Mission:Impossible ---> A(merican)DSL

mercoledì, novembre 19, 2008

L'insonnia è una brutta bestia e, si sa, colpisce a tradimento: vai a letto dopo una giornata passata a leggere un epistemologo francese in francese, a mangiare cose inauditamente pesanti, e ti dai il colpo di grazia, pensi, leggendo una cinquantina di pagine di Fruttero e Lucentini - che sì, sono bravissimi eh, proprio fa piacere leggerli... però insomma, tutto 'sto indagare, tutto 'sto cercare la volkswagen verde e il foratore di ceri ti metteranno un po' di stanchezza addosso, no? Per l'appunto, ti infili sotto le coperte con gli occhi pesantissimi, il sonno già bello impastato coi tuoi pensieri, sicuro che per addormentarti ti ci vorrà un attimo, neanche il tempo di uno sbadiglio... e gli sbadigli diventano due, poi tre, poi quattro... il quinto si confonde già con uno sbuffo, e si può dire che, a quel punto, sei già fregato!


Lo so, non dovrei lamentarmi tanto. Ognuno di noi ha vissuto uno di questi momenti, e ognuno di noi ha il suo modo per superarli. Io, in genere, sviaggio su internet, alla ricerca di quelle cose inutili (l'ultimo video di Tiziano Ferro, quella vecchia canzone di Nina Simone, la notizia di una che vuole trasformare il suo occhio finto in una webcam...) che tanto piacciono a me! Purtroppo, però, non ho internet a casa, e quindi, purtroppo per voi, l'unico modo che ho per superare l'insonnia odierna è mettermi a raccontarvi per filo e per segno la storia - talvolta noiosa, talvolta affascinante, ma più spesso noiosa - del perché io sia rimasto senza internet per superare l'insonnia.


Tutto comincia in un non troppo luminoso 22 settembre, quando Sisì (io), deciso a non farsi scoraggiare dalle già mille disavventure che gli sono capitate dopo solo 10 giorni dal suo arrivo (tipo le pete d'ilfe, per intenderci) va in un negozio della AT&T - il maggior provider di servizi telefonici e adsl ameri'ano - deciso ad ottenere almeno una delle cose che la Grande Stronza - namely Rachel - gli ha tolto negandogli la casa: internet! E Sisì (sempre io) va in un ufficio, non chiama un call center, perché Sisì (ancora io... e non fatemelo dire più!) non vuole errori, non vuole casini, e nell'ufficio sa di capire e di potersi far capire meglio.

Mamma mia, che ingenuo Sisì.

Quando arriva lì si trova di fronte una ragazza bellissima, tale Keysha, che lo accoglie con la sua pelle nerissima, i suoi denti bianchissimi e le sue unghie lunghissime e di tutti i colori dell'arcobaleno. Con grande stupore di Sisì, Keysha chiama il call center. Nonostante tutto, infatti, bisogna passare dal call center. E vabbè, penso io (cioè Sisì), almeno ci sarà un intermediario... Keysha chiede il mio passaporto, dà i miei dati alla tipa del call center, mi ciucciano 100 $ di cauzione dalla carta e mi rilasciano una ricevuta che assicura l'attivazione del mio abbonamento per la settimana successiva. Torno a casa tutto contento, pensando di aver finalmente risolto un problema, e senza immaginare che, in realtà, la sciagura incombe, proprio lì, sopra la mia testa. Comincio a capacitarmi di cosa sta succedendo solo quando, qualche ora dopo, riprendo in mano la ricevuta e leggo che... che... secondo la adorabile Keysha il mio nome non è Sisì, ma FLORENCE CARLO!


Attimo di smarrimento. Breve - ma intensa - crisi di identità. Poi la certezza: l'adorabile Keysha ha confuso il mio nome con il nome della città dove io ho ottenuto il visto, e il mio nome con il mio cognome.

Penso: mai fidarsi delle belle ragazze, MAI!

Ma no, Sisì, ma che dici! Non starai esagerando? Non te la starai prendendo un po' troppo per una cosa da niente?! Sarà sicuramente una cosa semplice da risolvere, una cosa che capita tutti i giorni in un posto dove ti fanno i contratti senza farti firmare nulla, neanche un post-it. Torno da Keysha che, nuovamente adorabile, mi rassicura, dicendomi che la cosa è semplice: basta richiamare il call center! Cosa che lei fa immediatamente, spedendomi a casa per evitarmi un'inutile attesa, richiamandomi dopo mezz'ora e dicendomi che è tutto appostissimo, il nome ora è quello giusto.


Una settimana dopo ricevo una lettera dalla AT&T. Naturalmente, il nome sulla lettera è Florence Carlo.


La lettera mi dice che l'indomani riceverò un pacchetto di installazione. E io penso: ma sì, chi se ne frega del nome, a me basta che mi arrivi il pacchetto! Lo aspetto tutto il giorno. Non arriva. Sono così sconvolto che dimentico - giuro, DIMENTICO - di andare a prendere la mia amica Carlita all'aeroporto (lei, giungendo dal messico, mi aspetta fino a mezzanotte, circondata da 1000 valigie, con degli stivali texani ai piedi e un sombrero in testa. Non so come mai, ma ancora mi rivolge la parola). L'attesa (la mia, non quella di Carlita) continua: due, tre, quattro giorni... al quinto, comincio a essere piuttosto nervoso. Smetto di condifare nell'idea che un intermediario possa aiutare, e chiamo il call center da solo, sperando di ottenerne qualcosa di più. Scopro che, in realtà, il mio kit di installazione non è mai partito, dato che Keysha si era dimenticata di ordinarne uno... così come, d'altra parte, si era dimenticata di avvisarmi del fatto che avrei dovuto comprare un modem! Ma se io, chiedo alla tipa del call center, mi compro un modem, poi internet lo posso usare? CERTO, CI MANCHEREBBE, grida lei, convincentissima e felicissima di sbolognarmi, dall'altra parte del telefono... e io ci credo, imbecille che sono!! Compro un modem di seconda mano (20 $), lo attacco alla rete, ma non funziona. E non funziona perché ho bisogno di un account. Richiamo il call center e chiedo l'account. Si rifiutano di darmelo, perché, dicono, non possono dare a me qualcosa che spetterebbe di diritto a Florence Carlo.

Cerco di spiegare che Florence Carlo non esiste e quindi non ha nessun diritto, mentre io sì!

Ma che volete? L'evidenza di un computer che dice Florence Carlo è difficile da smentire. Tant'è che pochi giorni dopo ricevo addirittura una bolletta: 40 $ per il primo mese di servizio. Eccheccazzo, questo è troppo! Chiamo e chiedo di annullare l'ordine. Per uno strano scherzo del destino, me lo fanno fare. Io chiedo come fare per non pagare la bolletta e avere indietro i soldi della cauzione che, ricordo, erano riusciti a ciucciarmi dalla carta nonostante il nome fosse sbagliato (quante cose sanno fare, 'sti ameri'ani). Per la cauzione no problem, mi dicono, mi faranno un assegno. Ma per la bolletta... beh, quella, mi dicono, la devo pagare.


Come?

Scusa?!

No, temo di non aver sentito bene... la devo pagare? E perché la devo pagare?!


"Ma come perché? Perché Florence Carlo E' TUA MOGLIE!".


Smarrimento.

Sbigottimento.

Nuova crisi di identità.

Ma io non ero single?!

Rimango 5 minuti a convincere l'operatrice - e anche un po' me stesso - che no, dio santo, non sono sposato, Florence Carlo proprio non esiste. Ma non la convinco.


A questo punto, decido di ritornare al negozio. Prima di tutto, scopro che di Keysha non c'è più traccia. Trasferita in un altro negozio. Parlo con un'altra commessa, che mi rassicura sul fatto che riceverò un assegno e non dovrò pagare alcuna bolletta.


L'assegno arriva.

A nome di Florence Carlo, naturalmente.


Ritorno al negozio. sono stremato, voglio solo che mi diano i miei stramaledetti soldi, come può essere così complicato? Richiamano il call center. E qui, la beffa finale: mi passano l'operatrice che mi dice che non mi cambieranno il nome sull'assegno perché NON SI FIDANO DI ME! Ho chiamato troppe volte (MA NO?!) e la mia versione suona falsa perché, mi dice, è più semplice pensare che, in realtà, Florence Carlo sia mia moglie (che io lo neghi non ha alcuna importanza) e che io voglia un altroassegno per poterli incassare entrambi.


Insomma, il truffatore sono io.

O forse è Florence Carlo. Non lo so più. E sono - finalmente - troppo stanco per decidermi, quindi vado a letto, sperando di riuscire a prendere sonno dopo avervi raccontato questa esperienza da incubo.

la grande onda

lunedì, novembre 17, 2008



al cinema gaudium

mercoledì, novembre 12, 2008

Da franzuà, che qualcuno di voi frequenta e qualche altro no, si è parlato di modi di stare al cinema in italia e in francia. a lui prima gli parevano tutti educatissimi in francia, che non si alzavano fino ai titoli di coda, poi ha smentito dicendo che in un altro cinema si sono dimostrati invece più villani che in italia. (così ho riassunto schematicamente per chi non può visitare il suo blog - per il popolo insomma, non per l'élite che ha tutte le porte aperte).
volevo aggiungere un pezzo di esperienza personale a questo interessante dibattito sociologico.

inizio novembre, palermo, cinema gaudium.

il passato è una terra straniera, di daniele vicari, ore 20.10.

chi conosce il cinema gaudium sa che, come molti cinemi panormi, ha una parte sotto, e una balconata sopra con altrettanti posti o forse poco meno che sotto. io e i miei genitori siamo andati nella parte di sopra, insieme ad alcuni loro amici. ero scantatissimo, perchè i sessantenni sono pericolosissimi al cinema. e questi ci partivano malissimo, parlando durante i trailer che precedono il film. mi sono detto: parleranno per tutto il tempo, e io soffrirò come un cane e non potrò manco dirgli niente. i miei genitori li cazzìo in continuazione al cinema, e quindi loro partono da un preventivo stato di terrore che li obbliga a limitare la loro abituale loquela (tanto peggiore dal momento che, come tutti i sessantenni, sono convinti che non li sente nessuno...), ma i loro amici? come li placherò?
beh intanto mi metto più esterno di tutti. così almeno li sento meno. metto due genitori alla mia sinistra, i genitori terrorizzati dal mio sssshh!, e così allontano ancora di più il pericolo. ma il pericolo, avrei dovuto saperlo, è sempre dietro l'angolo, e talvolta dietro le spalle. fila dietro di me. due signore, quarantenni. PACCO DI PATATINE.

il film comincia, i miei e i loro amici incredibilmente MUTI: non una parola, un bisbiglio, un "che ha detto?", niente, irreprensibili, bravissimi, una meraviglia.
la signora dietro di me però evidentemente non ha mangiato, e certamente ha fame. purtroppamente non ha trovato niente di meglio che un pacco di patatine. lo apre. scroscio bestiale, e vabbè. continua a tenerlo in mano, per una cinquina di minuti (cinque minuti lunghissimi), mangia le sue patatine rigorosamente con la bocca aperta, nel caso ci fosse un momento di silenzio del sacchetto ci pensa lei con la bocca (schifìu), poi evidentemente si rende conto che forse sta dando fastidio, e decide di chiudere il sacchetto (scroscio bestiale) e metterlo da parte. posso rilassare tutti i muscoli della schiena e del collo e vedere il film.
fine primo tempo.

secondo tempo.
non è che la signora ha approfittato della pausa per dire chessò mi cafuddo quattro patatine in bocca ora, che non do fastidio a nessuno, visto che sto morendo di fame, no, parlava tranquilla, con la sua amica. ricomincia il film, e lei prende il suo sacchettino di patatine. evidentemente c'ha 'sta perversione, che lei a inizio tempo (primo, secondo, chiddu chi è) si deve mangiare le patatine. e vabbene, mi metterò in posizione: tendo tutti i muscoli, mi infastidisco, non le dico niente perchè che ci posso fare, non me la fido, e soffro. tanto finirà. e mangia. e ciancica. e muovi il sacchetto. e scrocchia 'ste patatine con la saliva. e intanto il film va avanti. e questa continua a mangiare. ma che s'è comprata, il sacchetto da due chili e mezzo? ma com'è possibile? saranno 10 minuti dall'inizio del secondo tempo e questa ancora muove 'stu sacchetto, mastica, impasta, schiocca, ma che è? e intanto i dialoghi del film si perdono, intaccati e sconfitti da quell'unico e inamovibile pensiero che ti occupa il cervello senza possibilità di scampo: ma quando finiranno?

fino a quando non accade l'inatteso.
un angelo.
sento una voce.
la sente tutto il cinema, a dire la verità.
la voce di una liberazione. l'unica che avrebbe potuto redimere tutta la balconata di sopra.
due file più indietro, la voce del salvatore. una voce forte, sicura, palermitana, quella che tutti avevamo in mente, e che nessuno osava dire.

ad alta voce:


MINCHIA, MA 'UN FINISCINU MAAAAI 'STI PATATINE?!?!?!?


grazie, voce angelica, che avrei voluto abbracciarti ma non potevo, e sono sicuro che tutta la balconata di sopra avrebbe voluto farlo come me, ma non si poteva bloccare il film per te, anche se forse ne sarebbe valsa la pena. grazie, voce angelica. la patatinofaga SE L'E' CHIANTATA ALL'ISTANTE.

encre Paris!

domenica, novembre 09, 2008

Anche Parigi si esalta dei successi del rigattiere Barack oltratlantico. Due dei più giovani rigattieri hanno passato la notte alla Mairie del Terzo Arrondissement, a cercare di seguire gli exit poll in diretta (con scarsi risultati, per la verità). E l'indomani è stato tutto un parlare di espoir, changement, come voi di hope and change. Tra l'altro, data la scarsità dei nostri mezzi comunicativi (soprattutto di chi scrive) questo blog, con gli appassionati resoconti dell'ameri'ani, è stato più che mai fonte di informazioni, oltre che di gioia.
Tutti a parlare di Espoir, changement; ma anche tutti a dire C'est encre! Tutti = amicobéri. Io, che ho grande fiducia nelle capacità linguistiche sue, ho subito fatto mia l'espressione. E così, è da giorni e giorni che vado in giro a dire che ce magasin là a chose trop encre! oppure che cette soirée est vachement encre! o ancora più entusiasticamente, guardandomi Putain! je suis encre, aujourd'hui.
Io andavo così esprimendo i miei entusiasmi settimanali, e i miei interlocutori mai mi chiesero spiegazioni. Ieri, a un'altra festa cui mi sono imbucato grazie ai potenti mezzi sociali di amicobèri, ho continuato a fare largo uso dell'aggettivo, così gggiovane, così slang, che già immaginavo venire dalla peggio banlieu di Parigi. Insomma, ero fiero del mio francese così aggiornato e lo andavo così mostrando a una ragazza pariginissima dicendole qualcosa tipo c'est encre de te voir ici

o qualcosa del genere. Lei rimane interdetta, e amicobèri, dopo la partenza di quella, un po' imbarazzato di me dice: "cetto, però, puro tu. Che ci vai a dire a quella encre!"
Io sono ancora convinto dell'origine banlieusarda del termine e mi sto quasi per rispondere che effettivamente quella doveva essere una fighetta sorboniana, quando amicobèri continua spiegandomi che il termine è invenzione di amicoilfe, e non già francese ricercato o popolare.
Io rimango di sasso, lì per lì. Oggi però riflettendoci su mi dico che la verità è che il linguaggio rigattieresco è un felicissimo morbo del lessico internazionale, che invade il globo dall'Asia del lamati a vivavivall'america dei riga-foucaltiani passando per la Francia che già fu di charlie e ora bettinaggia e ocheggia. Tranne l'interdizione della francesina odiosa, infatti, nessuno ha contraddetto il mio encre, e sono quasi sicuro che anzi sia stato usato di rimando.
Non mi stupirebbe che alla prossima cappellata di Berlusconi, Madame Bruni-Sarkozy dica:
"c'est trop encre d'etre française!".

Notizie dall'impero 5 (o 6). Yes, we did!

giovedì, novembre 06, 2008

Tenteremo, in questa occasione storica per il mondo intero, di fare una cosa, per così dire, inusuale. Trattasi infatti di post gemellare.
"Le opinioni sono come le palle: ognuno ha le sue", diceva un tipo famoso (e le hanno solo gli uomini, ci sentiamo di aggiungere); era inevitabile dunque che il post elettorale, pur nel nome augusto di Obama, fosse diviso in due parti, la prima a firma Sisì, la seconda a firma Ilfe. Non è escluso che altri contributi (dei due cippì) si aggiungano strada facendo, dando vita ad un mostro quadricefalo, così come da domani aggiungeremo alcune foto d'autore, e il filmino che sisì ha stoicamente girato per voi.

1.
"Parlare di queste elezioni per me è difficile. Difficilissimo. Perché è difficile spiegare cosa significa quando 300mila persone vanno tutte in una piazza pronte a festeggiare qualcosa. Noi italiani, se scendiamo in 300mila in piazza, possiamo festeggiare al massimo la Nazionale che ha vinto i mondiali, ma se è per la politica, in piazza scendiamo solo per lamentarci – avendo sempre ottime ragioni, peraltro! Ma qui no. Cioè, anche qui scendono in piazza. Cioè, stavolta sono scesi in piazza, tanti, anzi tutti (bianchigayfranchiricchiispanicipoverilelleasiani) per festeggiare la vittoria di un uomo alle elezioni presidenziali. E come si fa a spiegare questo? Io non lo so fare, questo è sicuro. Almeno non lo so fare da solo. Quindi, mi aiuto con alcune delle frasi che ho sentito o letto sui giornali in questi ultimi giorni.
“Qua si sta a cambia’ il mondo, e voi pensate a farvi la doccia?” disse ilfe impaziente di arrivare a Grant Park ma bloccato dal ritardo provocato dalla eccessiva (secondo ilfe, si intende) igiene di Pavani. Qui si sta a cambia’ il mondo, disse… Porca miseria, ha raggione, altroché se si sta a cambia’ il mondo. Un presidente nero! Oh, ma stiamo a scherza’?! In un posto dove nelle Università è raro vedere un afro-americano e dove è ancora più raro trovare una cassiera bianca, dove i ghetti ci sono – eccome se ci sono – e l’apartheid funziona benissimo pur sotto le insegne della democrazia, viene eletto un presidente nero. E questo posto non è un posto qualsiasi, è l’Ameri’a! L’uomo nero alla casa bianca! Ma qui la storia la stiamo cambiando per davvero, e cambiando per sempre, non così per dire! Non come quando Berlusconi dice che Bush passerà alla storia: no, no, qui è tutta un’altra cosa! Qui secoli di sfruttamento, di schiavitù, di tortura si concentrano in un’elezione, in un uomo, in un presidente che davvero cambia tutto solo per il fatto di essere eletto. Un presidente i cui sostenitori gridano “Yes we did!”, ma lui no, lui è un presidente che nel suo discorso dopo l’elezione non dice yes we did, ma dice “Il lavoro è appena cominciato”. E ha ragione. Il lavoro è appena cominciato, e sarà duro. Perché la gente, lei si aspetta davvero un gran bel lavoro: se lo aspetta la signora con un tutore al braccio che, incontrando un’amica in farmacia, le dice “I had surgery yesterday… but everything is o.k., ‘cause today I’m happy!”, e se lo aspetta la cassiera del supermercato dove faccio la spesa che, parlando con una cliente, dice “You can say’t, something’s gonna change”. E questi cambiamenti non dovranno, non potranno essere da poco: Obama ha promesso infrastrutture migliori, ha promesso scuole migliori, ha promesso un sistema sanitario migliore e più equo. Se a questo si aggiunge che è in corso la peggiore crisi economica dal 1929 – i giornali americani lo stanno ripetendo fino alla nausea – non ci si può che chiedere: ma come farà? Come riuscirà a dare a tutti quello che vogliono, come riuscirà a mantenere tutte le promesse che ha fatto?
E questo ancora non è tutto. Con la sua elezione Obama ha già cambiato e potrà ancora cambiare l’Ameri’a, ma che ne sarà del resto del mondo? Anche il mondo ha bisogno di essere cambiato. E ti accorgi di quanto il mondo abbia bisogno di essere cambiato quando leggi sul New York Times che Fathi Abdel Hamid, avventore di un caffè a Il Cairo, ha dichiarato che “Since Bush came to power it’s all bam, bam, bam on the Arabs”, oppure quando il tassista che ti porta a casa dopo Halloween non fa altro che ripeterti “Vote Obama, Bush motherfucker go home”. Il mondo vuole essere cambiato, dopo che negli ultimi 8 anni ha dovuto convivere con la paura degli attacchi terroristici e con quelle guerre preventive che non hanno prevenuto la morte di migliaia di persone. E anche lì, lo sappiamo bene tutti, il lavoro si presenta tutt’altro che facile…
Un uomo è stato eletto, ed è diventato l’uomo più potente del mondo. Per la prima volta nella storia, il colore della sua pelle non gli ha impedito di diventarlo. Noi lo abbiamo supportato, lo abbiamo seguito, ci abbiamo creduto, non lo abbiamo potuto votare ma siamo (sono) rimasto 15 minuti con le braccia alzate per riprendere il suo primo discorso da presidente (che ariva, appena capiamo come metterlo!).
Ora sta a te, Obama, e il mondo ti guarda: vedi di fa’ a modino!"

Sisì

2.
"Cp maschio vive attaccato ai cristalli liquidi del suo computer da almeno un paio di mesi. Gli danno i sondaggi. E lui non esce di casa senza averli mandati a memoria. È chiaro che il giorno delle elezioni sia un po’ teso. A lezione si fa uno specchietto in cui scrive tutti gli stati. Tutti. Divisi tra certiObama-probabiliObama-forseObama-speriamoObama-DioxxxaleMcCain. Alle sette a casa sua si hanno le prime proiezioni. Forse bene. Ma forse no. Cp femmina, la guerrigliera, dice che forse è meglio non andare in piazza fino a quando siamo sicuri, sennò se perdiamo i franchi fanno il riot, e la police ci mena. Per fortuna andiamo lo stesso. Il pullman si ferma dopo due minuti e non si muove più. Vado dall’autista nera per avere informazioni. Immagino che mi mangi. Invece è tutta contenta. Dice che siamo fermi perché deve passare “il presidente”. Per lei gli scrutini sono già finiti. Il suo presidente ce l’ha già. Un tizio in pullman si connette a internet. Va meglio: stiamo vincendo in Florida, in Pennsylvania, in Ohio. Forse in Virginia. Arriviamo. Fiumi di gente. Maxischermi. Magliette e spillette. Yes we can. Change. Progress. Hope. Yes we did. Yes we did? La notizia arriva prestissimo. Obama ha vinto in Virginia. Therefore: Obama president-elect. Ovazione. Brividi. Abbiamo vinto. Una volta tanto abbiamo vinto. Ma non abbiamo vinto a caso. Abbiamo vinto l’elezione più storica dell’impero. Abbiamo messo un nostro uomo sullo scranno più alto del mondo. Un professore della University of Chicago. Un nostro vicino di casa. Un rigattiere, in pratica. Appare McCain. È un signore. Si complimenta, si dice pronto a collaborare, si ricomplimenta. Fa stare zitta la Palin. Poi, dal palco accanto a dove siamo noi, dopo un bel po’ di musica, dopo Jesse Jackson che piange e Oprah che ride, arriva Lui. È bellissimo. Ce lo scoperemmo tutti. Anch’io. Si scrive una pagina storica. Ma sul serio. È nero. Proprio nero. No mezzo bianco, come dice qualcuno. Popo nero. E bello. E grandioso. E bello. La frase di apertura del discorso è da brividi. Boato. Ci sentiamo americanissimi. Cita Martin Luther King, ma senza nominarlo. Poi una tipa di centosséi anni, anche lei nera. Ripercorre l’ultimo secolo. Ripete Yes we can. E noi con lui. Ci guardiamo alle spalle. Un oceano di persone. Forse un milione. (La questura di Roma farà sapere che secondo i loro dati non eravamo più di una ventina, i soliti facinorosi). Poco dopo l’oceano si disperde. Code infinite alla metro. Gli autobus neanche passano, in mezzo al caos. Chicago non è mai stata così bella.

Oggi, the day after, bisogna fare una mezz’ora di coda e, se hai fortuna, ti becchi un giornale col faccione di Obama, altrimenti uno con una foto piccola. Il Chicago tribune però è irraggiungibile. Resta il Chicago Sun-times. Che comunque è fichissimo. La gente fa le foto alle code ciclopiche davanti alle edicole. Le macchine si fermano, suonano, salutano. Abbassano il finestrino e alzano la musica. Ridono tutti. Milioni di magliette di Obama anche oggi, almeno qui a Hide park, dove vive lui (ancora per poco). Una vecchia di colore vende cappellini di Obama e dice “today everybody be happy”."

Ilfe.

It has occurred, finally

mercoledì, novembre 05, 2008




If there is anyone out there who still doubts that America is a place where all things are possible; who still wonders if the dream of our founders is alive in our time; who still questions the power of our democracy, tonight is your answer.

Capita a NY #2 (gender version)

lunedì, novembre 03, 2008

Premessa. Ci sentiamo un po' a disagio a confrontarci coll'amicoferi, ma qualche integrazione era necessaria per colmare alcune lacune che il suddetto ha, più o meno volutamente, tralasciato.


Capita anche, a New York, che tu arrivi all’aeroporto EWR di Nework tutta gasata perché vuoi assaporare la libertà della Grande Mela e ti senti figa fino alla riga nera dalla quale distingui bene la sagoma della pula americana che ti farà il controllo del passaporto. Fino ad allora sapevi di poter vantare una biopolitica attiva che – dicevi! – non avresti svenduto per nulla al mondo. Già, avresti resistito al potere, al controllo macchinoso della mano invisibile che vorrebbe la tua iride e il tuo ditino per controllarti meglio…ma diciamo che la resistenza è durata meno di un millesimo di secondo, nemmeno il tempo che il poliziotto biondo americano se ne accorgesse e già ti aveva scattato una bella foto con il primo piano dei tuoi occhini un po’ orientali e poi ti ha chiesto il ditino indice, sia destro che sinistro e…sì, tu avresti voluto dargli il medio, quello destro e quello sinistro, ma non lo hai fatto. Così, varcato il limite e finalmente negli States, Sylvia K ti confida lo stesso disagio di quel dito indice…Von trotta è pensierosa e ha già trovato un alibi perfetto: ora sì che potremmo essere veramente solidali coi bimbi rom, condividiamo lo stesso controllo!

Capita anche, a New York, che le “prime donne” arrivate nell’ostello di Chelsea provino ad orientarsi nell’omonimo quartiere con settecentomila guide diverse. Capita che in questo quartiere i locali con la bandiera rainbow sorgano bizzarramente quasi accanto a chiese battiste e metodiste che pubblicizzano la benedizione dei cani e dei gatti con grandi feste domenicali. Capita che a Chelsea ci siano i posti più radical/vintage/freak del mondo e puoi vedere le gallerie d’arte contemporanea allestite dentro loft che sono a loro volta opere d’arte e dove von Trotta e Sylvia K immaginano già di fare un mega festone, stile pranzo di via rigattieri.

Capita a New York che in una delle suddette gallerie, espongano, con tanto di manifesto, gli Artists for Obama e che, senza nemmeno capire se ci poteva piacere davvero, ma per puro pregiudizio estetico-politico, decidiamo insieme a Sisì e Amicoferi di entrare. Capita che Sisì si pianti 5 minuti di fronte a un quadro dai disegni geometrici che indicavano North-south-west-east e ci confessa che non capisce proprio come mai gli 883 abbiano potuto ispirare gli artisti per Obama!

Capita anche, a New York, che mentre chatti dall’ostello con amicani con tanto di telecamera lei ti dica, giustamente, di voler vedere i grattacieli. Tu provi a spiegarle che a Chelsea non ci sono i grattacieli e che le case sono tutte come quella della famiglia Robinson ma lei delusa ti dice: “Boia deh, sembra d’esse a Cenaia!”.

Capita anche, a New York, che cp femmina non solo cada in metropolitana, ma faccia dei tonfi micidiali giù dal letto a castello nelle prime ore del mattino, finendo nel letto della roommate spagnola, la quale non dà segni di vita.

Capita anche, a New York, di avere come roommates una spagnola che non esiste, due ragazze israeliane simpaticissime e tre scarafaggi alla cui vista le due israeliane simpaticissime cominciano a urlare “Cuccaracha! Cuccaracha!” (ma la spagnola non era l’altra? E comunque, neanche in questo caso la spagnola si sveglia). L’omo (amicoferi), che non vedeva l’ora di dare mostra di virilità, per smentire le illazioni dei foucaultiani che lo vorrebbero “orso”, interviene prontamente, distrugge la Cuccaracha schiacciandola con la prima suola che gli capita sottomano, mentre i foucaultiani impauriti osservano la scena eroica da fuori la finestra.

Capita anche, a New York, che a Times Square uno stra-manzo ti voglia vendere gli Obama condoms e tu, che ti sei già innamorata di lui e già stai pensando che con uno così chissenefregaseèpurebucato, gli compri anche quello della Palin.

Capita anche, a New York, che sempre a Times Square quattro franchi con un fisico da paura ballino la breakdance sul marciapiede radunando gente intorno a loro e tu batti le mani e li ami a ritmo di hip hop.

Capita anche che passa la bianca cicciona con un fisico da vera paura e si mette a sculonare tra i quattro manzoni palpando le loro parti migliori e allora tu pensi che devi cambiare dieta.

Capita anche, a New York, che con amicoferi e sisì passiamo una buona mezz’ora dentro un negozio di gio-cazzo-li, che la Mattel gli fa letteralmente una sega! Von Trotta, spinta da un desiderio di rivincita nei confronti di giocandolo che l’aveva sempre accusata di essere all’età della pietra dell’erotismo, si dirige immediatamente nel reparto donne e viene immediatamente colpita dall’elettroshock dei capezzoli e le palline vaginali, mentre Sisì e amicoferi si dirigono nel reparto gio-cazzo-li, o dildo, secondo la vulgata accademica della tesi pluripremiata di Giocandolo. Lunghi, grossi, piccini, bianchi, neri, fucsia, di ogni materiale di cui puoi sentire la consistenza su un pippolino su cui è scritto “try me”.

Capita poi, a New York, in mezzo ai giocazzoli, che l’attenzione di amicoferi venga colpita da un megamanifesto attaccato alla parete in cui si vedono muscolosi pugni di mani virili nude che attraversano cavità ancor più nude e delicate. Abbastanza basito, amicoferi cerca di condividere con noi il suo stupore e Sylvia k, convinta di poterlo illuminare in questa scoperta gli dice” Ah sì, il fist facking! Anche Foucault lo praticava!”! Con una torsione di 180°, avvenuta in meno di un secondo, amicoferi si volta verso di noi con una faccia che esprime bene l’idea di chi, in fondo in fondo, non ha fatto poi così male a scegliere di non essere foucaultiano! Se dopo questa visione, amicoferi decide definitivamente di non comprare nulla, gli altri foucaultiani, indecisi fino all’ultimo, se ne vanno comunque a mani vuote, con un certo sentimento di inadeguatezza: prezzi e dimensioni non fanno per loro.

Capita anche a New York che Von Trotta e Sisì non resistano alla tentazione di entrare dentro Godiva (una specie di Lindt americana, solo che più sensuale) per spararsi un mega fragolone transgenico tuffato in un bagno di cioccolato al latte fuso. E quando la commessa, passando il fragolone a Von Trotta le dice “Enjoy” con una voce molto calda, amicoferi si sente in dovere di fare la traduzione simultanea: “t’ha detto: godi maiala”!

Capita a New York che da Victoria's secret (una specie di Intimissimi americana, solo che più maiala) riscopri la tua femminilità e se ti capita di fare un pensierino all'altro sesso, la commessa microfonata ti urla esultante, con segnali di vittoria, "NO!! IT'S ONLY FOR GIRLS!!!!!

Capita anche, a New York, che ti senti newyorchese, esci un sabato sera nel quartiere hip di Tribeca per andare a gode e ti ritrovi in un campo di ghiaia.

Capita a New York che tutto è bellissimo e tu ami tutti, percepisci appieno il significato della parola "cosmopolita" e senti con certezza che questo paese è pronto alla grande sfida del presidente nero.

Capita anche, a New York, che alla Columbia University, al convegno sull'epistemologia storica, oratori e ascoltatori sono tutti bianchi che si fanno amorevolmente servire il tè da tre slanciate figure color "presidente".

Buon election-day a tutti!!!!!

Notizie dall’impero 4. Capita a New York

giovedì, ottobre 23, 2008


Capita a New York che cp femmina in metropolitana non si tenga agli appositi arreggini e se ne voli gaiamente addosso a niuiorchesi orientali sbigottiti.
Capita a New York che segui un convegno di epistemologia storica (e questo, francamente, è strano).
Capita a New York che qualcuno segue un convegno sull’epistemologia storica e poi se ne scappa via, se ne torna nella ventosa Chicago senza aver visto, chessò, Central Park, o il Moma.
Capita a New York che la M&M’s (i cioccolatini colorati, per capirsi) abbiano un megastore di tre piani con tanto di scale mobili, nel mezzo di time square, con tanto di maxischermo gigante fuori che trasmette ininterrottamente le scenette della M&m rossa e della M&m gialla.
Capita a New York che le metropolitane invece non abbiano una cazzo di scala mobile su tutto il territorio urbano.
Capita a New York che qualcuno dica che questa cosa che non ci sono le scale mobili è una forma di biopotere (giuro).
A New York, in effetti, capita di essere l’unico in mezzo a 7 (talvolta 8, se c’è anche quello rasato con l’orecchino; talvolta perfino 9 se c’è pure il finlandese che mi chiama “the loud one”) a non essere foucaultiano.
Capita a New York che gli amici foucaultiani passino una sera a contestare da sinistra il boicottaggio della coca cola, il che mi fa essere di destra anche se faccio una cosa che sembra di sinistra ma che quelli più di sinistra non hanno voglia di fare.
Capita a New York di passare per il ponte di Brooklyn, e poi ripassarci, e poi ancora, e tutte le volte restare sbigottiti e chiedersi se ciascuno di noi ha una buona scusa per sbriciolare la sua vita altrove (e non mi riferisco solo ad Arcavacata di Rende).
Capita a New York di scoprire che Little Italy è solo una strada di Chinatown, in cui di italiano c’è solo un busto di Mussolini (e non di mussolina, come mi vorrebbe far scrivere il computer revisionista) in un negozio di paccottiglia che vende ciddì di cantanti neomelodici con improbabili nomi italiani (Alfio uno, l’altro lo sa ciccì) al cui confronto Gigi d’Alessio sembra Sergio Endrigo.
Capita a New York che un sabato all’ora di pranzo (avendo sapientemente bigiato il convegno) sei l’unico bianco in mezzo ai compagni black panther di Harlem, con il tipo sullo sgabello che incita i neri alla rivoluzione contro il potere tirannico bianco (tirannico? Io?), e con gli altri che fanno la break dance in mezzo a milioni di persone, e con quello che ti sorride e ti chiede “Do you wanna meet Jesus?” (Testa bassa e “Ai no spik inglisc”, naturalmente, non capendo se si trattasse di un invito o di una minaccia).
Capita a New York che torni ad Harlem con Sisì un sabato sera, nella stessa strada, e ci sono più bianchi che afroamericani, e i pochi che ci sono ti vendono una maglietta di Obama e una spalletta con scritto “save Harlem” chiamandoti “Sir”.
Capita a New York che incontri Woody Allen (ma questo non è capitato a noi, purtroppo).
Capita a New York che costringi l’amicocò (e che resta un po’ in apprensione per la paura che gli rubino le scarpe nuove che ha indosso) a fare un giro per il Bronx, ed è bellissimo, una periferia piena di vita e di portoricani.
Capita a New York che una sera vai a vedere un concerto di Jazz avanguardistico, e che nell’intervallo hai l’onore impareggiabile di stringere la mano ad uno dei più grandi jazzisti viventi (George Lewis, credo si chiami), un omone nero enorme e simpaticissimo.
Capita a New York che alla fine del concerto Jazz d’avanguardia ti rendi conto che ti ha dato piacere quanto andare a cavallo senza sella (per noi maschietti). Come un film di Straub, insomma.
Capita a New York che invece ai foucaultiani il concerto sia piaciuto moltissimissimo, meglio di una scopata, pura vida (nota polemica ma in realtà invidiosa. Ma anche polemica).
Capita a New York che Von Trotta ti trascini al museo dell’emigrazione, dove riesce perfino a ritrovare il nome e la data di arrivo di un suo parente emigrato.
Capita che a Von trotta la dolcezza per il parente ritrovato dura un paio di minuti, dopo i quali, davanti a un Hot Dog, ricomincia a prendersela con gli Yankee, che si autocelebrano per aver dato lavoro a noialtri, che però se non c’eravamo noi…
Capita a New York che i rutti di cp maschio siano veramente una cosa di cui la natura dovrebbe vergognarsi.
Capita a New York che esci per farti una serata nel quartiere figo di Williamsburg, ma dopo cinque minuti Sisì scopre un ristorante sardo e si commuove; entrate a mangiare e lui ti racconta tutta la sua genealogia familiare con le lacrime agli occhi, e poi ti spiega (ti prova a spiegare, che se non sei di Oristano mica puoi capire davvero) la Sartiglia, e il ruolo di Su Compoidori (speriamo di non aver fatto errori di ortografia). Quindi nell’entusiasmo ordina una bottiglia di Cannonau che da sola risolleverebbe gli Usa dalla crisi, e cibo per sedici.
Capita a New York (ma questo non l’ho visto con i miei occhi, ma lo racconta Sylvia K) che a Greenwich in un locale c’è un bagno in cui i separè tra un cesso e l’altro sono trasparenti; ma la curiosità-imbarazzo dura solo finchè non ti ci chiudi dentro, perché allora i vetri cominciano a oscurarsi.
Capita a New York di andare a vedere una tavola rotonda sulla sessualità, cui partecipa anche il nostro professore americano preferito; c’è anche una dominatrice professionista, una tipetta un po’ scialba, molto borghese e molto intimidita, che però se le dai 500 euri ti caca in faccia o ti frusta.
Capita a New York che Sisì ti porti a fare il giro dei luoghi cult di Gossip Girl, raccontandoti nel frattempo il primo appuntamento tra Serena Van Der Woodsen e Dan Humphey (lei ricca upper east sider, e lui relativamente povero ma brillante brooklynense: una storia da togliere il fiato).
Capita a New York che una tipa di nome Vincenza Samaritano ti ferma in metro per raccontarti che suo padre è siculo, ed è lui ad averla castigata con quel nome, e poi, nel mezzo del discorso capisca (troppo tardi) che era la sua fermata e cerchi di suicidarsi tra le porte che si chiudono; e ce la farebbe pure, se un tipo non la salvasse dalla morsa.
Capita a New York di bere un “Just Jack” (o un “JJ”, per noi uomini di certe frequentazioni), ovvero un Jack Daniels liscio, appollaiati una domenica notte ad un bancone di legno di un bar di Chelsea (il quartiere finocchio dove alloggiamo), con tanto di Juke box, parlando con quel figo che parlava al convegno (e che poi è l’unico dei due che si beve davvero il JJ), mentre ciccì racconta a Pavanti vita, opere e miracoli di Britney Spears, di cui ha appena messo un paio di singoli sul giùbocs.
A New York capita che mangi tre giorni di seguito al Burger King, ma siccome non sei fucoltiano, non bevi coca cola, che invece aiuterebbe a digerire.
A New York capita che questo abbia come conseguenza indesiderata la quasi morte del sottoscritto che vomita a ripetizione e si congestiona proprio la notte prima di partire (col pullman, un ventinaio di ore di viaggio), e non riesce a muoversi dal letto, nonostante le attente cure somministrategli da Sisì in versione infermiera.

Ma forse è stato meglio così. Era l’unico modo per partire senza troppi rimpianti dalla mela che ci lasciavamo alle spalle.

scuola di polizia

Dopo le uscite Berlusconi di ieri, che ha dichiarato che la risposta alla protesta contro la "riforma"-che-riforma-non-è Gelmini-Tremonti sarà l'invio della polizia negli Atenei (per dire quanto il diritto al dissenso oggi in Italia sia garantito, liquidato tutto sotto "problemi di ordine pubblico"), ecco la ciliegina sulla torta da parte di uno dei personaggi più inquietanti della storia dell'Italia repubblicana, Francesco Cossiga:



solo per ricordarci chi è e quante responsabilità ha il rispettabile francesco cossiga, quel vecchietto che tanto ci diverte con le sue dichiarazioni franche e fuori dal coro, che suscitano ilarità e compiacimento anche a sinistra. per rinfrescarsi la memoria si consiglia di rileggere anche L'affaire Moro di Sciascia, e ricordare cosa l'onorevole Aldo Moro pensasse di certi suoi compagni di partito.


ALL'UNICAL AVEVAMO GIA' CAPITO TUTTO:



auguri maciste!

sabato, ottobre 18, 2008

caro maciste,

tanti auguri da parte di tutta viarigattieri! oggi è il tuo primo compleanno, forse vale la pena fare qualche bilancio (quanto ci piace fare i bilanci! un giorno conteremo quanti bilanci abbiamo fatto su questo blog, in tutto questo tempo, ma quanti!) perchè tu sicuramente già non hai memoria di quello che è stato questo primo anno della tua vita, figuriamoci tra qualche anno. ci pensiamo noi, stai tranquillo, sennò che ci stiamo a fare?

naturalmente la nostra memoria è del tutto personale, ci mancherebbe, mica guarda agli eventi storici tipo il terzo (quarto? quinto?) governo berlusconi, la fine della scuola e dell'università pubblica, la recessione internazionale, il fallimento di alitalia e delle banche di tutto il mondo, la fine della quarta serie di lost, la fuga dei cervelli e quant'altro. beh sì è successo tutto questo (anche il terzo scudetto consecutivo dell'inter, non succedeva forse dal quarantasssèi), ma nelle nostre vite sono successe tante altre cose, meno note e non meno importanti. e noi di quelle dobbiamo parlarti, sennò che ci stiamo a fare?

penso addirittura che questo post potrebbe sperimentarsi come post aperto, nel senso che i commenti allungheranno la lista degli eventi epocali che hanno contraddistinto il tuo primo anno di vita, caro maciste. eventi e-po-ca-li. te ne dico alcuni, i primi che mi vengono in mente:

- hai presente quello lungo lungo coi capelli corti che ti capita di vedere spesso durante il giorno, o la notte, o nel fine settimana con più frequenza? si, quello con la faccia non troppo sveglia. tuo padre, si. beh, intanto tuo padre quest'anno è diventato, da stagista che era, un lavoratore vero e proprio. lavoratore dei nostri tempi, ovvio, con contratti a orologeria e poche garanzie, ma di questi tempi è la moda, vedrai che ti ci abituerai. comunque le cose sembrano andare per il meglio, ci sta che a 14 anni ti compra il motorino.

- hai presente quello piccolo e tondo con la faccia simpatica? non ce l'hai presente? dai, quello che prima di viarigattieri stava dai preti, poi è venuto in viarigattieri, quello che ha vinto il dottorato a pisa e quindi si è trasferito a roma...dai! vabbè, se non l'hai conosciuto lo conoscerai, stai tranquillo. comunque tutto bene, forse diventa ricco per merito della sua molto più sveglia fidanzata, che ormai è sulle bocche di tutta Roma e presto troverà un posto di lavoro anche a noi.

- hai presente quei due che invece loro sì ti sono venuti a trovare, quello con la maglia a righe e il cappuccio con la barba, che giocava col tuo giocattolo, e quell'altro che voleva rubarti la pappa e battibeccava col primo cianciando di america? beh, alla fine ci sono andati, caro maciste. e ora girano per le strade di new york, e sicuramente tra i loro regali ce ne sarà uno anche per te, come quando i tuoi genitori andarono da quelle parti e ne portarono uno ad amicani. già, ti ricordi di amicani? dai, amicani! la piccola (...) fiammiferaia! lei si è appassionata a questa cosa dell'università, e non riesce a smettere di provare concorsi. li prova, poi li molla, poi li riprova, poi viene mollata, e poi tutto daccapo. in questi giorni si aspettano notizie dell'ultimo, ma stai tranquillo che presto ricomincia tutto, comunque vada.

- hai presente nw? quella che non ti ha fatto parlare un attimo perchè faceva i versi da bambino al posto tuo? onore al vero: quella che in fondo un po' ti ha fatto innamorare, dai lei te la ricordi. beh nw è molto cambiata in questo anno. adesso è molto più vecchia, pensavi fosse possibile?! eh già. ma continua a fare i versi da bambino, anche in tua assenza.

- hai presente quello con la barba, il più giovane dei rigattieri? quello siculo e nivuro? quello che sono anni che parla che se ne vuole andare e che questa città "è triste, è triste, (e 'sta sempre ccà)". no che non ce l'hai presente, non venne a trovarti. beh comunque sa di te e ti ha visto in foto e filmini. è partito. ci ha fottuto anche lui. ora è a parigi, nel quartiere latino, e ha cominciato una nuova vita, portandosi dietro un sacco di gente come francibush, lamati, e tanti altri. ci sentiamo ogni sera perchè in fondo anche lui è nostalgico, ma ancora non ha dato notizie pubbliche di questo esilio parigino.

- hai presente maurinho? brontolo? lui combatte contro le ingiustizie. è da almeno tre giorni che si ripromette di denunciare filomena, la fruttivendola del suo paese che gli dà i ceci sbucciati con tanto amore ma non gli fa lo scontrino. poi non lo fa perchè è buono, ma nell'animo farebbe piazza pulita di questo illegalismo terrone.


di quante altre persone dovrei parlarti, ma ti renderai conto che non è possibile, nel 2008, scrivere un romanzo d'appendice. già è un post troppo lungo, ma chi vorrà raccontarti qualcosa di sé sarà il benvenuto e verrà incluso in questo post via via.
d'altronde avrai arguito da solo la cosa più importante: viarigattieri, fisicamente, non esiste più, e dunque non potremo rispettare la promessa di portarti a giocherellare in mezzo alla spazzatura. è un grosso dispiacere, ma in fondo non è detto che non possano esistere in futuro situazioni analoghe, in cui tu possa razzolare un po' come ti pare, in un luogo analogo. che dirti, invece, da questa nuova sistemazione pisana in cui mi trovo io, lontana da quella parte dell'arno, lontana da quell'atmosfera, in un momento di riscoperta di passioni politiche e movimenti che rendono la città più viva, in assenza di tutta questa gente?
due cose positive, che riscopro dopo anni di vita pisana. che la mattina, quando apri la finestra, puoi vedere il sole e non solamente un palazzo; e che stendere i panni al vento, e non nel corridoio, è veramente encre.

tanti auguri maciste!

sei mesi di sinistrato

lunedì, ottobre 13, 2008

"Cercasi per società di alto profilo internazionale SEGRETARIO. Richiesta padronanza delle lingue, buona conoscenza del PC e sensibilità all'internazionale. Ottima retribuzione. Contattare Mr B al n° 0254******"




Mr B - Il prossimo!


Dr A - Salve.

Mr B - Ah, è Lei! E' qui per l'annuncio, immagino...

Dr A- Ebbene sì.

Mr B - E quali sono le Sue competenze?

Dr A - Be', ho militato per 20 anni nel PCI, per cui lo conosco benissimo. So anche chiudere il pugno, guardi...
E per quanto riguarda la sensibilità all'Internazionale, be'... quando l'ascolto, sono tutto lacrime...

Mr B - MA COSA DICE?! Sull'annuncio si parlava di PC non di PCI!

Dr A - .......




design

mercoledì, ottobre 08, 2008

proprio non ce la fanno. non riescono a non parlare di noi. ora non è che possiamo dare spazio proprio a tutti quelli che parlano di noi, però...

qualche giorno fa Repubblica ha re(so)pubblica una delle nostre creazioni. eh già, i rigattieri sono anche designer. ne diamo notizia qui, mica per vantarci - lo sapete che siamo modesti e sprovvisti di amor proprio -, giusto perchè il popolo sappia (e in attesa di resoconti chessò, parigini, americani, o che so io...).




qui intanto sembra di essere tornati ai tempi della pantera, contro la riforma tremonti-gelmini. e noi ci siamo dentro, abbbuso: www.no133pisa.blogspot.com

la sorella eterozigota

lunedì, ottobre 06, 2008

lo sapevo che non sarebbe stato semplicissimo.
quando betti è partito, mi aveva lasciato, quasi fosse una sua ultima volontà pisana, un compito. volevo onorarlo al meglio, ma sapevo che sarebbe stato arduo.
anche se non credevo così arduo.
conoscete tutti i gemelli. i gemelli sono quelli che tutti abbiamo pensato per un certo periodo fossero dei fidanzati, e invece no, erano semplicemente gemelli eterozigoti. o addirittura, più semplicemente, solo fratelli, ma per dimostare una maggiore familiarità ci piace chiamarli "gemelli eterozigoti".
all'inizio abbiamo pensato che i gemelli eterozigoti fossero i più simpatici di tutti, ed effettivamente c'è qualcuno che lo crede ancora. solo che i gemelli eterozigoti hanno un piccolo problema: non sanno fare quello in cui si impegnano di più. il che evidentemente è un problema. ma non è che non lo fanno abbastanza bene: sono negati. Lei, in particolare.
ok, sto esagerando. ma questa storia ve la devo raccontare.

dovete sapere che ho smesso di frequentare i gemelli eterozigoti quando ho sentito per l'ennesima volta dire alla sorella eterozigota: delùs. continuavo a portare libri di deleuze, e lei diceva: ah, vuoi delùs.
la odiavo.
era più forte di me, ho deciso che o io o lei, e per evitare problemi con la giustizia ho preferito smettere di frequentarli. anche se ogni tanto questo delùs mi torna in mente, e ancora mi viene la pelle d'oca. anche perchè ci provavo a spiegarle come si diceva, ma lei niente: delùs, delùs, delùs. convinta, eh. e io non potevo non pensare alla canzone di vasco: ehi tu delusa, attenta che si truoppu arrusa.

poi è successo che circa 10 giorni fa amicobetti le ha portato un libro, e io ero fuori ad aspettare (non volevo entrare, non sono più entrato dopo delùs). c'era amicani con lui. uscendo, amicani ha chiesto ad amicobetti:

- scusa ma perchè ha scritto "daniele", se ti chiami gabriele?

e amicobetti ha detto:

- è sempre così, mi chiama gabriele, sa che mi chiamo gabriele, ma scrive "daniele".

rifletteteci un attimo. siamo davanti a un chiaro caso di schizofrenia: anche fucò non avrebbe dubbi. ma non pensate a lei, pensate a me: che già nel frattempo ero proiettato nel triste momento in cui mi sarebbe toccato, ancora una volta, avere a che fare con delùs. ma erano i giorni di una tristezza maggiore: quella dell'abbandono di viarigattieri, i giorni delle partenze, ed è stato facile dimenticare il tutto.

oggi però ci sono andato.

durante tutto il tragitto ho pensato: e adesso che cosa le dico? mi dai il libro di gabriele dove tu avrai scritto "daniele" (perchè sei matta)? anche perchè se le dico di darmi il libro di daniele lei non capisce, perchè mi associa a gabriele. oppure, che cosa posso fare? che strategia devo adottare?
sapete dove abito adesso, quindi avete idea di tutto il percorso che ho dovuto fare, e per quanto tempo questi pensieri mi hanno tormentato. per fortuna, c'era amicani con me. giunti dai gemelli eterozigoti, mando avanti lei. ok, vigliacco, ma lo faccio per evitare un omicidio. purtroppo, assisto.


AMICANI: ciao, devo ritirare il libro di gabriele.

DELUS: ah sì, me l'ha detto! aspetta che te lo cerco.

lo cerca. non lo trova, naturalmente.

AMICANI: forse l'hai segnato col nome "daniele"...

ora, una persona normale direbbe: scusa, se mi hai chiesto il libro di gabriele, perchè avrei dovuto segnarlo col nome di daniele? ma evidentemente lei, che sa di essere schizofrenica, non avanza alcuna obiezione e cerca daniele. ma niente.

AMICANI: guarda, era un libro di nietzsche, ti aveva detto che passava andrea...

DELUS: ma guarda, sto cercando ovunque, non c'è niente...

AMICANI: prova a vedere nietzsche...

DELUS: mi ricordo, che doveva fare un esame, ma non lo trovo...

ok. già immagino cosa sta per succedere. lo so, ora dirà qualcosa e mi ferirà. lo so. lo voglio evitare a tutti i costi: prendo la parola!

IO: forse avrai scritto "andrea", prova un po'?

DELUS: aaaaaaaaaaahhhhhhhh! ecco!! avevo scritto Andrea-Daniele!!! è un libro di NEZCHI, vero?


AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

post numero 500

giovedì, ottobre 02, 2008

Beh, signore e signori, innanzitutto tanti auguri a nw, maurinho e thomas, che oggi fanno il compleanno. La nostra vocazione è quella di continuare e proliferare ma non certo quella di dimenticare chi siamo e da dove veniamo. Quindi cari amici, frequentatori e personaggi vari, tanti auguri da parte nostra.

Secondo, un annuncio importante: siamo fuori casa. Ieri abbiamo ufficialmente chiuso la sede fisica di Viarigattieri, come sapete, e probabilmente non ci metteremo più piede. Abbiamo giusto mandato amicofranci in perlustrazione, proprio in questi minuti, per recuperare un caricabatterie: ci dirà che ne è di casa nostra sotto bandiera spagnola. Ma non siate tristi: rigattieri siamo e rigattieri resteremo, anche in esilio.

Terzo: questo è il post numero 500 dall'inizio di questa storia. Cazzo, 500 sono tanti. Sarebbe anche un numero pieno di responsabilità, e onestamente non sapremmo neanche come si fa a onorarlo per bene. Per fortuna ci ha pensato qualcun altro, e la cosa a questo punto si fa veramente, veramente grossa.


ciao

martedì, settembre 30, 2008

oh
è vero
ultimo giorno
viarigattieri finisce qui
saremo telegrafici ed estetici
si annuncia svendita pomeridiana di
nell'ordine: stendini lucine di natale scatole
scatoline scatolone scatole da mettere sotto il letto
quelle blu di ikea, per capirci, insomma. forse anche dell'altro 
ma lo scopriremo solo vivendo, come si suol dire. Adesso arriva Marianelli
a controllare i contatori. Noi puliamo, togliamo munnizza, salutiamo,
infine, questa casa. Arrivata cartolina chicaghese, con su scritto
solo VIARIGATTIERI. Emblematico. Buttate tante cose,
date ai poveri, tante cose anche di voi che leggete.
Vi rendete conto? finisce un'epoca, oggi
 che è anche il mio compleanno
30 settembre 2008
viarigattieri
la fine.

IMMAGINI MALGRADO TUTTO

domenica, settembre 28, 2008

Eh sì, mentre voi girettate, fate le vostre cosine, chissà dove, chissà come, noi smobilitiamo... forse prestissimo daremo una lista in extremis di ciò che è rimasto in questa casa, e che bandiremo nell'asta lastminute più rapida del mondo - ieri sera, in una festicciuola sottotono di commiato silenzioso, abbiamo già assegnato alcuni dei pezzi più preziosi: due tesi di mauro, una di tessa, qualche rivista del '99, specchi, tavole di legno della libreria delfe -, quindi state bene attenti. Nel frattempo mettiamo qualche immagine, che vi dia la misura di quello che sta succedendo.









(si lo so che sembra viarigattieri in stato normale, ma se guardate bene capirete che il casino è dovuto al trasloco)