Notizie dall’impero. Parte prima: i Chicagoni.

venerdì, settembre 19, 2008

Dormire nello stesso letto (a una piazza e mezzo) con CC (SiSì, per gli amici chicaghesi) in maglietta della salute ha anche dei lati positivi. Uno di questi è che mentre tu (cioè io, nella fattispecie) sei lì che scrivi una meil alla penisola, lui legge la guida di Chicago e ti dice che non si dovrebbe dire Chicaghesi, ma Chicagoni (chicagones, nell’idioma locale, che fa ancora più effetto se lo leggi all’iberica). Altri lati positivi, no, ma questo già non è poco.

Apparte questo, allo scadere della settimana dalla nostra partenza, si reclamavano notizie, e tutto sommato il popolo rigattiere se le merita. Non un racconto però, quello è roba da europei che non hanno ancora capito bene che nel postmoderno una cosa come il racconto (la coerenza, la cronologia, l’unità di spazio e tempo) ce la dobbiamo scordare; tanto più che qui è la terra del fasfù, e quindi si va per flash.


Aereo. Al check-in la tipa (una spagnola) ci dice che “l’aereo è bloccato” (primo pensiero: “a che ora sarà la prossima navetta per Milano Centrale?”). Poi si corregge: i posti sono bloccati, perché l’aereo è vuoto, e quindi per questioni di bilanciamento i passeggeri vengono sparsi. Così va meglio, e lo confermano anche sia Amicani, che dice che con meno gente è più difficile la claustrofobia, sia il principio di Newton per cui un aereo più leggero sta su meglio di uno pesante.

Comunque la notizia è che ferary se la cava eccellentemente, circoscrivendo il terrore al decollo e all’atterraggio, e ronfando per le restanti otto ore. Merito particolare va ad Amichigo, che lo ospitava la notte precedente al volo, che lo ha portato a letto alle 3 e svegliano alle 6.15, dopo averlo imbottito di alcool per tutta la sera. Arrivato all’aeroporto carponi il sonno è stato facile anche senza aiutini chimici.

Arrivo. I classici tre giorni di pioggia battente, in una Chicago deserta, tra il puzzo di piedi di due argentini e un italiano in ostello prima e nel lettone a due in una residenza universitaria poi. Costo dell’operazione pernottamento: svariati milioni di bucks.

Cibo. Il pasto più sano della settimana (a parte la pasta di stasera generosamente cucinata da SiSì) è stato doppio cisburgher, doppia patatina fritta e doppia pinta. Ferary mette a segno la prima diarrea fulminante alla terza notte (onorando il nome di Chicagone), e – cosa su cui si pronuncerà la scienza a suo tempo – cacando un prodotto di qualità di gran lunga superiore a quello ingurgitato (si sospetta che tra lo sciacquone dell’International House e la cucina di Noodless ci sia un filo diretto).

Il campus. Esattamente come ve lo immaginate, pulito, ordinato e organizzatissimo. Situato un po’ in culo rispetto a downtown (tipo come stare a Buti e il centro è a Zurigo), ma comodamente servito da un trenino che passa ogni ora e che ti ciula 5 dollari tra andata e ritorno.

Personaggi Chicaghesi – selezione.

I nostri primi dollari sono andati a Nick Papadopolous (nome vero, o almeno spacciato per tale), il taxista greco-chicagone che ci carica all’aeroporto americano. Prima di partire litiga per un quarto d’ora con un nero senza denti che dirige il traffico dei tazzi al terminal 5, dicendo a noi di dire, qualora interpellati dal nero senza denti, che andiamo in due hotel diversi. Per fortuna il nero se la prende solo con lui e, creatasi ormai una fila di taxi di cui non si vede la fine dietro il nostro, riesce a convincere Nick a partire. Lui ci chiede da dove veniamo, e, sentito dire “Italy”, cerca una radio con musica russa e ci guarda tutto soddisfatto (il nesso tra le due cose purtroppo non è uscito dalle sue sinapsi). Costo dell’operazione: 42 dollari, da lui stesso arrotondati a 50.

Wayne Hudston (o Huston). Non è un personaggio comico, ma a lui devo un tributo particolare perché è stato buonissimo con me. Bancario afro-americano (e forse buddista, a giudicare da una statuetta nel suo ufficio) cui ho chiesto aiuto visto che né la carta né il bancomat mi permettevano di prelevare. Lui, che lavora nella banca nel grattacielo più alto d’america, anziché mandarmi a cagare (di nuovo) mi dedica un sacco del suo tempo prezioso, in due giorni diversi, e cerca in tutti i modi di farsi capire. Alla fine non sono riuscito a prelevare, ma in compenso ho aperto un conto alla sua banca. Grazie Wayne Hudston (o Huston).

Rachel. Un budellaccio sfatto. Vedi la categoria: Così finisce il sogno americano.

Barak Obama: un altro immigrato del luogo, che vive 4 strade a nord da dove viviamo noi, e che al momento va per la maggiore.

La spesa. Non s’è ancora capito come si faccia, ma s’è capito che la storia dei prezzi bassi in America è una stronzata. Il fatto che l’euro è forte serve giusto per non essere costretti a sopravvivere a bucce di patate. La frutta è meravigliosa, bellissima, lucente, anabolizzata (c’è di buono che quella non si sa quanto costa perché c’è scritto il prezzo per libbra, e noi cosa sia una libbra non lo sappiamo). C’è pure un meccanismo che annaffia costantemente frutta e verdura con una piacevole nebulizzazione, cosa, per noi di provincia, a dir poco meravigliosa. Però, osserva SiSì, economista ed economo, “L’acqua pesa, e tutta quella verdura bagnata costerà il triplo” (seguono 5 minuti in cui SiSì scuote la verdura in mezzo al supermercato per farne fuoriuscire la truffaldina annaffiatura). Il pollo è arancione.

La fine del sogno americano. Certo, questa terra meravigliosa nasconde anche delle forti contraddizioni.

Tra queste la troia di Rachel, che aveva promesso un appartamento a Carlocò e poi glielo ha negato all’ultimo momento (mettendosi pure a tergiversare, a prendere tempo prima di dire definitivamente di no, perché non è che non voleva dargli l’appartamento, non voleva proprio che avesse un qualsiasi posto dove stare). [presto SiSì pubblicherà su queste pagine gli atti dei loro dissapori].

Tra queste l’impossibilità per Ferary di prelevare i suoi cazzo di soldi (devono aver capito che il credito cooperativo era roba di comunisti).

Tra queste la delusione più grossa. Non si può comprare l’i-phone.

Comments

8 Responses to “Notizie dall’impero. Parte prima: i Chicagoni.”
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Via Rigattieri ha detto...

si ma la casa? dove dormite? e miranda, miranda?

19/09/08, 14:07
happy ha detto...

non ci credo.
sto ancora ridendo, da solo, in mezzo ai colleghi. che post incredibile, ragazzi.

19/09/08, 14:28
von trotta ha detto...

la mia reazione è come quella di happy... i miei colleghi sono curiosi ma si sono insospettiti sul mio prossimo "viaggio-convegno" americano in questa compagnia!
Non vedo l'ora di rivedervi!!!

19/09/08, 14:54
nw ha detto...

idem! idem!
ho riso fino alle lacrime!
anzi: fino a (chi)cagare!!!
ma la principessina sissì allora come si è sistemata? che non mi (chi)caga su skype!
principessina sissì: smettila di scuoter susine, e (chi)cagami, s'il te plait!

ps: chi ***zo è 'sta miranda???

19/09/08, 18:24
nw ha detto...

errata corrige: non di fruttame, bensì di verdurame trattavasi...
indiragionpercui:
principessina sissì: smettila di scuoter zucchine, e (chi)cagami, s'il te plait!


ecco...cosìvvammeglio...

19/09/08, 20:14
così, per tenere alta la mia media che ultimamente scarseggia per mancanza di post.. ha detto...

ilfe's life...the real story..
possibile che nessuno avesse ancora pensato a 'sto anagramma?
mi fa strano

19/09/08, 20:28
Mentetropicale ha detto...

Ma allora non sei morto in aereo...a che ora ti si trova su Skype? Se soppravvivi stando sotto i cento chili al tuo ritorno petra magoni nuda sul letto, altro che al palasharpsss...

21/09/08, 16:52
charlie ha detto...

una libbra=450 grammi...

è una delle cose che si imparano (oltre al fatto che mondadori era orfano e che a new york forse la 16a strada incrosi la 5a ... o forse no) facendo lo sconcertante test d'ingresso del master di Eco. E poi c'è chi dice che sti masters non sono formativi!

Cerchi di fare eco-nomia negli USA? Facile! Oggi c'è:

ECO

22/09/08, 15:03