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NRC II - Bal

sabato, settembre 18, 2010


Provo a fare una recensione, non che ne sia capace, è la prima volta, il lettore saprà perdonarci. Ieri al cinema Off Broadway, sulla Zülpicherstr., dopo aver mangiato la Wiener Schnitzel più cara del mondo in un posto che si chiama "Bei Oma Kleinmann", ho visto  Bal - Honig, vincitore a Berlino nel 2010. 



Prevengo subito le vostre più basse critiche: non ci hai capito niente, era in tedesco. Bene vi sbagliate, questi non parlavano. Su due ore di film, i dialoghi potevano condensarsi in dieci minuti. Già la prima scena annuncia allo spettatore attento che sarà una lunga sfida: diversi minuti su degli alberi a camera fissa con il protagonista che si muove con una lentezza esasperante davanti alla camera, cercando un alveare sugli alberi. Bal e il suo mulo bianco dominano questa scena fissa, che ci introduce la storia di questo raccoglitore mi miele, della sua famiglia, in particolare del figlio Yosuf, e della loro vita tra le montagne.

Padre e figlio hanno un rapporto molto particolare, una complicità che, nei rari dialoghi, viene sottolineata dal loro parlarsi sussurrando. La prima scena è un sogno del bambino, il padre trova un albero, ci si arrampica e ad un certo punto un ramo cede. Il padre cade e rimane sospeso per qualche secondo. Inutile dire che si tratta della trama già spiattellata. Si vede un film lento che si sa già straziante, si perde la speranza in qualsiasi altro finale. Scena di apertura e chiusura, in mezzo il racconto. Ma la lentezza ammazza anche lo strazio, e quindi ti dici, vabbe' concentriamoci sugli aspetti tecnici: bella fotografia, buoni gli accostamenti e il metalinguaggio per la trama psicologica.

In fondo questo è un film che vuole dare il tempo di riflettere, prorpio durante la proiezione. E allora ti accorgi che c’è una connessione tra l’incapacità del bambino di leggere ad alta voce a scuola e il dialoghi che con il padre sono sempre sottovoce. Ti accorgi che c’è una connessione tra la sua voglia disperata di saper leggere e di conquistare una delle medagliette del maestro e la crisi epilettica che ad un certo momento prende al padre quando solo soli nel bosto. Tutto si svolge nella tranquillità più assoluta, neanche un sussulto. C’è spazio anche per la gelosia che a un certo punto Yosuf prova per il cugino. Ci sono piccoli peccati di Yosuf, pentimenti e redenzioni quasi immediate. 

Motivo portante della storia è una frase che si ripete ben tre volte: “bevi il tuo latte Yosuf”. In bambino tra le altre cose, ha un blocco per il latte. La frase la dice la madre a Yosef, in tono ben diverso da quelli che usa il padre. In tono autoritario e comunque affettuoso. Autoritario e comprensivo. La madre è una donna forte che solo alla fine scoppia in lacrime, anche lei quasi già rassegnata alla fine del marito.  La prima volta, il latte lo bene il padre, salvando così il figlio. La seconda volta, il padre era già via verso il non ritorno, pur di non berlo il bambino si stappa dei capelli e ce li mette dentro. Alla fine il bambino beve il latte, quando capisce che il padre non sarebbe tornato. Ma la madre non dice niente, come a sottolineare la gravità della cosa. Qui la frase non viene detta, ma tu te l’aspetti e ala fine è più rumorosa che nelle altre occasioni. Lui va a scuola e legge ad alta voce, non bene, ma riceve l’ultima medaglia. Poi torna a casa, vede la madre piangere contornata di donne e uomini e scappa. Si addormenta sotto un albero e il film finisce con una scena fissa omologa a quella iniziale. 

Un bel film, dove, come dicevo, la lentezza uccide ogni cosa. E anche la simbologia - latte, sogni costanti del bambino, sottovoce e sussurri - un po’ troppo prevedibile.