne l'apologia. Ma mica c'è bisogno di sottolinearlo in continuazione. La cattiva coscienza cattolica non ti fa rischiare fino in fondo, insomma. Come ha detto Vallanzasca a Radio 24: peccato, "il film poteva essere un capolavoro". E siamo ben lontani.