ultimi giorni

domenica, marzo 27, 2011

qualcuno ha scritto su facebook

Io voglio vivere, godere la vita: come se ogni giorno fosse l'ultimo. Non sarebbe bello? Una vita di ultimi giorni (Elizabeth Taylor, dal film: L'ultima volta che vidi Parigi). 

il problema è che io penso che l'ultimo giorno sarei stanco, e non farei una mazza.

Viva il nostro capo, il primo vero dottore, il dottore addottorato

mercoledì, marzo 16, 2011

Ed il primo è andato. Adesso è ufficiale, niente più limbo. Mentre stamane affogavo tra i lavoratori in mobilità che affollavano l'ufficio impiego di O*, ho ricevuto la notizia. Per il primo è andata, è ufficiale, niente più limbo...

C'è la felicità per il singolo, tanta felicità per il nostro capo... il primo vero dottore di tutti noi. C'è la tristezza di non essere lì con lui, adesso il distacco è più ufficiale. Poi c'è un il rammarico per la categoria. Ma oggi prevale la felicità per il singolo... E anche le facce disorientate dei lavoratori in mobilità mi sembrano meno disperate. E la signora dell'ufficio che mi ha chiesto "ma cosa è un dottorato?" mi pare buffa ma incolpevole. Viva il nostro capo, il primo - si spera - di una buona serie!

Un colloquio a Milano

venerdì, marzo 04, 2011




I Rigattieri sono controcorrente. Rifuggono dalle statistiche, dalle tendenze, dai destini prestabiliti. Il tema, come ricordato qui più volte, non risparmia il mondo del lavoro.
L’ultimo, fulgido esempio è stato fornito naturalmente dal nostro Capo, che si è paracadutato un giorno di febbraio a Milano.
Posso raccontare io come sono andate le cose veramente.
Il Capo si precipitò a Milano per evitare una sciagura che pendeva sulla sua testa: un contratto di lavoro, 18 mesi, a tempo determinato.
(questa sì, una vergogna, che al giorno d’oggi ci siano ancora persone che propongono simili sconcezze ai colloqui di lavoro…).
Per fortuna, il Capo non si è fatto tentare dalle sirene della mesata fissa, come un’Olgettina qualsiasi, ma ha provato con tutte le sue forze a convincere i suoi interlocutori che l’Assunzione non è cosa per noi, che è cosa mortificante, che noi abbiamo ben di meglio da fare, leggere, organizzare, scrivere…

Ma il Capo ha potuto vedere coi suoi occhi anche gli altri mille pericoli che si nascondono nella vita milanese. E si è convinto, una volta di più, che da Milano ci si deve tenere alla larga.
Prendete per esempio il loro regime di mobilità. Ogni giorno un milanese si sveglia e sa che dovrà andare a incastrarsi nel suo piccolo spazio in coda, dentro un’utilitaria, (il viaggio, per il milanese, è un paradosso zenoniano al contrario) e lì attendere serenamente un cancro al polmone.
In proposito, il Capo ha pure constatato, con orrore, che i milanesi guidano peggio dei terroni. Vendicativi, incazzosi, egocentrici, commettono qualunque nefandezza contro il codice della strada. E senza nemmeno avvertire il prossimo con il clacson, come usano civilmente i palermitani
(te la mettono in culo e basta: tu devi morì, in tangenziale, cazzovuoi…).
Il metrò, poi, è un altro luogo singolare. In apparenza è un mezzo di trasporto collettivo, dove la socializzazione sarebbe facilitata. Non è così, almeno a Milano.
In metrò si sta muti, capo chino. In metrò parlano solo i terroni. E dunque, quel mercoledì mattina, parlavamo ad alta voce soltanto io e il Capo (io per solidarietà, il Capo invece noncurante della silenziosa usanza).
L’altro grave pericolo è la figa. Ce n’è in quantità industriali. Troppa, decisamente troppa, per un eterosessuale con la testa sul collo. Per di più, uno è cosciente del fatto che va in giro, tutti i giorni, rassegnato all’idea che non ne beccherà mai una. Un vero supplizio di Tantalo. Chi vorrebbe vivere in una simile città?

Ma per fortuna il sottoscritto ha traghettato il Capo in salvo nell’isola felice di Segrate, dentro il palazzo di vetro con il lago e le carpe grosse come pittbull. Lì, finalmente, siamo venuti in contatto con una realtà più serena, composta.
A contatto diretto col Potere, infatti, il Capo si è trovato a suo agio e ha iniziato a stabilire molteplici relazioni (come fece, a suo tempo, anche l’illustre Cofino). 
Tra le più memorabili, si vuole qui ricordare il “non-colloquio” di lavoro con il direttore di un mensile. Senza volerlo e senza darne la benché minima impressione, il Capo quasi riuscì a procacciarsi un posto. 
“Ma insomma, vuoi scrivere per me?” chiese il direttore. E noi due, in coro: “Mannò, figurati, si fa così, per parlare…”
Noi lavoriamo solo per caso, o per sfiga. 
Il lavoro sta ai Rigattieri come il superenalotto a una pensionata.

Minima moralia. 1

mercoledì, marzo 02, 2011

Minima moralia è la nuova rubrica in cui chi vuole potrà lamentarsi delle storture del mondo e sfogare qui la sua rabbia al fine di evitare di sfogarla su qualcuno nella vita vera incorrendo così in spiacevoli conseguenze. Si tratta dunque di una rubrica profondamente moralistica e conservatrice, perché riproducendo le conseguenze nel mondo vero si riuscirebbe forse a cambiare qualcosa, mentre così siamo sicuri che tutto rimarrà una merda. Però almeno ci saremo tolti qualche frustrazione. Forse.

Allora, Minima Moralia 1.


Io credo che chi scrive un articolo (più o meno scientifico) e cita più di un autore per pagina, ovvero più di 10 nel complesso del suo articolo, debba: 1) essere espulso a vita (sì, da tutto quello di cui fa parte); 2) avere quotidianamente una buona dose di diarrea che gli impedisca di esercitare le più semplici funzioni vitali - un po' come la signorina con il vibratore nella passera di Snake of June; 3) in ultimo, salvo ravvedimenti comunque tardivi e scuse mai sufficienti, e ovviamente al prezzo del ritiro di quella cosa dal mercato mondiale in qualunque forma, debba in ultimo, dicevo, per compensare almeno un minimo il male che ha arrecato al mondo, morì.

EVASIONI

domenica, febbraio 13, 2011

Bonifici, ricompense, versamenti e donazioni


TENGO FEMMEIGLIA

Muoviti! - Mi vuoti! - Muti voi! - ivi muto - vomiti, u!

sabato, febbraio 12, 2011

Cronologia di speranze nate e finite via Lorenzo Jovanotti Cherubini.

1991. "Muoviti, muoviti". Il Nostro certifica la caduta della cortina di ferro, "le mutande che ci coprivano un po'". Sono pochi ma consistenti anni di cambiamenti per l'Italia e per il mondo, e benché i lettori di queste pagine conoscano la fine di quella storia (credo), al Cherubini basta evocare la fine degli anni '80 per aprire la strada al mondo nuovo, di cui alla seconda strofa. Si è aperto un varco e vai col muovitimuoviti, man.

questi sono gli anni novanta amico mio gli ottanta sono finiti e grazie a Dio il vuoto lasciato alle spalle è molto grande siamo scoperti oramai [...] Giro per strada guardando la faccia alla gente sento nell'aria qualcosa di molto importante crescono gli interessi verso le cose che fioriranno lo sai se sono rose credo nell'uomo futuro figlio di un mondo che mi spaventa anche un po' e non lo nascondo ma non nascondo neanche la voglia che ho di dare un posto decente a quel figlio che avrò.






1997.  "Il muratore".Ci sono attese rivoluzionarie che non finiscono in rivoluzioni. Terminata la rivoluzione mai nata, i rivoluzionari alzano la voce grossa, ricordando a se stessi e al mondo che la partita è solo rinviata, anche se le finalità si fanno più confuse. La gente si muoverebbe ancora per far crollare i muri rimasti in piedi dopo Porta Pia e Berlino: le Torri Gemelle, citate tra gli altri, che nel '93 avevano subito un primo attentato. I muri vengono giù, ma il Muratore continua a costruirne di nuovi. Al Nostro non resta che incoraggiare la 'gggente' a rifugiarsi nel pensiero. In fondo, una rivoluzione si termina anche così.

il muratore va e non si fermerà a creare nuovi muri di disparità e mura la natura e mura la cultura e mura tutto ciò che fa paura ma il pensiero non lo puoi murare perché il pensiero è duro è cielo puro e sta di qua e di là dal muro.


2011. "Quando sarò vecchio". La maturità arriva anche per i rivoluzionari e oltre l'evocazione del futuro c'è la vecchiaia.  Passato il turno all'odiata nuova leva ("Perchè ha fatto tutto ha visto tutto |
e non sopporta quelli che ora è il loro turno"), non resta che recriminare o prendersi qualche merito:

Quando sarò vecchio punto e basta
la vita che finisce mostrerà il suo culo
Con la mia pensione di soldato
si sarà consumato tutto il mio futuro
Darò del cretino a tutti quanti
dirò che tutti i libri non servono a niente
E che mille secoli di storia
non valgono un secondo vissuto veramente
Con chi ha combattuto per restare vivo
con chi mi ha aiutato mentre mi arrangiavo
Con chi mi ha insegnato qualchecosa che risplende dentro di me.



Eppure, difficile dare la carne alla rivoluzione e le ossa ai temperati, almeno per chi è stato per venti anni sintonizzato sull'ethos giovanile, non senza qualche camaleontismo. E così, il ritornello vagheggia l'arrivo di un sabato di maggio. È la rivoluzione da weekend, neanche lungo.


E poi magari un sabato di maggio,ad una stella chiederò un passaggio
E a tutti i prepotenti dirò ancora
Con me voi non l'avrete vinta mai!
E poi una domenica mattina,ancora sulla pelle il tuo profumo
a tutti i prepotenti dirò forte
Con me voi non l'avrete vinta mai! 







Conclusione. Non è che a muoversi-muoversi si finisce per tornare al punto di partenza, pure incazzati?

coccodrillo

lunedì, febbraio 07, 2011

Le avevano provate tutte. Li avevano convinti, per anni e anni, che la mediocrità paga. E non alla lunga: tutto e subito! Erano anche gente di un certo talento, i rigattieri. Ma c'erano cascati. Finché la cosa non li riguardò direttamente ci pensavano con una certa aria di distacco, con quel non so che di superiorità che contraddistingue i vincenti (così pensavano). Ma il tempo stringeva, e i risultati tardavano a palesarsi. Eppure credevano di aver seguito il copione alla lettera. L'impegno? Caratteristica prescindibile, così si diceva in giro. L'abnegazione? Superata, superata. Qualunque residuo di originalità, si erano metodicamente applicati a lasciarlo da parte, fino a dimenticarlo del tutto. Erano certi che in questo modo il successo sarebbe arrivato in fretta. Inaspettatamente, si ritrovarono con un pugno di mosche. "E se per tutti questi anni ci avessero solo presi per il culo?" Non riuscirono mai a darsi una spiegazione convincente; l'ultimo di essi passò anni a studiare il fenomeno della superficialità. Un giorno si guardò attorno, si rese conto d'esser rimasto solo, volse gli occhi all'orizzonte ed emesso un forte peto, spirò.

fauve d'or, monsieur Fior

mercoledì, febbraio 02, 2011

Saranno più di sei mesi ormai che l'abbiamo letto, e non si capisce come mai non ne abbiamo parlato prima. Poco male: i successi internazionali ci spingono ora a felicitarci con Manuele Fior, grandissimo autore di graphic novel, di cui dobbiamo a Silvia K la conoscenza. Con il suo Cinquemila chilometri al secondo Manuele ha vinto il più importante premio del più importante festival di fumetti del mondo, quello di Angoulême, già vinto in precedenza dal pisano Gipi. Se volete capire cosa significa raccontare una storia attraverso i colori dovete solo leggere questo splendido romanzo a fumetti. Non possiamo che complimentarci con Manuele, consigliarvi i suoi libri (dopo aver letto questo suo ultimo chi scrive non si è più fermato, andando a recuperare i suoi primi, diversissimi) e aspettare i vostri pareri!


L'Italia da tre soldi

martedì, gennaio 25, 2011




Caro, vecchio Mackie…

“Polly: […] Guarda, ho portato l’atto di accusa; chissà se riesco ancora a raccapezzarmici, è un elenco che non finisce più; ecco: hai accoppato due mercanti, hai commesso più di trenta scassi, ventitre rapine a mano armata, incendi, omicidi premeditati, falsificazioni, spergiuri, tutto questo in un anno e mezzo. Sei un uomo terribile. E a Winchester hai sedotto due sorelle minorenni.

Macheath: Mi avevan detto di aver più di vent’anni”.

(B. Brecht, L’opera da tre soldi, Atto II, Sc.I)

NRC X - Vallanzasca. Gli angeli del male

mercoledì, gennaio 19, 2011

 
Sembra che la preoccupazione principale legata all'uscita del film su Vallanzasca sia il pericolo della mitizzazione di un criminale. Ma Vallanzasca è un mito. I miti non sono necessariamente positivi, e in ogni caso nel mito di Vallanzasca c'è più di un aspetto positivo. E il fascino deriva da questo: dall'ambiguità e dall'ambivalenza del personaggio, dal suo coraggio ma anche da una certa fragilità. Dalla capacità di assumersi le responsabilità e di sfidare le convenzioni – basta guardare i filmati d’archivio dei processi. E Kim Rossi Stuart è bravo a interpretarlo, rende l'idea per chi ne ha solo sentito parlare. La simpatia di Vallanzasca è simile a quella di Mourinho: una simpatia da schiaffi, o peggio. Ma è già molto. Ora: riesce Placido a rendere questa simpatia? Solo in parte: perché se da un lato il film segue troppo pedissequamente la scheda di wikipedia, non lasciando grossi margini all'invenzione, dall’altro quando lo fa (in occasione di una sparatoria di Filippo Timi, ad esempio) le scelte registiche fanno rimpiangere un tipico, classico Placido. È un po' pasticcione, diciamola così; e un po' superficiale. La funzione del sangue, ad esempio, è quella cerchiobottista di attutire l’inevitabile fascino del personaggio, come a dire: era un mito, ma era anche cattivello, non dimentichiamocelo, non stiamo mica qui a farne l'apologia. Ma mica c'è bisogno di sottolinearlo in continuazione. La cattiva coscienza cattolica non ti fa rischiare fino in fondo, insomma. Come ha detto Vallanzasca a Radio 24: peccato, "il film poteva essere un capolavoro". E siamo ben lontani.

Procedura

venerdì, gennaio 14, 2011



Le parole e il senso

Rito
Dal lat. ri¯tu(m), della stessa radice del gr. arithmós 'numero' e del sanscr. rtám 'ordine (conforme a ciò che richiede la religione)'

Immediato
Dal lat. tardo immedia¯tu(m), comp. di in- 'in-' e media¯tus 'interposto'

C'est ce qu'on a eu de meilleur

martedì, gennaio 11, 2011

Un piccolo video pieno di domande, pieno di senso. L'omaggio di un grandissimo del cinema a un altro grandissimo, nel primo anniversario della sua morte. Qui sotto il testo, parzialmente incompleto, pieno di spunti.


Vous vous souvenez du nom du café? C’était quand? Non.
Quoi?
Employer le verbe avoir. ça reviendra.
Il y avait le Royal Saint-Germain. Non.
Le CCQL, Frédéric Froeschel, Non.
Anthony Barrier. Non.
La rue Lescot. Non.
Les esclaves du désir, au Cluny. Oui ça se peut.
Zerbi ou chez la comtesse boulevard saint-germain. Non.
Rue de (...) avec la vache dans la salle de bain. Non.
On allait taper taplan pour l’avocat, oui.
La sonate à Kreutzer, non. Mais les Bérénices oui.
Et ce déjeuner à Tulle, les deux dans la salle à manger.
Et la mère qui mange dans la cuisine. Hein?
Et après place Monge. La femme qui mange dans la cuisine. Les deux amis dans la salle à manger. Oui.
Et Adamov, un homme profond, non.
Alors les petites filles modèles, Josette Sinclair, Guy Deray, Joseph Keke, non.
On montait au 5ème de… au 5ème de l’hotel de… mais quand? Mais quel nom, cet hôtel?
Canguilhem passait devant… quand il sortait de la Sorbonne et allait vers les grands hommes.
Non, c’est quand elle descendait à … à droite de la Sorbonne et qu’elle tombait sur la préfecture de police en remontant à gauche vers ()
Il y avait les premiers tourne-disques chez Raoul Vidal. Oui.
Et il y avait le (...) aussi (...)
L’or des noctambules, Henri Pichette, Gérard Philippe.
L’homme à la fleur à la bouche, Jean Gruault, Jacques Mauclair
Libérez Henri Martin. Non, non.
Ah ça y est, je sais. Je sais, j’ai retrouvé. Il s’appelait “le vieux navire” ce café.
Non ce café c’était le "Old Navy".
Oui, avec les deux soeurs ramacciotti, oui
Oui, avec les deux soeurs ramacciotti, oui.
Ah, c’est ce qu’on a eu de meilleur, dit Frédéric.
Oui c’est ce qu’on a eu de meilleur, dit Deslauriers.

NRC IX - Hereafter

giovedì, gennaio 06, 2011


Cominciare l'anno con un bel film porta bene. Herafter è un bellissimo, bellissimo film. Cominciare l'anno con Hereafter porta bene.
Per fare una critica cinematografica sensata bisogna dire qualcosa di intelligente su un film. Quando si è abbagliati è difficile dire qualcosa di intelligente su un film. Quando si è abbagliati è difficile fare una critica cinematografica sensata (ma per fortuna qui siamo nella Nuova Rubrica Cinematografica).
La forza di un film risiede nella storia, nelle immagini, nelle idee, nei dettagli. Può una semplice inquadratura di una donna con la frangetta sullo sfondo di una porta bianca in un comunissimo corridoio d'appartamento essere meravigliosa? Può.
La potenza del cinema risiede anche nel permettere gli incompossibili. Nella variazione sul tema. Nel gioco con il noto. Non voglio anticipare nulla, e dunque faccio un esempio neutro. Sia data la serie ABC. Quello che vi aspettate, proseguendo la serie, è: D. A meno che non vi troviate in un meccanismo che persegue la sovversione delle regole, ma non è il caso di Eastwood. Prendete la fine di questo film, solo per fare un esempio. Ecco la serie: ABC. Cosa fa Eastwood? Mette D, ma la mette tra parentesi. E poi riprende la serie, e conclude con E. Ma non lo fa come se il suo fosse un gioco di prestigio: lo fa come se stesse compiendo un miracolo. C'è D (come a dire: tanto era già nella vostra testa, perchè non farvelo vedere?): ma c'è anche E. Ed è nella capacità di mostrare insieme (in sequenza, ma che importa) D ed E che sta la grandezza di questo ultimo, incredibile, film del grande Eastwood.

Il lavoro - 1

venerdì, dicembre 31, 2010

io quando entro in un posto già si mettono a ridere. figuriamoci poi quando mi metto la faccia seria e chiedo un lavoro.
 
CAPO: buongiorno.

SIGNORA: buongiorno a Lei.

C: salve, volevo un'informazione.

S: mi dica.

C: non è che per caso state cercando camerieri, o un aiuto-cuoco? io sto cercando lavoro.

ora il problema dello scrittore è: come descrivere a parole l'espressione di stupore misto a commiserazione che compare sul volto della padrona del locale non appena si accorge che chi le sta davanti (proprio quel Capo lì che le sta davanti) le sta chiedendo un lavoro e non, ad esempio, se sono aperti a capodanno?

C: no, signora, cioè mica per forza... mi chiedevo solamente, siccome sa, passo sempre qui davanti e allora mi chiedevo... ma non seriamente, cioè: se non c'è niente non è un problema, era più che altro una curiosità, uno sfizio, diciamo...

S: guardi... (scuotendo ripetutamente la testa, come ad esprimere una certa sfiducia sull'efficacia del proprio sguardo) noi veramente non abbiamo proprio necessità, ma comunque...

C: no signora ma si figuri, ma mi ha preso sul serio? ma io scherzavo, ma le pare! ma si figuri se venivo a importunarla per queste sciocchezze... certo, avrei potuto mettere a frutto i miei studi... a proposito: lo sa che anche Marchionne è laureato in filosofia?

S: (continua a oscillare la testa. adesso mi rimprovera, lo so). ma Lei ha esperienza?

C: esperienza... signora, esperienza è una parola grossa, chi può dire oggigiorno di averne, in cuor suo? bisognerebbe essere ben presuntuosi ad affermare di avere esperienza in qualcosa. sì, qua e là, ho lavoricchiato, sia come aiuto-cuoco che come cameriere, ma insomma mooolto sporadicamente (no, glielo dico nel caso in cui Lei volesse confidarmi anche solo un minimo di credibilità)... ma comunque signora, non si preoccupi, era solo così, per sapere, mica volevo lavorare sul serio, pensi, a me mi fa schifo il lavoro! trovo che sia un falso mito, lo scoglio su cui si è arenato il barcone di un'intera tradizione politica di sinistra, la schiavitù eretta a modello di vita, bla bla bla...

S: (la smorfia di commiserazione tende ora chiaramente al disprezzo). mi scusi ma allora che è venuto a fare?

C: no, sa signora è che passo sempre qui davanti, ho visto la vetrina, volevo vedere come si vedeva da dentro, capisce? e poi, mi dica la verità: non ha mai la voglia irrefrenabile di dire qualcosa solo per sentire la sua voce che dice quella cosa? ha presente Gasparri, l'altro giorno, quando ha detto degli arresti preventivi? ecco secondo me era esattamente lo stesso: come mi sentirò a domandare di lavorare nel ristorante che vedo sempre sulla via di casa, mi chiedevo? e Gasparri si sarà detto: come si sentirà Gasparri a dire minchiate da fascista, come ai vecchi tempi? ecco è questo signora, lei non ha mai questa voglia irrefrenabile?

S: beh effettivamente, ora che mi ci fa pensare... io ho la voglia irrefrenabile di buttarla fuori a calci. ma di corsa, proprio.

C: senza nemmeno che le lasci il curriculum?

S: senza nemmeno.

C: signora, ma come è scortese! ma insomma, stavamo chiacchierando tanto amabilmente! e poi almeno il curriculum me lo deve fare lasciare, c'è la lista di tutti i post che ho fatto su Via Rigattieri, ma insomma, un po' di rispetto per il lavoro intellettuale!

S: fuori.

C: Lei crede che sia uno sfaticato, eh? Lei è una di quelli che dice di lavorare sempre e che gli altri non fanno un cazzo, eh? dica la verità!

S: f-u-o-r-i.

C: Lei è una fascista! Lei non ha rispetto! il lavoro, il lavoro!


prende una mazza da baseball. (che cazzo ci fa una mazza da baseball in un ristorante?). scappo, o difendo i miei diritti e con essi quelli di un'intera generazione, categoria, umanità?


scappo.

banchetto divino

martedì, dicembre 28, 2010

 
Ebbe tutto inizio al solito banchetto del Re Fosco, mentre il Lambrusco, spumante, faceva il gaglioppo con il Dolcetto d’Alba che gli stava a fianco. Non che loro c’entrassero direttamente qualcosa, ma proprio tra l’uno e l’altro fece la sua comparsa un acino d’oro recante la scritta “al più bello”. Fu Moscato, sempre sul chi va là, a notarlo per primo e allungò le mani con fare grecanico.
“Moscato! –cannoneggiò autorevole Müller-Thurgau- Che stai cercando di nascondere? Cos’è che ti brilla fra le dita?”
“Nulla, nulla, cosa vuoi che sia…”
“Ah, non cercare di fare il sangiovesino con me”
“Già, di che si tratta?” aggiunse Lambrusco
“Sento puzza di tannino…”, chiosò stizzita Malvasia Rosé
Moscato capì subito di non essere in una botte di ferro e mostrò ai commensali il prezioso acino.
“Chardonnay! E a chi altri credete che possa essere destinato se non a me?” intervenne il Conte di Cabernet-Sauvignon, con la sua erre moscia e la nobile cadenza francese. Ma l’interruppe la risatina fruttata di Malvasia Rosé: “Ecco il solito zibibbo tronfio. È chiaro che quell’acino è destinato a me”. Stavolta fu Montepulciano d’Abruzzo, proprio accanto a lei, a prorompere in una risata corposa: “A te? Ah, buona questa! Tu vali poco più di una vernaccia!” “Vernaccia a me? Offendere così una signora? Sei un mosto insensibile!”
“Insolia, come osi?!”, disse quello per tutta risposta. E lì, fu la bagarre. Ah, se non lo date a me saranno lagrime e chianti per tutti! Trebbiano! Vecchio nebbiolo passito! Viscido vermentino! Barolo al metanol o! Madre dell’aceto! Californiano d’importazione!
“Basta!”. Rimasti in disparte, in tre, all’unisono, troncarono seccamente la lite. Brunello di Montalcino, Morellino di Scansano e Nero d’Avola, scuri in volto più del solito, lanciarono ai convitati un’occhiata severa. “Per tutti i vitigni! Che scene sono mai queste? Indegne del vostro lignaggio invero. Non è così che si risolvono le dispute. Faremo scegliere ad un arbitro al di sopra delle parti, un giudice imparziale”
“Non starai mica pensando ad un sommellier, vero?”
"Merlot, non riesci mai a tenere il becco chiuso. A decidere sarà il consumatore”
 
l'originale qui, particolarmente appropriato in giornate di banchetti natalizi. grazie si-culo per averci permesso di riproporlo in questa sede.
l'immagine di apertura risponde a criteri prettamente e(ste)ti(li)ci e non commerciali.

NRL VI - Sangue di cane

martedì, dicembre 21, 2010



Ho un’istintiva diffidenza verso le storie di donne raccontate da donne. Mica per altro, è che proprio non riesco a comprendere la loro lingua. È come se si parlassero fra loro. Credo che la stessa identica cosa succeda, a parti inverse, per i racconti d’avventura, da Verne a Clive Cussler (sì va bene, lo confesso, ho letto Clive Cussler): molto più maschili che femminili.
Ora, negli ultimi tempi mi sono posto il problema.
Sono una persona politicamente corretta nella vita e nelle opinioni, ma sessista nella lettura?
Così, sfoderando il mio bravo senso di colpa inculcatomi dalle suore immacolatine, ho cominciato a leggere questo primo romanzo di Veronica Tomassini, Sangue di cane.
Ho fatto opera di contrizione.
La lettura ha preso subito una piega inattesa. La consistenza della trama è roba forte: una ragazza siciliana si innamora di un mendicante polacco; alcolizzato cronico per di più. Nasce tra i due un amore assoluto, perfettamente corrisposto. Vissuto al limite; nei parchi pubblici, alla Caritas, nelle comunità di recupero… Raccontato in prima persona, questo inferno melò ti prende alle budella. Con una lingua raffinatissima, sostanzialmente nuova, l’autrice ripercorre le tappe autodistruttive dei due personaggi. A colpirmi è stata poi un’altra cosa: la voce narrante. La protagonista si rivolge esclusivamente al suo perduto amore polacco, ripercorrendo le tappe del loro rapporto impossibile. Il lettore cade giù, in basso, insieme a loro. Con un misto di insofferenza e attrazione per questo dolore immedicabile.

NRC VIII - American Life

domenica, dicembre 19, 2010


 
Siete un po' fricchettoni, dite la verità: si vede che siete un po' fricchettoni nell'anima. Predicate la libertà e amereste il libero amore (ma il vostro partner vi farebbe correre, piuttosto). Oppure no e anzi odiate le coppie libertine, libertarie, ma anche quelle sfasciallitte, quelle precisine, gli sposini perfetti e quelli che non fanno altro che dirsi cosa dovrebbero fare. (Oppure siete tra quelli che si danno i voti l'un l'altro? Vi fate i dispetti e collezionate punti? E poi vi premiate o vi punite? Viziosi...). Di certo tutti sanno sempre cosa è meglio per voi: ma perché non capiscono che voi siete speciali e siete i soli padroni del vostro destino? Che gentaglia. Quelli lì mica li sanno crescere i loro figli. Guarda quelli! Che cose ridicole che fanno! Noi non saremo così, amore, vero? Noi non faremo questo errore né quest'altro né quest'altro. No, questo no! Noi viaggeremo, e ci ameremo, e ci supporteremo e ci coccoleremo come nessuno al mondo. Bene: allora siete fortunati, perché Sam Mendes ha fatto (più di un anno e mezzo fa, ma in Italia siamo avanti, no?) un film per voi, che è un road movie intelligente, divertente, ben scritto e ben recitato. E noi che non solo li doppiamo, i film, ma ci piace adattarli alle nostre abitudini, ci siamo tolti pure lo sfizio di cambiare il titolo - ma lasciandolo in inglese che fa più figo. Che Away we go magari lo scambiavamo per una vacanza loucòst, non si sa mai.

mercoledì, dicembre 15, 2010

C’è un nuovo obelisco a Piazza del Popolo. Una colonna di fumo nero e denso che invade tutta Via del Corso e va a mischiarsi allo smog, ai lacrimogeni e ai fumogeni. Il clima è avvelenato. Aria di casa per la gente di Terzigno.

L’apocalisse all’ora di pranzo. I giapponesi sono tutto uno scatto a perdifiato, e non di fotografie. Una sudamericana, invece, conversa con un’amica al telefono dell’ultimo litigio col fidanzato. Roba già vista per lei.

Orchi da Signore degli Anelli infilano, vestiti come finanzieri, Via del Corso e si accompagnano battendo i manganelli sugli scudi. Fanno paura e lo sanno.

I passanti si ammassano e si spaccano ed è un fioccare di voci controverse.

“Buffoni!”

“Andate a difendere i mafiosi! Difendete un mafioso!”

“Bravi! Ammazzateli!”

“Voglio il morto! Voglio il morto! Li voglio tutti morti, rossi di merda! Questa è la mia città, è la mia!”

“Fascio di merda!”

“Ve la prendete coi sedicenni! Vergognatevi!”

“Fate bene! Sono degli incivili!”

“Loro stanno lì anche per i tuoi figli!”

Gli animi si infuocano tanto quanto le camionette. La gente discute. E’ una serie di accesi confronti, coi pugni pronti in tasca. Il gelo prenatalizio ha salvato molti nasi, tra cui il mio.
Una signora si lamenta delle sue piante rovinate dai manifestanti. Io le dico che non tutti i manifestanti ce l’hanno con le sue piante. Lei dice che ha ragione lei, perché lei è andata a lavorare alle sei del mattino mentre io non faccio un cazzo… La persona che era con me la manda a fanculo.
E’ meno di un secondo: un secchio che vola, il filippino eroico che tiene fermo un pugno pronto per la mia faccia. Lo trascinano nel portone. La signora delle piante sa che è meglio darsi una regolata quando non si ha il filippino in regola. Un operatore dice che ha ripreso tutto, per rassicurarmi. Io gli guardo il berretto rosso con una A nera incerchiata. Capisco che non andremo lontano.

La cosa a cui tutti pensano è di tenersi una via di fuga, per non rimanere accerchiati dalle camionette che bloccano tutte le vie di uscita. Dei finanzieri si ritirano e dei passanti li seguono a suon di “Via, via la polizia!”.

Ma la gente ha paura, si vede. E’ un andirivieni di camionette, ambulanze, di celerini, finanzieri a scudi battenti. E per strada c’è vernice, macchie di sangue, fumogeni sfiniti, cestini e pali divelti e tantissime scarpe. Decine e decine di scarpe, perse da ragazzini ammanettati e trascinati via, lasciate a evocare le peggiori deportazioni.

Fa davvero paura camminare. Fa paura anche solo guardare.

La gente ha paura di sbagliare strada.

Lo scontro vero è a molte centinaia di metri di distanza, a Flaminio, ma in realtà anche qui tutti ci sono dentro e la tensione è alta come quel fumo nero.

Non è che un secondo, solo un secondo. Basta la corsa frettolosa di una ragazzina, per qualche motivo che sa solo lei, a creare il panico tra i passanti che si danno alla fuga. I negozi aprono e chiudono le saracinesche a ogni boato. Fa paura esserci.

Qualcuno deve prendere la metro a Piazza del Popolo, ma viene invitato a scegliere un’altra stazione: “Poi se vuoi, puoi andà a Piazza del Popolo e farte portà in Questura, vedi tu se te conviene!”.

La gente protesta. Ma che modi sono? Qui vogliono arrestare tutti!

Un altro operatore, senza berretto rosso questa volta, conclude in un accento bergamasco: “Se non ti piace, allora stattene a casa e non venire a protestare!”

“Ma tornatene in Padania, imbecille!”

Un esempio di perfetto contraddittorio.

Sono le quattro e mezzo. A Flaminio continua la guerra. Dei ragazzi e degli adulti corrono via dalle manganellate verso l'Ara Pacis. Il lungotevere è deserto, desolato, tutto lacrime e limoni, e qua e là qualche giornalista che ricuce sul portatile le riprese per il pezzo, seduto al tavolino di un bar a ferragosto.

Via del Corso, invece, è ancora piena di spettatori. Tanti sostano davanti a Piazza Colonna, che è inaccessibile.

Il Parlamento è ancora blindato, pieno di fiducia.

La gente guarda la schiera di poliziotti dall’altra parte della strada. Qualcuno li insulta, qualcuno li squadra con occhio torvo. Due si stanno misurando su chi dei due si fa di più il culo. Uno lavora al 118. L’altro avrà fatto una vita di sacrifici per mandare suo figlio a fare il soldato in missione internazionale. Quello che mi colpisce della loro discussione è che rivela come l’idea ricorrente in questo paese sia che , per avere diritto di parlare o semplicemente per poter rivendicare i tuoi diritti, “devi farti il culo”, cioè devi vivere al minimo dei tuoi diritti. Se hai un lavoro normale, pagato come si deve, con contributi cazzi e mazzi, cioè se godi dei tuoi diritti, devi tacere e vergognarti di parlare, perché a te il padrone ti tratta bene. Insomma prendi e scappa e non fiatare. Se ci pensate, è strana come idea di diritto. Ma i due non ci pensano e continuano una misurazione infinita dei tempi, modi, rischi del lavoro di ciascuno dei due. Io faccio l’unica foto della giornata.

La parola d’ordine ora è defluire. Bisogna defluire, defluire dove capita. Insomma non bisogna influire. “Defluire, defluire”. La gente defluisce verso casa, verso cena, verso i televisori accesi sugli speciali. Per defluire pian piano sulla poltrona, poi nel letto fino a defluire nel. No, non nella calma. Nel sonno.
Qui di calma ce n'è ben poca.

referendum del natale del pranzo - edizione 2010

giovedì, dicembre 09, 2010

Carecari, caricare,

è con immenso piacere che godo nell'annunciarvi  l'edizione numero sssèi dell'ormai classicissimo 

Pranzo di Natale di Via Rigattieri - 2010 edition

Un'edizione importante, capitale direi, per la quale - visti i tempi di crisi - abbiamo pensato di lanciare un grande call for participation, in vista di una riabitudine alla partecipazione e alla democrazia referendaria e al fine di sostenere ancora una volta, come solo noi sappiamo fare, il valore sacro della libertà, per mostrarne tutta la possanza ed essere ancora una volta di esempio ai giovani e ai meno giovani.


Il pranzo di natale, si sa, è un'istituzione tipicamente sabatizia, carecari e caricare; e la tradizione vorrebbe dunque che io lo annunciassi per Sabato 18 dicembre a partire dalle ore 13. Ma può forse, ancora oggi, la capitudine autorizzarmi a cotanta affrenza? E se un grande sommovimento popolare imponesse la data della Domenica 19, proprio per spezzare con la tradizione e provare una carica rivoluzionaria che ridesse forza e calore agli animi e ai corpi? Con che ardore potrei io, misero capo, oppormi a una così vitale impellenza? D'altro canto, come potrebbero costoro rifuggere dalla presenza di innumerevoli vips, impossibilitati alla partecipazione scissionistica?

Non è tutto, cariecari. I tempi di crisi coincidono anco con la spezzatura del dirigismo tecnocratico, e con la spartizione dei luoghi della location natalizia. Le offerte sono plurime, come diceva un tale (qualcuno lo avrà pur detto e ne sono certo). E dunque il quesito referendario riguarderà persino il luogo della manifestazione: la comodissima e innovativa via Cerboni perfettamente alla portata tanto degli arrivanti quanto dei partenti, o la più classica piazza sant'Omobono, patrocinata dai peegees? La scelta della location sarà direttamente proporzionale al numero dei partecipanti, che avranno modo di monetizzare nei commenti qui sotto anche la qualità del rispettivo apporto cibario e/o alcoolico.

Alle indicazioni tecniche non mi resta che aggiungere un vivo ringraziamento per le possibilità che tale appuntamento, vero e proprio must della pisanità latente e dichiarata, rappresenta per la città, la provincia e la regione tutta. Si vantano partecipazioni da più di sssèi paesi differenti sparsi per tutti e cinque i cinque continenti. La partecipazione aperta è caldamente consigliata, come sempre. La nostra costanza rappresenta più che una semplice occasione di ludibrio: una vera e propria forma di resistenza allo sfacelo della società. Vi aspettiamo, con l'ammore e il callore che nemmeno a mondello. 

Stay tuned.

anzi, toh!

giovedì, dicembre 02, 2010



L'altroieri ho fatto il frate in una tremenda fiction.


La capa delle comparse è passata e ha guardato il giornale e ha detto: "Porello Monicelli", poi gli ha appiccicato un bacio sulla foto: "Bello de mamma, bravo. Hai fatto bene!".

E' stata la scena più bella della giornata, ma non c'era nessuno a girarla.



Il cinema non è più quello di una volta.