NRC XXIV – Il giovane favoloso

venerdì, ottobre 31, 2014





Questa è una recensione che scrivo di getto senza stare a riflettere molto sulla successione logica degli argomenti. La scrivo di filato perché ho amato moltissimo questo film. È stato prima di tutto un atto di folle coraggio. Scrivere, girare, interpretare oggi un film su Giacomo Leopardi è un’azione che va oltre la spregiudicatezza. Perché il rischio è il ritratto da cartolina, oppure la riduzione alla fiction all’italiana. E poi perché immaginare di dare una forma compiuta alla vita e alle opere di Leopardi è, oggettivamente, una sfida quasi impossibile da superare. Martone invece è riuscito a fare un film bellissimo, pieno di un furore intellettuale che trova una sua felicissima soluzione nella fotografia meravigliosa, perfetta di Renato Berta (le finestre assolate di Recanati, la Napoli oscura del colera…la traduzione lieve della paesaggistica ottocentesca in pellicola...). Dentro questo film troviamo una miniera sterminata di temi, dalla minuziosa nota biografica per arrivare alle vorticanti, visionarie “rappresentazioni” dei Canti, delle Operette. Non solo, ma una cosa che sinceramente non mi aspettavo di veder rappresentata così nel dettaglio è la vicenda intellettuale e politica di Leopardi, stretto e incompreso nelle vicissitudini filosofiche e politiche dell’Italia pre-unitaria: inclassificabile sia per l’humus tradizionalista d’origine sia per gli entusiasmi “liberali”; una scheggia impazzita. Qui ritroviamo il meglio del Martone di Noi credevamo, la narrazione non-epica ma veritiera delle nostre origini (ed è incredibile rendersi conto di come oggi soltanto uno sappia mettere le mani così straordinariamente bene nelle viscere del nostro Paese, in una maniera non scontata, non calligrafica). 
Infine, ultima nota ma non si potrebbe evitare di sottolinearlo: Elio Germano è un attore sovrumano, inclassificabile, di una potenza espressiva che non ha eguali nel cinema di oggi (cioè, dobbiamo andare a scomodare mamasantissima ben più blasonati) e che si stacca in volo dai suoi pur eccellenti comprimari (perché anche questo bisogna dirlo: Binasco, Popolizio, Riondino e tutti gli altri son gente che dovremmo vedere quotidianamente sul grande schermo, non una volta ogni Martone, rimpiazzando quei cani senza via di riscatto che ammorbano le commedie e i drammoni fotocopia del nostro cinema).

Non so come spiegarvelo, ma a vedere la Ginestra sul grande schermo tra gli spazi siderei e i rivoli solidificati di lava, scusate, mi sono commosso.

e comunque

lunedì, ottobre 27, 2014


E comunque io fonderei un partito, non tanto per vincere le elezioni, più per vedere l'effetto che fa: ad esempio per vedere chi mi viene dietro, e in particolare tra gli intellettuali o gli uomini di spettacolo. Cosa succede nella mente degli intellettuali o degli uomini di spettacolo quando decidono di esprimersi in favore di un nuovo partito? Probabilmente anche loro pensano che sia un po' un salto nel vuoto, perché in fondo non sai come sarà quel nuovo partito, ma che comunque è importate compiere un gesto che è necessario per smuovere un po' le cose. Insomma: ci credono, anche a rischio di figure di merda colossali. Ma io invece vorrei capire cosa succede nella mente di chi ha fondato un partito e che si vede questa sfilza di intellettuali o uomini di spettacolo che gli vanno dietro, cosa pensa realmente. Voglio dire: non è che se poi Cristina D'Avena fa una dichiarazione in tuo favore tu puoi sconfessarla o dire che ti aspettavi più Francesco Guccini o Pietrangelo Buttafuoco. Te la devi accollare, Cristina D'Avena. 

NRL XI - Stoner

domenica, settembre 28, 2014



Come sempre, se questa fosse una rubrica letteraria seria, bisognerebbe parlare di questo libro in altri termini. (Ad esempio facendo riferimento alla sua storia editoriale di libro scomparso, riapparso, divenuto un caso, letto, riletto e divenuto un cult, oppure ricordando che l'ha letto anche Buffon). Quello che invece mi sembra stupefacente, e raro, è il fatto di essere arrivato a questo libro quasi per caso – e di aver subodorato che altri rigattieri lo avevano letto, ma non mi avevano detto niente. Non stiamo certo parlando del nuovo Dostoevskij. Ma non mi pare nemmeno secondario il fatto che la vita dimessa di William Stoner abbia il potere di vincere tutte le sirene della contemporaneità che fagocitano la tua attenzione e riesca a ridarti il senso di che cos’è l’immersione in un romanzo. La voglia di leggerlo di continuo, anche camminando per strada. Non mi accadeva da tempo, dunque volevo dirvelo, e invitarvi a leggerlo. Volevo dirvi anche, per non tenere un discorso fino in fondo, che il libro è tradotto (molto bene) da Stefano Tummolini, che conoscevo come regista cinematografico; e che a pagina 257 c’è un errore bizzarro: i curatori dell’antologia Loomis e Willard passano per essere i suoi editori (evidente anglicismo di distrazione). Volevo anche dirvi che per uno di quegli strani casi della vita proprio ieri, prima di finire il libro, ho rivisto Il vangelo secondo Matteo; che ho pensato che non avevo mai fatto caso allo straordinario uso che Pasolini fa di alcune musiche in molte parti del film; che una di queste musiche si chiama Sometimes I Feel Like a Motherless Child (ed è molto famosa); e che proprio questa canzone in qualche modo farebbe da perfetta colonna sonora anche alla lettura di Stoner di John Williams. 

p.s.: se qualcuno si illudeva che questo blog fosse morto, trallallero trallallà.  

NRL X - Il conte di Montecristo (cap. LXXXVIII, "La notte")

venerdì, febbraio 07, 2014



Superata p. 700, i fili del labirintico progetto di Dantès vengono a restringersi sempre di più, fino ad incappare in un nodo imprevisto e terribile - tra i vari possibili esiti della sua vendetta implacabile -, il duello mortale contro il figlio di Fernando.
L'ira viziata, custodita, alimentata da quindici anni arriva a concepire un disegno sovrumano. Dantès si arroga il ruolo di incarnazione della Provvidenza, confliggendo contro un tabù prima di tutto umano: innalzare se stessi al di sopra della dimensione umana, attribuirsi il ruolo di mettere a segno l'imperscrutabile (reale?) volontà divina.
Prima che egli commetta un simile sopruso contro natura, riceve nel suo palazzo l'inattesa visita della signora de Morcerf, cioè di Mercedes: l'amore dalla cui privazione Dantès ha patito un dolore folle (che, per quanto si sforzi l'autore, non si avvicina mai all'intensità con cui viene resa l'altra perdita, quella del padre: l'infamante morte del genitore è vista più come un'aggravante della condotta dei suoi aguzzini; nella donna perduta stava invece la promessa della futura felicità).
In questo capitolo intriso di patetismo il personaggio di Mercedes ruba la scena e anticipa la rivelazione decisiva: pronuncia il nome di Edmondo. E' un nome che anche il lettore aveva dimenticato, tra le scorribande mediterranee, le avventure romane, le mirabilia parigine, smarrito nella ridda di personalità multiple interpretate da Dantès.
A sentire quel nome, il suo vero nome, l'identità leggendaria e paurosa del "conte di Montecristo" perde qualunque consistenza e si riduce a ciò che è nella realtà: la maschera di un fantasma. Ricondotto alla sua identità originaria, Dantès constata l'insufficienza del suo disegno di vendetta e la sua volontà demoniaca s'incrina irreparabilmente. Da questo punto in avanti, grazie all'intervento di Mercedes, il romanzo cessa di essere la storia di una vendetta per assumere i contorni di una storia di salvezza, quella dell'anima di Dantès.

(il romanzo è frutto della letteratura seriale del suo secolo. Prodotto di consumo, molto largo. Eppure ci ha consegnato una serie di accortezze narrative che sono ancora oggi utilissime per chi scrive grandi archi narrativi - in letteratura o per immagini. La critica postmoderna ha condannato senza pietà lo stile e ne ha fatto oggetto di affettuosa presa per il culo - una simpatica anticaglieria da osservare con la sostenuta puzzetta sotto il naso tipica dei postmodernisti: ma un giorno potremo dire che in quella massa di scritti che ci ha avvelenato le bibliografie e i pozzi artesiani degli studi umanistici c'è una quantità pazzesca di corbellerie... Perchè la trama era inverosimile. Sì, certo, è inverosimile. E' un'opera di finzione. Come se ancora oggi dovessimo analizzare in sede critica, e prendere sul serio, le giustificazioni di un re greco che, partito vent'anni prima per una guerra, torna a riprendersi il trono, come se niente fosse, adducendo come scusa per il ritardo dei mostri marini, un popolo di giganti con un occhio solo, una musa che s'è scopazzato per anni, un paio di naufragi inverosimili e una popolazione squisita, guarda davvero gentilissimi, che gli ha allungato del fumo veramente buono, ma così buono che non si ricordava più la strada di casa).

Winner Taco: la teoria del complotto

sabato, gennaio 18, 2014



Italia, anno 1999: La casa produttrice di gelati Algida viene acquistata da Unilever, una delle più grandi aziende di distribuzione del mondo. Nello stesso anno, Algida decide di fermare la produzione del più buon gelato confezionato mai prodotto: il Winner Taco. Un caso? Noi crediamo di no. Tutti volevano il Winner Taco. Il Winner Taco era il gelato più popolare al mondo. Il Winner Taco era il gelato del popolo. 


Anno 2001: Unilever inizia a riempire i bar e i supermercati con un altro gelato: il Magnum. Il Magnum non è un gelato come gli altri. Il Magnum è mutevole. Il Magnum cambia forma. Il Magnum trasforma continuamente i gusti della borghesia. Molte forme di Magnum vengono commercializzate in edizione limitata. Con il Magnum, il gelato modifica la sua essenza: da fonte di bontà e gioia, esso diventa un surrogato di vuota bellezza, da possedere e non più da godere. Il gelato diventa status symbol. Il Magnum non è il gelato del popolo, anzi odia il popolo, e il popolo è sull’orlo di un precipizio… ma ancora non lo sa.

Pisa, 2005: in un post che solo apparentemente parla d’altro, ViaRigattieri butta lì un commento, che sembra non c’entrare proprio un bel niente. Il commento dice: “io non lascerei sotto silenzio neanche la scandalosa questione dei winner taco...”. ViaRigattieri sapeva. ViaRigattieri si era accorta di tutto. Perché ViaRigattieri non è solo longeva: ViaRigattieri è anche lungimirante. La tattica ci era ormai chiara: erodere dall’esperienza del gelato tutta la felicità possibile, per scatenare una crisi economica senza precedenti. ViaRigattieri non poteva fare di più per avvisarvi: eravamo (allora come ora) troppo controllati. Dovemmo rintanarci nel nostro umido attico seminterrato, e attendere lì l’inevitabile. 

Mondo, 2008-2013: Questi sono stati anni oscuri, cari miei. Anni oscuri come il Magnum Double Chocolate. Il popolo, privato di ogni croccante felicità biscottosa, si è piegato al ricatto del naming e del packaging. Magnum Temptation, Magnum Essence, Magnum Infinity… Si sono inventati di tutto per metterci in mano quello stupido bastoncino di legno, metafora di tutto quello che siamo stati costretti a ingoiare in questi anni – da una parte e dall’altra del nostro apparato digerente. Abbiamo toccato il fondo. Ma poi qualcosa si è mosso. Al popolo si può togliere la felicità, non certo il desiderio di essere felici. Il nostro messaggio, lanciato così in un commento, come fosse per caso, si è finalmente diffuso fra i molti che ancora ricordavano l’antica felicità. Esso è diventato il baluardo di un mondo nuovo e nuovamente possibile. Alla fine il dissenso si è trasformato in rivalsa. “Ridateci il Winner Taco!” si sentiva dire da sempre più parti. La voce del popolo tornava a farsi sentire. Una voce che non poteva più rimanere inascoltata. 

Italia, 2014: Dopo tanti rumors, finalmente è ufficiale: stiamo uscendo dalla crisi! Negli ultimi mesi si erano già manifestati i primi segnali di ripresa: lo spread in discesa, il Mago Otelma che si laurea in filosofia, io che trovo un nuovo lavoro… Poi, finalmente, l’annuncio ufficiale: il Winner Taco tornerà presto nei bar, nei supermercati, sulle spiagge. Dovunque vogliate cogliere un briciolo di felicità, lì ci sarà un Winner Taco ad aspettarvi! Il ciclo del Magnum, il ciclo della finzione e della crisi, si è chiuso. Finalmente il popolo riavrà la sua felicità. Finalmente il popolo riavrà il suo Winner Taco!

NRC XXIII - American Hustle

domenica, gennaio 12, 2014


Poniamo che tu non abbia visto Ocean’s eleven, Ocean’s twelve eccetera eccetera. Poniamo che tu faccia parte di quella sfortunata parte della popolazione, che magari si crede anche a modo suo nel giusto (diciamo: di quelli del bene) avendolo fatto. Ecco allora che potrai cascare nel gioco di American Hustle, o insomma, trovartici a tuo agio. Perché diciamoci la verità: 135 minuti per quello che ci ha mostrato sono un po’ troppi. Non che tu regista sia un incapace, intendiamoci. Anzi: ci è anche piaciuto il modo in cui hai diretto gli attori, facilitato certo dal trovarti tra le mani alcuni attori davvero bravi (Christian Bale, per dirne uno). Però secondo me – spoiler alert – se meni il can per l’aia per un’ora e mezza per andare a parare sulla mega truffa che questi devono fare per tirarsi fuori dall’impiccio, beh allora non capisco più che cosa abbiamo fatto nell’ora e mezza precedente. Voglio dire: non è che ‘sta truffa sia così potente che tu m’hai fatto aspettà un’ora e mezza in modo che io poi dica: me cojoni! È ‘na truffa buona, per carità, ma no da un’ora e mezza d’attesa. Tanto più che c’avevi ‘sti personaggi carucci, che era più interessante se me approfondivi per dire il rapporto tra Christian e la su dama, o persino toh tra Christian e la su moglie, altro personaggio aggarbo. Devo dì che non lo so perché, forse ti sei fatto prendere troppo dallo spunto di realtà che soggiaceva alla storia? Ti sei dovuto piegà a raccontarci la storiella? Peccato, perché era meglio quando te ne stavi pe i cazzi tua, che mi parevi più interessante, me ‘ntrigavi di più. Poi lo sai che sono un grande fan di Bob De Niro: che me lo metti là per due minuti come a dì “ce sta o nun ce sta”? Me sembra che me stai a pijà per culo. E guarda che io me n’accorgo. No? Peccato, perché c’avevo tante aspettative, a reggì. (Vogliamo sparà un po’ a zero sul doppiaggio? Mamma mia. Meno male che ce stavano li regazzini che parlavano con la torcia tutto il tempo, sennò capace che me girava er cazzo ancor di più). E vabbè la colonna senora, ma senora quando?

NRC XXII - Il capitale umano

venerdì, gennaio 10, 2014





Per fortuna ogni tanto succede che persino nel cinema italiano (mainstream) accada qualcosa di diverso. 
“Il capitale umano” di Paolo Virzì credo sia essenzialmente questo: un’opera che, nel nostro cinema, si distacca da tutto quanto che sta girando finora. Nonostante, beninteso, i solidi ancoraggi alla narrazione, alla mescolanza (ma non perdizione) dei generi tradizionali, nonostante la mancanza di sperimentazione formale (ecco, se proprio dovessimo cedere allo sfiancante giochino dei “precedenti”, mi sembra che l’unico valido sia il sommo Pietro Germi). Anche tale aspetto è interessante: può un’opera d’arte, oggi, apparire differente sebbene, in superficie, non sovverta alcun meccanismo né inventi alcunché di nuovo?
Tralascio la sinossi, ampiamente riportata da articoli e trailer. E partirei dall’atmosfera: cupa, opprimente e inquietante anche nella morbida luce estiva o nel freddo cristallino. Al di sopra dei personaggi c’è un’ombra che non se ne va mai. Di contro, mi risulta ancora inspiegabile come Virzì sia riuscito a sposare questa visione oppressa della realtà con l’ironia sferzante, impietosa, con la quale manovra, perfidamente, ciascuno dei suoi personaggi. (ah, notazione imprescindibile: il film è diviso in capitoli, ciascuno con un suo protagonista).
Piantato al centro del film c’è un motore immobile. Il patrimonio. Un’entità incalcolabile, invisibile, da cui dipendono tutti (per attrazione o repulsione). Il patrimonio è rappresentato da Giovanni Berneschi, proprietario di un fondo di investimento, interpretato in maniera superba da Fabrizio Gifuni: è la rappresentazione più veritiera, mai caricaturale, e precisa di un uomo dell’alta finanza che il cinema ci abbia dato finora (bisognerebbe andare su sponda americana per trovarne uno del pari livello: ma lì la forma mentis e la persino la gestualità del mondo economico sono differenti).
L’aspetto geniale della struttura è che al grande speculatore, pur essendo il fulcro tematico e narrativo, non viene dedicato un capitolo: praticamente, non abbiamo accesso al suo mondo interiore. Questo perché Giovanni Berneschi si colloca in una dimensione "ulteriore" rispetto ai suoi compagni in scena: la sua intelligenza assoluta della realtà lo porta a prevedere e a capire tutto in anticipo. La sua solidità inscalfibile si fonda sul rispetto e sull'aderenza perfetta a due “codici” (“orlandianamente” parlando…), quello familiare e quello finanziario.
Per ambire al patrimonio, o per tentare di sfuggirgli, i restanti personaggi si producono in disegni fallimentari, frustranti. Con l’unico risultato di andarsi a infrangere proprio contro i due codici di cui sopra: l’uno, quello delle relazioni familiari, spezzandolo nei modi più disperanti e drammatici; l’altro, quello dell’agognata ascesa sociale… beh, dipende un po’ da come leggerete voi il film…
Infine, una breve considerazione, che non so quanto peso abbia nella voragine oscura che Virzì ha spalancato. Esiste, nel film, la possibilità di uscire da questa dinamica folle. Eppure questa felicità deve necessariamente vivere al di fuori dell’osservanza di questi codici. È una possibilità fragile, “deviata” dalla legge del padre e del patrimonio, ma è l’unica che sembra vera e che abbia una possibilità di sopravvivere.

avviso

mercoledì, gennaio 01, 2014


TFA sostegno

martedì, dicembre 17, 2013


Gent.ma Ministra Carrozza,

presto saranno aperte le iscrizioni al nuovo TFA per il sostegno. Dal momento che ho conseguito l'abilitazione al TFA ordinario l'estate scorsa, e che solo in seguito il Ministero ha attivato i corsi del PAS – motivo per cui mi sento di aver buttato tempo e soldi, oltre ad essere stato impegnato in un percorso sul cui valore e sulla cui spendibilità lavorativa mi piacerebbe che il Ministero ci rendesse edotti, visto che le graduatorie non sono state aggiornate – mi piacerebbe sapere, prima di rifare lo stesso errore (e cioè: pagare la tassa d'iscrizione a un esame, prepararmi per l'esame, pagare le tasse nel caso in cui lo passassi, frequentare il corso), se avete intenzione di far ottenere a migliaia di persone la mia stessa abilitazione ma senza alcun esame, nel qual caso conserverei i soldi e il tempo per fare altro, tipo imparare un mestiere. (Ah già, perché magari dovreste anche interrogarvi sulla qualità dei corsi di abilitazione, su "chi abilita gli abilitandi", insomma, invece di affidarvi acriticamente ai primi che passano solo perché "li gestisce l'Università": sarà certamente a conoscenza del fatto che alcuni miei colleghi che non hanno passato l'esame di accesso ho poi avuto modo di ritrovarli a "formarmi" per l'insegnamento).

Ad ogni modo l'Università di Palermo, per sedare immediatamente ogni mia tentazione, ha colto subito l'opportunità di questo nuovo percorso di formazione per aumentare la tassa d'iscrizione all'esame da 100 a 150€, e le tasse da 2600€ a 3500€. Rendendomi più chiaro, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che la selezione che state facendo è basata esclusivamente sul censo. Abbiate almeno la decenza di non parlare di merito.

 Cordiali saluti,

i rigattieri, per tanti altri

ANNUNCIO A TUTTI I RIGATTIERI

venerdì, dicembre 06, 2013

ABBIAMO RAPITO GREG.

SE VOLETE RIVEDERLO VIVO, FATEVI TROVARE NELLA SEMIPERIFERIA PISANA IL 15 DICEMBRE ALLE ORE 13.

NON È UNO SCHERZO.

PER ADESSO CI SIAMO LIMITATI A SMONTARLO E RIMONTARLO AL CONTRARIO. SE NON TROVEREMO NESSUNO DI VOI IL 15 DICEMBRE PASSEREMO A VIE DI FATTO PIÙ IRREVERSIBILI.

NOI SIAMO LA BANDA DEL DITO CICCIOTTO. NON SI SCHERZA CON LA BANDA DEL DITO CICCIOTTO.

FACCIAMO TUTTO QUESTO NON PER DENARO, MA SOLTANTO PERCHÉ SIAMO CATTIVI.

MOLTO CATTIVI.

UAH UAH UAH (CON SOTTOFONDO DI ATMOSFERA TETRA).

FIRMATO: LA BANDA DEL DITO CICCIOTTO.


di office art e pranzi di natale

venerdì, novembre 29, 2013

Un tempo i rigattieri erano genti estremamente artistiche. La penuria di mezzi faceva trovare loro soluzioni ingegnose, lanciare nuove mode, inventare concetti e teorie fantasiose. Poi il mondo reale incombette su di loro come una catastrofe: e fu la diaspora. Nessun messia disposto a salvarli, non poterono che attaccarsi ai primi mezzi di sostentamento che trovarono. Ciò non tolse loro un qual certo acume, e residui di una qualche aspirazione, pur tuttavia commisurati ai tempi, grami, che si trovavano ad abitare. C'era chi (pensate come s'era finiti in basso) era costretto addirittura in qualche ufficio, e pur di non soccombere aveva provato a lanciare una nuova corrente artistica dal nome improbabile: la office art, il cui successo non superò i pochi minuti.

[qui l'unico - geniale - pezzo di questa sfortunata forma d'arte]


I rigattieri erano genti sconfitte dalla storia e dal progresso, residui di un mondo che non esiste più. Come tutte le minoranze, il loro unico modo per ricordarsi di esistere era quello di attaccarsi alle tradizioni. Una di queste, forse la più nota nel mondo, era quella di un curioso pranzo di Natale celebrato molti giorni prima (o molti giorni dopo) del solito. Era un appuntamento imperdibile, nella provincia, forse proprio perché un evento libero, senza etichetta, anarchico e aristocratico ma popolare, a modo suo. Qualcuno continua a sostenerne l'esistenza, lontano dalle luci della ribalta. C'è chi dice addirittura che si tratterebbe della nona edizione consecutiva, e che si svolgerebbe il 15 dicembre p.v. Ma se c'è una cosa che la storia non ha mai smesso di insegnare, è che i rigattieri erano genti inaffidabili, e dunque vagli a credere. 

l'allegro spettatore

domenica, novembre 17, 2013


Caro amico vicino di poltrona, di ritorno dalla proiezione che ci ha appena visti compagni di percorso non posso che continuare a rivolgere a te il mio pensiero. Più del film che abbiamo visto, infatti, mi ha colpito l’incredibile affinità che ho provato nei tuoi confronti: anche tu come me, restio ad ammettere di aver cambiato secolo, ti ostini a frequentare quei cimeli del passato che sono le sale cinematografiche, forse anche tu convinto che tutto sommato, come si vedono al cinema, i film non si vedono da nessuna parte. E resisti: resisti persino all’ottusa consuetudine che ci impone un doppiaggio che – ne sono certo – anche tu in fondo vorresti combattere, anche se l’idea ti spaventa, anche se ti piace sentirti cullato da questo italiano inesistente che previene qualunque imprevisto accompagnadoti come le nenie senza senso che ti cantava tua madre da piccolo. Nel tuo intimo, in fondo, anche tu vorresti gettarti nelle montagne russe della versione originale, anche se non riesci a confessarlo a tua moglie. Sì, quella stessa moglie a cui senti l’esigenza di confessare ogni tuo pensiero, ogni tuo barlume (tu, novello Serge Daney di provincia) sul film che stiamo vedendo, anche se è un thriller, anche se qualcun altro, oltre tua moglie, potrebbe ascoltarti. (In fondo la cosa che stai dicendo è così intelligente che, a parte che parli così piano che nessuno ti sente, figurati comunque se non apprezzerebbe). 

Ecco caro compagno, io conosco le tue buone intenzioni, e lo capisco che non è colpa tua se non riesci più a distinguere il salotto di casa da un luogo collettivo in cui, come adepti in cerca di un mistero da scoprire, continuiamo nonostante tutto a raccoglierci. Ma appunto con la più grande amicizia vorrei dirti – se per caso avrai modo di leggere queste mie – che quel luogo non è il tuo salotto, altrimenti tanto valeva che ci incontrassimo da te, no? Nella sala (così c’è scritto all’ingresso: pensa che bacchettoni!) devi mantenere un atteggiamento un po’ diverso; non per me, figurati, ma perché magari al signore dietro di me – che lo so che è un rompipalle, ma che ci vuoi fare: è fatto così – la tua disinvoltura sembra quasi dargli noia (sicuramente perché gli ricorda quant’è triste lui). 

Ti confido un segreto, compagno: poco fa, mentre legittimamente sfoderavi la tua torcia per controllare facebook, puntandogliela – com’è giusto – dritto negli occhi, mi è sembrato di udire uno sbuffo quasi di rivolta, come se tu non avessi diritto – in quell’ora e mezza che sembra poco, ma invece comunque è un sacco di tempo, figurati se non ti capisco – di controllare tre o quattro volte il tuo smartphone, che t’è costato pure un bel po’ di soldini e giustamente non è fatto per restare chiuso nella tua tasca. (Lo so che ogni tanto ci pensi, che per quell’ora e mezza potresti provare a staccarti dal mondo e concentrarti sul film, ma ricorda sempre che Steve Jobs ti guarda, e che tutti i momenti che sottrai alla sua creazione ti verranno fatti scontare in app sempre più appetitose e irresistibili, togliendo un’altra maglia a quel dolce cordone che ti lega come quello di tua mamma quando ti cantava nenie senza senso).

Devo dirti poi che il signore suddetto (l’ho visto durante l’intervallo), che tra l’altro era straniero e già era nervoso per i fatti suoi per questa interruzione che non s’aspettava (pensa che incivili, ‘sti stranieri! che vabbé che il cinema ci piace, ma senza bomboniera a metà che gusto c’è?), s’è immediatamente acclimatato ed è corso a comprare il suo pacco di patatine, per poter – giustamente – rispondere al coro degli altri sacchettini attorno a sé per tutto l’inizio del secondo tempo. Non ti chiedi mai, amico spettatore, come mai questi cinemi provinciali non abbiano ancora pensato a vendere durante l’intervallo (o all’ingresso) anche quelle trombette da stadio, o un fischietto, in modo che tutti possano immediatamente comunicare agli altri la loro approvazione – o, al contrario, il loro sdegno – nei confronti della scena appena vista? Io credo che renderebbe il tutto ancora più speciale, ancora più collettivo. 

Ed è per questa stessa ragione, amico vicino, che spero che ci rincontreremo uno dei prossimi giorni. E se in un momento particolarmente caldo del film comincerai a sentire degli schizzetti sulla nuca, o nell’orecchio, o sui pantaloni, sappi che non è l’ultima trovata dell’esercente fantasioso. Sarà il mio modo di comunicarti un’empatia comune, la mia maniera di manifestare la gioia e contemporaneamente di armarmi (insieme a te!) contro la modernità in maniera allegra, spensierata, gioiosa. Gli schizzi della mia pistola ad acqua ti uniranno, in un unico getto copioso, a tutti quelli che come te amano condividere le proprie emozioni all’interno di questo spazio fuori dal tempo che è la sala cinematografica. All’esercente fantasioso, invece, penserò in un secondo momento, ringraziandolo per le sue scelte commerciali con tutta l’attenzione che merita.

Ci vediamo presto! Io ti aspetto.

L'ingrato compito di educare il popolo

martedì, settembre 24, 2013


Hai presente quando le questioni teoriche ti si parano innanzi con tutto il peso della loro realtà e riesci solo a sentirti schiacciato da un'evidenza che vorresti tanto negare e alla quale però non puoi sottrarti? 

Vengo e mi spiego.

Amare il popolo, atteggiamento tanto invocato dalla sinistra, è uno di quegli scogli nei quali sapevamo che in fondo non ci saremmo mai imbattuti, tanto la questione avrebbe riguardato sempre altri. I nostri studi in fondo stavano lì a tutelare (e insieme a smentire, senza però che ce ne accorgessimo) le nostre certezze: mai ci saremmo trovati veramente ad averci a che fare, perché la nostra abilitazione all'insegnamento ci preservava da quelle scuole (che abbiamo sempre segretamente o palesemente ritenuto di serie c) in cui sapevamo che risedeva la grande massa della società, dalla quale con lo sprezzo altezzoso che ci caratterizza - nei confronti di chi la denigra, beninteso - saremmo sempre stati ben al riparo.

Ebbene, non è sempre così.

La mia abilitazione in fisica teorica non mi esime oggi dall'insegnare matematica (che non è la mia materia) in un istituto professionale per camioniste. E ora voi immaginate quanto gliene possa fregare, alle camioniste, della matematica (anche se di base). Ma non potete immaginare la fatica quando alle domande più semplici ("quanto fa 2x2?") vengono opposte le risposte più fantasiose ("22? 202? 444?"). Ecco vi ci vorrei vedere, ad amare il popolo, e addirittura a educarlo, quando si comporta così tanto da popolo. Ma perché il popolo non può essere un po' più borghese?

È lì che capisci che i docenti di fisica teorica (con rispetto parlando) se la possono ficcare nel culo la loro materia, e che dovresti benedire chi riesce a trasmettere quel po' di italiano e di matematica nelle scuole elementari, medie e negli istituti professionali delle scuole di periferia delle grandi città.

L'isola perduta

martedì, agosto 27, 2013



Sulla mitologica esistenza di questa terra si discute fin dall’antichità. Furono per primi i grandi geografi greci a tentare di fornirne una collocazione plausibile e di tratteggiarne la conformazione fisica, gli usi e i costumi dei suoi abitanti. Agatarchide di Cnido (II sec. a.C.) ipotizzò per primo che la regione fosse in realtà un’antichissima propaggine del Peloponneso, staccatasi dalla penisola ellenica a seguito di un terrificante maremoto. La sua teoria fu tuttavia duramente contestata dal contemporaneo Pausania il Periegeta, che nella sua "Periegesi della Grecia" non ebbe alcuna esitazione ad indicare il nord Africa (forse addirittura l’attuale Algeria) come la culla di quegli abitanti che cotanti frutti hanno dato alla storia del Mediterraneo.
Ma fu infine l’illustre Strabone (I sec. d.C.) - a cui si deve peraltro la scoperta delle Marche a nord degli Abruzzi - ad avanzare la teoria più suggestiva: seguendo a ritroso le tracce lasciate da Aristotele, egli si disse certo che quella terra altro non fosse che la perduta isola di Atlantide.

punk

sabato, agosto 24, 2013

ci segnalano via mail

I cinesi

mercoledì, maggio 15, 2013




I cinesi hanno il ripieno dei cremini di colore viola anziché bianco.
I cinesi, quando ti invitano alle due del pomeriggio di una giornata semi-estiva con trenta gradi all’ombra, ti offrono dell’acqua bollente, non un tè caldo ma dell’acqua bollente a diciottomila gradi in una tazza da tè.
I cinesi durante i pasti bevono il tè e non l’acqua, al massimo un po’ di sprite.
I cinesi sgraccano per strada continuamente, lo si sapeva già ma prima era una sorta di pregiudizio o almeno un sentito dire, adesso che lo si è visto è una realtà.
I cinesi, quando si è al ristorante e si hanno delle difficoltà enormi ad afferrare un qualsiasi cibo con le bacchette, pensano di farti un piacere prendendo il suddetto cibo con le loro bacchette tutte vaviate e sputacchiate per adagiarlo comodamente nel tuo piatto.
I cinesi pranzano e cenano con dei piattini talmente piccoli che manco per il dolce andrebbero bene.
I cinesi al ristorante sono comunisti a palla non concependo che qualcuno possa mangiare le proprie cose perché tutti devono mangiare tutto.
I cinesi al centro della tavola hanno una cosa che gira con sopra i vari cibi per far mangiare comodamente tutto a tutti, ma può essere pericolosa, credo di averglielo fatto capire.
I cinesi ti offrono la cena la prima volta che andate al risorante insieme, poi magari ti portano al loro English corner settimanale in un appartamento che è una chiesa protestante.
I cinesi fumano nei locali e buttano la cenere per terra.
I cinesi pensano che noi occidentali abbiamo le idee per risolvere i loro problemi, piccini.
I cinesi ti fermano per strada e ti chiedono di farti una foto con loro.
I cinesi arrivano a lavorare anche 16 ore al giorno, almeno così dicono.
I cinesi vendono il riso soltanto in pacchi da 5 kg.
I cinesi negli ascensori non hanno il numero 4 perché ha a che fare con la morte, non hanno il 14 perché contiene il 4, non hanno il 13 per rispetto nei confronti della scaramanzia altrui (o forse dicono così per sembrare rispettosi ma in realtà lo fanno semplicemente perché 1+3 fa 4).
I cinesi ti vogliono leggere il contatore dell’acqua a tutti i costi, anche se è evidente che non capisci niente di quello che ti stanno urlando (magari stanno parlando normalmente ma il cinese sembra una lingua urlata più che parlata).
I cinesi amano i capelli ricci.
Le cinesi, di base, ci stanno.

I have a dream

martedì, marzo 19, 2013



Stanotte ho fatto un sogno. Ho visto un gruppo di giovani riunirsi in una piccola città con un grande fiume. Ho visto questi giovani, in pellegrinaggio in un vicolo, mangiare una piadina e guardare il cielo, aspettando forse che un Francesco Papa si affacciasse finalmente alla finestra.

Ho visto Maciste fare la voce grossa per convincere suo padre, poi una giovane dentista spronare a calci nel sedere un papa senza terra con in spalla due mezzi inglesi, e ancora il Capo di un’isola lasciare il capo dell’isola e abbandonare per qualche giorno i suoi sogni di cinema.

Infine, ho visto Pavani offrirmi della meringa, Chèri cercare poco convintamente di convincermi a svegliarmi, e Cofino organizzare una cena in spiaggia. (Queste tre cose stanotte le ho sognate per davvero però).

Rigattieri tutti, vicini e lontani, di mare e di terra, io ho fatto un sogno, e vi chiamo a raccolta per realizzarlo:

lo organizziamo un pranzo di Pasqua?

L'omonimo

giovedì, marzo 14, 2013





Qualcosa, evidentemente, non ha funzionato. Ad un certo punto la comunicazione con la Cappella Sistina si è interrotta e sono state travisate informazioni essenziali per la riuscita del nostro Piano (lungamente concordato con l'Oltretevere, peraltro). E si è creata questa incresciosa, imbarazzante situazione.
Insomma, non era quello giusto.
Siamo stati comunque ampiamente rassicurati sul prossimo giro (quando sarà).
Ci scusiamo con il popolo rigattierico per il disagio.

Se non ora quando?

martedì, febbraio 12, 2013


"[...] Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice".

Greg, è giunto il tuo momento, sei pronto?

qui si apre la nuova rubrica di fantapolitica ecclesiastica di via rigattieri

Post Doc

venerdì, febbraio 01, 2013


Alcune cose che ho più o meno imparato nell’ultimo anno, in ordine più o meno cronologico.


_il lavoro non si trova, il lavoro ti trova. Quindi fareste meglio a stare nascosti.

_avere un capo significa generalmente dover rinunciare alla testa - ma questo noi Rigattieri già lo sapevamo.

_redattore = chi redige un testo? Sbagliato! Redattore ≅ dattilografo il cui destino è scrivere sempre la cosa sbagliata.

_giornalista = persona che sa scrivere? Sbagliato! Giornalista ≅ oggetto di forma umanoide, a cui talvolta è stato insegnato a leggere.

_la gente cool fa gli elenchi puntati usando il trattino basso e senza usare le maiuscole. Chi vi dice il contrario è uncool.

_espressioni come “non è ok, lo voglio più wow!” sono alla base della comunicazione. Chi vi dice il contrario lavora nella comunicazione.

_vivere nella certezza che Cofino non spunterà nudo alla tua porta ti dà una tranquillità mai abbastanza apprezzata. (Pavi santa subito!)

_ se per esprimere un concetto ci vogliono più di 140 caratteri, quel concetto è probabilmente una cazzata.

_se per esprimere un concetto ci vogliono meno di 140 caratteri, quel concetto è probabilmente una cazzata.

_dire qualcosa di intelligente è davvero molto difficile.

_gli amici lontani sono più di un ricordo. Direi quasi che sono una certezza, o almeno la speranza di una vita migliore.

_quando ti licenziano la vera sfiga  non è che hai perso il lavoro, ma che se non stai attento il lavoro ti ritrova.

_la filosofia non è un lavoro. Il che è un problema, perché significa che la filosofia non ci troverà mai.

_studiare filosofia mi mancherà sempre. Un po’ come mi manca il gelato d’inverno – ma con in più la consapevolezza che l’estate non tornerà.