la doppia seduzione di Francesco Orlando

mercoledì, marzo 17, 2010


Questo romanzo, per alcuni di noi, era un mito. Ho sognato a lungo che Orlando mi invitasse a casa sua per leggerlo ad alta voce tutto d'un fiato, una giornata intera, com'era solito fare con pochi eletti. Non è mai successo. Non escluderei che sia successo con qualcuno di noi, sarei anzi pronto a giurarci. Ho sognato a lungo del momento in cui, adulto conclamato, avrei scritto una recensione di questo libro, su una rivista, raccontandone la storia nascosta. Ma non posso farlo: Orlando non ha rispettato i patti che riguardavano la pubblicazione del suo romanzo - diceva che lo avrebbe fatto solo post mortem -, e io non sono dunque un adulto conclamato. La pubblicazione del romanzo sarebbe dovuta avvenire, secondo i miei calcoli, non prima del 2034. 24 anni di anticipo mi trovano un po' impreparato. Ne parlo qui, mi sembra già assai e persino troppo pubblico. So che a molti questa cosa della lettura ad alta voce del romanzo sembrava ridicola (e oltremodo narcisistica, è evidente). So che le attenzioni di Orlando nei confronti di pochi studenti sono oggetto di ironia da parte di molti. Ciononostante, per diverso tempo, io non desideravo altro. I corsi di Francesco Orlando, chi li ha seguiti lo sa, non erano comuni. Nulla di paragonabile in sei anni di studio all'Università di Pisa. E questo romanzo, questo romanzo segreto della cui esistenza si vociferava, di cui talvolta si parlava in classe, esisteva e non esisteva: e io non volevo altro che leggerlo. Sin dal primo anno di Università, quando G. mi parlava di questo professore, palermitano, straordinario. Lo avevo incrociato una volta: c'era una conferenza di Sanguineti-figlio su Dante, e lui lo aveva cacciato, dall'aula di palazzo Quaratesi, perché doveva fare lezione - mica poteva cominciare con 5 minuti di ritardo, come li avrebbe recuperati? Da allora cominciammo a parlarne con G., da allora mi interessai a questa storia, recuperando gradualmente lacune - Il gattopardo -, leggendo gli scritti del curtigghio che mi rendevano ancora più affascinante questa figura - Ricordo di Lampedusa -, e così via. Solo due anni dopo avrei seguito il suo corso su "L'uomo e l'opera". Ci sarà un motivo se tra tutti quelli che ho seguito questo è forse l'unico corso di cui ricordi qualcosa. L'uomo e l'opera: contro Sainte-Beuve, con Proust, da distinguere radicalmente. Guai a fare confusione! Era una delle tre cose da sapere a memoria, insieme al fatto che Sainte-Beuve è un nome formato da 4 sillabe, sa-nt-be-vv-, quindi per favore non venite a dirmi sanbèv perchè non è un santo. La terza riguardava complicatissime regole di applicazione di freud alla letteratura, passo. Mi stupisce allora che l'intervista che Repubblica dedica all'uscita di questo romanzo sia così personale, come se si trattasse di un outing di Francesco Orlando; mi stupisce che Orlando non protesti con veemenza alla domanda: "Fernando vive tragicamente la sua omosessualità. Per lei è un problema altrettanto drammatico?". L'importante, comunque, è che ora sia uscito. E tuttavia c'è una sorpresa. Di questo libro, di cui Einaudi da tempo aveva comprato i diritti, l'interesse consisteva, al di là del romanzo in sé, in questo famoso inedito di Tomasi di Lampedusa nel quale l'autore del Gattopardo si esprimeva favorevolmente sul romanzo giudicandolo persino (cito a memoria da una leggenda consolidata) "migliore del mio Gattopardo". Ora, questo inedito non c'è: e il libro viene presentato di per sé, schitto schitto, senza il famoso "manoscritto del principe" che ha dato il titolo al film di Roberto Andò. Questa è una grande sorpresa per chi conosce la storia che sta dietro alla pubblicazione di questo libro - ne parlavo con Happy, recentemente. C'è la questione delle plurime versioni dello stesso: il giudizio di Lampedusa si riferisce a una stesura ormai inesistente, visto che il romanzo è stato riscritto a più riprese nel corso degli anni. E tuttavia rimane la curiosità, l'interesse nei confronti di un giudizio che, al di là delle costanti e delle varianti (eco orlandiana), riguarda il romanzo nel suo complesso. Tanto più che, ed è l'ora di fare una piccola confessione, questo inedito era stato annesso al romanzo, in una sua versione a stampa di carattere privato, altrettanto rimaneggiata rispetto a quella letta da Lampedusa. L'inedito era annesso ma solo in alcune copie. Non c'era per esempio nella copia di G., che lessi con curiosità mista all'eccitazione di un "classico proibito" (da diversi punti di vista) nel 2002. Orlando lo dichiarava in un'introduzione che non compare in questa versione einaudiana del romanzo: disse che alcune delle copie sarebbero state impreziosite da questo inedito. G. possedeva una copia del romanzo, perché era uno di quelli che era stato invitato a casa di Orlando, anche se negli anni si era allontanato, pur continuando a riconoscere un debito enorme nei suoi confronti. Io che devo riconoscere un debito enorme nei confronti di G. promisi (e scrissi) di non rivelare mai a nessuno di questa piccola infrazione alle regole, per rispetto nei confronti di Orlando - che evidentemente non aveva voluto che leggessi il suo romanzo -, nei confronti di G. - che mi aveva permesso di farlo pregandomi di mantenere il segreto. Ora che il romanzo è pubblico, finalmente, posso liberarmi di questo piccolo segreto, di questo libro sottratto temporaneamente alla libreria di G. col piacere di un bambino che ruba la marmellata. A 8 anni di distanza (8 anni!), dopo averlo riletto, non posso che rallegrarmi della pubblicazione, ed essere curioso delle reazioni ufficiali e ufficiose. Conoscendo la maniacalità di Orlando, immagino quanto ci possa tenere lui, e la nuova vita che questa veste da romanziere deve dargli a 75 anni. Non sono in grado di esprimere un giudizio critico, perché questa storia che tenevo segreta non mi consente una giusta distanza. Non so se sia un capolavoro, probabilmente no. Io devo dire di averlo riletto con grande piacere e col trasporto di un romanzo che ti tiene incollato alle pagine. Ma non so in che misura questo dipenda dal valore in sé del romanzo o dal piccolo mito che gli ho costruito attorno. Ci sarebbero tante altre cose da dire, mi fermo qui. Voi? 

paris

giovedì, febbraio 25, 2010



Quando il protagonista è un fesso

mercoledì, febbraio 10, 2010





È stato CarloCò a incendiarmi le meningi con un’illuminazione improvvisa.
Su Facebook si stava cazzeggiando di Dawson’s Creek, uno dei telefilm più idioti che la tv americana abbia mai prodotto.
Sbertucciando l’espressione totalmente inebetita del protagonista (vedi foto), interpretato dal mono-faccia James Van Der Beek, sono stato sopraffatto dall’illuminazione di cui sopra.
Ho pensato: ma questo qui è veramente un fesso!
E con questo, direte voi. Sembra una banale constatazione. In realtà, secondo me, c’è di più.
Insomma, il fatto che il protagonista di un serial sia riconosciuto da tutti come il più cretino della combriccola è piuttosto strano. 
In teoria, dovrebbe essere l’opposto: il protagonista è fico e intelligente, mentre fra i comprimari si aggirano mediocri, sfigatoni, nerd ultimo stadio.
A Dawson, invece, fanno di tutto: gli fregano la donna sotto gli occhi, lo pigliano per il culo, gli amici tradiscono la sua amicizia... E lui resta sempre lì, con quell’espressione tra l’addolorato e chi sta iniziando a realizzare (ma è un luccichìo breve nel buio della corteccia celebrale...) che se l’è presa metaforicamente nello stoppino.
Insomma, come dicevo all’ottimo CarloCò, trattasi di un "monstrum" narratologico.
In letteratura, accade assai di rado. Anzi, non mi viene in mente un testo in cui il protagonista sia, al tempo stesso: cretino, antipatico e inetto. Attenzione, notate: in contemporanea. Può essere magari cretino, ma allora presenta sicuramente una qualità che ce lo rende “leggibile”, come la bonomia, la comicità involontaria, la sfiga esistenziale...
Madame Bovary è scema come una commentatrice di Uomini e donne, però c’è qualcosa di grandioso nel suo delirio piccolo-borghese di affermazione sociale... etc... 
Ma questo genere di fenomeno, tipico di certe narrazioni seriali, non può essere un caso.
Per esempio, la stessa strategia si riscontra in Grey’s Anatomy – qualitativamente imparagonabile a D’sC – dove accade che la protagonista (la dott.ssa Grey – Ellen Pompeo) è di gran lunga il personaggio più stracciapalle e il medico più scarso di tutta la serie. 
È sempre scazzata, piagnucola, si azzecca ai partner succhiandogli la professionalità, non è nemmeno in grado di operare da sola: ci riesce solo, attenzione, alla quarta/quinta serie, quando la sua amica, la Yang, ha già ottenuto tre specializzazioni e una seconda laurea in nanotecnologie applicate.
Non è un caso, infatti, se anche in GA i personaggi più “empatici” siano quelli secondari.

Da tutto questo sproloquio mentale ho tratto quanto segue:
-         il protagonista è fesso, dunque ci sono molti protagonisti;
-        l’antipatia del protagonista è direttamente proporzionale alla simpatia dei personaggi secondari;
-        "io" spettatore non mi identifico in un personaggio singolo, ma in più personaggi; di conseguenza, la mia dipendenza dalla serie tv aumenta esponenzialmente: ho più trame da seguire.

Non so perché, ma c’è qualcosa di tutto ciò che mi turba non poco... La minchioneria è diventata una categoria narrativa così potente?

Le parole sono importanti

lunedì, febbraio 01, 2010

Può essere perfino abbastanza affascinante che il significante sia se­­­­­­­­­­­­­­­mpre in eccesso rispetto al significato (e così mi sono giocato l’80% dei lettori, per dire una banalità, e cioè che le parole dicono sempre più di quanto non vorrebbero).
Ma esemplifichiamo. Capita, per dire, che becchi la povera Crani, su scaiz, nel momento in cui stai attraversando il punto più basso della tua curva ciclotimica (ovvero quando ti gira parecchio il cazzo); e quindi a quella, piccina, gli tocca di sorbirsi un cofino imparanoiato, quando magari potrebbe impiegare il suo tempo a fare altro – a giocare a farmville, ad esempio).
E così si affronta l’incandescente interrogativo: dov’è la donna per Ferary? Anziché consolarmi, dicendomi l’unica cosa ragionevole da dire in questi casi (“Ma cofino, ’sta cosa è veramente inispiegabile. Sei l’uomo più cool e sezzy dell’orbe terracqueo: ci dev’essere una strana configurazione astrale per cui non sta accadendo l’ovvio, ovvero che tutte le donne desiderino saltarti addosso”), Craca tenta una spiegazione razionale, con consigli razionali, e così finisce che fa quello che non si dovrebbe mai fare, ovvero farmi scontrare con la realtà. “Capisci Cofino, non è che sei popo sto figo” (no?). “Forse dovresti accontentarti di quel che passa il convento. Devi per forza cercare qualcuno, per dire, che abbia entrambe le gambe? Forse no. Forse chiedi troppo. Una donna con una gamba, per te, è già grasso che cola, se ci pensi. Dovresti ringraziare il cielo che abbia ancora l’altra”. Così ti immagini che lei abbia da proporti una sua amica zoppa, ma neanche quella. Allora prosegue: “Vedi, devi prendere qualcuna che non sia socialmente troppo forte. Ci vuole qualcuno di veramente  disperato. Una reietta impopolare, senza amici, che non abbia mai avuto un uomo – tu non reggeresti il confronto con Alvaro Vitali – e magari con qualche tragedia alle spalle, magari, toh, uno zio che le allungava le mani da piccola. Capisci?”
Ma il carico, la mia dolce confidente lo lascia per il finale, nell’elenco dei difetti a causa dei quali non troverò mai una donna. Si lascia sfuggire una parola terrificante, che mai avrei voluto sentire. Dice che sono – e qui cito testualmente – “timidino”.
Timidino.
Occhei, passi pure che uno riconosca la mia timidezza; passi pure che uno mi dica che sono timido. “Sei timido”, lascia pensare ad un essere umano standard, a cui, per convenzione, si attribuiscono una serie di qualità, positive o negative, tra cui quella di essere timido. È timido, ha i capelli biondi, è simpa, è in terza classe ecc ecc.
Passi a maggior ragione che uno ti dica che sei un timidone, che è quella timidezza un po’ dolce e un po’ già disinnescata, di cui si parla con affetto, una cosa con cui si può convivere serenamente, se non gradevolmente. Hugh Grant può essere un timidone, e nel frattempo scoparsi Julia Robers, per dire.
Quello che invece in nessuno dei mondi possibili Hugh Grant potrebbe essere è timidino. Quella parola mefistofelica si porta dietro tutto un universo di sfiga da cui è assolutamente impossibile staccarlo. Timidino significa, anzitutto, non scopabile, neanche su un’isola deserta. Timidino è il nerd del liceo, occhiali spessi, brufoli, segaiolo, che si vomita sulle scarpe non appena sente l’odore di una donna, sudaticcio, che si scarica soft porn perché l’hardcore lo spaventa, che si masturba su Tomb Raider, e che bene che vada fonderà la Microsoft. Un cucciolo, ma ributtante. (Una roba del genere).
Quindi pensateci, prima di affondare qualcuno. La risposta giusta è: “Timido tu? Non direi proprio”.

Poi la questione è diventata internazionale, che pare che trovarmi una donna sia ormai la sfida a cui si dedicano i temerari di tutto il mondo. E dunque la coinquilina del Capo pare mi voglia dare una sua amica (mi immagino che gnocca).
E sentenzia: “Cofe sembra un orso col cuore in mano”.

Io penso che...

martedì, gennaio 26, 2010

..., ma è un'opinione del tutto personale e che so non condivisa da altri rigattieri, che più continua il massacro a Paolo Nori sul manifesto, più mi convinco delle sue ragioni, e del coraggio delle sue azioni contro un certo fastidiosissimo conformismo di sinistra.

non perché collaborare a Libero sia la migliore delle idee possibili: ma perché il tono delle repliche, le argomentazioni per nulla convincenti degli oppositori mi convincono sempre di più della forza della decisione di Nori, in barba alle ortodossie e alle presunte appartenenze (di casta più che di classe).

questo qualunque sia la sua decisione d'ora in poi, e comunque vada a finire questo affaire.

l'ho detto.

il capo

BNF

venerdì, gennaio 22, 2010

Mi trovavo nella sala fotocopie della sala P. Da solo. Sperduto, mi guardavo attorno. Ho toccato la fotocopiatrice. Non l'avessi mai fatto.

Entra di corsa un uomo, mezzo pelato, sguardo allampanato.

- Cosa sta facendo?
- Ma io veramente dovrei fare delle fotocopie..
- Lei non può stare qui. Per fare le fotocopie deve venire al bancone, poi veniamo noi a fare le fotocopie.
- Mi scusi, non volev...
- Comunque, mi dica.
- Dunque dovrei fotocopiare qu..
- No.
- ?
- Cioè non No!, le spiego perché no. Quella che lei ha in mano è una rivista che non ha rilegatura, solo due spillette sul bordo. Si rovinerebbe, aprendola.
- Mi scusi, ma proprio perché ha due spillette sul bordo non si rovinerebbe, aprendola.
- Mi dispiace, no.
- Ma...
- No.
- No le volevo dire, che io in realtà non devo fotocopiare questa rivista, ma un inserto che c'è dentro...
- (con curiosità altezzosa, ovvero faccia di minchia da francese) vediamo... ah no no (ridacchiando), ma si figuri! questo non ha manco le spillette! è incollato! ma non esiste proprio.
- Ma...
- Che poi, mi scusi, ma al piano di sopra ci sono le stesse riviste, e le fotocopie costano 10 centesimi meno!
- Ho capito, ma insomma se non me lo fa fotocopiare Lei perchè dovrebbero farlo di sopra... ma poi mi scusi che c'entra?
- Niente. Quante fotocopie deve fare?
- Ma pochissime! 3-4!

(si guarda attorno, sperduto. Tocca la fotocopiatrice. Non l'avesse mai fatto.)

- Comunque sopra costa meno.
- Eh, lo so, ha perfettamente ragione...
- Vabbé su. Mi dia la sua carta.
- Grazie.

(mette la carta nella macchina).

- Lei ha solo 3 fotocopie a disposizione. Qui sotto. Sopra sarebbero 5. Che facciamo?
- Guardi, la ringrazio per l'interesse, ma insomma mi faccia queste tre maledettissime fotocopie e le altre le farò dopo. Non importa, veramente.
- Come vuole. Anche se sopra...

fa le tre fotocopie. un pensiero dolce si affaccia nella sua mente di burocrate. mi guarda. guarda la rivista. sento le rotelle del suo cervello, si muovono, griciolano (gracidano o come cacchio si dice. ma griciolano rende l'idea, secondo me).

- Mi aspetti qui.

esce. mi lascia solo nella sala dove non sono autorizzato a stare solo. forse è una trappola, forse uno scioglilingua. mi caco. panico. griciolano anche le mie, di rotelle, ma ci mettono più tempo, nel frattempo lui arriva. con in mano le altre fotocopie, si è nascosto per fotocopiarmi tutto l'articolo. mi rende la rivista, con sguardo piacionico. gli rendo lo sguardo, fiero di avergli permesso questo grave strappo alla disciplina. me ne vado, racconto la storia agli amici.

non mi crede nessuno.

l'ami de mes amis

lunedì, gennaio 11, 2010



in omaggio, in memoria, per chi ha amato la bellezza tanto da saperla regalare
per chi ci ha incantati con la forza delle sue immagini
per chi ha avuto la forza di seguire un percorso al di là delle mode e degli allori

per chi non lo conosce, che da oggi ne approfitti

La sorella zitella e l'invidia.

sabato, gennaio 09, 2010


Lettera trovata cucita sulla copertina di un libro antico [fine XVIII secolo-metà XIX?].



Fratello Dilettis.mo

Ho letto quanto ti compiacesti scrivermi nella lettera che drizzasti al Sig. Papà Grande, e ti ringrazio assai dell'affettuose espressioni. Io non veddo l'ora di riabbracciarti col caro fratello Giorgio, ma spero presti [sic] restar contenta. Le sorelle Monache hanno aspostatato, e non sono più Monache, quando verrai potrai scomunicarle.
La Mamà Grande ti abbraccia con Giorgio e sempre penza [sic] a voi ed ella vi vuol bene più di tutti. Io ti abbraccio colla stessa e Papà Grande e sono

Tua Sorella
Marianna.

e se invece di scomunicare le sorelle ex-monache il fratellino prelato avesse trovato uno stalliere  premuroso per la sorella rimasta in casa?



Ritratto della Contessa Anastasia Spini - 1838/1840


mitomania

mercoledì, dicembre 30, 2009


professione filosofo

sabato, dicembre 26, 2009

" Come professione, Antonino Paraggi esplicava mansioni esecutive nei servizi distribuitivi di un'impresa produttiva, ma la sua vera passione era quella di commentare con gli amici gli avvenimenti piccoli e grandi sdipanando il filo delle ragioni generali dai garbugli particolari; egli era insomma, per atteggiamento mentale, un filosofo, e nel riuscire a spiegarsi anche i fatti più lontani dalla sua esperienza metteva tutto il suo puntiglio "

[un post così sembrerebbe strano: eppure...]

pranzo di natale, edizione 2009

lunedì, dicembre 14, 2009

vi stavate preoccupando, lo so. ma ingiustificatamente: ché mica ci perderemmo per nulla al mondo il nostro classico appuntamento natalizio! quest'anno, tra l'altro, in versione più internazionale che mai: parteciparanno reduci da parigi, milano, boston, collesalvetti e perfino signore e signori dalla sardegna! il vero evento, altro che quello di cui nel post precedente...

l'appuntamento è nella classica sede distaccata di via rigattieri sita in via Corridoni 42 49,

SABATO 19 DICEMBRE 2009 A PARTIRE DALLE ORE 12 13


l'organizzazione è la solita: ognuno, al suo buon cuore, porta qualcosa, ed io per tutti (no non era così. ognuno porta qualcosa e basta).

naturalmente, come per ogni pranzo di natale, anche quest'anno ci sarà un'innovazione. non più la tombola come l'anno scorso, ma qualcosa di nuovo, rivoluzionario, inimmaginabile! 


e chi vince, vince il gatto. 




p.s.: e come sempre, i commenti serviranno sia ad aderire che ad evitare doppioni nel menu

p.s.2: (modifica del post a distanza di tempo - non autorizzata) se qualcuno vuole portare premi per il gioco, da mettere in palio, ben venga! se qualcuno vuole portare pane e vino (e marcellino), lo dica!

l'evento

giovedì, dicembre 10, 2009

già dall'inizio si annunciava come una delle tipiche trovate alla cofe. ma come smorzare il suo entusiasmo, la sua palpabile eccitazione? ho aderito senza esitazione alcuna. "ci dobbiamo prenotare!", mi dice quasi sussultando. va bene, prenotiamoci. "me l'ha detto quella, la deleuziana carina". benissimo cofe, andiamo, mi fido completamente: fammi solo sapere dove devo arrivare, a che ora, pensa a tutto tu. d'accordo, d'accordo. un'avvisaglia l'avevamo avuta, a dirla tutta, la sera prima: mail di avviso della prenotazione avvenuta all'evento (organizzato da chi? in cosa consiste? tutto ignoto), dice che dobbiamo portarci computer e casco. cofe, io il casco ce l'ho a palermo. non ti preoccupare còin ci penso io, scrivo una mail per chiedere che cazzo vuol dire. còin, apposto, vuol dire cuffie: ci dobbiamo portare computer e cuffie. va bene cofe, ci porteremo computer e cuffie. ma queste cose, se non le facciamo a parigi, ma dove le facciamo? vero cofe, vero, sono contento. apposto, apposto, ciao ciao.

l'indomani. skype. cofe: come ci organizziamo? cofe, dimmi tu, dimmi a che ora mi devo fare trovare e dove. ok, la cosa inizia alle 3, è un po' fuori parigi. come fuori parigi? no non fuori parigi, non ti preoccupare, appena sopra il boulevard peripherique, ci arriva la metro. ok, ok. ci troviamo alle 14.30 a Garibaldì. bene. mangio in fretta con F., che mi è venuto a trovare, pezzo di carne e patatine al ristorante di piggì a belleville, poi parto. bella la linea 2 di giorno, tutta sopra, si vede un sacco parigi, passa vicino al canale dell'ourq, barbés, poi a un certo punto si inabissa, passa anche da pigalle. cambio, arrivo a garibaldì. aspetto un po', arriva cofe. ci incamminiamo nella periferia parigina - ma st. ouen è quartiere simpatico.

arriviamo nel posto dell'evento. una sorta di centro sociale, enorme, c'è un ristorante, chiediamo informazioni. "siamo venuti per l'atelier sulla voce di Deleuze". L'atelier sulla voce di Deleuze? Cofe dove siamo finiti, qua non c'è niente. ma no, fidati, ora troviamo. scusa ma la tua amica? eh ma lei non viene. come non viene, cofe, prima ti invita e poi non viene? eh si se veniva mica ti portavo. ah ok. eh.

arriva V., ci dà delle informazioni, ci fa vedere una mega installazione al semibuio su Deleuze, con dei video. su una parete grande è proiettato il video di due tizi in un bosco. "è il bosco di vincennes", ci dicono, con grande deferenza. ah. quello del primo maggio, ci ho giocato a calcio, ho capito. ci presentano S. parliamo un po' in francese, lei parla super sottovoce e in maniera suadente, forse, secondo lei. convenevoli, poi vedo su un tavolo l'immagine-tempo in italiano, le chiedo come mai? e lei mi dice che è italiana. ah, noi pure siamo italiani! ah oui? mais en fait nous on ... e continua a parlare in francese, come se niente fosse. bah.

insomma ci spiega un po': lei ha fatto un film, che ha proiettato anche a procida, riutilizzando i video che M. B. ha fatto dei corsi di Deleuze a Vincennes, e oggi l'atelier è proprio con M. B.: avremo occasione di parlare con lei, discutere ecc. cazzo cofe, questi ci fanno parlare. ma no dai, ora vediamo che succede. 7 prenotazioni, pare. io vedo che ci siamo io, cofe, S., arriva M. B., V. e altri 2 (ma gli organizzatori sarebbero esclusi dalla prenotazione, vabbè). mentre aspettiamo ancora, S. ci racconta ancora delle cose, sull'idea del progetto, su D&G, su di noi. ma noi chi, cofe? noi, noi. avrete presente sicuramente il danzatore buto masuka magrolino, ci dice, ecco lui è andato in questo ex manicomio in cui lavorava Guattari, è un posto stupendo, in cui i medici sono un po' malati e i malati sono un po' medici. lui è rimasto lì un po' di tempo, io ci sono andata col mio compagno e non volevo più andare via, ce ne sono rimasti pochi di posti così, ce li stanno togliendo tutti. cofe, che ci stanno togliendo? i posti così. dai ma ci dobbiamo andare pure noi. ehò. e anche l'atelier di oggi è una specie di cosa di contestazione verso l'università per come la stanno facendo diventare, ci dice. ma chi? ma loro! e noi chi siamo, cofe? noi, noi, ma stai tranquillo. il tavolo per esempio è tutto stondeggiato e coi buchi, ma fatti apposta, forse perché il rettangolo è una forma e noi non siamo formali, vogliamo rimanere nel manicomio. mah, io tutti i torti...

insomma, presentazione del posto: artisti ecc, autoprodotto belle storie. progetti culturali, tipo questo. bello. parla M.B.: sono anni che sto curando un progetto sulla voce di Deleuze, trascrizione dei testi e messa in linea dei corsi. bello, meritorio, il sito lo conosco anche. ecco, sono anni, il lavoro è molto duro, molto importante (aria compresa). si. cofe. si coin. ma. si. a che ci serve il computer? boh, è in linea. connetetevi al sito, dice M.B. . tié, il mio non si connette. prendete un file. cofe. aprite un file word. cofe. ascoltate l'audio e correggete le trascrizioni che hanno fatto altri volontari prima di voi. cofe ma che cazzo dice questa? ... cofe ma scusa cosa siamo venuti a fare? l'atelier è praticamente che noi stiamo qua a correggere e trascrivere i corsi di deleuze? cofe scusa siamo venuti a st. ouen in un garage freddo con un gruppo metallaro che prova di là portandoci computer e casco per perdere un pomeriggio appresso a questi quattro fricchettoni per correggere il lavoro che dovrebbe fare questa qua, o qualcuno che è pagato per farlo? ... cofe ma ti sei accorto che questi quattro fricchettoni HANNO TUTTI IL MAC? COFE MA TI RENDI CONTO CHE ABBIAMO TUTTI IL MAC? COFE MA COSA CI STA SUCCEDENDO, COFE, RISPONDIMI, COFE! ...

alle 18 siamo andati via, dopo aver letto e corretto una lezione di Deleuze sul cinema, al freddo, al buio, aggratis. ma se queste cose non le facciamo a parigi, dove?

Do you speak Dylanese?

giovedì, dicembre 03, 2009

a vent'anni dalla morte, un inedito di Sciascia

venerdì, novembre 20, 2009


a modest proposal

venerdì, novembre 13, 2009


Mi scuserete il post un po' moralista, ma di tanto in tanto non è detto che faccia male.
M’è venuto in mente parlando col povero crobino (che mi chiedeva indietro mille euri di cui non vi sto a raccontare la storia) che è una vergogna che noi altri si discorra tanto e poi non si faccia mai nulla per fare qualcosa di concreto, non ci impegniamo mai in prima persona per creare nei fatti il mondo migliore di cui tutti ci riempiamo la bocca. Per questo avevo chiesto a Betty di lasciar perdere le sue sporche mille bucce e di buttarle con me in un progetto ambizioso, volto a creare un  po’ di gioia in questo triste mondo. C’è altro che conti, oltre a cercare di creare della gioia in questo triste mondo? No, non c’è altro, garantisco.
Dunque il progetto era questo: fare una colletta per mandare me a passare natale e capodanno a Cuba. Ora che allargo la richiesta a tutti voi non servono mille euro a persona, basta anche meno, diciamo dueccinquanta a capoccia, se partecipate (partecipiamo, che anch’io metto la mia quota) tutti (un cinquemila carte, secondo i miei calcoli, poi più partecipate e più gioia ci sarà, naturalmente). In questo modo io potrei andare a sputtanare in senso letterale i vostri quattrini, facendo brindare alla vostra salute le più belle gnocche cubane con coppe ricolme del mio seme. Non siate piccoloborghesi, col ditino indice alzato e la falsa morale: nessuno di voi, sono certo, resterà attaccato allo sterco del demonio rinunciando alla possibilità, non sempre facile da incontrare, di creare felicità su questa terra.
Certo, vecchi sofisti, mi obietterete: tanto varrebbe dare i soldi agli africani che muoiono di fame (sempre la retorica degli africani che muoiono di fame, grigio e noioso ritornello di quelli che non si impegnano o delle mamme che vogliono far finire i broccoli ai figli: “Mica lascerai i broccoli? Ma lo sai che ci sono i bimbi africani che muoiono di fame?” “E che pensi, genio di una mamma, che se finisco i maledetti broccoli (ormai diacci) i bimbi africani poi stanno meglio, si sentono più sazi?”). Ma, vi rispondo domandando di rimando (e allitterando):  cosa se ne fanno in Africa dei vostri cinquemila cheeseburger, quando non hanno acqua che non sia marrone? Cioè, quelli magari li mangiano volentieri, i cheeseburger, ma poi non è che se la passano tanto meglio, restano sempre mediamente molto infelici. Capite, l'unico modo per rendere questo mondo migliore, per fare la vostra parte di uomini sensibili e interessati e di sinistra, è quello di donare un piccolo obolo a Ferari, in modo che li unisca e li trasformi in gioia pura, con infinite ripercussioni, sempre cariche di gioia (la gioia dell'ultimo baluardo comunista, la gioia di tanti tegami e tanti barmen cubani, la gioia di airfrance, gioia, gioia che prolifera e si moltiplica, inno alla gioia). Cinquemila euri a cinquemila persone sono un sacco di gioiette inutili, ma cinquemila euri a me sono una gioia immensa, incalcolabile (lo dice anche Marx: la quantità si trasforma in qualità). Naturalmente anch’io contraggo impegno formale con tutti voi a divertirmi un sacco, che il vostro sacrificio non vada sprecato.
Mi obietterete ancora, meschini: perché non ce li teniamo, i nostri soldi, e pensiamo ognuno a creare la propria gioia e a farla proliferare (anche se non mi sembrate dei tipi tanto egoisti da voler usare i vostri soldi per la vostra gioia)? La risposta è semplice: perché i vostri duecentocinquanta euracci non basteranno a fare la vita da nababbo (= più gioia) che invece farei io (in vostro onore). È il vecchio principio socialista, per cui l’unione fa la forza: voi con i vostri duecentocinquanta euri siete i soliti (= meno gioia), mentre io con tutti i vostri soldi ci vado a Cuba.
Vi pregherei per altro di fare in fretta, che sennò i prezzi degli aerei salgono (poi sotto le feste) e dopo vi tocca pagare di più per avere la stessa quantità di gioia.

dal vostro inviato a firenze

domenica, novembre 08, 2009

Finisce la 50esima edizione del Festival dei Popoli di Firenze, il secondo festival che seguo nella mia vita, grande soddisfazione. Quando ho deciso - non ho deciso niente, è successo - di occuparmi di cinema, la spinta era principalmente quella dell'unire l'utile al dilettevole: troppo difficile la filosofia, non avrei saputo contribuire significativamente né studiarla 12 ore al giorno come si dovrebbe. A me piaceva andare al cinema. Ma ho sempre vissuto il cinema come otium vero e proprio: quando la professoressa di latino mi diceva che non potevo arrivare impreparato a scuola perché ero andato al cinema il giorno prima, non ero mai d'accordo. Ero andato al cinema, appunto, mica a giocare con gli aquiloni. (Per quanto anche giocare con gli aquiloni possa avere le sue implicazioni importanti). Insomma, per me il cinema è, oltre a un grande divertimento, una cosa molto seria. Per fortuna non sono l'unico: tante altre persone la pensano così, le stesse che danno una giustificazione "sociale" al mio studio. E quindi mi sono trovato a fare del cinema una cosa anche più seria di quanto non volessi: oggetto di studio, per l'appunto. Mi ritrovo quindi periodicamente a scrivere di cinema, ma mica per un motivo troppo serio: scrivo di cinema per poter andare al cinema. Cioè per avere una giustificazione (economica e) sociale per andare al cinema. Quindi, nello specifico, per essere pagato e poter andare al cinema; o per esempio per poter andare ai festival di cinema gratis, e vedere un sacco di film. Per fare questo talvolta devo poi veramente scrivere (per ottenere l'accredito al Torino Film Festival, ad esempio); talaltra sono più fortunato, come per questo festival fiorentino, dove l'accredito me l'hanno dato senza nulla in cambio. Che bello. Un gran regalo (come Torino, che era il regalo di laurea che  mi sono fatto da solo). Ma insomma io non è che scrivo di cinema perchè ho cose intelligenti da dire, né perché ne capisca un granché: a me il cinema piace vederlo. Questo sì: sono un grande spettatore. Però - e non capisco perché - la società non ha ancora dato un ruolo allo spettatore disinteressato, quello che vorrebbe andare a vedere i film e poi tornare a casa, magari a vederne un altro. Lo spettatore che non contribuisce in nulla al progresso della società. Quello che, al limite, neanche ci ragiona troppo. That's entertainment!, o no?

Insomma, in attesa che venga riconosciuta una certa dignità anche a questa serie di persone di cui mi vanto di far parte, mi adeguo alle regole della stampa/studio/critica cinematografica. E allora, anche se non devo, per senso di colpa do un miniresoconto di questo festival, veramente strepitoso, con l'augurio che qualcuno di questi film possa circolare al di là dei circuiti specialistici.

Vince Defamation, dell'israeliano Yoav Shamir: un film molto potente, che prende spunto da una semplice domanda: che cos'è l'antisemitismo? La tesi del film - perché di film a tesi si tratta, per quanto coraggioso e più problematico di molti altri - è che oggi l'antisemitismo è innescato da, e funzionale a, l'establishment israeliano, lo stato di Israele e le lobby ebraiche, soprattutto negli USA. Vedere dal di dentro il funzionamento della statunitense Anti-Defamation League, potentissima organizzazione che si occupa di denunciare per l'appunto tutti i presunti casi di antisemitismo che succedono nel mondo, è agghiacciante. Ed è agghiacciante anche l'etichetta di negazionismo che viene affibbiata a chiunque osi contestare queste lobby e il loro legame con lo stato di Israele. La shoah usata come scudo, il senso di colpa come arma per difendere qualunque tipo di operazione militare e criminale dello stato di Israele vengono così denunciate con molta forza. Chi segue la storia del conflitto arabo-israeliano troverà confermate convinzioni che già gli appartengono, o si indignerà per l'utilizzo irriverente della macchina da presa che questo regista ebreo non allineato rivolge contro gli interessi del suo paese. Chi si interessa più nello specifico alla questione cinematografica, ritroverà echi alla Michael Moore che, al di là di ogni contenuto, di per sé possono risultare urtanti.

Petropolis di Peter Mettler è una splendida videoinchiesta sugli sfruttamenti delle sabbie bituminose nella zona intorno alla città di Alberta, in Canada; il film, quasi privo di commento, si compone di una serie di inquadrature aeree su queste vaste zone da cui sono stati estirpati gli alberi e dalle quali, tramite il pompaggio di acqua calda, viene separato il bitume dalla sabbia. L'effetto è visivamente straordinario: basti pensare che per 40 minuti il solo raccordo di queste immagini crea una storia appassionante, allarmata e coinvolgente. Siamo solo all'inizio dello sfruttamento delle sabbie bituminose in Canada; Greenpeace ha lanciato una campagna a livello mondiale perché il rischio è quello di trasformare in maniera irreversibile il suolo canadese e alterare così l'ecosistema mondiale.

To shoot an elephant di Alberto Arce è il secondo film che parla del bombardamento israeliano a Gaza tra il dicembre 2008 e il gennaio del 2009, l'operazione Piombo fuso che è già stata trattata dall'omonimo film di Stefano Savona (col quale questo film entra in qualche modo in polemica: polemiche che, sia detto una volta per tutte, non ci interessano minimamente). Il regista spagnolo ha seguito con la sua telecamera tutto il periodo del bombardamento israeliano che ha devastato case, ospedali, centri di rifornimento di cibo e medicine della striscia di Gaza. Piovono missili, bombe, proiettili, letteralmente, attorno alla telecamera di Arce: e il film è una denuncia fortissima di un'insopportabile occupazione che è tollerata dai paesi occidentali e di cui scontano le sorti principalmente gli inermi abitanti della striscia di Gaza. Il film è copyleft e può essere visto, scaricato, diffuso e anzi questo è l'intento principale del regista, affinché nessuno possa dire di non averne saputo niente.

Sahman di Harutyun Khachatryan è il film che più di tutti mette in questione il rapporto tra fiction e documentario; la macchina da presa segue la storia di una bufala, al confine tra Armenia e Azerbaijan, per mettere in discussione ogni legittimità, ogni valore (politico, storico, geografico) che si suole dare ai confini tra i paesi, ai rapporti tra popoli separati da piccole strisce di terra. Il film è senza dialoghi per 82 minuti: ed è impossibile dire a parole quello che Khachatryan fa con le immagini. Tutto è vero, ma non ha nessuna importanza: le immagini che documentano le fughe di questa bufala creano una storia bellissima, struggente e l'assenza di dialoghi non pesa affatto sull'equilibrio del film. Ahimé temo che non avrà una grossa diffusione, per cui se vi capita, correte.

Drottningen och Jag (The Queen and I) è il film che Nahid Persson Sarvestani, regista iraniana che ormai da anni vive in Svezia, ha realizzato sulla regina Farah, moglie dello Shah di Persia cacciato via dalla rivoluzione che mise al potere Khomeini. La regista stessa, comunista, prese parte alla rivoluzione, e dovette scappare dopo che il regime di Khomeini si rivelò amaramente come peggiore addirittura di quello dello Shah. Il fascino che l'imperatrice esercitava sulla regista adolescente rimane intatto, nel corso di questo rapporto tra due donne, esiliate, di opposte fazioni, che a trent'anni di distanza si scoprono più vicine di quanto non pensassero nell'amore per il loro paese. Film delicatissimo, che indaga al di là del gioco delle parti nell'intimo delle persone, e mette in gioco, pur nella distanza, due grandi umanità.


Chiudo qui il miniresoconto: aggiungendo solo che all'interno della rassegna The feeling of being there che raccoglieva sette anni di cinema documentario, dal 1958 al 1965, ho avuto modo di vedere l'incantevole ...A Valparaiso di Joris Ivens, e che durante la notte di venerdì è stato proiettato in anteprima assoluta La faccia della terra, film scritto e interpretato da Vinicio Capossela, che era anche presente in sala. Il film sarebbe anche visivamente interessante, se non fosse per Capossela,  portato in trionfo sotto ogni aspetto, e davvero troppo ingombrante (come dire: fai il cantautore, non il romanziere o il cineasta).


Io comunque mi sono molto divertito, e ho avuto un'ulteriore conferma che non basta una macchina fotografica a fare un fotografo.





Teoria del post

martedì, ottobre 27, 2009

5 anni di esperienza mi confermano una teoria, che è più che altro una prassi, semplice semplice semplice - come tutte le teorie degne di questo nome:

più il post è scarso, più esso è commentato.

scolio: con 'scarso' si intende qui una varietà di cose volutamente non meglio identificate; per contemplarne solo alcune, e immaginare lo spettro delle restanti (e infinite) possibilità, si pensi a "poco accurato", "frettoloso", "di getto (ma non di genio)", "non troppo intelligente", e così via e così via.

l'opposto di scarso è la frequente e ripetuta frustrazione occasionata da quelli che riteniamo grandi post, e che spesso i commentatori disertano - o commentano scarsamente (anche nell'accezione dello scolio suddetto).

la teoria si applica ai blog di piccola e media frequentazione e grandezza (e forse ambizione) - chinaski per esempio è escluso, perché in Lui, per Lui e con Lui le cose vanno come dovrebbero andare: grande post, grande entusiasmo. e infatti spesso non consente di commentare, tanto è grande.

posticcio

domenica, ottobre 25, 2009




















Riportiamo alcuni brani di un testo inedito, dal Nachlass di Deleuze e Guattari.


“[…] e se probabilmente dovessimo indicare, nel magmatico caos dei nostri giorni, una figura che sopra le altre sia emblema del nostro pensiero, è senza esitazione che indicheremmo Michael Jackson. Se abbiamo ripetuto fino alla nausea che non c’è ragione più profonda per scrivere che la leviana vergogna di essere uomo, ecco che, in questo grande artista, tutto si fa proliferarsi di vie di fuga dall’umano, verso la pura affermazione, che intensivamente fila in ogni direzione, che non si può costringere a consistere, che crea essa stessa nuove inaudite possibilità di vita, presa in un incessante e inconsapevole divenire.
Il corpo a corpo di Michael con l’essere-uomo, comincia sin da piccolo: egli infatti nasce non già uomo, bensì – già Mozart deterritorializzato – bambino. E la sua stessa bambinitudine, lungi dal voler rappresentare il triangolare e oppressivo cliché familistico e familiare, si svolge lontano dalla macchina castratrice, dalla ghiandola che incessantemente secerne Edipo. Egli è segregato in casa (ai ricordi di mamma-papà, alla psicosi della nonnina si sostituisce il calvario creativo in cui il padre si è trasformato in un’istanza immanente, sovranamente anomala, di spinta continua verso un divenire-Jackson5; è questa spinta esterna a impedirgli di fermarsi, di aderire alle forme comuni e dominanti, di cedere alla tentazione stessa della forma, di qualsivoglia esser-formato), e allo stesso tempo è disvelato in pubblico: non c’è interiorità che non sia già superficializzata, che non si trasformi in gesto, in danza calcolata (splendore del dandy baudelaireano; infinita pozione del tricheco), in movimento secco (vaso greco, geroglifico egizio).
[…] La sua danza, fluida e spezzata come il meno inelegante dei gesti di Carmelo Bene, è la cifra del suo divenire artistico: in lui convivono l’esperienza fondamentale della marionetta di Kleist,  come del Mimo di Mallarmé (un mimo cantante, quale supremo ossimoro! quale trasversale beckettiana! Opposto che risuona nella kafkiana Josephine, cantante muta). Egli, come diceva Antonin Artaud, fa danzare l’anatomia, lascia esistere solo corpo ed evento, senza dover ricorrere alle ipoteche metafisiche di un’anima, di una coscienza, di un individuo. Egli si fa vibrazione musicale, intensità, Pierrot lunare. […] Metafisica stoica del suo moonwalker; esso è l’Evento. Vapore delle cose che sale alla loro superficie: esso schiva continuamente il presente ed è contemporaneamente un divenire-passato (il movimento è all’indietro) e un divenire-futuro (il passo non smette di essere in avanti). Aiôn.
Perfetta estasi delle sue coreografie (armonia del crostaceo esponenziale! Frattale assoluto), lo stupore del perfetto divenire-animale, il divenire-lupo nel video di “Bad” (lui, cattivo, possibile? Non sta forse adombrando la possibilità di una risemantizzazione del termine, non sta forse indicando la via di una danza al di sopra del bene e del male, pardon, al di là?), il respiro trattenuto quando si sporge in avanti e sembra che caschi e invece resta così, trasversale immonda e gioiosa, e mica cade.
[…] Ma non basta, non basta: il vero capolavoro di Michael è la sua viseità, il suo rifuggire constante dal regime semiotico significante e soggettivistico – generato dal concatenamento di potere autoritario-dispotico – del viso. Il viso è l’aggancio del potere, il viatico alla responsabilità individuale su cui poi il potere (i poteri, se diamo retta a quello coi bracci in culo) si potrà esercitare. Quanto abbiamo parlato, in Mille Piani, di disfare i tratti del viso, di romperne la semantica, l’organizzazione oppressiva di cui si fa portavoce? E lui, Michael Jackson, lo fa concretamente: ognuna delle sue tredici operazioni plastiche è un nuovo varcare un confine vibratile, un’ulteriore soglia intensiva da infrangere (il culo di un bambino non è esso stesso a sua volta una fragile soglia intensiva per cui passare?), un’immane linea di fuga verso il divenire-donna, il divenire-bambino, divenire-ermafrodito; ma anche divenire-Neverland, divenire-angelo, divenire-pedofilo, divenire-chiunque (lo splendore del si, l’intercambiabilità del tratto somatico, divenite chi siete, costruite i vostri corpi senza organi – chi più di lui si è fatto un tale corpo? –, de-organicizzatevi, fate rizoma), e altrettanto, nel suo delirio mondiale, territoriale, razziale: il divenire-bianco, il ce-lo-ricordiamo-che-eri-nero, il fare-figli-biondi. La vitiligine come decodificazione […]”.

D&G

ci vediamo tra cinque anni

venerdì, ottobre 23, 2009





Non posso dire di non averci provato. Ce l’ho proprio messa tutta, con Tristram.
Ma alla fine del quarto libro, ho dovuto smettere. Basta, mi prendo una pausa.
L’oggetto del presente sfogo è l’opera-capolavoro di Sterne, La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo. Considerato il primo “anti-romanzo” della storia del genere, è stato pubblicato in nove volumi tra il 1760 e il 1767. E, tra l’altro, pare essere un capolavoro di comicità (così recita il retrocopertina, e così ritiene Orlando: ecco, lo sapevo, in effetti avrei dovuto pensarci prima...).
Ora, dico io, nove volumi.
Se fosse una narrazione divertente, mirabolante, da rompersi le ganasce, d'accordo. 
Ma oso dire che quel testo, così ricco di riferimenti alla propria epoca, oggi risulta una macchina comica inceppata. Mancano i riferimenti, l’aggancio con il retroterra culturale a cui Sterne allude di continuo.
Però, ripeto, ce l’ho messa tutta e voi, cari Rigattieri, lo potete immaginare e credere. 
La lettura faceva parte del corso di recupero (autogestito) di letterature comparate.
Ma dopo un po’, i cosiddetti si sono frantumati sul duro marmo delle epigrafi sterniane. 
E così ho stabilito un rimendio. 
Mi restano cinque libri, giusto? Ok, allora ne leggerò uno all’anno.
Tanto, persino l’autore ha diluito l’opera in otto anni di pubblicazione. 
Potrò farlo anche io, infimo lettore del terzo millennio?
Comunque, tirando le fila del discorso, tutto questo era per dire che, anche dinanzi alle somme opere della letteratura occidentale, noi giovani intellettuali precari abbiamo il diritto, il sacrosanto diritto, di mandare a farsi fottere una mazzata di settecento pagine. O almeno, di stabilire una reciproca, momentanea separazione.

altro che omelette, homeless

martedì, ottobre 20, 2009

ok, non volevo arrivare a tanto, ma mi ci avete portato voi.
non pensavo fosse così difficile. non pensavo di dover subire tante minacce. ma insomma la questione casa-per-il-capo, a parigi, si fa sempre più seria.
dopo che lionello il fricchettone m'ha dato buca, dopo che persino elòdia la oste, che pareva più disperata di me, ha preferito un altro ospite piuttosto che dare un riparo al povero capo, qua stiamo al 20 ottobre e ancora di case nemmeno l'ombra. ci sarebbero gli architetti cool: ma a parte che sono un po' troppo cool, e che sono tre amici e rischierei di essere il gemello Natali di turno (ma vabbé), la casa è da gennaio, e io devo trovare una soluzione alternativa per novembre e dicembre.
c'est pas du tout facile.
non volevo ricorrere a questo: so che ora sarò sommerso di mail di ammiratori, fans, supporters, tra le quali dovrò fare un'adeguata cernia per scegliere quale casa si addice meglio al capo. volevo evitarmelo. ma vi rendete conto che il tempo stringe, a parigi fa sempre più freddo e masuka ha proposto a me e a cofe di fare un pacs per adottarlo e fargli ottenere il passaporto europeo.
qua si rischia persino di andare a vivere col povero ciccì.
chista è 'a zita. al vostro buon cuore.