Post-Venezia 3

mercoledì, settembre 28, 2011



Check Point Ciak

Verso le due di notte del 9 settembre scorso. Festa veneziana ad alto contenuto cinematografico e alcoolico.
Un Attore Famoso, piuttosto su di giri, incede con passo sorridente abbracciando tutti quelli che incontra, senza far differenza tra noti e ignoti, maschi e femmine.
Il suo sguardo è magnetico, il suo sorriso travolgente.

Lo sparuto gruppetto di vostri affezionatissimi viene agganciato dall’Attore Famoso (d’ora in poi, AF).
Il Capo, lo sventurato, rispose all’ammico di AF.
Musica a palla, le parole si perdono.

Happy vede che il Capo inizia a parlare con AF. Poi comincia a battersi la fronte con la mano. Ripetutamente.
AF ride e lo abbraccia. 
Ha capito a cosa si sta riferendo il Capo e gli risponde, colmo di gratitudine.

Poi AF si avvicina a Happy.
Segue dialogo

Happy: Ciao, piacere…
AF: Ciao, piacere, io sono AF…
Happy: Sono felice di conoscerti.

AF mi sorride e mi abbraccia.

Happy: Sai, siamo molto contenti che tu sia venuto.
AF: Grazie!
Happy: Io sono dell’ufficio stampa e lavoro qua…
AF: Ah sì?
Happy: Davvero.
AF: Cazzo, io ci ho messo mezzora per entrare!
Happy: Beh…
AF: MAVAFFANCULO!!

Mi hanno beccato

venerdì, settembre 23, 2011




Succede più o meno come in Dieci piccoli indiani. A poco a poco, cadono tutti. Adesso tocca a me.
Parliamo spesso qui di quanto il cosiddetto mondo del lavoro sia diventato una pura utopia che ci respinge, come se fossimo dei batteri mortali per il sistema.
Dotati di aspirazione e conseguente titolo di studio in materie umanistiche, ci ritroviamo con due alternative possibili: una precarizzazione senza via d’uscita; una fuga verso altre realtà.
In entrambi i casi, nulla c’entra con il nostro percorso iniziale.
La nostra generazione ha sbagliato rotta ed è stata respinta dall’orbita terrestre, fuori, nello spazio cosmico.

Nel mio piccolo, essendo il meno dotato nel lavoro di ricerca tra tutti i miei compagni di studi, avevo capito fin da subito che la passione per la letteratura sarebbe rimasta, come diceva Fenoglio, niente più che l’appagamento di un vizio. E così sono fuggito altrove.
Dopo qualche anno nel mondo del lavoro, ho cominciato a pensare che la mia condizione di lavoratore a progetto sarebbe rimasta pressoché immutabile. Non era poi tanto male, in fondo.
Che cosa sarebbe accaduto il prossimo anno? Chissenefrega, pensavo. Io sono qui e faccio il mio lavoro. Il futuro continuava ad essere un pensiero fastidioso. Il presente, il precario presente, mi bastava (ovvio, avevo di che sfamarmi).

Poi, un bel giorno, il vecchio, implacabile giudice che io pensavo fosse sparito nei meandri dell’isola, è venuto a colpire proprio il sottoscritto. Ha spezzato la mia statuetta da indiano.
Non violentemente, ma sotto forma di una lettera: “Con riferimento ai colloqui intercorsi ed a conferma degli accordi intervenuti, ci è gradito comunicarLe la Sua assunzione presso la nostra Azienda con contratto di lavoro a tempo indeterminato a decorrere dal giorno…”.

Ecco, sono fritto, ho pensato. Il primo indiano di Viarigattieri ad essere fatto fuori.

Post-Venezia 2

venerdì, settembre 16, 2011



Ambientazione: Festa esclusiva. 

Personaggi: Il capo, un filosofo.


QUEI LORO INCONTRI
Atto unico (in molti sensi)



- Scusa ma…

- Prego?

- Scusa ma quello è mio.

- Prego?

- Quello è il mio champagne.

- Prego?

- Quello, è il MIO champagne.

- No, caro signore, lei si sbaglia. Il suo champagne l’ha portato via quella deliziosa signorina con la camicetta color perla mentre lei pisciava sulla siepe. Questo è il MIO champagne.

- Come dici?

- Ha presente il momento in cui lei guardava dentro al magro decolletè della quindicenne che aveva accanto, poco prima della minzione? In quel momento, caro signore, è arrivata la signorina con la camicetta color perla e s’è portata via il suo bicchiere. Fanno tanto gli chic, ma appena volti le spalle subito ti fregano il bicchiere.

- Ma dai.

- E già, caro signore.

- Ma tu che fai, lavori qui?

- Si figuri caro signore, io sono un imbucato. Diciamo che ho le mie conoscenze.

- Sono i migliori, gli imbucati. Io insegno filosofia all’università di B.

- Anche Lei imbucato?

- In qualche modo.

- Ma dai.

- E già.

- Vuole un po’ di champagne?

- È che ho finito la coca.

- Ma dai.

- E già. 


Sipario, applausi.

ogni riferimento a luoghi, persone, spazilancia, piscine, hotel excelsior è puramente casuale.

Post-Venezia 1

mercoledì, settembre 14, 2011



Il Lido veneziano giace ormai abbandonato, dismesso, rinchiuso di nuovo nella sua bolla di silenziosa solitudine che presidia costantemente gli ordinati viali e le ville nobili.
Quella sofisticata, pacifica invasione che viene messa in atto dal pubblico festivaliero – cineasti, industry, attori, gente comune – appare come per incanto una volta l’anno, resta quindici giorni scarsi e poi si smaterializza di nuovo, lasciando le strade del Lido nell’identico stato di prima: un isolato rifugio per anziani riccastri veneti. 
Non c’è comunicazione tra le due realtà, Mostra e Lido; convivono ignorandosi a vicenda, estranei l’uno all’altro per finalità e consistenza.
Passando lungo i viali malinconici del ritorno alla terraferma, dunque, viene da chiedersi cosa sia accaduto veramente in quei giorni: che cos’è la Mostra? E noi, ghezzianamente parlando, ci siamo stati per davvero?
Inizierà qui, nei prossimi giorni, un po’ per divertimento e un po’ per rianimare questo luogo virtuale, una serie di post dedicati a Venezia. Scritti e interpretati da chi ci è passato per davvero – noi cineamatori saltuari o vocativi.
Venezia, che è “stata”, letteralmente, già archiviata nella nostra memoria. E dunque, è già “post”. 

la crisi

venerdì, agosto 19, 2011

Sono giorni che mi scervello per capire in che modo questo crollo delle borse potrebbe essere un vantaggio per qualcuno, e nello specifico per noi. Come dire: avete creato un mondo insostenibile, e che privilegia i pochissimi contro i moltissimi? E mò sono cazzi vostri, e adesso comincia finalmente il nostro momento. Quello in cui le cose che sappiamo fare, che ci piace fare, e che voi non valorizzate minimamente cominceranno a riavere un valore, perché bisognerà riorganizzare la società su basi nuove, e allora tutto questo comincerà ad avere un senso, e anche a poter essere remunerato, e ricomincerà il rispetto e si stabiliranno regole tutte diverse, e i pescecani saranno riconosciuti come pescecani e così via. 

Ho paura però che qualcosa non mi torni.


il capo va al lavoro un po' come M. Hulot va in vacanza

mercoledì, agosto 10, 2011

Mettiamola in questi termini.

Questi 28 euri guadagnati ieri sera, tra le 17 e le 24 (solo perché ero in prova), mi fanno sentire più felice, mi spingono a perseverare in questa diabolica strada del "lavoroquellovero"?

Ragioniamo insieme, collettivamente, generazionalmente, onestamente.

No.

Dalle 17 alle 24 sono 7 ore di lavoro. La paga prevista per la prova è di 25 euro (ma è anche la paga prevista per il contrattoquellovero, di sei giorni a settimana su sette, 150 euro a settimana uguale 600 euro al mese per 4 settimane di 24 giorni lavorativi su 28). Più le mance, che - mi assicurano - a volte sono anche di 12-13 euri! [A persona? No, complessivamente. Da dividere per: a) cucina (giusto); b) sala (giusto); c) bar (giusto); d) bicchieri rotti (perché - mi spiegano - i bicchieri si rompono, non i camerieri, non il barista, non la cucina: si rompono. E allora non paga il proprietario, paghiamo un po' tutti. Discutibile, tendente al meno giusto)]. La mancia di questa serata è di 3 euro (siamo intorno ai massimi storici, insomma).

E vabbé, uno dice in tempi di vacche magre certo che va bene, sono pur sempre 4 euro l'ora! Adesso uno si aspetterebbe quell'odioso ragionamento tanto caro ai lavoratori ("ma io ho studiato 10 anni per guadagnare 4 euro l'ora?"), ma noi invece lo lasciamo ad altri, intanto perché non ci pare un argomento inoppugnabile (metti che sei stato lento - e tutto sommato non è il mio caso -, oppure che hai scelto di studiare cazzate - ... -, insomma cazzi tuoi ciccio), e poi perché abbiamo argomenti ben più stringenti.

Poniamo che il locale - com'è il caso - sia di proprietà di ragazzi giovani. Anche simpatici, vi dirò. Passi il fatto che il cliente è veramente da uccidere, se ti fa scrivere 8 comande per una cena, e se non riesce a scegliere facendomi cambiare 4 volte i suoi cazzo di rigatoni all'amatriciana che poi diventano patatine fritte che poi diventa una macedonia che poi diventa un frullato. Passi. Ma il punto è: esiste un'etica del lavoratore? Quest'etica ha ancora qualcosa di prescrittivo, oppure no? E allora vogliamo veramente ragionare sui 4 euro, sugli anni di studio e sui lavori adatti o meno adatti, oppure dobbiamo cominciare a parlare delle decine di scarafaggini piccoli, dei ragni, degli scarafaggioni grossi che ho visto muoversi tra la cucina, la dispensa, il pacco di patatine (dentro), le sedie e così via?

[A questo post seguirà mail ai proprietari del locale con annesso caloroso invito a una disinfestazione. Non metto qui il nome del locale per ragioni minime di eleganza, e per non dare in pasto a internet un'onta cui, sono certo, porranno riparo. Nel frattempo, per maggiori info, scrivetemi in privato per sconsigliarvi questo pub-ristorante].

Aggiungere qualcosa sul collega cameriere proveniente dal terzo mondo che mi ha ripetuto nelle prime 8 frasi che i proprietari sono "bravibravibravi" e che lui lavora col cuore sarebbe politicamente scorretto, vero?

Insomma: a queste condizioni, tanto vale fare il professore universitario.

appunti per un manifesto rigattierico sul lavoro

giovedì, luglio 28, 2011

È da tempo che vorrei proporre un ragionamento collettivo e generazionale sul concetto di LAVORO. Su questo blog ne discutiamo spesso, da anni. Ora, siccome ieri è uscito il manifesto di TQ e mi sento un po' questo spirito generazionale da manifesto, vorrei sottoporvi alcune riflessioni che potrebbero diventare la base del nostro manifesto, il manifesto rigattierico sul lavoro (MRSL). Che ovviamente ha pretese universalizzanti e generaliste, sennò non sarebbe un manifesto. Due cose, essenzialmente, che andrebbero forse ripensate:

1) Dice che il lavoro, se è lavoro, è pagato, altrimenti non è lavoro. 

Ah beh. D'accordo siamo d'accordo tutti. Però uno si guarda attorno e vede che c'è veramente tanta gente (della nostra età, per lo più; ma la nostra età è molto ampia e si amplia sempre di più) che fa per molto tempo un'attività a tempo pieno che non viene pagata (o quasi: ma è sempre l' "o quasi" che ci fotte, n.b.): e non certamente per piacere. Non lo si vuole chiamare lavoro? Beh, allora bisognerà inventarsi un nome nuovo.
Il punto 2) è in qualche modo conseguenza di 1), gli è dunque strettamente connesso da un punto di vista logico, e tuttavia può darsi anche indipendetemente da 1) e soprattutto non è quasi mai esplicitato. Lo potremmo chiamare "Corollario della frustrazione lavorativa". 

2) Il lavoro è lavoro se è sofferenza. 

Con tutta la retorica annessa ("sto andando a lavorare"; "ho lavorato tutto il giorno"; e tutte le variazioni sul repertorio). In due parole, il corollario della frustrazione lavorativa implica che se uno impiega diverso tempo a fare un'attività e (mettiamo) si diverte, e magari viene pure pagato (poco o molto non importa - e molto è sempre un concetto relativo), "vabbé ma quello mica è lavoro".

Breve conclusione. C'è confusione. E la confusione linguistica è spesso sintomo di confusione concettuale. Ergo, per questa generazione (che non siamo TQ, chiamiamoci più modestamente rigattieri, o se volete VT), mi sembra prioritaria innanzitutto una riforma lessicale.


Congratulazioni e tante care cose!

lunedì, luglio 11, 2011

Dato che nessuno si è ancora preso la briga di farlo, tocca a me fare (e farmi) le congratulazioni di rito, nonché alcuni ringraziamenti.

Per prima cosa, congratulazioni a Cofino e a Ciccì, senza i quali tutto questo non sarebbe stato possibile. Ci congratuliamo innanzitutto per le loro tesi, fatte di piani di immanenza che sanno di superfici, e di processi di storicizzazione che ripugnano il logicismo; i complimenti e le domande sono state la giusta ricompensa per due lavori che hanno provocato, e di certo ancora provocheranno, perdite di neuroni e capelli come non s’era mai visto prima. Congratulazioni, poi, soprattutto per i festeggiamenti che ci hanno regalato, animati da una massiccia presenza dei 3 fidati amici rhum e cola, whiskey e birra alla spina. Congratulazioni, infine, anche ai loro genitori, che li hanno fatti così come sono, cioè belli, pelosi e con un incipiente calvizie.

E ora, i ringraziamenti! Cominciamo dicendo grazie agli amici; al Capo, sempre in prima fila nei momenti che contano; a Canina, che vince a mani basse il titolo di Miss Dottoranda 2011; a Cippì femmina, che si è sorbita le presentazioni di entrambi i candidati (e che spero debba avere occasione di ospitarmi ancora a Parigi, cosa che sapremo domani!); a Franci, sempre pronto a seminare ansia e sorrisi, e che poi quando beve gli vogliamo ancora più bene…; a Tessa, che è riuscita a tranquillizzarmi con un solo abbraccio; a Piggì, ghost tutor anche dopo la discussione quando intrattiene, con spigliatezza da navigato professore, i relatori di cui gli addottorati oramai volevano liberarsi; ad Ale Alo, che per fortuna ha trovato il coraggio di venire alla discussione; a Von Trotta e a Si-culo, senza i quali, e non a caso, il sabato sera al Mamamia non è stato lo stesso; a Sogno, Ilo e Riccioli d’Oro, grandi rappresentanti di una Viareggio tutta da (ri)scoprire; a Emanuella e Cippì maschio, traghettatori di ebbri; a Neomi, per le sue lolitiche treccine; al Poliglossa, per la sua inaspettata presenza; a Simo Semi e Papadopoulos, che hanno messo casa e cuore a disposizione; a Matti, Lukino e Pakino, per le battute agghiaccianti in serate caldissime; a Kiki, cuore grande, e anche alle sue tette, che tanta distrazione hanno causato… Ma permettetemi di concludere con un ringraziamento tutto speciale per Pata, amica che molto ragionevolmente tutti mi invidiano, venuta a Pisa a festeggiarci nonostante i mille validissimi motivi che l’avrebbero trattenuta.

Ci sono poi da ringraziare gli assenti, fra cui spiccano i nomi di Franca, Maurinho, Bush, Cheri e, last but not least, Betti e Happy, i due arcangeli rimasti bloccati agli antipodi dello stivale.

Grazie poi ai professori: a Toasty, per il suo francese spedito e per la domanda che non ho capito, ma a cui inspiegabilmente mi ha chiesto di non rispondere; a Debe, per averci gettato nel panico due giorni prima della discussione, e per essersi poi presentato magicamente radioso e sorridente, come solo il padre della figlia di Harry Potter può fare; a Petit Bras, scioccato ancora una volta dalla nostra mancanza di fedeltà e  ortodossia; e infine a Champignon, per le sue domande su Nitch che tanto ci hanno fatto sembrare intelligenti.

Un ringraziamento tutto speciale, infine, va poi al nostro dipartimento e a chi ne fa parte (qui sì che ci vorrebbero nomi e cognomi!) per essere quasi riuscito nella difficile impresa di farmi passare la voglia di fare una delle cose che mi piace di più, cioè studiare filosofia… Mi ci sono volute tre ore insonni passate a pensare alla vita per capire che, per fortuna, certe cose non te le può togliere proprio nessuno.

NRC XIV – Ballata dell’odio e dell’amore

giovedì, giugno 30, 2011



«Balada triste de trompeta», si intitola (in originale), e bisogna ammettere che è un titolo molto poetico, e anche il vecchio clown che ride sull’affiche ha quel certo magnetismo al quale difficilmente riesco a resistere (aggiungendo mentalmente: «E basta con questa cazzata che i pagliacci fanno paura! Pensa a Fellini, piuttosto!»). Però prima do un’occhiata fuggevole alla sinossi in francese, giusto un paio di righe, a scopo evocativo: un circo viene sconvolto dalla guerra civile spagnola, dice. «Che meraviglia:» penso «il circo come resistenza, dolente e scanzonata, al fascismo». «Un Heinrich Böll in salsa antifranchista», aggiungo anche, compiaciuto, già pensando alla recensione che dovrò ben scrivere, e allora tanto vale avvantaggiarsi.


Poi niente, il film è un po’ diverso: più che di guerra civile (breve episodio introduttivo) si tratta soprattutto di gente che fa il circo negli anni ’70 (però sempre sotto Franco), e che svalvola di testa, si massacra con ogni possibile oggetto contundente, si ammazza e scopa in continuazione (De la Iglesia, il regista, sembra il gemello impazzito di Tarantino), con un ritmo forsennato e delirante: una furiosa e sanguinolenta grotesque di alta scuola. Pagliaccio triste e pagliaccio tonto, uno contro l’altro, due volti (tumefatti, sfigurati, mostruosi: uno, per dire, a un certo punto si trucca con la soda caustica) di una stessa inevitabile follia.


Un film mitico, ovviamente, ma non proprio per tutti i palati, la cui estetica empirica è contenuta nella battuta di un colonnello repubblicano che introduce la prima carneficina del film: «Un pagliaccio con un machete? Li farà impazzire!»[1]. E la cui morale è espressa nel consiglio che il padre-clown catturato dai falangisti dà al figlio-futuro-clown-matto, all’alba della dittatura fascista: «Tu non puoi essere il pagliaccio tonto. Tu farai il pagliaccio triste. Ma c’è ancora un modo per essere felici… la vendetta»[2]. Che secondo me, in un’epoca in cui va di moda rinnegare piazzale Loreto, non è neanche una morale così scema[3].



[1] ATTENZIONE: i dialoghi qui riportati potrebbero essere alquanto creativi (cioè non proprio fedeli). È il vantaggio di andare a vedere film in straniero sottotitolati in straniero.
[2] Ogni tanto, durante il film, il padre riappare giusto per urlare «vendetta!» e risparire.
[3] Compagni piddini, si fa per ridere.

All'ombra del racconto I. La gerarchia del risveglio

domenica, giugno 26, 2011

Riprendiamo dal post di prima: “alcuni scrivono, ma non pubblicano perché il mondo non è pronto”. E aggiungiamo “alcuni non scrivono, ma pubblicano sul blog, perché del mondo se ne curano poco”. Inauguriamo con questo motto la pagina letteraria del nostro blog: All'ombra del racconto, d'ora in poi A'odr.  Solo alcune piccole regole: 

  • non importa chi sia l'autore e i commenti riguardano la critica del racconto 
  • i diritti, così come le responsabilità pensali, sono tutti del capo
  • i personaggi e i fatti non sono casuali, ma facciamo finta di si
  • qualsiasi trasposizione cinematografica deve avere l'autore o un suo prescelto come sceneggiatore e/o protagonista, marcellocofino come controfigura per le scene di sesso, e un posto per tutti quelli della combriccola, tranne quelli che hanno la fortuna di vivere in isole più belle di altre. 
  • il ricavato va in beneficenza all'associazione dottorandi anonimi.


La gerarchia del risveglio

A.  Cazzo, fai piano!, brontolò A. rompendo il silenzio imbarazzante e il buio della notte che come ogni mattina stava per svendere la periferia romana a un giorno desolante.

Poco male, tra meno di mezz’ora la signora del piano di sopra avrebbe cominciato a strisciare i mobili, come fa sempre quando alle quattro e mezza del mattino decide che la sua vita da quel giorno sarebbe cambiata. I colpi di tosse fanno pensare che abbia sempre una sigaretta in bocca. E anche la sua voce rauca, che rompe in pianto quando alle cinque già chiama la madre novantenne per raccontarle che ha sbagliato tutto. Il monnezzaro dell’appartamento accanto avrebbe tra poco acceso il televisore a tutto volume per commentare le solite notizie: «Se parla solo de ste ragazzine morte ammazzate, poerelle. E de ste mignotte e de sto depravato che ce fa er Bunga Bunga... Ma lo sai che ce fa bene! ‘nvedi io 'ndo sto e chi me so sposato... Amo’ un te la prenne che sto a scherza! Er caffè?». Verso le cinque, dalle fessure della porta di ingresso, assieme ai primi cenni di luce, sarebbero arrivate le consuete note, a volte galoppanti delle Bagatelle di Beethoven a volte malinconiche dei Notturni di Chopin, a volte meravigliose della prima sinfonia di Mahler. In questo angolo sperduto, abita un professore, che ogni mattina per essere a scuola alle otto deve alzarsi alle cinque. Poi comincia il suo vero calvario, viene crocifisso da un’orda di liceali verso mezzogiorno e poi sepolto nel traffico delle due. La resurrezione invece da queste parti non è contemplata. 

B. Hai ragione scusa, torna a dormire.
A. Che ore sono? come faccio a dormire con te che fai sto casino. Chiudi la porta, no!
B. Sono le quattro e qualcosa. Devo essere a Termini alle sei. Scusa, cerca di dormire.
A. Ecco, lo sapevo adesso comincerò a sognare le fotocopie. Che palle, non basta il lavoro... volevo dormire almeno fino alle otto, adesso mi riaddormenterò e sognerò le maledette fotocopiatrici assassine. 
Neanche il tempo di finire la frase e A. si era già riaddormentato, mentre una fotocopiatrice di ultima generazione gli rosicchiava il piede destro.

La periferia resiste ai tempi e alle mode. Non è una questione di lontananza dal Centro. Ci sono periferie a ridosso delle mura aureliane. E invece ci sono posti a ridosso del raccordo che tutto sono tranne che periferie. È una questione di volti e di sguardi, di tempi, di linguaggio, di confine, di passaggio, di ombre. Ma soprattutto di volti, quando uno si mette a scrutare i volti in periferia, comincia un viaggio rischioso. C’era un bigliettino una volta, attaccato a un albero, giù a Villa Spada:

Esiste ancora la periferia, dove l’odore del rosmarino armato di lanceolati rametti, sfida il fumo chiassoso della città. Dove i binari luccicanti al sole corrono spericolati tra gli arbusti. Dove si nascondono anime anonime, dimenticate dal destino. Dove i binari abbronzati di ruggine, invece, tra gli arbusti spinosi fuggono e si feriscono, lasciando strisce luccicanti di metallo vivo.

Esiste ancora la periferia, dove sul volto della gente sono stampate carte geografiche di tutte le passioni insieme.

Va bene, cinque meno un quarto, pensò B. In dieci minuti sono a Largo Labia. Faccio in tempo per la prima corsa del 90. Il 90 è un serpentone silenzioso. L’unico filobus della città. Se non fosse per le buche e le condizioni della strada sarebbe anche silenzioso. A quest’ora la città non è trafficata. Se riesco a sopravvivere alle chiacchiere delle vecchie nel 90, tra quaranta minuti sono a Termini, ce la dovrei fare. In questa città le persone hanno un disperato bisogno di parlare. Ho il sospetto che alcune di queste vecchie che sempre affollano gli autobus si alzi apposta, per trovare qualcuno con cui parlare. Sarà la noia che non le fa dormire. Noia e solitudine ammazzano il sonno. Ma la disabitudine ammazza il dialogo e così, appena gli dai un minimo di confidenza cominciano un piglio così polemico che ti fanno pentire di aver aperto bocca e preferiresti avere una conversazione con il Monnezzarò Amo’.

La città si veste a strati. Mano a mano che ci si avvicina al centro, la gente si cambia di vestito. In periferia si usano le tute da ginnastica. Dopo Viale Adriatico, si arriva in una zona di finta periferia, la gente indossa pantaloni e camicia, scarpe di cuoio, qualcuno un vestito. Poi ci sono vestiti e vestiti. Anche a Largo Labia qualche impiegato del centro indossa un vestito. Ma, tolta anche la qualità inferiore rispetto ai vestiti del centro, lui lo porta come una tuta. Dalla Nomentana cominciano i signori in vestito che vanno a lavorare nelle banche del centro. Oppure i professori dell’Università. A seconda delle facoltà, più o meno eleganti. Ma in quel caso è la spocchia che li contraddistingue. Questi però li vedi poco sull’autobus. Vanno a lavoro in macchina, e  li vedi fermi al semaforo di fianco all’autobus,  ingrigiti e appesantiti alla guida di macchinoni enormi. Sul sedile di dietro la Repubblica di Platone e la mano verso la caverna di qualche studentessa che gli siede accanto. Oppure vanno a piedi, perché hanno la fortuna di abitare vicino al posto di lavoro. Sulla Nomentana salgono più che altro impiegati dei ministeri. Gli impiegati dei ministeri sono tra gli ultimi a svegliarsi nella rigorosa gerarchia del risveglio. Il monnezzaro Amo’ si sveglia alle quattro. Prima di lui si svegliano i barboni che a Villa Spada dormono sotto la tettoia del centro smistamento della ferrovia. Poco prima sono andate a letto le mignotte della Salaria che si sveglieranno a mattina inoltrata. Anche le signore del centro si svegliano a mattina inoltrata, diverse ore dopo la filippina che ha preparato la colazione e che comunque ha dormito almeno tre ore in più del Monnezzaro di Fidene. Gli impiegati si svegliano verso le sette e alle nove gli uffici cominciano a prendere vita. Dopo un paio d’ore arrivano i capi sezione, poi i capi divisioni. I capi e i Ministri invece si fanno vedere a giorni alterni, poco prima del pranzo, ma per una buona mezz’ora. Un’oretta dopo gli uffici, anche le prime vetrine si aprono sulle strare come occhi ancora assonnati, e i bottegai cominciano a lavorare. Ma non quelli che hanno il banco al mercato del Tufello, quelli si svegliano come il Monnezzaro Amo’, anche se forse hanno più soldi. Verso le dieci la città è viva, ma di una vita ferma, quasi immobile, deludente. Almeno fino a i raggi dorati del tramonto. 

Riepilogo

domenica, giugno 19, 2011

Facciamo un riepilogo. 

Dove sono finiti i rigattieri? Che fine hanno fatto? In ordine sparso, io direi che sono successe cose bizzarre dall'inizio di questi tempi. Tendenzialmente, in un modo o nell'altro (e chissà perché), molti continuano a studiare. Quando mi iscrissi all'università c'era un mio amico che si iscrisse a fisica perché voleva fare filosofia. Ora uno dei rigattieri che ha studiato filosofia studia più o meno fisica, matematica e 'ste robe qua, e progetta di cambiare la storia della scienza al di fuori dell'accademia. Le cose, a volte.

Poi c'è chi da un capo all'altro d'Italia sta finendo di laurearsi, perché più giovane degli altri o perché nel frattempo s'è messo a fare altri lavori (altri figli, e così via).

Poi ci sono quelli che si sono re-iscritti all'università, per prendere un'altra laurea, che non si sa mai.

Alcuni sono sbarcati in Francia e sono tornati, altri in maniera più originale sono finiti in Belgio (sì, quel paese senza governo da un sacco di tempo che non si sa mai cosa c'è e invece tutto sommato... vabbè ok, c'è un motivo per cui non si sa mai cosa c'è), e vanno e vengono. 

Alcuni fanno sottotitoli.

Alcuni sono andati e poi rimasti prima in Francia, poi in Inghilterra, ma secondo me poi si pentono e torneranno. 

Altri vengono da un'isola, meno bella di altre, e hanno deciso di cambiare lavoro e darsi a cose remunerative (sono il coté realista-conservatore dei rigattieri). 

Ci sono quelli che dell'università non ne vogliono sapere più nulla, e stanno sempre a mandare paper per fare i convegni all'estero. Ci sono quelli che (e sono i meglio?) transitano dalla filosofia alla letteratura, alle arti, mantenendo il piede in due staffe.

Ci sono gli scrittori, savasandir, e alcuni non pubblicano perché il mondo non è ancora pronto. 

Alcuni vengono pagati (e sono pochi), altri non vengono pagati (e sono molti), e questa però è storia nota di un'intera generazione. Ma ci sono quelli, e fanno veramente ride, che dovrebbero essere pagati perché hanno vinto un concorso (ne conosco almeno tre), e non vengono pagati né chiamati perché anche i concorsi per questa generazione funzionano in maniera bizzarra.

E poi c'è Dora. 

Dora: che fine hai fatto?

lunedì, giugno 13, 2011

" You talkin' to me?"


YES
YES
YES
YES

NRC XIII - Il ragazzo con la bicicletta

martedì, giugno 07, 2011


Il cinema dei fratelli Dardenne è un cinema poco noto al grande pubblico, forse perché bollato dall'etichetta: autoriale (e dunque rigido, noioso, e così via). Ma contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la misura e il rigore sono capaci di trasmettere grande passione, come succede nel loro ultimo lungometraggio, presentato in concorso all'ultimo festival di Cannes e vincitore del Gran Premio della Giuria. Il ragazzo con la bicicletta è la storia di un dodicenne indomito, scontroso, irrequieto, e della sua dolorosa condizione di abbandono familiare. I registi costruiscono il loro film come un'indagine tutta orizzontale sui movimenti del corpo e dell'anima di questo ragazzino, che rimanda alle figure infantili per nulla pacificate di un certo cinema francese (dall'Antoine Doinel dei Quattrocento colpi alla banda irrequieta di Zéro de conduite). Ma la forza del film risiede nella capacità di toccare vette altissime di pathos a partire da una storia del tutto lineare e da una direzione volta all'essenzialità. A partire da uno sfondo "sociale", i Dardenne riescono a trascinare il basso della concretezza più assoluta verso l'alto delle emozioni che coinvolgono lo spettatore, mettendo in atto un'operazione di astrazione materica. Contro la spiritualità del film di Malick si pone allora la materialità di quello dei Dardenne; alla trascendenza di uno sguardo sulle origini della vita si oppone l'immanenza di una vita singolare, quella di Cyril, corpo in fuga dalla famiglia, dall'infanzia, dalla violenza.  I piani sequenza delle corse in bicicletta, gli scatti improvvisi di Cyril e la recitazione impeccabile di Cecile de France meritavano, ancora una volta, la palma d'oro.

Signori si nasce

mercoledì, giugno 01, 2011


"Poi veramente la gente ti viene a sparare..Ti faccio vedere io che fine fai... Vengo io a casa tua... I soldi a me velocemente... I 13mila euro se no stasera sono a  casa tua…Vai dove ca..o... Devi andare ..dagli usurai…Vatti ad ammazzare ma portami i 13mila euro".


Beppe Signori, al telefono con Marco Paoloni, portiere del Benevento, minaccia conseguenze dopo il fallito tentativo di manipolare Inter-Lecce. 
In quell'occasione, l'ex bomber puntò 150mila euro, che andarono in fumo.
Come i nostri sogni sul calcio.

Non solo

martedì, maggio 31, 2011



“Ieri in Italia sono finiti gli anni Ottanta”, scrive oggi il grandissimo Gramellini su La Stampa.
È stato un rito di passaggio collettivo, ora possiamo dirlo.
E al di là dei decimali e delle dichiarazioni, sono successe delle cose di cui sentiremo le conseguenze soltanto fra poco tempo.

Non solo a Napoli ha perso il centrodestra, ma è crollato anche un sistema di potere che teneva in piedi, in un circuito tumorale, il centrodestra colluso con ambienti camorristici e una generazione di centrosinistra morente, inutile, dannosa.

Non solo a Milano ha vinto una persona perbene, ma si è sciolto un legame perverso che da vent’anni legava costruttori, ciellini, affaristi e speculatori.
(Non solo la Moratti ha perso con la campagna più ridicola della storia, ma non ci sarà più il vicesindaco De Corato, lo sceriffo che amava mettere in riga i bimbi rom)

Non solo le amministrative hanno dato un segnale al Paese, ma hanno insegnato alla sinistra che la struggente retorica della sconfitta (ricordate, noi non ci saremo) è davvero una povera cosa in confronto a una strategia seria e rigorosa, che ti consente di vincere come e dove vuoi (a Gallarate, per esempio…).

Non solo Milano e Napoli cambiano la geografia politica, ma vedono salire due persone preparate, che dicono innanzi tutto “non faremo sconti a nessuno” (del centrosinistra, ovvio…).

Non solo c’è stato finalmente un ricambio vero di candidati, ma è spuntata una speranza nuova, un sindaco precario di trent’anni, che ha portato via Cagliari e tutte le nostre paure (Massimo Zedda, nella foto: è il nostro candidato; noi siamo anche un po’ lui…).

Non solo queste elezioni hanno portato il caos dall’altra parte (ieri un Berlusconi in versione Soprano’s minacciava “Ve ne pentirete”), ma ci hanno regalato l’infinita, fortificante, goduriosa soddisfazione di vedere il terrore e lo smarrimento nei loro occhi. Dopo diciassette anni.

La paura del ridicolo / Il ridicolo della paura

venerdì, maggio 27, 2011



Siamo quasi arrivati al traguardo. Forse, dico, forse ce la facciamo.
Nonostante nelle ultime due settimane la retorica elettorale abbia cavalcato più volte il registro surrealista.
Una modalità di linguaggio del tutto inadatta per le cose della politica.
E invece, anche questo è accaduto. La realtà ha spesso sovvertito la finzione. E non il contrario, come ci si aspetterebbe.
Un piccolo test, a dimostrazione dell'assunto.
Una delle due proposizioni seguenti è palesemente falsa. Sapreste dire quale?


1)




2) BALLOTTAGGI: CORSARO (PDL), CON PISAPIA BOOM VIADOS E STUPRI


   (ANSA) - ROMA, 25 MAG - ''Se vincesse Pisapia, ci sarebbe
meno controllo sulle strade e le condizioni di sicurezza e di
vivibilita' della citta' peggiorerebbero immediatamente,
favorendo la prostituzione trans e la tratta delle clandestine
nonche' il traffico di stupefacenti''. Lo ha dichiarato il
vicepresidente vicario del gruppo Pdl alla Camera, Massimo
Corsaro.


(grazie a Spinoza.it per l'immagine)

Strada provinciale delle anime

mercoledì, maggio 25, 2011


Le peripezie nel nulla di Gianni Celati. Dalla carta al cinema (?). Abbiamo seguito questa strada, forse per il suo nome o forse perché non porta da nessuna parte.

Milano, Italia

martedì, maggio 17, 2011



"Boia deh, m'han fatto un baugigi così!"

Conosci i Ticcù?

lunedì, maggio 09, 2011




Ci ho messo due settimane buone per decidermi se fare o non fare questo post. Ho meditato a lungo se nascesse da qualche luogo sbagliato della mia povera mente radical chic.
Pensavo: “Non stroncarla, è una nuova iniziativa. Fa solo del bene”.
Poi il mio inestirpabile rancore metafisico ha avuto la meglio. E ho deciso di scrivere e, quindi, di stroncare.
Avete presente i TQ? Ne hanno scritto in molti. Si tratta di un nuovo movimento (??) di scrittori, che si raccolgono dietro l’acronimo “Trenta-Quaranta”. Il gruppo si è riunito nella villa romana degli editori Laterza (che resta una Casa rispettabilissima, nonostante ciò…)
Il nome, asettico ed ellittico fino a rasentare l’assenza di contenuto, vuole racchiudere un insieme di autori che stanno cercando di raccogliere le forze e le idee. Per fare cosa?
Ed è qui che viene il bello.
Sì perché, in linea teorica, la nascita di movimenti letterari è sempre un’ottima cosa. Spesso si aprono dei territori nuovi, sopra cui possono nascere opere letteralmente memorabili.
Ricordo, giusto per fare due nomi, il New Italian Epic e il dibattito sul nuovo realismo, a partire da Gomorra (due forme degnissime di bilancio a posteriori).
Bene, ok. Ora, l’aspetto che mi sconvolge di più dei Ticcù non è tanto il malcelato, irritante e italico vittimismo (si lamentano di essere ai margini autori come Lagioia, Desiati, Scurati, etc.: in realtà, si tratta di scrittori le cui recensioni universalistiche sono inversamente proporzionali alle loro mediocri composizioni), quanto la precisa, denunciata volontà di costituire una lobby (intesa in senso anglosassone: e dunque perfettamente legale).
Prendete, ad esempio, qualche dichiarazione: “siamo alla ricerca di un pubblico, di spazi da occupare” (A. Cortellessa); “Basta alla lingua usata come promozione e battiamoci per il nostro salario” (C. Raimo, vabbè pazienza per l’italiano…); “Questa generazione non deve avere paura di portare avanti le proposte che ha, se riesce a occupare le posizioni di potere” (S. Salis).
Cose che finora, ammetterete, soltanto i Rigattieri si erano spinti a pensare (e a realizzare…).

Ovviamente, la mia scelta di citazioni è stata volutamente tendenziosa. In realtà, nel mezzo sono passate anche proposte interessanti.
Tuttavia, la novità che ho registrato con personale raccapriccio è precisamente l’attenzione non al dato letterario, ma alla strategia di potere. Perché di ciò si sta parlando. Come contare di più non in termini letterari (aspetto ormai più che secondario), ma in termini di posti occupati?
Anche su questo punto non vorrei sembrarvi un idealista ottocentesco: certo, quando si parla di letteratura si può parlare anche di politica editoriale e di come questa viene fatta nel nostro Paese.
Quindi, niente di male: se ne può parlare apertamente.
Però, qui mi sembra che sia partito un corto circuito pazzesco. Non è un po’ strano che la nuova generazione di scrittori italiani lasci da parte il centro nevralgico del loro mestiere (la forma, lo stile, l’immagine del mondo) per dedicarsi alle strategie di potere?
È come se ci fossimo rassegnati al fatto che le opere non abbiano più nessun peso e che contino soltanto le alleanze para-editoriali.
Se così fosse, consiglierei ai Ticcù di diventare dei bravi manager e di farsi assumere ai vertici dei principali gruppi editoriali: solo così, insomma, avendo in mano i piccioli e la facoltà di scelta si può pensare di cambiare i pesi nel panorama italiano. Ma questa è una scelta ben precisa: o scrivi o fai il manager (nemmeno l’editor, proprio il manager tout court).
Sennò stiamo parlando di aria fritta e soprattutto rischiamo di mandare alcuni bravi giovani a bruciarsi, letteralmente, contro i baluardi infallibili del marketing: che nulla intende modificare. Certo, con la consapevolezza che, dopo aver sacrificato possibili nuovi germogli, Lagioia-Scurati&Co. continueranno come sempre ad avere le loro collane, i loro libri, le loro promozioni. 
E noi una pessima, nuova letteratura italiana.

NRC XII - Machete

domenica, maggio 01, 2011



Già laureato «Pellicola dell’anno duemiladieci» (da una giuria composta da me), Machete è un film che la critica internazionale si dovrebbe affrettare a dichiarare “semplicemente mitico”, e che finalmente, dopo avercelo fatto aspettare per mesi, arriva nelle sale della nostra periferia.
Ora, il film si può riassumere così: prendete un tizio con l’immaginario complessivo di un sedicenne messicano cresciuto a Stursky&Hutch, significativamente arrapato, sotto acidi e supergalvanizzato dall’idea che un giorno conquisterà gli Stati Uniti, guiderà una Harley e sparerà con un fucile a canne mozze, anzi due. Dite al suddetto sedicenne di realizzare un film a piacere dotandolo dei seguenti strumenti:
A. una quantità di fondi tale da far sembrare Il signore degli anelli il filmino della gita dell’oratorio,
B. l’impegno a non censurarsi, e dunque il dovere di mettere in scena tutte le sue fantasie (preti crocifissi all’altare, ragazze che fanno la guerriglia in bikini e con la benda da pirata sull’occhio, intestini usati come liane, e tanti, tanti, tanti arti che volano),
C. un tetto massimo di centocinquanta parole per scrivere la sceneggiatura,
D. Robert de Niro,
E. uno stuolo di fica tale per cui Jessica Alba rischia di non salire neanche sul podio.

Non bisogna essere dei geni, per capire che ne esce un capolavoro. Non solo: ne esce anche il miglior film politico di sempre, probabilmente.




[Consigli di visione: si preferisca un multisala, possibilmente uno spettacolo pomeridiano. Magari di domenica, per massimizzare le probabilità che la sala sia gremita di adolescenti rumorosi. Si accompagni dunque la visione con una confezione king-jumbo-supersize di popcorn (tanto la maggior parte voleranno via nelle prime scene mozzafiato) e una coca da litro. Vedrete che non sarà facile tornare a casa e non appendere sul caminetto, con entusiasmo fanciullesco, lo scalpo di vostra madre].

NRC XI - Habemus papam

sabato, aprile 23, 2011


C'è una cinematografia invisibile, nel cinema italiano, talmente invisibile che forse non verrà mai scoperta - non per questo essendo meno reale o importante di quella visibile. Pensavo a questo, ieri, quando uscendo dal cinema mi si faceva notare che era forse un po' blasfemo essere andati a vedere Habemus papam di venerdì santo, mentre davanti al Teatro Massimo sfilava una processione pseudo-religiosa, con le confraternite travestite ad hoc (pallido riflesso della settimana santa andalusa). Film tutt'altro che blasfemo, tra l'altro, e contemporaneamente tutt'altro che religioso. Le proteste e gli inviti al boicottaggio si commentano da soli. E però Moretti sembra riproporre molti anni dopo proprio quel film (frammentario, sconnesso, realmente rivoluzionario) che una notte di ispirazione vide partorire gli appartamenti di via rigattieri, di fronte a una macchina da presa scalcinata, con attori improbabili. C'era già tutto: i dubbi, le incertezze, le bizzarrie di un papa fuori dagli schemi, un papa che voleva fare l'attore, e prendeva in questo modo coraggiosamente su di sé (come Michel Piccoli) tutte le angosce di un'epoca. Quel papa blaterava cose apparentemente senza senso, eppure piene di vita, piene di vero sentimento umano. Purtroppo, quel film non vedrà mai la luce. Nessuno però riuscirà a toglierci dalla testa che questa volta il buon Nanni abbia pescato a piene mani proprio da lì. 

Minima moralia. 2 - Contro la filosofia "like"

venerdì, aprile 22, 2011





Nel ridicolo crepuscolo italiano che stiamo vivendo si stanno diffondendo varie degenerazioni neurologiche che affliggono e ottundono le menti.
Oltre alle sopravvivenze inspiegabili di soggetti come Asor Rosa (scusate, provo sincero sconcerto per la scomparsa selettiva di certi accademici a discapito di altri…), oltre alle proposte gruppettare di Paolo Flores D’Arcais (“usciamo tutti fuori dal Parlamento!!”: benissimo, così poi Lui chiude la porta alle nostre spalle e tanti saluti…), assistiamo al diffondersi di fenomeni anche da parte di nostri quasi-contemporanei (diciamo, dai cinquant’anni in giù: i ggiovani, insomma).

Tra le tante cose che ci sarebbero da moralizzare in questa rubrica minima, cercherò di parlare questa volta di un fenomeno ben preciso. La filosofia “like”.
Come sapranno molti di voi, il pensiero “like” si ricollega alla prassi diffusa su Facebook di alzare il pollice virtuale in segno di approvazione. Questa funzione di per sé idiota del social network sta diventando sempre di più una forma mentis. È diventato un riflesso immediato cliccare sopra i contenuti più svariati. Non importa se stai cliccando sopra una brutta notizia, l’ennesima contestazione politica sulla rete, la notizia della morte di un cagnolino: è tutto “likebile”.
E quindi, in definitiva, non possiamo/vogliamo dire più nulla di significativo. A volte, anzi, basta il gesto come condensazione massima di tutti i nostri micro-pensieri.

Più in generale, mi sembra, il pensiero “like” va a sommarsi a un ulteriore fenomeno: la diffusione della conoscenza tramite web. È la conoscenza “linkabile”. Potenzialmente infinita, consente l’accesso a un tripudio di collegamenti privi di gerarchia e, soprattutto, privi di un limite sensato (quante informazioni e quanti link riusciamo a sopportare? Dopo quanto tempo l’informazione diventa puro surfing?).
Sono cose poco simpatiche da dirsi. Ma le sperimento tutti i giorni. E mi è venuto spontaneo e immediato metterle per iscritto dopo che un nostro Padre Fondatore ha confessato l’altro giorno su Facebook di essersi arreso alla propria indole di destra: non ce la faceva più, dopo anni di estenuante “militanza” nella sinistra più insulsa dell’occidente.
Ecco, io più o meno ho provato una cosa simile, ma di segno diverso. Si tratta della necessità di recuperare un minimo di “gerarchie” mentali: ovvero, la capacità di strutturare un pensiero compiuto.

Così, per cominciare, ho messo giù un piccolo elenco di cose da fare:
-          proseguire nella battaglia ideologica contro i “creativi digitali” (solo l’espressione mi fa venire istinti omicidi);
-          considerare FB una fonte di informazioni e di comunicazione tra persone (e basta);
-          leggere qualche saggio noioso e lungo (ho il cervello atrofizzato);
-          recuperare Kant e Hegel dal manuale del liceo;
-          ripassare il principio di non contraddizione.

Non ce la farò mai. 

I filosofi delle università

domenica, aprile 10, 2011

Ieri è uscito sul manifesto questo articolo di Paolo Godani, che ci riguarda direttamente in quanto riguarda tutti quelli che studiano o hanno studiato filosofia e lo hanno fatto in una qualunque università italiana. E probabilmente non solo quelli che studiano filosofia. Lo metto qui, mi auguro che non cada nel nulla (non tanto qui: ma in generale). Ma se tanto mi dà tanto, temo che i filosofi delle università non avranno non dico il coraggio, ma nemmeno la voglia di raccogliere la sfida: gli riesce così bene fare spallucce...

ultimi giorni

domenica, marzo 27, 2011

qualcuno ha scritto su facebook

Io voglio vivere, godere la vita: come se ogni giorno fosse l'ultimo. Non sarebbe bello? Una vita di ultimi giorni (Elizabeth Taylor, dal film: L'ultima volta che vidi Parigi). 

il problema è che io penso che l'ultimo giorno sarei stanco, e non farei una mazza.

Viva il nostro capo, il primo vero dottore, il dottore addottorato

mercoledì, marzo 16, 2011

Ed il primo è andato. Adesso è ufficiale, niente più limbo. Mentre stamane affogavo tra i lavoratori in mobilità che affollavano l'ufficio impiego di O*, ho ricevuto la notizia. Per il primo è andata, è ufficiale, niente più limbo...

C'è la felicità per il singolo, tanta felicità per il nostro capo... il primo vero dottore di tutti noi. C'è la tristezza di non essere lì con lui, adesso il distacco è più ufficiale. Poi c'è un il rammarico per la categoria. Ma oggi prevale la felicità per il singolo... E anche le facce disorientate dei lavoratori in mobilità mi sembrano meno disperate. E la signora dell'ufficio che mi ha chiesto "ma cosa è un dottorato?" mi pare buffa ma incolpevole. Viva il nostro capo, il primo - si spera - di una buona serie!

Un colloquio a Milano

venerdì, marzo 04, 2011




I Rigattieri sono controcorrente. Rifuggono dalle statistiche, dalle tendenze, dai destini prestabiliti. Il tema, come ricordato qui più volte, non risparmia il mondo del lavoro.
L’ultimo, fulgido esempio è stato fornito naturalmente dal nostro Capo, che si è paracadutato un giorno di febbraio a Milano.
Posso raccontare io come sono andate le cose veramente.
Il Capo si precipitò a Milano per evitare una sciagura che pendeva sulla sua testa: un contratto di lavoro, 18 mesi, a tempo determinato.
(questa sì, una vergogna, che al giorno d’oggi ci siano ancora persone che propongono simili sconcezze ai colloqui di lavoro…).
Per fortuna, il Capo non si è fatto tentare dalle sirene della mesata fissa, come un’Olgettina qualsiasi, ma ha provato con tutte le sue forze a convincere i suoi interlocutori che l’Assunzione non è cosa per noi, che è cosa mortificante, che noi abbiamo ben di meglio da fare, leggere, organizzare, scrivere…

Ma il Capo ha potuto vedere coi suoi occhi anche gli altri mille pericoli che si nascondono nella vita milanese. E si è convinto, una volta di più, che da Milano ci si deve tenere alla larga.
Prendete per esempio il loro regime di mobilità. Ogni giorno un milanese si sveglia e sa che dovrà andare a incastrarsi nel suo piccolo spazio in coda, dentro un’utilitaria, (il viaggio, per il milanese, è un paradosso zenoniano al contrario) e lì attendere serenamente un cancro al polmone.
In proposito, il Capo ha pure constatato, con orrore, che i milanesi guidano peggio dei terroni. Vendicativi, incazzosi, egocentrici, commettono qualunque nefandezza contro il codice della strada. E senza nemmeno avvertire il prossimo con il clacson, come usano civilmente i palermitani
(te la mettono in culo e basta: tu devi morì, in tangenziale, cazzovuoi…).
Il metrò, poi, è un altro luogo singolare. In apparenza è un mezzo di trasporto collettivo, dove la socializzazione sarebbe facilitata. Non è così, almeno a Milano.
In metrò si sta muti, capo chino. In metrò parlano solo i terroni. E dunque, quel mercoledì mattina, parlavamo ad alta voce soltanto io e il Capo (io per solidarietà, il Capo invece noncurante della silenziosa usanza).
L’altro grave pericolo è la figa. Ce n’è in quantità industriali. Troppa, decisamente troppa, per un eterosessuale con la testa sul collo. Per di più, uno è cosciente del fatto che va in giro, tutti i giorni, rassegnato all’idea che non ne beccherà mai una. Un vero supplizio di Tantalo. Chi vorrebbe vivere in una simile città?

Ma per fortuna il sottoscritto ha traghettato il Capo in salvo nell’isola felice di Segrate, dentro il palazzo di vetro con il lago e le carpe grosse come pittbull. Lì, finalmente, siamo venuti in contatto con una realtà più serena, composta.
A contatto diretto col Potere, infatti, il Capo si è trovato a suo agio e ha iniziato a stabilire molteplici relazioni (come fece, a suo tempo, anche l’illustre Cofino). 
Tra le più memorabili, si vuole qui ricordare il “non-colloquio” di lavoro con il direttore di un mensile. Senza volerlo e senza darne la benché minima impressione, il Capo quasi riuscì a procacciarsi un posto. 
“Ma insomma, vuoi scrivere per me?” chiese il direttore. E noi due, in coro: “Mannò, figurati, si fa così, per parlare…”
Noi lavoriamo solo per caso, o per sfiga. 
Il lavoro sta ai Rigattieri come il superenalotto a una pensionata.

Minima moralia. 1

mercoledì, marzo 02, 2011

Minima moralia è la nuova rubrica in cui chi vuole potrà lamentarsi delle storture del mondo e sfogare qui la sua rabbia al fine di evitare di sfogarla su qualcuno nella vita vera incorrendo così in spiacevoli conseguenze. Si tratta dunque di una rubrica profondamente moralistica e conservatrice, perché riproducendo le conseguenze nel mondo vero si riuscirebbe forse a cambiare qualcosa, mentre così siamo sicuri che tutto rimarrà una merda. Però almeno ci saremo tolti qualche frustrazione. Forse.

Allora, Minima Moralia 1.


Io credo che chi scrive un articolo (più o meno scientifico) e cita più di un autore per pagina, ovvero più di 10 nel complesso del suo articolo, debba: 1) essere espulso a vita (sì, da tutto quello di cui fa parte); 2) avere quotidianamente una buona dose di diarrea che gli impedisca di esercitare le più semplici funzioni vitali - un po' come la signorina con il vibratore nella passera di Snake of June; 3) in ultimo, salvo ravvedimenti comunque tardivi e scuse mai sufficienti, e ovviamente al prezzo del ritiro di quella cosa dal mercato mondiale in qualunque forma, debba in ultimo, dicevo, per compensare almeno un minimo il male che ha arrecato al mondo, morì.

EVASIONI

domenica, febbraio 13, 2011

Bonifici, ricompense, versamenti e donazioni


TENGO FEMMEIGLIA