mercoledì, dicembre 15, 2010

C’è un nuovo obelisco a Piazza del Popolo. Una colonna di fumo nero e denso che invade tutta Via del Corso e va a mischiarsi allo smog, ai lacrimogeni e ai fumogeni. Il clima è avvelenato. Aria di casa per la gente di Terzigno.

L’apocalisse all’ora di pranzo. I giapponesi sono tutto uno scatto a perdifiato, e non di fotografie. Una sudamericana, invece, conversa con un’amica al telefono dell’ultimo litigio col fidanzato. Roba già vista per lei.

Orchi da Signore degli Anelli infilano, vestiti come finanzieri, Via del Corso e si accompagnano battendo i manganelli sugli scudi. Fanno paura e lo sanno.

I passanti si ammassano e si spaccano ed è un fioccare di voci controverse.

“Buffoni!”

“Andate a difendere i mafiosi! Difendete un mafioso!”

“Bravi! Ammazzateli!”

“Voglio il morto! Voglio il morto! Li voglio tutti morti, rossi di merda! Questa è la mia città, è la mia!”

“Fascio di merda!”

“Ve la prendete coi sedicenni! Vergognatevi!”

“Fate bene! Sono degli incivili!”

“Loro stanno lì anche per i tuoi figli!”

Gli animi si infuocano tanto quanto le camionette. La gente discute. E’ una serie di accesi confronti, coi pugni pronti in tasca. Il gelo prenatalizio ha salvato molti nasi, tra cui il mio.
Una signora si lamenta delle sue piante rovinate dai manifestanti. Io le dico che non tutti i manifestanti ce l’hanno con le sue piante. Lei dice che ha ragione lei, perché lei è andata a lavorare alle sei del mattino mentre io non faccio un cazzo… La persona che era con me la manda a fanculo.
E’ meno di un secondo: un secchio che vola, il filippino eroico che tiene fermo un pugno pronto per la mia faccia. Lo trascinano nel portone. La signora delle piante sa che è meglio darsi una regolata quando non si ha il filippino in regola. Un operatore dice che ha ripreso tutto, per rassicurarmi. Io gli guardo il berretto rosso con una A nera incerchiata. Capisco che non andremo lontano.

La cosa a cui tutti pensano è di tenersi una via di fuga, per non rimanere accerchiati dalle camionette che bloccano tutte le vie di uscita. Dei finanzieri si ritirano e dei passanti li seguono a suon di “Via, via la polizia!”.

Ma la gente ha paura, si vede. E’ un andirivieni di camionette, ambulanze, di celerini, finanzieri a scudi battenti. E per strada c’è vernice, macchie di sangue, fumogeni sfiniti, cestini e pali divelti e tantissime scarpe. Decine e decine di scarpe, perse da ragazzini ammanettati e trascinati via, lasciate a evocare le peggiori deportazioni.

Fa davvero paura camminare. Fa paura anche solo guardare.

La gente ha paura di sbagliare strada.

Lo scontro vero è a molte centinaia di metri di distanza, a Flaminio, ma in realtà anche qui tutti ci sono dentro e la tensione è alta come quel fumo nero.

Non è che un secondo, solo un secondo. Basta la corsa frettolosa di una ragazzina, per qualche motivo che sa solo lei, a creare il panico tra i passanti che si danno alla fuga. I negozi aprono e chiudono le saracinesche a ogni boato. Fa paura esserci.

Qualcuno deve prendere la metro a Piazza del Popolo, ma viene invitato a scegliere un’altra stazione: “Poi se vuoi, puoi andà a Piazza del Popolo e farte portà in Questura, vedi tu se te conviene!”.

La gente protesta. Ma che modi sono? Qui vogliono arrestare tutti!

Un altro operatore, senza berretto rosso questa volta, conclude in un accento bergamasco: “Se non ti piace, allora stattene a casa e non venire a protestare!”

“Ma tornatene in Padania, imbecille!”

Un esempio di perfetto contraddittorio.

Sono le quattro e mezzo. A Flaminio continua la guerra. Dei ragazzi e degli adulti corrono via dalle manganellate verso l'Ara Pacis. Il lungotevere è deserto, desolato, tutto lacrime e limoni, e qua e là qualche giornalista che ricuce sul portatile le riprese per il pezzo, seduto al tavolino di un bar a ferragosto.

Via del Corso, invece, è ancora piena di spettatori. Tanti sostano davanti a Piazza Colonna, che è inaccessibile.

Il Parlamento è ancora blindato, pieno di fiducia.

La gente guarda la schiera di poliziotti dall’altra parte della strada. Qualcuno li insulta, qualcuno li squadra con occhio torvo. Due si stanno misurando su chi dei due si fa di più il culo. Uno lavora al 118. L’altro avrà fatto una vita di sacrifici per mandare suo figlio a fare il soldato in missione internazionale. Quello che mi colpisce della loro discussione è che rivela come l’idea ricorrente in questo paese sia che , per avere diritto di parlare o semplicemente per poter rivendicare i tuoi diritti, “devi farti il culo”, cioè devi vivere al minimo dei tuoi diritti. Se hai un lavoro normale, pagato come si deve, con contributi cazzi e mazzi, cioè se godi dei tuoi diritti, devi tacere e vergognarti di parlare, perché a te il padrone ti tratta bene. Insomma prendi e scappa e non fiatare. Se ci pensate, è strana come idea di diritto. Ma i due non ci pensano e continuano una misurazione infinita dei tempi, modi, rischi del lavoro di ciascuno dei due. Io faccio l’unica foto della giornata.

La parola d’ordine ora è defluire. Bisogna defluire, defluire dove capita. Insomma non bisogna influire. “Defluire, defluire”. La gente defluisce verso casa, verso cena, verso i televisori accesi sugli speciali. Per defluire pian piano sulla poltrona, poi nel letto fino a defluire nel. No, non nella calma. Nel sonno.
Qui di calma ce n'è ben poca.

referendum del natale del pranzo - edizione 2010

giovedì, dicembre 09, 2010

Carecari, caricare,

è con immenso piacere che godo nell'annunciarvi  l'edizione numero sssèi dell'ormai classicissimo 

Pranzo di Natale di Via Rigattieri - 2010 edition

Un'edizione importante, capitale direi, per la quale - visti i tempi di crisi - abbiamo pensato di lanciare un grande call for participation, in vista di una riabitudine alla partecipazione e alla democrazia referendaria e al fine di sostenere ancora una volta, come solo noi sappiamo fare, il valore sacro della libertà, per mostrarne tutta la possanza ed essere ancora una volta di esempio ai giovani e ai meno giovani.


Il pranzo di natale, si sa, è un'istituzione tipicamente sabatizia, carecari e caricare; e la tradizione vorrebbe dunque che io lo annunciassi per Sabato 18 dicembre a partire dalle ore 13. Ma può forse, ancora oggi, la capitudine autorizzarmi a cotanta affrenza? E se un grande sommovimento popolare imponesse la data della Domenica 19, proprio per spezzare con la tradizione e provare una carica rivoluzionaria che ridesse forza e calore agli animi e ai corpi? Con che ardore potrei io, misero capo, oppormi a una così vitale impellenza? D'altro canto, come potrebbero costoro rifuggere dalla presenza di innumerevoli vips, impossibilitati alla partecipazione scissionistica?

Non è tutto, cariecari. I tempi di crisi coincidono anco con la spezzatura del dirigismo tecnocratico, e con la spartizione dei luoghi della location natalizia. Le offerte sono plurime, come diceva un tale (qualcuno lo avrà pur detto e ne sono certo). E dunque il quesito referendario riguarderà persino il luogo della manifestazione: la comodissima e innovativa via Cerboni perfettamente alla portata tanto degli arrivanti quanto dei partenti, o la più classica piazza sant'Omobono, patrocinata dai peegees? La scelta della location sarà direttamente proporzionale al numero dei partecipanti, che avranno modo di monetizzare nei commenti qui sotto anche la qualità del rispettivo apporto cibario e/o alcoolico.

Alle indicazioni tecniche non mi resta che aggiungere un vivo ringraziamento per le possibilità che tale appuntamento, vero e proprio must della pisanità latente e dichiarata, rappresenta per la città, la provincia e la regione tutta. Si vantano partecipazioni da più di sssèi paesi differenti sparsi per tutti e cinque i cinque continenti. La partecipazione aperta è caldamente consigliata, come sempre. La nostra costanza rappresenta più che una semplice occasione di ludibrio: una vera e propria forma di resistenza allo sfacelo della società. Vi aspettiamo, con l'ammore e il callore che nemmeno a mondello. 

Stay tuned.

anzi, toh!

giovedì, dicembre 02, 2010



L'altroieri ho fatto il frate in una tremenda fiction.


La capa delle comparse è passata e ha guardato il giornale e ha detto: "Porello Monicelli", poi gli ha appiccicato un bacio sulla foto: "Bello de mamma, bravo. Hai fatto bene!".

E' stata la scena più bella della giornata, ma non c'era nessuno a girarla.



Il cinema non è più quello di una volta.


manifestazione

domenica, novembre 28, 2010

c'è contentezza per questo ritorno di massa sulle piazze. sa di gioia, di vita, di voglia di partecipazione. è sempre bello quando accade e accade troppo poco spesso. anche noi, nel nostro piccolo, partecipiamo come possiamo a questo grande movimento.

"crani"
"croin"
"crani, c'è il corteo"
"croin, andiamo!"
"ma crani dobbiamo studiare"
"ma croin, ne va del nostro futuro! stanno smantellando l'università pubblica! tagliano i fondi all'università! tolgono borse di dottorato! aumentano le tasse! cacciano i cervelli! picchiano gli stomaci! massacrano le palle! dobbiamo manifestare!"
"ma crani, dobbiamo studiare"
"ma croin, ma non capisci, a pisa occupano gli aeroporti, i ponti, le torri, io ti odio, dobbiamo fare qualcosa, croin, facciamo il corteo, almeno facciamoci questo corteo!"
"ma crani, ma piove"
"ma croin, ma insomma, non possiamo stare a guardare, c'è la crisi, il governo sta per cadere, dobbiamo farci forza tutti assieme e buttare giù tutto, è ora!"
"ma crani... piove e dobbiamo studiare"
"..."
"e vabbene crani, hai ragione. facciamoci 'sto corteo. in fondo la ricerca va portata avanti, d'accordo, ma non dobbiamo mica chiuderci in questa biblioteca d'avorio, perché la ricerca deve avere un contatto con la realtà, ne va del nostro futuro o di quello dei nostri simili, insomma, fra quattro giorni devo consegnare la tesi di dottorato ma non importa, manifestiamo, sotto la pioggia, uniamoci al corteo!"
"bravo croin! così mi piaci! coscienza di classe, senso della situazione!"
"hai ragione crani, bisogna fare qualcosa! non possiamo stare qui a guardare! andiamo, uniamoci alla lotta!"
"grande croin, così mi piaci!!!"
"arriviamo fino a Massaro, cornetto alla ricotta, e torniamo?"
"in realtà pensavo ci fermassimo al bar precedente. ma vabbene, Massaro è anche meglio di quell'altro, ci sto, rivoluzione, rivoluzione!"

il giorno successivo, a casa. solite facce sveglie davanti al computer. voci dalla strada ("noi la crisi non la paghiamo!", "giù/lemàni/dall'ùnivèrsità!", e quant'altro).

"crani"
"croin"
"c'è la manifestazione!"
"scendiamo?"
"ma dobbiamo scrivere crani"
"e dai croin, sempre a rompere..."
"ma devo consegnare la tesi, crani"
"e io devo inventarmela, croin! ma se non c'è futuro, cui prodest?"

le voci aumentano. il latinorum di crani invoglia sempre più.

"crani"
"croin"
"ho un'idea"
"dimmela croin, non sto nella pelle"
"crani"
"croin"
"affacciamoci al balcone!"
"sei un genio croin"
"lo so"
"andiamo"

spinta lombare sullo schienale, ricerca simultanea dei piedi verso le tappine, spinta sulle braccia per farsi forza. tre passi, balcone.

"guarda, crani!"

corteo degli studenti medi, festanti e urlanti. dall'alto sembrano formichine che fanno di noi una piccola vedetta al safari. Sorridiamo, rientriamo felici e pieni di orgoglio.

"crani"
"croin"
"non sei contenta?"
"sono molto contenta, croin"
"e anche oggi la nostra manifestazione ce la siamo fatta"
"come starei male a non dare il mio apporto, croin. come mi sentirei inutile"
"anch'io crani. ma per fortuna non siamo come gli altri, meno male che abbiamo questa coscienza, noi non siamo come quelli che fanno finta di niente"
"quanta ragione nelle tue parole, croin. ragione e saggezza"
"crani"
"croin"
"lo buttiamo giù questo governo, vero?"
"se continuiamo così lo buttiamo giù, croin. ce la faremo"
"facciamocela, crani, sennò tutti i nostri sforzi saranno stati inutili"
"facciamocela, croin. che si mangia per pranzo?"

la sostenibile stupidità dell'essere

giovedì, novembre 25, 2010

La Zeit mi arriva a casa, silenziosa si apposta sugli scalini all’ingresso, poco lontano dal posto della spazzatura. È una delle cose che mi mancherà di più dopo dicembre. Anche se non la leggi tutta, anche se non la capisci tutta, ti rimane sempre qualcosa e, soprattutto, impari sempre qualcosa. Anche il 18 novembre era lì, un po' bagnaticcia, tanto che ho pensato, ma se ne rendono conto quelli che la consegnano della responsabilità che hanno?

La riprendo in mano durante la settimana, fino al giovedì dopo. Di solito la mattina quando bevo il caffè. Nella Zeit del 18 novembre, con mia sorpresa, nel numero dedicato a Tolstoj nell’anniversario della sua morte, trovo un contributo di P. Flores D’Arcais dal titolo “Die Dummheit der Linken” (http://www.zeit.de/2010/47/P-Berlusconi). Ecco, io sono sempre stato un sostenitore della stupidità della sinistra. Immaginate la contentezza nel trovare questo articolo. Allora ho pensato che forse possiamo leggerlo insieme. Poi lui è una persona intelligente, un grande intellettuale. Non solo per quel nome che ha, che sicuramente non è semplice e quindi affascinante, ma anche perché dirige una grande rivista come MicroMega ed è anche giornalista, professore e filosofo, come la didascalia del giornale ci ricorda.

Si parla della questione Silvio e si comincia una una tesi in pieno spirito illuministico: le spiegazioni più semplici sono le meno affascinanti. Per questo ricevono meno attenzione. Vero? Falso? Io penso che sia abbastanza vero. Certo, sono contrario a questi inizi generali. E poi penso anche che una cosa sia prima affascinante e poi semplice o complessa. Ad ogni modo, il Nostro ci parla della stupidità della sinistra, sostiene la mia tesi. Possiamo dunque procedere.

La posizione di P. Flores D’Arcais emerge subito: nessuno pensa alla risposta più semplice, ossia che la forza di Silvio, seine ganze Kraft, si spiega con la debolezza della sinistra e con gli errori dei suoi leader. Ecco il punto, anche io lo penso. Molti lo pensano, non è una scoperta. È inconfutabile che i vari leader della sinistra abbiamo fatto disastri. Ricordo solo le varie bicamerali di D’Alema, le strategie domenicali di Veltroni, l’autodistruzione della sinistra radicale (non vi fa ridere l’espressione sinistra radicale?) etc.

Però mi viene anche da dire che questa tesi è un po’ fortina. ‘Seine ganze Kraf’... ma veramente tutta la sua forza è spiegabile con gli errori dei vari sventurati che in Italia hanno distrutto quella che era una buona tradizione politica? Io fino a questo non mi ero spinto, pensavo invece che oltre all’incapacità dei leader della sinistra, ci dovesse essere qualcosa altro. Però io sono pronto ad accogliere la tesi forte e allora andiamo avanti nella lettura.

Il primo errore, secondo la ricostruzione storica del Nostro, l’ha compiuto, con narcisistico slancio e stupidità, A. Occhetto quando si è candidato rifiutando il candidato della società civile nel 1994. Assolutamente d’accordo, Occhetto è narcisista un po’ stupido. Precisiamo, non è che io a dieci anni le capivo bene queste cose, però un paio di anni fa l’ho visto a Roma, in via del Governo Vecchio. Molto invecchiato rispetto a quando lo vedevo in televisione. Però sembrava abbastanza narcisista, tanto che mi chiesi come mai poi scomparve dalla circolazione? Forse avrà pagato per qualche errore e allora i conti tornano. Si può sbagliare e poi pagare per gli errori, è umano. Poi con Occhetto si chiude un ciclo, si tagliano i ponti con il passato comunista. La cosa coincide però anche con l’innesco di un processo molto berlusconiano, di cui ora viviamo le conseguenze. I titoli di questo processo sono: antipartitismo, commercializzazione di politica e istituzioni, banalizzazione delle realtà di fatto. E il nostro infatti, tra un errore e l’altro, fa riferimento anche a questo.

Però, come ricorda PFd’A, il governo di Silvio dura solo otto mesi. Poi un governo tecnico. Poi nel 96, un cattolico progressista di nome Romano Prodi. A quel punto silvio se la vede brutta, quasi lo fanno fuori, anzi hanno tutti i mezzi per farlo fuori. Succede però che D’Alema, che intanto aveva fatto le scarpe a prodi, invita silvio a riscrivere insieme la costituzione. Allora berlusconi riacquista credibilità e rivince nel 2001 (pensiamo un po, contro rutelli). D’Alema capo dell’opposizione, prodi lo mandano a Brussel e silvio è il capo di due governi disastrosi: berlusconi II (2001- aprile 2005) e berlusconi III (aprile 2005-maggio 2006). Nel 2002, siccome massimo non oppone, ci sono i girotondini. Come scordarli i girotondini. Mi rimane il dubbio se anche loro fanno parte della stupidità generale oppure no. Però riflettendoci no, infatti la stupidità in questione è quella dei leader. Invece questi sono artisti e intellettuali che combattono silvio ma anche l’opposizione che non oppone.

Nel 2006 si ripropone prodi. Silvio è indietro nei sondaggi e bisognerebbe solo aspettare le elezioni per estrometterlo. Invece errori su errori e i leader della sinistra gli offrono un dialogo e si rivolgono contro la protesta della società civile. Il risultato è la vittora di prodi che tutti ricordiamo, tanto instabile che due anni dopo il buon mastella fa cadere il governo. Silvio rivince nel 2008.

Ora questa lettura generale è condivisibile. Anzi integrabile con ulteriori elementi di flagrante stupidità. Infatti non viene menzionato il paladino della stupidità della sinistra con le sue diverse sconfitte: governo, roma, sardegna e pure il suo stesso partito. Non sono stati menzionati altri movimenti popolari come quelli di grillo. Non è stato menzionato di pietro. E così via. Comunque la lettura rimane in larga misura condivisibile. Alla fine dell’articolo la mazzata: oggi siamo allo stesso punto, ossia al punto in cui la possibilità di sconfiggere berlusconi verrà cancellata dalla stupidità dei leader del partito democratico. Ecco ora mi è tutto chiaro, gli stupidi sono quelli del partito democratico e della loro tradizione. Oppure, malignamente, mi viene il sospetto da condividere con l’autore, che anche loro facciano parte della Casta. Caspita, questa si che è un ipotesi interessante, l’ho sempre pensato che D’Alema potesse fare parte della casta!

Però bisogna anche essere onesti e fare delle riflessioni. Per prima cosa mi pare che questa sia una tesi molto meno semplice e molto più complottista di quello che il nostro cerca all’inizio. O meglio, è una tesi semplice sono tutti d’accordo, sono tutti dei parassiti privilegiati... Però è una tesi di una semplicità qualunquista e un po’ inutile, non certo di una semplicità illuministica. Infatti, o la si dimostra seriamente e allora non vale la tesi iniziale del nostro, perché vorrebbe dire che il potere di berlusconi non deriva dalla stupidità dei leader ma da una complessa e articolata, tutt’altro che semplice rete di rapporti. Oppure, se la tesi finale rimane indimostrata nei dettagli è semplice, ma anche essa stupida. In altre parole, il dilemma o sono stupidi o sono d’accordo è stupido anche esso.

In realtà, è anche possibile che tutte e due le cose siano vere. Infatti in politica non ci sono vere contraddizioni. Può essere che a sinistra ci siano degli infiltrati berlusconiani che sfruttano la stupidità di compagni di partito per fare un favore a silvio. Bisogna però riflettere anche su un’altra cosa. Su qualcosa che nell’articolo si pone al margine come bistrattato e incompreso barlume di speranza: I girotondini, i grillini etc... Questi sono gli intellettuali che hanno cercato di contrastare la stupidità della sinistra. Ancora però nessuno mi spiega come sia possibile che la sinistra sia diventata quello che è. Che una scuola politica seria e una tradizione solida si sia schiantata completamente. Certo mica il comunismo cade al livello internazionale senza creare disagio. Però la domanda da fare è: è stato silvio che ha distrutto i partiti e la cultura politica italiana, oppure nella distruzione generale della cultura della sinistra italiana quel genio di silvio ha trovato una via maestra per costruire un impero?

In entrambi i casi non può essere che il suo potere si spiega con la stupidità della sinistra. E se anche questo fosse vero, bisogna chiedersi da dove questa stupidità provenga e bisogna anche caratterizzarla. Non tutte le stupidità sono uguali. Ed è certo che in un partito possano convivere disonesti, stupidi, arrivisti, complottisti, berlusconisti. La forza di un partito sarebbe quella della maggioranza dei componenti 'educati’ da una certa cultura che possa contrastare i disonesti, gli stupidi etc. Se questa parte manca vuol dire che manca una cultura di base, oppure che la cultura di base è essa stessa stupida. Come la mettiamo con questa ulteriore riflessione? Insomma qualcuno mi dice anche perché questi capi sono così stupidi?

lo dicevo io...

domenica, novembre 21, 2010

che ci fosse qualcosa di strano, lo si era capito. basta andare sul sito francese per capire come nei nostri cuori sarebbe stato difficilissimo sostituire Mou (e vedere con quale attenzione il povero Betty ascolta le parole livornesi del piccolo Allegri fa tenerezza, oltre a confermare la distanza abissale che separa questo calcio da quello degli anni passati - la prostituzione intellettuale è ormai solo un lontano ricordo, oggi che persino il papa dice che si può usare il preservativo). 

ma il problema non è solo nostalgico, bensì rigorosamente politico, come spiega Luigi Cavallaro sul manifesto di ieri: e noi, in qualità di militanti di fede dichiarata, non possiamo continuare a far finta di ignorarlo. 



Presidente Moratti, Capitan Zanetti: volete schierarvi con la rivoluzione o tradirne il senso continuando a dirci che va tutto bene? 

A modest proposal, edizione 2010

martedì, novembre 16, 2010


Credere, come comunemente si fa, che una macchina senza autoradio sia come una donna che non pratica fellatio (ovvero una cosa di cui disfarsi entro breve), è un errore: al contrario del suddetto modello fallato di femmina, la macchina senza autoradio può dare delle soddisfazioni. Io, per esempio, quando sono in macchina senza autoradio (sempre), spesso mi ripeto a voce alta le poesie che conosco a memoria, col vantaggio di rinfrescarle, e un giorno poterle recitare in pubblico. Però c’è il problema che se le sbaglio non c’è nessuno a correggermi, e non posso neanche controllare, quindi finisce che persevero nell’errore, il che è notoriamente diabolico. Allora ultimamente ho preso l’abitudine di darmi un argomento di conversazione da svolgere da solo, in un teso dialogo interiore, non necessariamente silenzioso (tanto ormai se la gente ti vede parlare o ridere da solo pensa che tu stia conversando al cellulare con l’auricolare impiantato in un’otturazione, e non più, come un tempo, che tu sia matto).

E niente, qualche tempo fa ero in macchina, da solo, senza autoradio. Allora mi sono detto: «Parliamo?», e mi sono risposto: «Prima rinfreschiamo A Silvia». Allora ho insistito: «A Silvia, tutte le volte partiamo bene e poi finisce che dopo la man veloce che percorrea la faticosa tela non sappiamo come andare avanti. È frustrante», «A Zacinto?», «Noiosa», «La Lettera di Egisto Malfatti?», «Già fatta. E poi la facciamo tutte le volte. Perché invece non parliamo un po’? Non parliamo mai, io e te», «Vorrà dire che non abbiamo niente da dirci», «Te ne pentirai, quando non ci sarò più», «Può darsi».
«…», «…».
«Eddai, va bene: non tenermi il muso. Di cosa vuoi parlare?», «Non so», «Letto il giornale?», «Sì, le stesse cose che hai letto tu», «Vedi? Ora sei tu che fai il difficile», «Hai ragione. Ho avuto una giornataccia», «A chi lo dici», «…», «…». «Dai, facciamo così: peschiamo un argomento random dal cervello, una cosa a caso, tanto non è che ce ne siano troppe, là dentro, e poi ne discutiamo. Eh? Ti va?», «Tipo l’aborto?», «Ecco, tipo l’aborto, ma non l’aborto», «Facciamo l’estrazione random?», «Random», «Vado?», «Tra un po’ è finito il post e non abbiamo ancora detto niente», «Hai ragione. Vado», «Vai», «Uh, che bello!», «Cos’è uscito?», «Risorgimento», «Risorgimento?», «Eh, risorgimento. Hai detto random e io ho fatto random», «Ma noi che ne sappiamo del risorgimento?», «Mi sa pochino», «Eh. Mi sa anche a me».

Insomma abbiamo parlato di Risorgimento. E queste sono le cose che ne abbiamo tratto.
-       Che ne sappiamo pochino.
-       Che non ci dispiace troppo di saperne pochino.
-       Che un tempo ci stava sul cazzo perché eravamo internazionalisti.
-       Che oggi ci sta simpa perché c’è la Lega, e essere risorgimentali è diventato di sinistra.
-       Che c’erano Garibaldi, Mazzini e Cavour.
-       Che c’era anche Biperio (spesso abbreviato in Bixio), ma era uno stronzo.
-       Che la toponomastica risorgimentale ha ammorbato tutte le piazze e le vie d’Italia, e che se le strade le avessero chiamate tipo Largo Mazinga o Piazzale Eather Brooks ci saremmo orientati meglio.
-       Che l’anno prossimo è il centocinquantenario della quasi unità d’Italia, e infatti si parla un sacco di festeggiamenti, e l’esercito, e le parate, e il sentimento nazionale, e cetera.
-       Che sarebbe carino che viarigattieri si impegnasse – tramite il suo peso civile e politico – a promuovere un’iniziativa pro-risorgimento, in vista dei festeggiamenti.

Poi se ne può discutere, ma l’iniziativa che abbiamo pensato noi è la seguente: che il 17 marzo dell’anno prossimo l’Italia proceda all’invasione congiunta di città del Vaticano e di San Marino. Ora, San Marino non so neanche tanto bene cosa sia o dove sia, ma l’invasione del Vaticano sono certo che sarà uno spettacolo, sbaionettando qua e là le natiche avvizzite delle loro imporporate eccellenze[1], e liberando finalmente l’Italia dal foruncolo pontificio che invade spietatamente l’amato suolo patrio. (La natura foruncolare matura[2] è per altro testimoniata da quel capoccione bianco).
Non è per anticlericalismo, per carità, ma come potremmo noi cantare, con il porporato piede straniero sopra il cuore?

La cosa avrebbe per di più una serie di vantaggi collaterali, quali:
  1. Giustificare l’esistenza di un esercito italiano.
  2. Fare incazzare la Svizzera.
  3. Essere espulsi dalla NATO (finalmente potremo aprire un mega-acquapark a Camp Darby).
  4. Vincere una guerra, una volta tanto.

Pensateci:
“1861-2011. Facciamo felice Cavour. Riprendiamo il Vaticano”.
O anche:
“2011. Garibaldi Vs Benedikt. Lo scontro finale”.


Oppure facciamo una bella colletta per comprarmi un’autoradio.

[1] Che poi, insomma, mica siam bestie. Insegneremo ai nostri ragazzi a dire sempre “scusi padre”, prima di far incontrare il cranio del prelato col manganello educatore.
[2] Bubbonitas, secondo il diritto canonico.

cade?

martedì, novembre 09, 2010

Qualche tempo fa, in biblioteca, un tizio davanti a me leggeva un libro blu: Precetti Coniugali di Plutarco (a cura di G. Martano e A. Tirelli, M. d'Auria Editore, Napoli 1990, oggi esaurito e disponibile solo in cd-rom). A un certo punto lo ha porto a una sua amica e le ha detto: "leggi qua, il § 43: ecco quello che Berlusconi non ha capito".

Ho dovuto aspettare che se ne andassero per scoprirlo, che cosa Berlusconi non avesse capito. Scrive Plutarco:
 
Quando il retore Gorgia lesse ai Greci ad Olimpia un discorso sulla concordia, Melanzio esclamò: "Eccolo qui, ci dà consigli sulla concordia, lui che nella vita privata non ha saputo convincere sé, la moglie e la serva ad andare d'accordo: ed erano in tre!". A quanto sembra, infatti, Gorgia aveva un debole per la servetta, e la moglie ne era gelosa. Deve pertanto tenere in buona armonia la sua casa chi si accinge a mettere armonia nella città, nell'assemblea del popolo, tra gli amici, poiché sembra che agli occhi della gente passino inosservate più le manchevolezze delle donne che quelle verso le donne.

L'amica ha commentato: sei troppo buono.

Io ho ricominciato a studiare.


soci

martedì, novembre 02, 2010

Care compagne, cari compagni,

il comitato centrale del collettivo Via Rigattieri, riunitosi a Pisa addì 16 settembre 2010 in sessione plenaria davanti a un piatto di spaghetti alle arselle, ha deliberato quanto segue:

"In funzione di una comprovata e pluriennale fede nerazzura, e in ragione della più recente attività politico-informativa svolta dal blog di cui ci onoriamo di essere espressione, con riferimento segnatamente al post del 22/6/2010 dal titolo "(r)i gatti ruzzi V - L'ipotesi leninista", ci autoproclamiamo meritevoli di diventare soci onorari del rinomato consiglio popolare Interisti Leninisti, e procediamo a inoltrare richiesta di riconoscimento pubblico al comitato centrale dello stesso. Qualora i compagni ravennati dovessero avanzare dubbi sulla nostra onorata e indefessa militanza, con umiltà, senso della causa e fede risolutamente rivoluzionaria non ci sottrarremo al questionario che i compagni vorranno correttamente sottoporci".

Saluti leninisti
a nome del collettivo,
il compagno capo




Il soviet supremo, riunitosi nella serata di venerdì 17 settembre, ha così deliberato:

La vostra richiesta appare ben motivata e quindi meritevole di essere presa in seria considerazione. In casi importanti come questi noi procediamo direttamente alla somministrazione del questionario con sopralluogo sul posto che prevede espressamente la messa a disposizione da parte del comitato locale ospitante di 2 litri di vino per ogni componenete la segreteria e di una quantità di cibo che deve essere da noi ritenuta congrua... (spese del viaggio a nostro carico).

ci rendiamo altresì conto che causa impegni (sia di lavoro che di scazzo) non ci è possibile raggiungervi entro un ragionevole lasso di tempo, per cui ci vediamo costretti ad inviarvi il questionario con mezzo elettronico.
il segretario
Claudio Notturni



Abbiamo questionato. Siamo stati promossi. Siamo soci!



NRC SPECIAL HALLOWEEN - L'aldilà (...e tu vivrai nel terrore)

domenica, ottobre 31, 2010





Avete presente i B movies, quelli che mandano in sollucchero Quentin? Avete presente i film di genere che più di genere non si può? Avete presente Lucio Fulci, uno dei capostipiti[1] dell’horror italiano ambientato in America? Avete presente uno di quei film che vedi solo per fare l’intellettuale sghignazzante in un cineforum prehalloweenesco? Avete presente gli effetti speciali grossolani? I cliché del film genere? Lo splatter ostentato e meccanico? I fulmini, il sangue rosso-finto che schizza a profusione, le decomposzioni, la casa costruita sulla porta dell’inferno, gli scricchiolii, un vecchio libro di profezie nere, le voci demoniache in cantina, le tarantole, le bambine con le trecce possedute[2], la bionda niuiorchese che si ostina a non credere ai fantasmi, le mani di zombi che escono dal nulla, la cieca che sugli occhi sembra che le abbiano messo delle lenti a contatto fatte di cetriolo? Avete presente l’assenza totale di rigore nel plot? L’onirismo e il freudismo a casaccio?
Ci credereste che ne viene fuori un capolavoro? Ci credereste che non vi dà tregua? Ci credereste che siete scappati a metà dalla proiezione? E che non avete chiuso occhio tutta la notte? E che anche ora avete i brividi lungo la schiena, mentre ne scrivete sperando di esorcizzarlo?


[1] (e non “capistipite”, come credevo)
[2] le bambine con le trecce possedute, e non le bambine con le trecce possedute.

NRC VII - The Social Network.

giovedì, ottobre 28, 2010




Di chi è l’idea? Di chi ce l’ha? Di chi la sviluppa? O semplicemente di chi ci fa i soldi? Se non avete un’opinione a riguardo, The Social Network non vi aiuta certo a farvene una. In questo film sentimenti, amori, desideri (di sesso, soldi e rivalsa), nonché presunti furti, tradimenti e colpi bassi si sostituiscono ai fatti – e a me, francamente, non piacciono troppo né gli uni né gli altri. Cosicché la forza di questo film potenzialmente noioso – basare il racconto sulle due principali vicende giudiziarie che hanno coinvolto il fondatore Zuckerberg riguardo la proprietà intellettuale di Facebook è, va detto, un po’ azzardato – è tutta nel ritmo molto alto in cui le vicende pubbliche si affiancano a e si confondono con quelle private. Non è dato sapere quante di queste ultime siano vere – qui parla l’amante di gossip – e, d’altra parte, vero e falso non sono qui particolarmente interessanti. Fincher, che si ricorda di essere un regista solo durante i titoli di testa e nella scena della regata, quando non può ottenere di più dal montaggio da action movie punta tutto sui dialoghi, spesso lunghi e talvolta prevedibili (soprattutto quelli con Justin Timberlake, dal quale ci si poteva aspettare comunque molto peggio). La storia è quella di un adolescente con i sandali, che vuole a tutti costi. Cosa voglia, però, non si sa: riconquistare l’amore perduto o farsi le groupies? Diventare ricco e famoso, o dare un bel calcio nel culo ai ricchi bellocci tradizionali e tradizionalisti? Eliminare scientificamente uno per uno i propri amici per essere il capo assoluto di facebook, o avere semplicemente ragione? Non si capisce, e forse questo rende il film un po’ meno stupido di quanto il finale potrebbe far credere. L’unico dubbio che mi sembra risolto è che, in un mondo dove le idee sono soldi, non è detto che le idee facciano la felicità. Ma questo, in fondo, lo sapevamo già.

NRC VI - Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti

domenica, ottobre 24, 2010


 
Gli animali vanno molto quest’anno. Ma c’è animale e animale, ovviamente. Una bufala, una corda, un nodo. Uno scimmione con gli occhi rossi, un fantasma, una capanna, terre coltivate, gente che lavora. Una sacca per la dialisi, cerotti, un cuoco, un laotiano (mai fidarsi dei laotiani), un cane. Altri scimmioni con gli occhi rossi. Acqua, rocce, terra, caverne, liane, soldi, televisori. Un telefono cellulare, un bonzo. Una torta nuziale fatta di neon come altare per un funerale. Un pesce gatto (un pesce gatto) nella fica (nella fica) di una principessa (prima vecchia, poi giovane, poi scompare). Il pesce parla, ma non mi sembra la cosa più grave. Un racchettone ammazzazanzare enorme, rosso a forma di farfalla, da far impallidire Alì, Modu, Moisà e tutti i senegalesi di Pisa. Monaci vari. Una zoppa e una bambina. Altri soldi che si chiamano Bath. Fotografie. Una camera d’albergo. Un’automobile, all’inizio, un po’ di sbieco. Istantanee di soldati in assetto di guerra; insetti e comunisti. Occhi rossi senza scimmioni, nel buio. Altre grotte, diversi fiotti d’acqua. Alberi, tanti alberi. L’ultimo capolavoro di Apichatpong Weerasethakul, regista che si può solo copincollare. Il film premiato con la Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes. Presidente della giuria: Tim Burton. Aaaaaaaaaaaaaaahhhh, ora comincio a capire: Tim Burton…

QUAESTIO II. DE IUXTA POSICIONE DOMINI DIEI.

mercoledì, ottobre 20, 2010





Praesentatio
Sciascia, nella postfazione al suo Candido,ovvero un sogno fatto in Sicilia, dice che ci sono libri che ne generano centinaia di altri, e questo è il caso del Candide del grande filosofo illuminista Voltaire (che tra gli altri ha generato appunto pure il Candido di Sciascia). Allo stesso modo, a mio avviso, ci sono post che ne generano altri, e questo è il caso di “Sisì e l’America 2.0” del grande filosofo illuminista Cc (che tra gli altri ha generato appunto pure il presente post).
In particolare, il grande Cc ci sfida a pensare una grande alternativa: la domenica dovrebbe essere all’inizio o alla fine della settimana? All’inizio, come vorrebbero gli americani (in questo, temo, più biblicamente corretti di noi, visto che pare che il Signore si sia riposato di Sabato), o alla fine, come vorremmo nel vecchio mondo (in questo, rivendico, più filologicamente corretti di loro, visto che domenica è il giorno del signore e dio si è riposato alla fine del lavoro, e non prima di cominciarlo)[1]?

Digressio
[Prima di porre il problema in modo da offrirne la soluzione, vorrei fare una breve considerazione antropologica, sottolineando come i due modelli si adattino perfettamente alle diverse culture che li esprimono: qui prima esci con una e poi (dopo lunghe e meditate riflessioni) vede se te la dà o meno, là tanto per cominciare ti fanno un blowjob[2], e poi si vede se uscire (almeno così dicono)].

Disputatio
A favore della domenica a fine settimana si può dire che:
- sembra una giusta ricompensa per una dura settimana di lavoro (e sembra anche che, in ultimo, si giustifichi l'intera settimana: visione cattolica della settimana).
- Inoltre, sembrerebbe stupido riposarsi prima di aver lavorato (sarebbe come pulirsi prima di farla[3]).
- Se infine ti giochi subito la domenica, con che spirito la prosegui, poi, la settimana? Lavori pensando costantemente che non ti riposerai fino alla prossima settimana: un tempo gigantesco, a pensarci, il che toglie oggettivamente ogni slancio.

Ma, d’altro canto, la domenica come primo giorno della settimana ha non di meno i suoi vantaggi.
-       Se muori di venerdì sera, per esempio, non hai di che rammaricarti: ormai la domenica te la sei goduta, nessuno te la toglie più. È come mangiare le cose buone all’inizio del pasto, così se poi ti passa la fame ormai quelle sono in saccoccia. O meglio, è come se ti dessero la pensione tra i 20 e i 35 anni, e poi ti facessero lavorare finché non tiri le cuoia.
-       Ma soprattutto: se la domenica è a fine settimana, ci arrivi senz'altro molto stanco, e finisce che non te la godi, mentre se ce l'hai a inizio settimana sei bello fresco (e diventa un giorno di piacere e non di riposo: la domenica non è più in funzione della settimana lavorativa, ma diventa domenica in sé).
-       Il giorno di riposo a fine settimana ha un repellente odore di finalismo.


Determinatio
A questo punto, l’ago della bilancia non pendendo da nessuna delle due parti, credo che l'unica soluzione sia mettere la domenica all'inizio e alla fine della settimana, il che risolverebbe tutti i problemi.
Be', quasi tutti: per esempio, dovremo fare due domeniche coincidenti nello stesso giorno, o due giorni separati, uno all'inizio e uno alla fine della settimana? Se ne può discutere, ma la prima ipotesi temo che tenderebbe a creare confusione (come lo spieghi, ai poveri di spirito, che due giorni coincidenti non sono lo stesso giorno?), e dunque bisognerà optare per la seconda: due domeniche per settimana (ciò che è per altro sancito chiaramente dalle Sacre Scritture).
Ma ancora: faremo dunque settimane di otto giorni? Non credo proprio, visto che sarebbe una contraddizione in termini!
Dunque bisognerà sacrificare un giorno della settimana per trasformarlo nella seconda domenica.
Io direi il martedì.


[1] Certo, loro la chiamano Sunday, ma noi non accettiamo filologie pagane.
[2] Un signore di una certa età mi disse che una volta in Italia non si facevano pompini, che era una roba d’esportazione dagli Stati Uniti, come le patate e le chewing-gum, e che erano il corrispettivo erotico del fast food.
[3] Cfr. R. Benigni, L’inno del corpo sciolto: “Quindi cacate, perché è dimostrato/ ci si pulisce il culo dopo aver cacato”.

... e sono tre...

lunedì, ottobre 18, 2010


Dì la verità, Maciste, come hai deciso di festeggiare il tuo terzo compleanno? A casa coi tuoi, o li molli e te ne vai da qualche parte con le amiche? A noi lo puoi dire, che tanto non lo diciamo ai genitori...

SÉI

venerdì, ottobre 15, 2010


mi dicono che è ora di imparare a scrivere

Sisì e l'America 2.0


Mi si chiede come sto qua in America. Per carità, mica me l’avete chiesto tutti, però molti di voi sì, quindi mi sembra carino rispondere, no?
Io, in America, non ci sto male. Strano a dirsi, vista l’ultima tragica esperienza chicagona. Eppure è così, non ci sto male. D’altra parte, se mi diceste “Ma allora stai bene!”, beh, dovrei rispondervi di no, perché non è che ci sto proprio male, e non è neanche che ci sto proprio bene.
Il problema è che io, ‘sti americani, mica li capisco. Ma non che non li capisco perché non li capisco, no! Non li capisco perché qui la vita quotidiana è diversa, e questo tende ad annullare i miei sforzi per vivere quella vita serena e tranquilla che tanto desidero. Un esempio? Un esempio: domenica scorsa (il capo già lo sa.. il capo sa sempre tutto!) volevo andare a vedere “Gilda” (da pronunciare rigorosamente Ghilda, altrimenti so’ ccazzi) all’Arsenale de noantri, il DocFilms. E siccome ci tenevo proprio tanto ad andare, sia perché volevo vedere Ghilda, sia perché dicevo a me stesso “No, non passerai tutta la domenica a casa a leggere Harry Potter” (poi forse parleremo anche di questo, o forse no..), allora ho controllato e ricontrollato l’orario più volte, così da evitare, che ne so, di andare alle 9 invece che alle 7, per uno stupido errore. Arrivo così perfettamente in orario – anzi, un po’ in anticipo – mi siedo, si apre il sipario (sì, qui al cinema c’è il sipario), e.. comincia un film muto del 1913 a tema biblico, di una noia veramente fuori dal comune, e di cui mi ricordo solamente che c’erano un sacco di pavoni. Io ero arrabbiatissimo! Perché, mi chiedevo, cambiare il film senza neanche avvertire? Che ci state a prendere per il culo?! Ma, d’altra parte, nessuno vicino a me sembra sorpreso.. Il trucco si è poi svelato quando ho ricontrollato il calendario, e mi sono reso conto che qui le settimane non cominciano col lunedì, ma con la domenica, e quindi l’ultima colonna a destra, in cui cercavo la programmazione della domenica, riportava invece quella del sabato. Ecco, ora capite cosa intendo?
Altro esempio? Altro esempio: mi serviva un cellulare. Ora datemi pure del pirla quanto vi pare – e, alla luce dei fatti, avreste ragione – ma sono tornato alla at&t, pensando: hanno fatto tanto casino l’altra volta, stavolta non può succedere nulla. Il fatto è che la politica aziendale della at&t è evidentemente quella di assumere personale che parla inglese in maniera incomprensibile, così da raggirare i clienti a piacer loro. E infatti così è successo. Il baldo giovane che cercava di vendermi il cellulare continuava a propormi questa offerta fantastica secondo cui per soli 16 sonanti dollaroni avrei avuto chiamate e messaggi gratuiti per un mese. A me suonava troppo strana, però oh, alla fine dico: è l’America, la terra delle possibilità.. ma sì, facciamo quest’offerta! Ecco però che nello scontrino l’atteso il 16 (sixteen) si trasforma magicamente in 60 (sixty). Io, basito, chiedo spiegazioni. L’altro ride. Ci siamo capiti male, dice. Io m’incazzo. Dico no, un momento, ci siamo capiti male una cippa, ora tu mi cambi immediatamente l’offerta! E lui chiama il servizio assistenza, fa correggere il nome che aveva inserito male (stavolta ero Carlo Condu.. ma stavolta niente di grave, e d’altra parte succede sempre anche in Italia che capiscano Condu) e poi chiede di cambiare l’offerta. Dopo mezz’ora, cambiano l’offerta, ma io il giorno dopo mi ritrovo con 75 dollari di credito sul cellulare e un messaggio che dice che fra un mese pagherò altri 60 euro. Stavolta dico: BASTA, ora glielo riporto, mi faccio restituire i soldi e non se ne parla più. E glielo riporto. E parlo con un’altra tipa. Che mi dice che per avere diritto al diritto di recesso devo pagare 35 dollari. Rispondo: scusa, ma il telefono ne costava 29. Fa lo stesso. 35 dollari. E, naturalmente, non c’è modo di restituire il credito.
Ecco, ora, capite cosa voglio dire? È che quando ti cambiano la quotidianità, il modo in cui sei abituato a organizzare il tempo, e a gestire i rapporti con gli altri e le piccole disavventure, ecco, così ti cambiano tutto! Così l’imbustatore personale alla cassa, il documento in vista ogni volta che compri alcolici, gli alcolici che non si comprano al supermercato ma al negozio di liquori, dove puoi comprare anche le sigarette che, altrimenti, trovi anche in farmacia – ecco, tutte queste cose diventano lo specchio di un modo di vivere che non è il tuo, e di una quotidianità di cui è difficile appropriarsi, ma senza condividere la quale la comunicazione diventa difficile. E allora da superare non c’è più solo la timidezza, o la paura di sbagliare ogni singola parola, ma anche e soprattutto la consapevolezza che l’altro, spesso, ha proprio altro per la testa.

L'infiltrato

venerdì, ottobre 08, 2010



Headline news:
Ignoto viareggino si introduce alla Mondadori a Segrate

Oggi, venerdì 8 ottobre, la sicurezza di Palazzo Mondadori a Segrate è entrata in fibrillazione. 

Dalle prime ricostruzioni pare che una persona non identificata abbia passato le maglie dei controlli all’ingresso. Secondo fonti attendibili, dovrebbe trattarsi di un individuo di nazionalità viareggina. Ignote al momento le reali intenzioni dell’infiltrato. 

NRC V - La pecora nera

giovedì, ottobre 07, 2010

 
Se i poeti pœtassero, gli imbianchini imbiancassero, i treni viaggiassero e i fiori fiorissero, sarebbe necessariamente un mondo migliore? Non ne sarei così sicuro. Certo è un po’ strano quando un fiore si mette a viaggiare e un imbianchino si mette a pœtare. Non che non ne possa uscire qualcosa di buono, anzi: dalle contaminazioni più azzardate nascono spesso opere memorabili (penso al mélange tra musica, fumetto e cinema in The Wall di Alan Parker). Altre volte si tratta invece di incontri mancati, perché per far scattare la scintilla e rendere il suo gesto significativo l’imbianchino non può mica pœtare come tutti gli altri, come dire: dovrebbe mettere tutta la sua pittura nella sua pœta. Altrimenti la cosa perde un po’ di senso. Così mi pareva in quel Persepolis a cui sembrava mancare un’anima: cosa aggiungeva il film al fumetto di Marjane Satrapi, se non una (mera) maggior diffusione? Speravo in qualcosa di più: altrimenti, conoscendo già il fumetto, non sarei andato. E lo stesso devo dire di questa pecora nera di Celestini, teoricamente impreziosita dalla fotografia di Ciprì. A questo punto si poteva pure mettere a pœtare, e sarebbe stato lo stesso. È chiaro che mica si può esigere da tutti una sperimentazione come quella che Carmelo Bene ha fatto con il cinema, ok. Ma di qui a riporre in Celestini le speranze per le sorti del cinema italiano, mi sembra che ce ne passi. Bisognerebbe saper distinguere, insomma: altrimenti toccherà arrivare alla triste conclusione che i teatranti, alla fine, è meglio che teàtrino.

Pensieri veloci contro la nuvola - III

domenica, ottobre 03, 2010



Epoché al figlio

Eppure, se ti raccoglierai in silenzio, riuscirai a sentire ogni singolo strumento e la sinfonia tutta insieme. Come fa il direttore d'orchestra, attento a ogni movimento, a ogni fiato, a ogni vibrare di corda...

E come il cacciatore vedrai lo stormo dorato tra te e il sole freddo del mattino, e allo stesso tempo distinguerai ogni singolo uccello. E vedrai il loro canto e il lamento dell'uccello che sta per cadere...

E come il cuoco raffinato saprai distinguere gli ingredienti uno a uno, e poi giudicare della bontà delle pientanze che stai per servire al re...

E come il cieco saprai accarezzare questo tavolo, e allo stesso tempo orientarti verso la mano dell'amato che ti siede accanto e salutare le asperità del legno ancora acerbo...

Eppure se ti raccoglierai in silenzio, saprai capire questa eterna lotta dall'alto, e allo stesso tempo vedere il volto insanguinato di ogni singolo uomo!

Pozzo

Rinnovo della patente (inferenza esistenziale)

martedì, settembre 28, 2010

Se il duemilaventi, che oggi sembra abissalmente lontano - almeno quanto il duemiladieci sembrava irraggiungibile, nel duemila - arriva nello stesso tempo che ha impiegato ad arrivare il duemiladieci, allora l'ho in culo.

NRC IV - Inception

lunedì, settembre 27, 2010













Non mi va di usare il termine capolavoro. È un termine semplificante, riduttivo in un certo senso.
Sì, perché come Memento ha segnato l’ultimo scorcio del secolo scorso, così oggi Inception può a buon diritto aprire la strada per i prossimi anni del cinema (americano).
L’intento di Nolan, sia nel primo sia in questo film, è infatti quello di costruire una trama avvincente, appassionante, credibile per mettere in scena un’immensa, struggente autodafé.
Dopo l’eccelso tirocinio compiuto sul personaggio di Batman, Nolan riesce a costruire un kolossal dell’immaginario, un action movie dell’inconscio. E se si accetta di correre insieme a lui, beh, diventa impossibile non restare senza fiato da metà film in avanti. Una sceneggiatura diabolica e impeccabile, effetti speciali che mescolano vecchi trucchi al digitale e infine una storia semplicemente bellissima.
Senza svelare nulla (è impossibile, servirebbero dieci pagine…), vorrei soltanto suggerire di non lasciarvi influenzare dalle solite recensioni che parlano di Freud, Matrix e vari luoghi comuni.
Il protagonista di Inception è un cavaliere oscuro che diventa boia di se stesso, custode delle sue colpe, dannato al ricordo perpetuo.
Come accadeva in Memento, anche qui il vero nucleo di senso è fornito dal rimpianto, dal dolore per qualcosa che si è perduto. La medesima pena che doveva scontare Guy Pierce, smemorato seriale. Proprio come diceva lui, alla fine, rivolto alla sua amata. Non riesco a ricordarmi di dimenticarti.

(per non venir meno alla consegna, lascio solo queste poche righe. Su giornivariabili verrà presto un testo più argomentato)

NRC III - Il volo

sabato, settembre 25, 2010


Un Wim Wenders così esplicitamente politico mancava all’appello. E pour cause, verrebbe da dire. Uno esce dalla pseudo-sala in cui proiettano il mediometraggio Il volo (difficilissimo da vedere e certamente da non perdere) e non sa bene che pensare, per questioni che hanno a che fare con la deontologia se non con l’etica, riassumibili nella seguente domanda: che fiducia (si può, si deve) avere nella finzione? Il regista sembra averne poca, purtroppo, nonostante la forza che assumono sotto la sua direzione le immagini di un pallone, di un’enorme muraglia e di un piccolo deltaplano che si libra sul cielo di Badolato, in Calabria. Il sud di questo film è un altro modello di sviluppo, una lotta contro i fantasmi ambientata in un ring fantastorico tra vecchia emigrazione e nuova immigrazione. Ma il nuovo vecchio scontro è ancora una volta quello tra finzione e documentario, avvenire del 3D e origini del cinema: si può raccontare la realtà, la verità, attraverso una storia? È un peccato che Wenders ci creda poco, perché la sua presenza ossessiva sullo schermo eccede il limite del didascalico. Eppure la soluzione c’era, ed era lì, tra una voce fuori campo e l’altra: la voce delle immagini che inventano una storia nella storia, rendendola universale. È nel volto di Ben Gazzara, nelle gambe di Peppino. E se è vero che “solo con le idee si può sconfiggere la barbarie”, come afferma il sindaco di Riace, Domenico Lucano, Wenders poteva forse rifletterci di più (e farsi inquadrare di meno).

L’infanzia terribile di Maciste I

martedì, settembre 21, 2010




Maestra: «Scendi giù da quella finestra! Non ci si arrampica, è pericoloso!»
Maciste (coll’indice alzato al cielo): «Ci si arrampica solo sugli alberi!»
Maestra: «??!!»

[Maciste illustra così la sua dottrina sul balconing responsabile]

NRC II - Bal

sabato, settembre 18, 2010


Provo a fare una recensione, non che ne sia capace, è la prima volta, il lettore saprà perdonarci. Ieri al cinema Off Broadway, sulla Zülpicherstr., dopo aver mangiato la Wiener Schnitzel più cara del mondo in un posto che si chiama "Bei Oma Kleinmann", ho visto  Bal - Honig, vincitore a Berlino nel 2010. 



Prevengo subito le vostre più basse critiche: non ci hai capito niente, era in tedesco. Bene vi sbagliate, questi non parlavano. Su due ore di film, i dialoghi potevano condensarsi in dieci minuti. Già la prima scena annuncia allo spettatore attento che sarà una lunga sfida: diversi minuti su degli alberi a camera fissa con il protagonista che si muove con una lentezza esasperante davanti alla camera, cercando un alveare sugli alberi. Bal e il suo mulo bianco dominano questa scena fissa, che ci introduce la storia di questo raccoglitore mi miele, della sua famiglia, in particolare del figlio Yosuf, e della loro vita tra le montagne.

Padre e figlio hanno un rapporto molto particolare, una complicità che, nei rari dialoghi, viene sottolineata dal loro parlarsi sussurrando. La prima scena è un sogno del bambino, il padre trova un albero, ci si arrampica e ad un certo punto un ramo cede. Il padre cade e rimane sospeso per qualche secondo. Inutile dire che si tratta della trama già spiattellata. Si vede un film lento che si sa già straziante, si perde la speranza in qualsiasi altro finale. Scena di apertura e chiusura, in mezzo il racconto. Ma la lentezza ammazza anche lo strazio, e quindi ti dici, vabbe' concentriamoci sugli aspetti tecnici: bella fotografia, buoni gli accostamenti e il metalinguaggio per la trama psicologica.

In fondo questo è un film che vuole dare il tempo di riflettere, prorpio durante la proiezione. E allora ti accorgi che c’è una connessione tra l’incapacità del bambino di leggere ad alta voce a scuola e il dialoghi che con il padre sono sempre sottovoce. Ti accorgi che c’è una connessione tra la sua voglia disperata di saper leggere e di conquistare una delle medagliette del maestro e la crisi epilettica che ad un certo momento prende al padre quando solo soli nel bosto. Tutto si svolge nella tranquillità più assoluta, neanche un sussulto. C’è spazio anche per la gelosia che a un certo punto Yosuf prova per il cugino. Ci sono piccoli peccati di Yosuf, pentimenti e redenzioni quasi immediate. 

Motivo portante della storia è una frase che si ripete ben tre volte: “bevi il tuo latte Yosuf”. In bambino tra le altre cose, ha un blocco per il latte. La frase la dice la madre a Yosef, in tono ben diverso da quelli che usa il padre. In tono autoritario e comunque affettuoso. Autoritario e comprensivo. La madre è una donna forte che solo alla fine scoppia in lacrime, anche lei quasi già rassegnata alla fine del marito.  La prima volta, il latte lo bene il padre, salvando così il figlio. La seconda volta, il padre era già via verso il non ritorno, pur di non berlo il bambino si stappa dei capelli e ce li mette dentro. Alla fine il bambino beve il latte, quando capisce che il padre non sarebbe tornato. Ma la madre non dice niente, come a sottolineare la gravità della cosa. Qui la frase non viene detta, ma tu te l’aspetti e ala fine è più rumorosa che nelle altre occasioni. Lui va a scuola e legge ad alta voce, non bene, ma riceve l’ultima medaglia. Poi torna a casa, vede la madre piangere contornata di donne e uomini e scappa. Si addormenta sotto un albero e il film finisce con una scena fissa omologa a quella iniziale. 

Un bel film, dove, come dicevo, la lentezza uccide ogni cosa. E anche la simbologia - latte, sogni costanti del bambino, sottovoce e sussurri - un po’ troppo prevedibile. 

NRC I - Somewhere

mercoledì, settembre 08, 2010


C'era una volta un mondo fatato. Il mondo fatato è il mondo di persone che voi neanche lontanamente fareste una vita come la loro, e che però pure loro hanno i loro problemi, e neanche troppo lontani dai vostri. D'accordo, voi lavate maniacalmente il cesso di casa vostra mentre quelli chiamano due strafighe che ballano la lapdance in camera loro, o si fanno due giretti con la ferrari. Ma non è molto diverso, se ci pensate. D'altro canto, è normale che l'immaginario di chi è figlio di F. F. Coppola sia un po' diverso da quello di tutti gli altri. E infatti non è quello il punto - perché la potenza del cinema sta anche nella possibilità di trascendere l'ordinario verso l'assurdità più ostentata e, perché no, irrispettosa. Il punto è di capire fino a che punto quest'operazione sia capace di affascinare e coinvolgere lo spettatore, anche mettendolo a distanza. Era la forza di Lost in translation, film che ho odiato al cinema e a cui non ho più smesso di pensare nel corso degli anni. Questo Somewhere è invece un film (rigoroso, a tratti divertente, un buon esempio dello stile sofiacoppola, ma tutto sommato) freddo, ed è questo il suo limite più grosso. Freddo nonostante la ricerca di una freddezza che possa riscaldare, insomma. 

p.s.: sì, questo post vorrebbe essere l'inizio della Nuova Rubrica Cinematografica, testi brevi sul cinema contemporaneo. Vediamo.