(r)i gatti ruzzi V - L'ipotesi leninista

martedì, giugno 22, 2010








(L’ultima volta che ho scritto un post, ho ucciso Saramago. Ecco, io non vorrei uccidere Iaquinta, dedicandogli questo post, veramente non vorrei, lui e il suo simpatico naso a vuvuzela campino pure altri trecent’anni, ma mi piacerebbe trasmettergli almeno un forte giramento di testa, in prossimità della ventura – e verosimilmente definitiva –  discesa in campo).

E ora passiamo alle cose serie: parliamo di me.

Il mio problema è il seguente, e mi perdonino gli italici Mani: io, a questo mondiale, non riesco ad appassionarmi.
Sarà che non seguo il calcio dai tempi del liceo, e che ormai la mia conoscenza del medesimo si è ridotta a quella di una ragazza media italiana (“Dai! Hai visto? De Rossi si è fatto crescere la barba!” seguono discussioni se stava meglio prima o ora).
Sarà che questa Italia operaia non dà scampo, non ti lascia neanche il più piccolo spazio per sognare (insomma, ai mondiali del ’94, la glaciale nazionale di Sacchi lasciava almeno invocare Zola – poi Zola fu messo in campo, e quattro minuti dopo fu espulso, ma era il margine onirico che contava, la possibilità dell’interstizio utopico in cui si inseriva la speranza: “Ora arriva il genio e ci salva”; ai mondiali del ’98, i mondiali del catenaccio, del 5-5-0, almeno sognavamo che arrivasse Baggio, dribblasse tutti e facesse duecento gol; al mondiale del 2002 non so, il liceo era già finito).
Sarà che Lippi ci è crollato nel gradimento dopo la sviolinata all’erede al trono piemontese.
Sarà che ho scoperto che nella mia ex casa parigina ci sono i topi, e forse c’erano anche quando ci stavo io.
Sarà che, diciamolo senza paura, i mondiali andrebbero giocati d’estate (e non mi riferisco solo alla stramba questione degli emisferi).
Ma la risposta più profonda – come ogni risposta più profonda – riguarda l’Inter. Il fatto è che noi interisti siamo sazi, mi sono risposto in un primo momento. Oltre all’ultimo mondiale, abbiamo vinto gli ultimi cinque scudetti, quest’anno abbiamo fatto la triplete e siamo maestosamente campioni d’Europa. Abbiamo vinto tutto, sconfitto tutti, banchettato sui cadaveri più eccellenti d’Europa: non potremmo chiedere di più.
Ma sbagliavo. O meglio: la questione era un’altra.
La FC Internazionale di Milano ci ha insegnato qualcosa di più profondo, cui non ci sentivamo legati dai tempi di Lenin e di Turati: ci ha insegnato a divenire come lei, ci ha insegnato l’internazionalismo, il divenire-Internazionale. E mentre gli altri ci deridevano da destra, ché nell’Inter non c’era un solo italiano, noi li guardavamo sgomenti: veramente non si rendono conto che, con la Cenzion Lig all’Inter, è cambiato tutto? Veramente non sanno che è morto dio, e che la suddivisione in nazioni, che il mondiale contribuisce a confermare e corroborare, è un modo per innalzare barriere nel proletariato? Veramente ignorano che noi a Balotelli gli vogliamo bene come se fosse italiano? Veramente non si accorgono che Zanetti è in Italia da più tempo di Renzo Bossi (e comunque parla l’italiano meglio di lui)? Veramente non sanno che la vera squadra è quella che non conosce legami di sangue, di stirpe, di lignaggio, di territorio, quella variopinta, eterogenea, al di là delle nazioni, che si riunisce intorno a un forte legame di amicizia, a un obiettivo comune, a un condottiero rivolto all'avvenire e a una montagna di miliardi graziosamente elargiti da Moratti?

Le risposte, cari miei sinistroidi, non stanno nel timido operaismo riformista à la Lippi, ma nel leninismo internazionalista à la Mou.
Ed è questo scarto a sinistra che mostra chiaramente come il vero vincitore morale del Ruzzino sarà quell’Enzomma che senza paura viaggia, in direzione ostinata e contraria, verso la Rivoluzione.



(Per finire una doverosa cronaca, sulle vicende che hanno seguito la schiacciante vittoria per sette a zero del Portogallo sulla Corea del Nord, la cui popolazione per tradizione digerisce serenamente le sconfitte.
Ore 16. Dopo l’umiliazione, il governo di Pyongyang vota all’unanimità per utilizzare il dispositivo nucleare “Fine di mondo”.
Ore 16.53. Il governo di Pyongyang scopre che il dispositivo “Fine di mondo”, dono dell’ex Unione Sovietica, è in realtà un tostapane.
Ore 17.45. Dopo una lauta merenda a base di pane tostato e marmellata di dissidente, il governo di Pyongyang ripiega sull'utilizzo del dispositivo “Fine di Portogallo” per sbriciolare l’inutile appendice iberica.
Ore 17.57. Il governo di Pyongyang realizza che non esiste nessun dispositivo “Fine di Portogallo”, e che soprattutto, da quando hanno fatto le nuove cartine geografiche revisionate dal Partito, in cui compaiono solo Corea del Nord, Cina e Cuba, nessuno ha più idea di dove sia il Portogallo.
Ore 20. Dopo un consiglio dei ministri tesissimo, il governo di Pyongyang opta per un Harakiri di massa, e recapita in casa di ogni cittadino una sciabola. L’Harakiri è previsto per le ore 24.
Ore 23.45. Un alto funzionario del governo di Pyongyang ha un’illuminazione, e sventa il temibile Harakiri collettivo.
Ore 23.55. Il governo di Pyongyang invia all’Onu la risoluzione per cui la Corea del Nord si costituisce Provincia Semiautonoma d’Oltremare dell’Argentina, scelta che le permetterà di vincere i mondiali, in culo al Portogallo.)

(r)i gatti ruzzi IV - la seconda partita

lunedì, giugno 21, 2010

Sampieri, Sicilia. Giugno, meno un giorno al solstizio.

Accaldato da una settimana di scirocco, avevo sperato di trascorrere in spiaggia la domenica mattina. Io a costruirmi la nuova abbronzatura, l’Italia del pallone a disfarsi della Nuova Zelanda. Avrei dovuto intuire cattivi presagi, scoprendo che le (di solito) tranquille acque del canale di Sicilia erano gonfie e frastagliate come quelle di spiaggie oceaniche; e che il vento spazzava via dalla spiaggia quei pochi coraggiosi bagnanti. Rinuncio alla tintarella, seguirò le partite in tv.

Paraguay – Slovacchia

Partendo dalla considerazione che la partita delle 13,30 è in un orario interessante, e sarà curioso l’anno prossimo avere i pranzi domenicali accompagnati dalle voci di caressa & Co (sarà programmato un anticipo di campionato all'ora di pranzo), sonnecchio davanti alla tv, sperando nel pareggio.

Pronti via, il rognoso paraguay passa in vantaggio e amministra bene. Potrebbe raddoppiare, ma non lo fa, c’è ancora una speranza per l’esordiente Slovacchia.

Il secondo tempo è di rara bruttezza e dopo il 1467esimo passaggio sbagliato da tale Weiss, maglia numero 7 slovacco, cartellino di proprietà del Man City (che però il Mancio giustamente ha sbolognato al Bolton), che inspiegabilmente il ct si ostina a non sostituire (penso sia un dettaglio il fatto che questi sia "solo" il padre del ragazzo), scatenando la mia indignazione,  decido che questa squadra non merita il mio supporto (speravo sempre nel pareggio) e gioisco del meritato secondo gol dei sudamericani.

Niente di trascendentale, ma adesso hanno 4 punti nel girone e affronteranno nell’ultima la Nuova Zelanda. Sfido io chi non vorrebbe essere al loro posto.

Italia – Nuova Zelanda

Il paraguay ha vinto, bisogna fare altrettanto.

Gli opinionisti in tv sciorinano considerazioni interessanti e si sbilanciano nei pronostici. Il buon Pablito mundial addirittura 3-0 per noi, io controllo il mio ruzzipronostico e in effetti sono in linea con loro. Siamo più forti, vinceremo.

Neanche il tempo di sistemare l’audio della tv (operazione che richiede per questi mondiali un’opera ingegneristica a causa delle vuvuzelasseleficcasseroinquel…), che Cannavaro sfracela al suolo, il guardalinee si addormenta e il pallone d’oro oceanico anno 2008 Smeltz, trafigge Marchetti. Sembra assurdo ma siamo sotto.

La formazione mi lascia qualche dubbio. Iaquinta e Gilardino si pestano troppo i piedi, Marchisio e
Pepe, per quanto volenterosi, non sembrano meglio dei centrocampisti slovacchi della partita precedente.

Per fortuna  c’è De Rossi, e così come era successo nella prima partita trova un guizzo in mischia e costringe il suo marcatore ad un trattenuta, tanto veniale quanto fatale.

Rigore. Il calabrese di Cutro, al secolo Vincenzo Iaquinta, fa 1-1. Minuto 28, c’è ancora un’ora per vincere la partita. Con gli amici (e mezza Italia) invochiamo Di Natale, Lippi ci accontenta e aspettiamo solo che il golletto arrivi.

L’Italia ci prova, stavolta con meno vigore rispetto alla gara con il Paraguay, ma con buona determinazione. Il gol non arriva, Di Natale e soci ci provano come possono, ma a parte  qualche mischia nei 921 corner che battiamo non otteniamo nulla di più. Tanta confusione ed un po’ di scoramento. Finisce con il più classico del “clamoroso al cibali”, i campioni fermati dalla Nuova Zelanda (alcuni di loro di professione rappresentati di commercio, impiegati, etc..).

All whites in festa, i nostri vicini di tavolo nel bar dove ho visto la partita, 4 ragazzi magrebini che tifano brasile, si offrono l’ennesima birra per brindare l’evento.

A parte lo sdordimento per un risultato francamente imprevisto (per di più che la prima partita  dell’Italia mi era pure piaciuta), e per una classifica che si complica (anche se la Slovacchia son poca cosa pure loro) una domanda mi assale: ma con difese come queste, così fisiche e prestanti, non avrebbe fatto comodo uno come Cassano capace di inventare qualcosa anche nel nulla e in spazi evidentemente strettissimi, oppure uno come Balotelli che almeno fisicamente ha più impatto di Di Natale o di Pepe?

Mi risponde Lippi in persona da lì a pochi minuti: “ di fenomeni a casa non ce ne sono, fidatevi”.

Ci fideremo signor Lippi, quantomeno fino a giovedì, dopo saremo liberi di maledire le sue interviste post-partita almeno al pari delle vuvuzelas!
 
Brasile – Costa d’Avorio

Mi fermo a casa per cena dopo la non-giornata di mare, e prima di uscire, ho il tempo di vedere O’Fabuloso segnare due bellissime reti alla deludente squadra di Drogba (meriterebbe un’analisi più accurata il mondiale delle africane che poteva finalmente essere il loro per la 5-6 volta negli ultimi 30 anni!), Maicon spadroneggiare sulla fascia, Kakà farsi espellere per mettere pepe ad una partita che altrimenti avrebbe poco altro da dire.

Ad oggi, solo tre squadre sono a punteggio pieno Olanda, Argentina e Brasile.

Sarà una coincidenza che in ognuna di queste giochi almeno un giocatore che è stato determinante nella favolosa stagione della tripletta neroazzurra? Che i valori del campinato debbano avere il loro peso nelle scelte di un Ct?

Mi risponde ancora Lippi: “non per forza le mie scelte saranno condizionate dai risultati del campionato, fidatevi”.

Ci fideremo signor Lippi, almeno fino alla prossima conferenza stampa.

Un consiglio: non preveda nessuna gabbia per il numero 7 della Slovacchia, si marca da solo. Proviamo anche Qualgiarella(visto che nonsegna nessuno) non sia mai che cominci un altro mondiale!
Sperando che l’estate finalmente arrivi insieme ai gol degli attaccanti, buon solstizio .
Il vostro inviato a Sud di tunisi. alè!


p.s.: aggiorniamo la classifica, grandi sconvolgimenti con il crollo di Accaso, la vetta è invece sempre mantenuta da Mission Impossible che perde qualche posizione ma rimane ampiamente più in alto di Fidati che raggiunge il secondo posto; Enzomma sembra essersi affezionato alla maglia nera di noi (r)i gatti.

1. Mission impossible, 35° posto
2. Fidati, 315° posto
3. Viarigattieri 1, 425° posto
4. Nazionale senza filtro, 426° posto
5. Ricordandovianiosiequandovincevamoimondiali, 471° posto
6. Tutubo, 518° posto
7. Raffioprovinciadimodica, 590° posto
8. Ilvolpi, 664° posto
9. Viarigattieri 2, 808° posto
10. Accaso, 905° posto
11. Bettongi, 1002° posto
12. Bettolo, 1204° posto
13. Cracabum, 1249° posto
14. Fantostico dell'Ocamuccata, 1284° posto
15. Enzomma, 1432° posto

(r)i gatti ruzzi - III

domenica, giugno 20, 2010

Io questo mondo non lo capisco. E vabbè, sarò pure cretino, ma non lo capisco. Ora, lo so che mi verrete a dire che scopiazzo malamente lo stile degli altri, ma ho già detto che sono cretino, quindi via con le domande:

DOMANDA N° A: com’è che esistono persone che non odiano le vuvuzelas? (Per chi ancora non la conoscesse: http://it.wikipedia.org/wiki/Vuvuzela) Oh, qui in Italia non si parla d’altro eh! Cioè, nel senso, forse io, a cui dà fastidio qualsiasi tipo di rumore più forte dello sfogliare del giornale, non sono un soggetto imparziale, ma rimane il fatto che oh, porca miseria, dà veramente fastidio guardarsi una partita con sto barrito di sottofondo... eppure, guardate un po’, il telegiornale ci racconta di file chilometriche, a Milano – dove notoriamente quando non lavorano non sanno che fare – per acquistare questo insopportabile oggetto del desiderio, manco fosse un’i-pad (consigliatissimo come regalo di compleanno per il sottoscritto, a cui peraltro, non avendogli voi mai fatto un regalo di compleanno, risulterebbe quanto mai gradito!). 

DOMANDA N° B: Perché in Italia non si vedono le partite del mondiale? Cioè, l’italiano vive il calcio tutto l’anno, parla il calcio tutto l’anno, respira il calcio tutto l’anno, però non può vedere il calcio più importante dell’anno… anche perché il mondiale non è solo calcio, lo sanno pure i bambini, è una cosa che unisce i popoli: pensate, ad esempio, che per la prima volta dopo chissà quanto tempo, 23 koreani del nord e 23 koreani del sud si ritrovano all’interno dei confini di uno stesso Stato senza minacciare una guerra atomica. Vi sembra cosa da poco?  

DOMANDA N° C: com’è che vengo in Sardegna per andare al mare, e piove? Cioè, si, va bene, c’è anche il sole, ma piove, porca miseria… che, si fa così? Dov’è il mio sabato pomeriggio estivo pieno di sole abbronzante e partite a racchettoni sulle rive del Mare Nostrum (ma soprattutto Mium)? O forse è tutta una tattica (ovviamente inutile) per farmi studiare?

Ora, continuo a ripeterlo, sarò cretino eh, ma secondo me il ruzzino è una grande risposta a queste domande! Il ruzzino, che grande gioco... il ruzzino ti fa ritornare la voglia di vedere le partite nonostante le vuvuzelas – perché infatti che ti frega delle vuvuzelas quando la Nuova Zelanda segna al 93esimo contro la Slovacchia regalandoti il risultato scommesso, ché anzi correresti subito a Milano a fare la coda per comprarne una? Il ruzzino ti costringe a cercare disperatamente un programma di streaming su internet per vedere come finirà Ghana-Australia – partita inutile, che mai ti saresti sognato di vedere se non avessi scommesso sul pareggio per 1-1 fra due nazioni che non hai mai cagato di striscio ma che adesso ami da impazzire perché in effetti hanno pareggiato 1 a 1, capendo che chi s’accontenta gode (e fa gode Ciccì). Il ruzzino, infine, ti fa dimenticare e anzi quasi apprezzare di non essere andato al mare nel tuo primo sabato estivo, regalandoti la gioia di un balzo in avanti di 207 posizioni in classifica… perché oh, diciamolo, il mare è bello eh, ma che soddisfazione sarebbe raggiungere Incostanza?

Ora, anche se il post sarebbe finito qui, mi permetto di aggiungere un’ultima domanda, che non c’entra niente ma mi ci sto arrovellando da un’oretta.

Perché ieri muore Saramago – vorrei fermarmi qui – e oggi l’unica voce che lo ricorda di cui si parla è quella dell’Osservatore Romano? Il quale prima lo definisce “un uomo e un intellettuale di nessuna ammissione metafisica”, come se non fosse un complimento, per dargli poi del “populista estremistico”, che definirebbe piuttosto Bossi, ovvero l’italiano medio. Ora, sarò cretino come dicevo, ma temo che, a quest’ultima domanda, risposta non ce ne sia punta.

 

(r)i gatti ruzzi II - teaser

sabato, giugno 19, 2010

Perché Lippi non ha portato Cassano in Nazionale? Perché Maradona lascia in panchina Milito, sapendo che potrebbe essere il primo e ultimo mondiale che gioca? Perché, anche se non ne ha bisogno, non lo lascia fare l’uomo in più? Come ha fatto la Svizzera a vincere contro la Spagna? E perché, dopo decenni di irrisione, le squadre asiatiche, riescono a mettere i bastoni tra le ruote a quelle sudamericane (e non solo)? Perché –come ha detto Julio Cesar al termine di Brasile-Corea del Nord-, per un buon primo tempo la partita è stata dominata dalla difesa nordcoreana che ha chiuso tutti gli spazi agli avversari, un po’ come in Barcellona-Inter al Camp Nou? Mourinho, ha cambiato davvero il volto al calcio mondiale? E come mai, Messi è poco incisivo con la maglia dell’Argentina? E’ troppo basso o troppo marcato, o tutte e due? Perché Cristiano Ronaldo è stato atterrato senza che nessuno fischiasse il fallo? Non converrà avere attaccanti di basso profilo e poco conosciuti, così nessuno li marca? Da questo punto di vista, Lippi docet? Spiazzeremo gli avversari con la tecnica dell’anonimato? Lippi rules? O Lippi sucks? Guarirà l’ernia del disco di Buffon entro domani? E la sciatica di Pirlo? Queste tegole sono frutto del caso o della Provvidenza? Ci ha pensato la Provvidenza, a imporre una ventata di rinnovamento alla nostra squadra? O ci ha pensato De Rossi, facendosi crescere la barba e segnando il gol del pareggio? Ci si può fidare di un portiere come Marchetti che, secondo le consuete indiscrezioni di Repubblica, ha l’Ave Maria tatuata non mi ricordo dove? Se il Sudafrica avesse come allenatore Clint Eastwood, rischierebbe oggi di uscire ai gironi? O non sarebbe forse rimasto INVITTO? E cosa turbava, in quel poco afoso inizio d’estate del lontano 2010, gli umori di A.I.? E soprattutto, dove si nascondeva? Come mai, tra i bigliettai dei maggiori cinematografi d’essai di Parigi, si era sparso, nel giro di una settimana, un panico simile a quello che colse i cittadini di Königsberg il 12 febbraio 1804, giorno in cui Kant saltò la sua rituale passeggiata pomeridiana? Quel 18 giugno, come alcuni di loro ebbero a convenire dopo un allarmato scambio di telefonate, era davvero già una settimana che il loro beniamino non si recava a vedere un film? Era forse rimpatriato senza preavviso? Era stato rapito da qualcuno? O si era perso nel vuoto senza lasciare traccia? E l’indomani, il Giappone, dopo aver lasciato la settimana precedente con un palmo di naso il Camerun di Eto’o, avrebbe battuto anche l’Olanda di Sneijder? Tutto ciò non sembrava forse possibile, ora che anche l’Algeria aveva messo sotto scacco l’Inghilterra? Si stava davvero avverando, quel flashforward a cartoni animati che li aveva tormentati durante tutto il lungo blackout  della loro infanzia?



1, 2,3… Sigla




Queste ed altre più turpi domande si facevano i bigliettai e i proprietari dei cinema parigini, mentre contavano il magro incasso della settimana appena trascorsa. Senza sapere che le loro mogli, già stanche di fare vita grama appresso alle temute recinzioni di A.I. (che criticava i film proiettati da loro determinando clamorosi cali di pubblico, e ora era sparito persino), avevano trovato una più efficace fonte di reddito nel mondo delle scommesse sportive. E come loro, molte altre donne sparse in altri paesi europei. Sovversiva e precaria era l’aria in quei giorni, appesa a un filo, anzi, a una classifica che, nelle ore centrali del giorno, sembrava ribaltare finalmente i rapporti di potere  tra le nazioni e tra i sessi, oltra a costringere i matematici ad elaborare nuove teorie statistiche della probabilità.

Per rendere un’idea, pubblichiamo qui il bollettino di guerra di quel lontano 18 giugno 2010* :

1. Al primo posto, alla posizione 26° l'azzardata Mission Impossible
2. Al secondo posto, alla posizione 122° la pisanissima Accaso
3. Al terzo posto, alla posizione 355° il furbissimo  IlVolpi
4. Al quarto posto, alla posizione 405° la titubante Tutubo
5. Al quinto posto, alla posizione 436° il collettivo-individuale Viarigattieri
6. Al sesto posto, alla posizione 481° il nicotinico Nazionale senza filtro
7. Al settimo posto, alla posizione 520° il fideistico-irrazionalista Fidati
8. All'ottavo posto, alla posizione 530° il chilometrico Ricordandovianosiequandovincevamoimondiali
9. Al nono posto, alla posizione 560° l'arbitro  Raffioprovinciadimodica 
10. Al decimo posto, alla posizione 774° il giovane Bettongi
11. All'undicesimo posto, alla posizione 858° il radical chic Viarigattieri2
12. Al dodicesimo posto, alla posizione 941° l'esplosiva  Cracabum
13. Al tredicesimo posto, alla posizione 978° l'ostico Fantostico dell'Ocamuccata
14. Al quattordicesimo posto, alla posizione 1092° il quattordicesimo nano Bettolo 
15. Al quindicesimo posto, alla posizione 1451° la maglia nera Enzomma


*classifica valida fino alle 13.30 di oggi, il successivo aggiornamento sarà pubblicato dopo le 22.30 (N.d.A.)

(r)i gatti ruzzi - I

venerdì, giugno 18, 2010

Bisognava decidere: sacrificare l'epica al comfort, o scegliere un luogo all'altezza della situazione. Bastille sembrava il più adatto per assistere allo scontro tra Zapata e Robespierre. Un bar, ché di tv qua si è sprovvisti, e non è l'unico degli accorgimenti necessari alla sopravvivenza in tempi mondiali. Non vi sembri cosa da nulla affrontare simili eventi in tempi di crisi. Non vi paia sussiego la dolorosa selezione che si è costretti ad operare malgrado le regola princeps che ci è imposti fin dai primi rudimenti di latino (fac quod vis). Mettetevici voi a seguire un mondiale dalla biblioteca nazionale di francia, tra una tesi da concepire e un libro da tradurre. Tsé. Vi pare facile, vi pare.

Il tempo sta per finire, e Parigi è agli sgoccioli. Il che non aiuta. Bisogna creare un equilibrio tra il lavoro, lo studio, i divertimenti e il relax. Gli allenamenti li abbiamo dovuti sacrificare, d'accordo. Ma lo studio no, questo i miei genitori me l'hanno ripetuto cento e cento volte: bisogna studiare. Non si può arrivare agli ottavi senza capire chi merita e chi invece approfitta dei demeriti altrui. Sull'Italia è facile, campi di rendita; ma le altre squadre le devi guardare, ci devi ragionare, ci devi pensare. Anche nonostante i tuoi desideri. Anche nonostante quelli che al momento sono i tuoi desideri più irrefrenabili, legati a un pomeriggio qualunque di qualche settimana fa nel quale, senza pensarci troppo, ti sei fregato irrimediabilmente, e hai deciso di partecipare a un gioco. E non sapevi che i tuoi mondiali non sarebbero stati più gli stessi.


Questo solo per dire che quando vedi che quei contadini dei messicani, che sulla carta non dovrebbero valere una ceppa, stanno massacrando quei borghesi dei francesi, e in condizioni normali non vedresti l'ora che li riempissero di pallonate in tutti i punti di quella loro porta finalmente sguarnita di quella faccia di pelato di Barthes, solo per dire che siccome un pomeriggio qualunque di qualche settimana fa in condizioni normali hai pensato che fosse normale che la Francia li battesse agilmente per 2 a 0, a quelli del Messico, ora tu a causa di quel gioco, a causa di quel pomeriggio, ora tu ti mangeresti il fegato per non aver dato abbastanza peso al fatto che (e lo sapevi pure, perché lo sapevi) el pueblo, unido, jamàs serà vencido. E quanto dovresti essere illuminato per gioire della vittoria del bel calcio e non pensare che la tua vittoria, quella che è così lontana ma che non riesci a pensare ad altro, sì, la vittoria di quel gioco che ti trasforma la percezione dei mondiali, si sta allontanando sempre di più? Tanto, troppo. Maledetti messicani.


Questo per farla finita col silenzio assordante di questo blog dall'inizio dei mondiali, e per inaugurare una nuova rubrica plurìvoca: (r)i gatti ruzzi.

NRL IV - Yeti

venerdì, giugno 11, 2010



Ho letto da qualche parte - forse su anobii - che finalmente si inizia a parlare della generazione nata negli anni '80, la nostra, quella che appunto non è che ci sia stato gran motivo di parlarne finora. Mi sa che Paolo Nori nel suo ultimo romanzo fa un'analisi delle ragioni per cui le generazioni sono famose o hanno un senso, ma credo anche che si fermi alla sua, quella degli anni '60. E allora se già quella è impietosa figuriamoci la nostra: perchè loro sono cresciuti nei famigerati anni '80, e noi che ci siamo nati, che cosa siamo?

Questo fumetto di Alessandro Tota racconta un po' come siamo, per lo meno come è gente come me o vicina a me, e cioè quella generazione che si ritrova spesso lontana dal posto in cui è nata ma senza una ragione particolare, non perchè ce ne fosse una vera necessità, così, spesso per avere più chance. Si dice che siamo una generazione di emigranti di lusso. Beh, sì, finché uno sceglie di partire (e la maggiorparte sceglie di partire), un po' meno quando poi non scegli di dover rimanere fuori perchè da noi non c'è che fare.

La nostra generazione di emigranti di lusso si inventa un po' cosa fare, cazzeggia, vivacchia (anche bene, per carità), gira, non si ferma, non ci pensa, poi si vedrà. Mica c'è la pressione di quelli che cercavano qualunque lavoro perché dovevano alimentare la famiglia. Noi siamo cool, la famiglia non ce la facciamo, non ci pensiamo, ci troviamo un lavoro temporaneo che tanto non è che abbiamo tante pretese e viviamo anche con abbastanza poco (di lusso sì ma insomma con criterio), abbiamo le crisi, prima crisi, seconda crisi, sono in crisi, oddio che faccio, boh, cambio città. 

Che sì, per carità, è meglio degli emigranti delle valigie di cartone, ci mancherebbe altro, fai cose vedi gente (noi Moretti lo sappiamo a memoria), però un po' ogni tanto fai 2+2 e ti senti un po' sperso, e non ci pensi: andiamo avanti! E io non la cambierei mai l'emigrazione di lusso con l'emigrazione di poveracci, ma mai, e infatti che palle quelli che si lamentano (e infatti noi ci abbiamo le crisi psicologiche mica quelle di appetito; però alla fine dai, mica le crisi psicologiche sono tanto meglio), però effettivamente se ci pensi un attimo - al di là dell'ottimismo che rivolgi alla tua vita, alle scelte che hai fatto, a come e dove vuoi vivere al di là di qualunque modello prestabilito (magari fosse contro, i nostri contro sono sempre molto blandi) - il rischio è un po' quello di svegliarsi tra qualche tempo e dire: e mò? e mò sò cazzi, per molti.
 
Mica per tutti, ci mancherebbe. Per noi no (ottimismo rivolto alla propria vita: sempre! è la nostra forza). Però non è manco detto. Ma alla fine, nonostante tutto, quanto ci piace sguazzare nel precariato di lusso?

appunti per un film che forse non si farà mai

martedì, giugno 08, 2010

Questo post potrebbe scomparire; ma nel frattempo non possiamo non condividerlo, rendendo così omaggio contemporaneamente al grande Tonino Cavallo, che ci ha fatto passare una bellissima serata. 

Il bell'uomo del video è chiaramente Johnny.


NRL III - Caino

venerdì, giugno 04, 2010



Oh, non c’è mica nulla di male, ci mancherebbe, ma l’ultimo libro di Saramago è proprio brutto. Anche se le nonne solitamente dicono che se non si può dire nulla di buono su qualcuno è meglio non dire niente, io di cose buone da dire su Saramago ne ho un sacco, però su quest’ultimo libro, per quanto mi impegni, no.
Sembra come quando certi autori, passata una certa età (e mica gliene vogliamo fare una colpa, anzi, è un’attenuante, ma Saramago ormai cià novantanni), cominciano ad andare in automatico, senza ispirazione, ma con un vago residuo dell’idea di come scrivevano prima, quando l’ispirazione era feroce. E così escono delle involontarie (e involontariamente comiche) autoparodie (se venisse fuori che Caino l’ha scritto l’arcivescovo di Lisbona per screditare Saramago non mi stupirei).

Comunque non è un morbo che ha attanagliato la sola mente del Nobel portoghese, e anzi, una marea di grandi sono incorsi nello stesso tranello. Tre esempi, dalla mia top ten.
-       Non è credibile, e qualsiasi lettore alfabetizzato lo confermerebbe, pensare che il Borges di Finzioni sia lo stesso Borges del Libro di Sabbia. È come se quest’ultimo (ammesso e non concesso che non si tratti di un caso di omonimia) fosse stato scritto da uno che si chiede a ogni riga “e qui cosa scriverebbe, Borges?”.
-       Vasco. Come Deng Xiaoping e Fidel Castro, una volta morti, furono sostituiti da statue di cera per questioni politiche, e come Giovanni Paolo II fu sostituito da un robottino mal funzionante dopo essere stato assassinato in un attentato, anche Vasco dà l’impressione di aver subito un trattamento simile, il che spiega come si possa essere passati dal Vasco che traduceva coraggiosamente “This party is over” con “Gli spari sopra” al Vasco che traduce non meno coraggiosamente “When I’m not around” con “Na na nà”.
-       San Giovanni è un altro caso simile. La sua celebrata opera prima, il Vangelo, è giustamente osannata come masterpiece: erudita e tesa, classicheggiante e lirica, un vero capolavoro nel genere della biografia immaginaria. Preso poi da una megalomania alla Vasco, si mise a vomitarci addosso lingue infuocate in technicolor, cavalieri volanti e teste d’agnello, in un’opera minore intitolata Apocalisse, e che niente ha a che vedere con la grandezza della precedente.
(e qui mi devo impegnare, perché me lo sono imposto: non devo scrivere che l’apocalisse è kitsch, non devo, e non perché non lo sia, ma perché, ormai, dire che qualcosa è kitsch è kitschissimo).

Detto questo, mica ce la prendiamo con loro. È chiaro che restano tutti dei grandi. Io ci sono certi cd di San Giovanni che non smetto mai di ascoltarli. Ma poi se una cosa è brutta, è brutta, e va detto. E anche se a saramago gli dobbiamo alcuni dei nostri godimenti letterari più intensi, e anche se saramago se la prende con dio, che a noi poveri di spirito ci piace sempre, e anche se l’abbiamo comprato col trenta percento di sconto, quindi formalmente si meritava di essere il trenta percento meno bello, anche se tutte queste cose, bisogna dirglielo, a saramago, che se vede che un libro non gli è venuto bene, o ci rimette mano (certo, lo capiamo, che il tempo stringe, che vuole pubblicare tutto il prima possibile) o lo lascia perdere, che tanto lui resta mitico uguale.

dialogo

mercoledì, giugno 02, 2010



capo: "... allora sartre disse a bergson: incosciente!" eh cofe? che te ne pare come barzelletta filosofica?

cofe: alla coferis! se tu avessi facebook spopoleresti con una battuta del genere!

capo: ehò. il mio problema è che sò modesto.

cofe: vero, capo.

NRL II - La caccia al tesoro

lunedì, maggio 31, 2010


Provo un piacere molto particolare nel leggere i romanzi di Camilleri, dovuto in gran parte al riscontro con le riduzioni televisive in cui Luca Zingaretti interpreta il commissario Montalbano. Io leggo Montalbano pensando a Zingaretti (checché ne voglia Camilleri medesimo). E leggo solo Montalbano, non mi interessano i romanzi storici di Camilleri. 

Ora: da qualche tempo a questa parte guardare le riduzioni televisive di Montalbano mi fa incazzare. Perché se i primi Montalbano televisivi erano appassionanti, ben girati, ben recitati e così via, gli ultimi (sarà cambiato il regista; la produzione investirà meno; la riduzione sarà meno accurata: non lo so) mi sembrano molto inferiori rispetto ai romanzi. Perdono tempo. Ci sono minuti e minuti completamente superflui. Per non dire della progressiva francofranchizzazione di Catarella che perde di genuinità per diventare macchietta di se stesso. E tanti piccoli altri problemucci.

I Montalbano di Camilleri mi riportano ai tempi in cui leggevo Topolino; li leggo con la stessa serenità, e penso che siano alta letteratura di consumo. Senza pretese intellettualistiche, senza vette giallistiche che trovo in altri scrittori, sono dei bei lavori, accurati, piacevoli. Topolino. Il problema è se Topolino tende a diventare Topo Gigio.

In quest'ultimo romanzo, che tutto sommato non è male, ho trovato diverse parti deboli. Al di là di quelle che anche Camilleri si sarà stancato di scrivere (quelle ripetizioni certo necessarie a una saga, che gli appassionati conoscono benissimo ma che l'autore deve ripetere perché magari uno comincia da questo romanzo e deve potersi ritrovare anche negli altri, tipo chi è e che rapporto ha Salvo con Livia, che Mimì è un fimminaro, che Catarella è Catarella, e così via), mi pare che ci siano minuti e minuti completamente superflui, come nelle ultime riduzioni televisive. Si capisce la facilità di scrittura di Camilleri: ma non deve gigioneggiare troppo, altrimenti ci fa incazzare come in tv, o mi sbaglio?

Il risvolto di copertina è affidato, come sempre, a Salvatore Silvano Nigro. Il quale è studioso competente ed erudito e non si esime dal mostrarlo. Fa quasi paura, fa. Nelle poche righe di presentazione del romanzo cita nientepopòdimenoché, nell'ordine: Gadda, Hannibal Lecter (sì, The Cannibal), Brancati, Kokoschka, Gogol, Landolfi, Hans Bellmer, Cindy Sherman. Ora ci mancherebbe solo che io vi rovini il romanzo, che è giallo e tale deve rimanere; però mi sembra che manchi un nome fondamentale, che sarei curioso di incontrare Camilleri per chiedergli se è un caso o se invece è proprio fonte di ispirazione diretta. Mi riferisco ovviamente a Dexter Morgan: il perchè però non ve lo posso spiegare, ché sarebbe veramente troppo.

Ah: c'è pure Ingrid, per gli appassionati. E odora sempre di albicocca.

sogni

giovedì, maggio 27, 2010

ho sognato mourinho, tutta la notte.
gli ho detto che comunque andassero le cose era stato un piacere avere a che fare con lui, e che io personalmente lo capivo se se ne voleva andare al real, che comunque avrebbe trovato in me un alleato.
certo capivo anche chi pensava che fosse un atto un po' vigliacco vincere tutto e scappare, e gliel'ho detto, ma lui giustamente mi ha detto che se se ne voleva andare al real che cazzo c'entrava il coraggio o la vigliaccheria?
e io gli ho dato ragione, a mourinho.
poi a un certo punto passeggiavamo per un paesino sconosciuto, certamente in portogallo, eravamo io, mourinho, franci, massimo (moratti). massimo mi chiedeva allora io da dove venivo, e quando gli dicevo palermo lui mi diceva "ma palermo padova, palermo venezia?", e io rispondevo "no palermo palermo".
e però mi chiedevo com'è che ancora non lo sapesse, dopo tutti gli anni che giocavo nell'inter.
mi consolavo pensando che magari pure di capitanza sa che è argentino ma mica sa esattamente se viene da buenos aires buenos aires o da buenos aires corrientes, per dire.
poi franci e mou facevano una gara in bicicletta in salita, arrivavano pari, mi sembra.
comunque josé era contento, rilassato, in fondo era una serata tra amici.
certo aveva un problema con la casa, che voleva risolvere: lo stato continuava a non volergliela vendere per intero. io non capivo. poi franci mi spiegava che josé aveva fatto casa sua tipo in un tempio egizio che c'era lì da quelle parti, e tutto attorno aveva costruito delle dependances, insomma una cosa fatta bene.
e giustamente diceva, josé: che ffà, non gliela devo lasciare una casa sistemata ai miei figli? si deve risolvere 'sta cosa, con lo stato.
e io gli ho dato ragione, a mourinho. che ffà, non aveva ragione?
e poi gli ho chiesto en donde era casa sua.
e lui mi ha risposto, con la faccia un po' da pesce: en catalao.
e io ho pensato che aveva senso, perchè in fondo lui aveva cominciato come vice di van gaal.

NRL I - Grande romanzo europeo

venerdì, maggio 21, 2010


Reisender. Commesso viaggiatore, no? Gregor Samsa war Reisender, mi ricordo. Uno potrebbe pensare che è un accostamento esagerato, in realtà no, per diverse ragioni. Le lingue straniere. Gli animali. I viaggi, certo (che Samsa non fa però). La stranezza di un mestiere - un mestiere che diventa il centro di un'epopea, che per contratto si svolgerà in Europa. Cos'è l'Europa?

Il romanzo di questa prima puntata di NRL è l'ispiratore della rubrica stessa, mentre lo leggevo pensavo continuamente a diverse cose che mi facevano puntare a una rubrica agile, snella, leggera. Il che va anche bene, ma il romanzo di Peeters non è solo questo. E la sua bellezza ne risulta ancora più accresciuta, forse.

36 capitòli, 36 capitàli, dunque. Così va letto: perché altrimenti potrebbe sembrare una trovata. Una forzatura stilistica. Come farà? Farà, farà: Peeters, questo belga che scrive in neerlandese (?), prende il protagonista di Futurama (è chiaro, è lui), lo chiama Robin per non pagare i diritti d'autore, gli fa fare un lavoro assurdo (che uno pensa: ma può esserci lavoro meno interessante di cui raccontare la storia? No, sulla carta no. Ma la carta è geografica, ed è quella dell'Europa...), e lo fa viaggiare. A volte sul serio, a volte da fermo. 

Non si capisce bene per quale motivo dovremmo interessarci ai viaggi di Robin. Intendo: non sono un pretesto, un cammino verso l'incontro con la Storia con la S maiuscola, che avviene senza smottamenti, in maniera diretta e travolgente, e che ai più marxistici di voi sembrerà il vero fulcro d'interesse del romanzo. Non si capisce eppure non riusciamo a staccare gli occhi già dalle prime pagine che siamo a metà del libro. Certo: qualche capitòlo è più riuscito di altri, dirà qualcuno (si sente aria di seduzione in Parigi; passione, in Riga; intrigo, in Varsavia), ma nessuno sembra fuori posto, da ognuno ti aspetti qualcosa che non si riduca a cartolina. A me sembra che ci riesca molto bene.

E oltre Robin, c'è Theo, l'altro grande protagonista. Theo che ha il volto di Armin Mueller-Stahl, è chiaro, ed è la voce su cui l'Europa può costruirsi, il legame costante con la Storia da cui l'economia non può separarsi. Il baritono di questo romanzo, insomma.

E le donne. Le donne europee, che sono le più belle del mondo, insieme alle americane, le asiatiche e le africane. E pure le oceaniche, và.

Devo concludere? Ma questa è una rubrica di recensioni alternative, mica c'è bisogno.

NRL O - una premessa

martedì, maggio 18, 2010

volevo inaugurare una nuova rubrica letteraria per questo blog.
nella mia mente c'è già un nome mitico: Nuova Rubrica Letteraria (NRL).
l'idea è che uno legge un libro e ne parla qui, secondo criteri che non potrebbero essere accettati da nessun'altra parte.
il titolo di ogni post dovrà seguire una numerazione crescente (per facilitare il lavoro di archivio, in futuro).
per cui il primo post si chiamerà: NRL I - e magari il titolo del libro, se uno vuole.
mi sembra giusto che questo si chiami NRL  O - una premessa.
forse rimarrà una promessa.
ma anche le promesse non rispettate fanno parte della nostra tradizione, quindi...
ognuno adatterà NRL ai suoi gusti, ci mancherebbe, ma io ho in mente per quel che mi riguarda (e per ora) di lavorare per analogie.
analogie private, inutili, incomprensibili.
e che però dicono più di tante definizioni e parole ricercate, almeno a una o due persone nel mondo.
una dimensione privatissima del resoconto letterario: ecco la sfida di NRL.
NRL: prossimamente, su questi schermi.

Stay tuned.

Christi Himmelfahrt

giovedì, maggio 13, 2010

disperato erotico post

mercoledì, maggio 05, 2010



Me chiamo N. e sò 'na puttana,
lavoro pè strada senza sottana
ma quanno vado coi potenti
me vesto bene e nun mostro li denti.

Me sò fatta interi palazzi
‘ndo il potere rendeva pazzi
st'ometti vestiti de blu
che pe fammese bisognavan Gesù

me sò fatta pure 'n prelato
ch'a fatica m'ha ingroppato,
dice ch'ero vecchia e dura
ma der signò nun c’aveva paura.

Me so fatta tutto er monno,
se cerchi bene pure tu nonno
che ‘n minuto prima de schiattà
tra le mi cosce stava a sbavà.

Un giorno ch'ero a piazza colonna,
dove un tempo batteva mi nonna, 
vedo st'uomo vecchio e potente.

C'avrà avuto settant'anni boni,
ma di voglia e ardor gonfi i coglioni
s'avvicina e dice «sò er presidente»

Poi me prenne e m'accovaccia,
strigne forte pe la sua gente,
spigne, spigne ma nun se la sente.

Così me insulta e m'allontana:
«vecchia ciavatta nun te guardo ‘n faccia,
nun sei bona manco a fà la puttana».

paris II

mercoledì, aprile 28, 2010



grazie a luca s.

Pensieri veloci contro la nuvola - II

venerdì, aprile 23, 2010

Come promesso ecco il secondo pensiero veloce contro la nuvola. Molti staranno pensando che la nuvola non c'è più e che quindi non ha tanto senso scrivere un pensiero contro qualcosa che non c'è più. 

Ma noi lo facciamo lo stesso, anche perché, come già abbiamo detto la nuvola è sempre sopra di noi (contro franci in particolare). A parte questo, anche se non ce lo meritiamo, questo pensiero era già li, assieme ad altri che però per ora non renderemo mai pubblici. 

Ancora una volta, questo pensiero deve qualcosa a una foto di Cartier-Bresson (e non Bresson e basta mi ha detto il capo, che sono proprio un ignorante e poco fine). Però, come l'altro, da essa non è completamente dipendente. 

Vorrei infine dedicare questo pensiero a tutti noi. Tutti noi che in questi anni la nuvola ce la siamo cercata e che un po' per caso, un po' per scelta, un pò per rassegnazione ci siamo ritrovati tra le mura poco luminose di una casa in una strada stetta e affollata.


ps. io non ho la pazienza di ricontrollare se ho scritto bene sopra e ho compiato bene sotto. Il primo che fa commenti sugli errori lo odio, sappiatelo. Un pensiero va a E. e G. ,  un ringraziamento invece a D. F.

addio per sempre




Figli della stessa nuvola

Hanno annodato le nostre vite.
In queste stanze poco luminose
s'intrecciano i nostri sguardi lenti,
con quelli di vecchie suore dalla mani fredde.

Siamo tutti figli d'un solo giorno,
quando Cristo è morto sulla croce
e Abramo ha pugnalato Isacco.
Quando la terra grigia ha tremato
e gli Angeli hanno celebrato il ritorno del padre.

Tutti figli della stessa nuvola.
Il mio sorriso svanisce lento
sul volto della persona accanto,
poi s'arrampica su di un viso che ha appena pianto.

Pensieri veloci contro la nuvola - I

lunedì, aprile 19, 2010

Sono giorni tristi, giorni in cui le nuvole sono fuoriuscite dai nostri pensieri e si sono realizzate.

Benedetto vulcano che ti sei incaricato di far vedere al mondo come si vive con una nuvola nera sopra. E siccome molti di noi da tempo vivono con questa nuvola sopra, una nuvola che toglie la possibilità della minima visione del futuro, noi, dopo la svolta sociale, ci incarichiamo di un'altra svolta, quella della leggerezza, come diceva qualcuno. Non si fa altro che offrire pensieri, non per forza allegri, ma che si vogliono almeno leggeri: fa più male a essere uccisi con una piuma che con un macete...

Per questo pensiero ci affidiamo alla foto di un genio, una delle tante, la prima per noi, speriamo non l'ultima. Grazie al vulcano, grazie a Bresson...




Il ragazzo del vino

Sono importante perché porto del vino,
fiero perché nelle mie mani,
che un giorno accarezzeranno i grappoli aspri
o forse li schiacceranno in sacrificio,
reco due bottiglie pesanti e scure
che oggi, giorno del Signore,
coloreranno le labbra e il viso di mio Padre.

E mia madre che ha cucinato,
anche Lei si è macchiata di rosso.
Versa lento il sugo sulla pasta e 
guarda mio padre alzare il bicchiere,
con gli occhi già gonfi
della speranza di un Lunedì migliore.

Ma io oggi sono il signore del vino,
e tu, ragazzina che ridi dietro di me,
hai capito forse l'importanza del mio viaggio?
Un giorno forse io cercherò di amarti!

le visage du volcan

venerdì, aprile 16, 2010

mi è arrivata via mail, da un francese non meglio identificato, un'immagine del vulcano che tanto sta incidendo in questi giorni sulla vita degli europei - e dunque, direttamente, di svariati rigattieri sparsi. la posto, perché mi pare un segno del destino. è un'immagine in qualche modo segreta, di cui non posso rivelare la fonte per evidenti ragioni di sicurezza. posso solo dirvi che è stata scattata ieri da uno degli aerei dei guardacoste islandesi.

vino rosso e pane azzimo

mercoledì, aprile 14, 2010

Da queste parti si usa bere vino rosso e mangiare pane azzimo tre volte al giorno con abiti sfarzosi. Così fa il pastore vestito di scuro che si avvicina al suo gregge. Un po' paonazzo e incerto per il vino del mattino, con lo sguardo vuoto, si dirige verso il più giovane dei suoi agnelli, Come sei bello, piccolo bianco e puro mio agnellino, così tenero e indifeso... Lo sguardo pieno dell'agnello, gli occhi grandi e gonfi di chi non può conoscere e tuttavia sa quello che sta per accadere, si perde nello sguardo adesso avido del buon pastore. Vieni mio giovane amico, tra le mie braccia io posso proteggerti e preservare la tua purezza, disse il pastore passando la mano ruvida sul manto del giovane che adesso tremava, giusto un attimo prima di versare l'unica lacrima, un attimo prima che lo stilo pasquale penetrasse le sue teneri carni.


mala tempora currunt

domenica, aprile 11, 2010

Liebesschlösser auf Hohenzollernbrücke

sabato, aprile 03, 2010



Ho già ricevuto lamentele di gente xenofoba e purista che si oppone all'uso del tedesco. Per questi che odiandomi si staranno chiedendo cosa voglia dire questo titolo, fornisco subito un'indicazione: federico moccia, ponte milvio, lucchetti. Proprio così, anche a Colonia la gente incatena le proprie speranze amorose, o le proprie frustrazioni amorose travestite da speranze, su un ponte.

Ma le scene di ponte milvio, centinaia di lucchetti sui pali, pali della luce che si suicidano gettandosi nel tevere per non poter sopportare più il peso di tutto quell'amore, queste scene solo lontane. Il romanticismo di ponte milvio, la penombra e le luci gialle che illuminano a tratti il viso degli innamorati e si riflettono sul sigillo pronto a immortalarsi per i due... lo scorrere lento del tevere che accompagna i sussurri di lui verso lei - o verso un altro lui - sono solo un sogno da queste parti.

Penso valga la pensa raccontare un paio di differenze, tanto per confermare alcuni vecchi stereotipi che ci piacciono tanto.

In prima istanza il ponte. Qui si tratta di Hohenzollernbrücke. Già il nome fa paura, o no? Si tratta di un ponte ferroviario di ferro, lungo 600 metri, largo 50 e alto come una montagna, con due corridoi laterali per pedoni e ciclisti. Il ponte avrà circa mille binari su cui costantemente sfrecciano sibilanti e puntuali ES, IC, Regionali, SB, UB. Sulle ringhiere arrugginite che dividono il corridoio pedonale dai binari, si appendono i sogni amorosi degli amanti della città.


La seconda differenza è nel fiume. Il Tevere è un fiumotto placido, diciamolo senza paura, un fiumotto italiano che scorre lento, si prende il suo tempo, fa i giri che gli pare nei quartieri più belli e suggestivi della città, si sdraia giustamente e volentieri al sole. È un fiume tranquillo, al massimo accoglie due risorantelli e un circolo canottieri  dove si rema poco e si consuma prosecco e cattiva politica. 

Il Rhein è un fiume tedesco: una corrente mostruosa, chiatte lunghe centro metri che trasportano ferro arruginito e carbone per mezza europa. Navi da crociera che sfidano la corrente e il vento, che nel Rhein si canalizza. Cose da pazzi, il Rhein mi fa paura, largo come un mare e veloce come una frustata.

Ma non c'è da preoccuparsi, le alte ringhiere di Hohenzollernbrücke proteggono lo spettatore e in particolare l'avventore del lucchetto, che così può compiere al sicuro il proprio sacrificio metallico. Peccato che pare di stare un po' in prigione: come piazzare il proprio lucchetto alle sbarre di regina coeli.

 

Potrei andare avanti per ore, ma vorrei soffermarmi solo su un ultimo particolare: i lucchetti. Qui di tratta di lucchetti tecnologici: di acciaio, titanio, con protezione in plastica della serratura, con luce per identificazione notturna, con musichette romantiche incorporate. Se poi uno riesce a superare l'ostilità dei nomi tedeschi sopraincisi - nomi che di solito stridono alle orecchie di noi intaliani - nota la cosa più interessante. Quasu ogni succhetto porta inciso il nome degli amanti. E l'incisione è fatta a regola d'arte, da un professionista, un artigiano specializzato: l'incisore dei lucchetti dell'amore. Si deve essere sviluppata proprio un'industria per questo tipo di incisioni, cose che in italia, con i nostri lucchetti scritti "a uniposca" - esiste ancora?- ci sognamo.
 
Per non andare oltre, una considerazione: quanto costa piazzare un lucchetto dell'amore a questi qui? diciamo 200 euro per un lucchetto teconologico, 100 euro per l'incisione a seconda del numero dei caratteri, mezza giornata per arrampicarsi sul ponte, il rischio di prendersi un malanno e peggio ancora di finire sotto un EC che certo non si fermerà per te... ma ne vale la pena? fosse così difficile, lo farebbero a ponte milvio?

la doppia seduzione di Francesco Orlando

mercoledì, marzo 17, 2010


Questo romanzo, per alcuni di noi, era un mito. Ho sognato a lungo che Orlando mi invitasse a casa sua per leggerlo ad alta voce tutto d'un fiato, una giornata intera, com'era solito fare con pochi eletti. Non è mai successo. Non escluderei che sia successo con qualcuno di noi, sarei anzi pronto a giurarci. Ho sognato a lungo del momento in cui, adulto conclamato, avrei scritto una recensione di questo libro, su una rivista, raccontandone la storia nascosta. Ma non posso farlo: Orlando non ha rispettato i patti che riguardavano la pubblicazione del suo romanzo - diceva che lo avrebbe fatto solo post mortem -, e io non sono dunque un adulto conclamato. La pubblicazione del romanzo sarebbe dovuta avvenire, secondo i miei calcoli, non prima del 2034. 24 anni di anticipo mi trovano un po' impreparato. Ne parlo qui, mi sembra già assai e persino troppo pubblico. So che a molti questa cosa della lettura ad alta voce del romanzo sembrava ridicola (e oltremodo narcisistica, è evidente). So che le attenzioni di Orlando nei confronti di pochi studenti sono oggetto di ironia da parte di molti. Ciononostante, per diverso tempo, io non desideravo altro. I corsi di Francesco Orlando, chi li ha seguiti lo sa, non erano comuni. Nulla di paragonabile in sei anni di studio all'Università di Pisa. E questo romanzo, questo romanzo segreto della cui esistenza si vociferava, di cui talvolta si parlava in classe, esisteva e non esisteva: e io non volevo altro che leggerlo. Sin dal primo anno di Università, quando G. mi parlava di questo professore, palermitano, straordinario. Lo avevo incrociato una volta: c'era una conferenza di Sanguineti-figlio su Dante, e lui lo aveva cacciato, dall'aula di palazzo Quaratesi, perché doveva fare lezione - mica poteva cominciare con 5 minuti di ritardo, come li avrebbe recuperati? Da allora cominciammo a parlarne con G., da allora mi interessai a questa storia, recuperando gradualmente lacune - Il gattopardo -, leggendo gli scritti del curtigghio che mi rendevano ancora più affascinante questa figura - Ricordo di Lampedusa -, e così via. Solo due anni dopo avrei seguito il suo corso su "L'uomo e l'opera". Ci sarà un motivo se tra tutti quelli che ho seguito questo è forse l'unico corso di cui ricordi qualcosa. L'uomo e l'opera: contro Sainte-Beuve, con Proust, da distinguere radicalmente. Guai a fare confusione! Era una delle tre cose da sapere a memoria, insieme al fatto che Sainte-Beuve è un nome formato da 4 sillabe, sa-nt-be-vv-, quindi per favore non venite a dirmi sanbèv perchè non è un santo. La terza riguardava complicatissime regole di applicazione di freud alla letteratura, passo. Mi stupisce allora che l'intervista che Repubblica dedica all'uscita di questo romanzo sia così personale, come se si trattasse di un outing di Francesco Orlando; mi stupisce che Orlando non protesti con veemenza alla domanda: "Fernando vive tragicamente la sua omosessualità. Per lei è un problema altrettanto drammatico?". L'importante, comunque, è che ora sia uscito. E tuttavia c'è una sorpresa. Di questo libro, di cui Einaudi da tempo aveva comprato i diritti, l'interesse consisteva, al di là del romanzo in sé, in questo famoso inedito di Tomasi di Lampedusa nel quale l'autore del Gattopardo si esprimeva favorevolmente sul romanzo giudicandolo persino (cito a memoria da una leggenda consolidata) "migliore del mio Gattopardo". Ora, questo inedito non c'è: e il libro viene presentato di per sé, schitto schitto, senza il famoso "manoscritto del principe" che ha dato il titolo al film di Roberto Andò. Questa è una grande sorpresa per chi conosce la storia che sta dietro alla pubblicazione di questo libro - ne parlavo con Happy, recentemente. C'è la questione delle plurime versioni dello stesso: il giudizio di Lampedusa si riferisce a una stesura ormai inesistente, visto che il romanzo è stato riscritto a più riprese nel corso degli anni. E tuttavia rimane la curiosità, l'interesse nei confronti di un giudizio che, al di là delle costanti e delle varianti (eco orlandiana), riguarda il romanzo nel suo complesso. Tanto più che, ed è l'ora di fare una piccola confessione, questo inedito era stato annesso al romanzo, in una sua versione a stampa di carattere privato, altrettanto rimaneggiata rispetto a quella letta da Lampedusa. L'inedito era annesso ma solo in alcune copie. Non c'era per esempio nella copia di G., che lessi con curiosità mista all'eccitazione di un "classico proibito" (da diversi punti di vista) nel 2002. Orlando lo dichiarava in un'introduzione che non compare in questa versione einaudiana del romanzo: disse che alcune delle copie sarebbero state impreziosite da questo inedito. G. possedeva una copia del romanzo, perché era uno di quelli che era stato invitato a casa di Orlando, anche se negli anni si era allontanato, pur continuando a riconoscere un debito enorme nei suoi confronti. Io che devo riconoscere un debito enorme nei confronti di G. promisi (e scrissi) di non rivelare mai a nessuno di questa piccola infrazione alle regole, per rispetto nei confronti di Orlando - che evidentemente non aveva voluto che leggessi il suo romanzo -, nei confronti di G. - che mi aveva permesso di farlo pregandomi di mantenere il segreto. Ora che il romanzo è pubblico, finalmente, posso liberarmi di questo piccolo segreto, di questo libro sottratto temporaneamente alla libreria di G. col piacere di un bambino che ruba la marmellata. A 8 anni di distanza (8 anni!), dopo averlo riletto, non posso che rallegrarmi della pubblicazione, ed essere curioso delle reazioni ufficiali e ufficiose. Conoscendo la maniacalità di Orlando, immagino quanto ci possa tenere lui, e la nuova vita che questa veste da romanziere deve dargli a 75 anni. Non sono in grado di esprimere un giudizio critico, perché questa storia che tenevo segreta non mi consente una giusta distanza. Non so se sia un capolavoro, probabilmente no. Io devo dire di averlo riletto con grande piacere e col trasporto di un romanzo che ti tiene incollato alle pagine. Ma non so in che misura questo dipenda dal valore in sé del romanzo o dal piccolo mito che gli ho costruito attorno. Ci sarebbero tante altre cose da dire, mi fermo qui. Voi? 

paris

giovedì, febbraio 25, 2010



Quando il protagonista è un fesso

mercoledì, febbraio 10, 2010





È stato CarloCò a incendiarmi le meningi con un’illuminazione improvvisa.
Su Facebook si stava cazzeggiando di Dawson’s Creek, uno dei telefilm più idioti che la tv americana abbia mai prodotto.
Sbertucciando l’espressione totalmente inebetita del protagonista (vedi foto), interpretato dal mono-faccia James Van Der Beek, sono stato sopraffatto dall’illuminazione di cui sopra.
Ho pensato: ma questo qui è veramente un fesso!
E con questo, direte voi. Sembra una banale constatazione. In realtà, secondo me, c’è di più.
Insomma, il fatto che il protagonista di un serial sia riconosciuto da tutti come il più cretino della combriccola è piuttosto strano. 
In teoria, dovrebbe essere l’opposto: il protagonista è fico e intelligente, mentre fra i comprimari si aggirano mediocri, sfigatoni, nerd ultimo stadio.
A Dawson, invece, fanno di tutto: gli fregano la donna sotto gli occhi, lo pigliano per il culo, gli amici tradiscono la sua amicizia... E lui resta sempre lì, con quell’espressione tra l’addolorato e chi sta iniziando a realizzare (ma è un luccichìo breve nel buio della corteccia celebrale...) che se l’è presa metaforicamente nello stoppino.
Insomma, come dicevo all’ottimo CarloCò, trattasi di un "monstrum" narratologico.
In letteratura, accade assai di rado. Anzi, non mi viene in mente un testo in cui il protagonista sia, al tempo stesso: cretino, antipatico e inetto. Attenzione, notate: in contemporanea. Può essere magari cretino, ma allora presenta sicuramente una qualità che ce lo rende “leggibile”, come la bonomia, la comicità involontaria, la sfiga esistenziale...
Madame Bovary è scema come una commentatrice di Uomini e donne, però c’è qualcosa di grandioso nel suo delirio piccolo-borghese di affermazione sociale... etc... 
Ma questo genere di fenomeno, tipico di certe narrazioni seriali, non può essere un caso.
Per esempio, la stessa strategia si riscontra in Grey’s Anatomy – qualitativamente imparagonabile a D’sC – dove accade che la protagonista (la dott.ssa Grey – Ellen Pompeo) è di gran lunga il personaggio più stracciapalle e il medico più scarso di tutta la serie. 
È sempre scazzata, piagnucola, si azzecca ai partner succhiandogli la professionalità, non è nemmeno in grado di operare da sola: ci riesce solo, attenzione, alla quarta/quinta serie, quando la sua amica, la Yang, ha già ottenuto tre specializzazioni e una seconda laurea in nanotecnologie applicate.
Non è un caso, infatti, se anche in GA i personaggi più “empatici” siano quelli secondari.

Da tutto questo sproloquio mentale ho tratto quanto segue:
-         il protagonista è fesso, dunque ci sono molti protagonisti;
-        l’antipatia del protagonista è direttamente proporzionale alla simpatia dei personaggi secondari;
-        "io" spettatore non mi identifico in un personaggio singolo, ma in più personaggi; di conseguenza, la mia dipendenza dalla serie tv aumenta esponenzialmente: ho più trame da seguire.

Non so perché, ma c’è qualcosa di tutto ciò che mi turba non poco... La minchioneria è diventata una categoria narrativa così potente?

Le parole sono importanti

lunedì, febbraio 01, 2010

Può essere perfino abbastanza affascinante che il significante sia se­­­­­­­­­­­­­­­mpre in eccesso rispetto al significato (e così mi sono giocato l’80% dei lettori, per dire una banalità, e cioè che le parole dicono sempre più di quanto non vorrebbero).
Ma esemplifichiamo. Capita, per dire, che becchi la povera Crani, su scaiz, nel momento in cui stai attraversando il punto più basso della tua curva ciclotimica (ovvero quando ti gira parecchio il cazzo); e quindi a quella, piccina, gli tocca di sorbirsi un cofino imparanoiato, quando magari potrebbe impiegare il suo tempo a fare altro – a giocare a farmville, ad esempio).
E così si affronta l’incandescente interrogativo: dov’è la donna per Ferary? Anziché consolarmi, dicendomi l’unica cosa ragionevole da dire in questi casi (“Ma cofino, ’sta cosa è veramente inispiegabile. Sei l’uomo più cool e sezzy dell’orbe terracqueo: ci dev’essere una strana configurazione astrale per cui non sta accadendo l’ovvio, ovvero che tutte le donne desiderino saltarti addosso”), Craca tenta una spiegazione razionale, con consigli razionali, e così finisce che fa quello che non si dovrebbe mai fare, ovvero farmi scontrare con la realtà. “Capisci Cofino, non è che sei popo sto figo” (no?). “Forse dovresti accontentarti di quel che passa il convento. Devi per forza cercare qualcuno, per dire, che abbia entrambe le gambe? Forse no. Forse chiedi troppo. Una donna con una gamba, per te, è già grasso che cola, se ci pensi. Dovresti ringraziare il cielo che abbia ancora l’altra”. Così ti immagini che lei abbia da proporti una sua amica zoppa, ma neanche quella. Allora prosegue: “Vedi, devi prendere qualcuna che non sia socialmente troppo forte. Ci vuole qualcuno di veramente  disperato. Una reietta impopolare, senza amici, che non abbia mai avuto un uomo – tu non reggeresti il confronto con Alvaro Vitali – e magari con qualche tragedia alle spalle, magari, toh, uno zio che le allungava le mani da piccola. Capisci?”
Ma il carico, la mia dolce confidente lo lascia per il finale, nell’elenco dei difetti a causa dei quali non troverò mai una donna. Si lascia sfuggire una parola terrificante, che mai avrei voluto sentire. Dice che sono – e qui cito testualmente – “timidino”.
Timidino.
Occhei, passi pure che uno riconosca la mia timidezza; passi pure che uno mi dica che sono timido. “Sei timido”, lascia pensare ad un essere umano standard, a cui, per convenzione, si attribuiscono una serie di qualità, positive o negative, tra cui quella di essere timido. È timido, ha i capelli biondi, è simpa, è in terza classe ecc ecc.
Passi a maggior ragione che uno ti dica che sei un timidone, che è quella timidezza un po’ dolce e un po’ già disinnescata, di cui si parla con affetto, una cosa con cui si può convivere serenamente, se non gradevolmente. Hugh Grant può essere un timidone, e nel frattempo scoparsi Julia Robers, per dire.
Quello che invece in nessuno dei mondi possibili Hugh Grant potrebbe essere è timidino. Quella parola mefistofelica si porta dietro tutto un universo di sfiga da cui è assolutamente impossibile staccarlo. Timidino significa, anzitutto, non scopabile, neanche su un’isola deserta. Timidino è il nerd del liceo, occhiali spessi, brufoli, segaiolo, che si vomita sulle scarpe non appena sente l’odore di una donna, sudaticcio, che si scarica soft porn perché l’hardcore lo spaventa, che si masturba su Tomb Raider, e che bene che vada fonderà la Microsoft. Un cucciolo, ma ributtante. (Una roba del genere).
Quindi pensateci, prima di affondare qualcuno. La risposta giusta è: “Timido tu? Non direi proprio”.

Poi la questione è diventata internazionale, che pare che trovarmi una donna sia ormai la sfida a cui si dedicano i temerari di tutto il mondo. E dunque la coinquilina del Capo pare mi voglia dare una sua amica (mi immagino che gnocca).
E sentenzia: “Cofe sembra un orso col cuore in mano”.

Io penso che...

martedì, gennaio 26, 2010

..., ma è un'opinione del tutto personale e che so non condivisa da altri rigattieri, che più continua il massacro a Paolo Nori sul manifesto, più mi convinco delle sue ragioni, e del coraggio delle sue azioni contro un certo fastidiosissimo conformismo di sinistra.

non perché collaborare a Libero sia la migliore delle idee possibili: ma perché il tono delle repliche, le argomentazioni per nulla convincenti degli oppositori mi convincono sempre di più della forza della decisione di Nori, in barba alle ortodossie e alle presunte appartenenze (di casta più che di classe).

questo qualunque sia la sua decisione d'ora in poi, e comunque vada a finire questo affaire.

l'ho detto.

il capo

BNF

venerdì, gennaio 22, 2010

Mi trovavo nella sala fotocopie della sala P. Da solo. Sperduto, mi guardavo attorno. Ho toccato la fotocopiatrice. Non l'avessi mai fatto.

Entra di corsa un uomo, mezzo pelato, sguardo allampanato.

- Cosa sta facendo?
- Ma io veramente dovrei fare delle fotocopie..
- Lei non può stare qui. Per fare le fotocopie deve venire al bancone, poi veniamo noi a fare le fotocopie.
- Mi scusi, non volev...
- Comunque, mi dica.
- Dunque dovrei fotocopiare qu..
- No.
- ?
- Cioè non No!, le spiego perché no. Quella che lei ha in mano è una rivista che non ha rilegatura, solo due spillette sul bordo. Si rovinerebbe, aprendola.
- Mi scusi, ma proprio perché ha due spillette sul bordo non si rovinerebbe, aprendola.
- Mi dispiace, no.
- Ma...
- No.
- No le volevo dire, che io in realtà non devo fotocopiare questa rivista, ma un inserto che c'è dentro...
- (con curiosità altezzosa, ovvero faccia di minchia da francese) vediamo... ah no no (ridacchiando), ma si figuri! questo non ha manco le spillette! è incollato! ma non esiste proprio.
- Ma...
- Che poi, mi scusi, ma al piano di sopra ci sono le stesse riviste, e le fotocopie costano 10 centesimi meno!
- Ho capito, ma insomma se non me lo fa fotocopiare Lei perchè dovrebbero farlo di sopra... ma poi mi scusi che c'entra?
- Niente. Quante fotocopie deve fare?
- Ma pochissime! 3-4!

(si guarda attorno, sperduto. Tocca la fotocopiatrice. Non l'avesse mai fatto.)

- Comunque sopra costa meno.
- Eh, lo so, ha perfettamente ragione...
- Vabbé su. Mi dia la sua carta.
- Grazie.

(mette la carta nella macchina).

- Lei ha solo 3 fotocopie a disposizione. Qui sotto. Sopra sarebbero 5. Che facciamo?
- Guardi, la ringrazio per l'interesse, ma insomma mi faccia queste tre maledettissime fotocopie e le altre le farò dopo. Non importa, veramente.
- Come vuole. Anche se sopra...

fa le tre fotocopie. un pensiero dolce si affaccia nella sua mente di burocrate. mi guarda. guarda la rivista. sento le rotelle del suo cervello, si muovono, griciolano (gracidano o come cacchio si dice. ma griciolano rende l'idea, secondo me).

- Mi aspetti qui.

esce. mi lascia solo nella sala dove non sono autorizzato a stare solo. forse è una trappola, forse uno scioglilingua. mi caco. panico. griciolano anche le mie, di rotelle, ma ci mettono più tempo, nel frattempo lui arriva. con in mano le altre fotocopie, si è nascosto per fotocopiarmi tutto l'articolo. mi rende la rivista, con sguardo piacionico. gli rendo lo sguardo, fiero di avergli permesso questo grave strappo alla disciplina. me ne vado, racconto la storia agli amici.

non mi crede nessuno.

l'ami de mes amis

lunedì, gennaio 11, 2010



in omaggio, in memoria, per chi ha amato la bellezza tanto da saperla regalare
per chi ci ha incantati con la forza delle sue immagini
per chi ha avuto la forza di seguire un percorso al di là delle mode e degli allori

per chi non lo conosce, che da oggi ne approfitti