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breve riassunto della situazione

giovedì, novembre 17, 2016


Siccome penso che una delle cose più intelligenti che potessimo fare negli scorsi anni – e come sempre le cose intelligenti si fanno per caso, o almeno a noi è capitato così – sia stata scrivere questo blog, che rimane una miniera di ricordi e che, sempre che non scompaia, racconterà a un gruppo di amici come ha vissuto l'era pre-facebook dicendo qualcosa non soltanto delle nostre vite ma anche di un pezzo di società degli anni duemila, vorrei fare un breve riassunto della situazione vista da questi tempi. In ordine sparso e con molte lacune, magari le andrò riempiendo via via. 

I rigattieri, come prevedibile, vivono sparsi per l'Italia. Qualcuno sta anche all'estero, ma più o meno tutti sono nello stivale. Che fanno?

Uno insegna all'università, tre hanno vinto un concorso e teoricamente insegnano a scuola, ma erano i concorsi della buona scuola di Renzi, quelli in cui i posti vinti non esistevano. Uno che faceva la normale e poi si buttò nel mondo del lavoro passò da una banca per poi tornare al vecchio amore, l'editoria. Un altro figliò (di uno già sappiamo che figliò in tempi ancora rigattierici) e si è inventato un lavoro dal nulla, col coraggio di cambiare tutto e la capacità di investire i (pochi) soldi di altri rigattieri. Uno se ne andò nel profondo nord a insegnare sostegno con supplenze precarie, un'altra precariamente passava di assegno in assegno, mentre con altri si inventava cooperative che impaginano e curano i libri per gli editori, che un tempo curavano i libri e ora li fanno curare ad altri. Diversi traducono, per lo più saggi, da lingue che più o meno conoscono. Due nel frattempo sono diventati madrelingua recuperando tradizioni familiari e traducono in altre lingue o a volte fanno torte. Uno danza (egli danza). Un'altra alleva gatti e insegna agli universitari e ai bambini d'asilo, probabilmente allo stesso modo. Pochi sono rimasti a Pisa ma tutti ci tornano periodicamente. Uno è tornato in Sardegna e nessuno riesce a capire esattamente cosa cazzo faccia. Uno, pur di inventarsi qualcosa di strano, è finito a Singapore, perché a Honk Kong gli pareva troppo vicino. Un'altra è finita a Palermo e ancora non ha capito perché. Un'altra ancora fa corsi di storia in Inghilterra anche se è filosofa e si occupa di letteratura, e adesso è stata raggiunta da uno storico che arriva lì tramite una casa di moda (o forse no?) e si porta il tè della Coop (in Inghilterra, dimmi tu). Una coppia poetico-accademica aspetta un figlio che nascerà a Berlino. Uno si occupa di cinema e più d'uno dei rigattieri ha intrecciato il mondo lgbt (pensa te). Una gira che ti rigira, scrive i libri sui filosofi, è la più forte di tutti ma fa la cameriera per orgoglio proletario. Tutti più o meno si sentono, e purtroppo non scrivono più su questo blog perché facebook, uozzàp, telegram…

Tutto sommato stanno tutti bene.

le quattro cause di un film

sabato, settembre 26, 2015


Come ai tempi in cui il sapere non era tale se non era condiviso, e come sempre un po' per gioco un po' sul serio, a partire da un esempio trovato nella Nuova storia della filosofia occidentale di Kenny e immaginando di provare a ipotizzare strategie autarchiche da sperimentare in classe, ho chiesto a un po' di rigattieri allargati di provare a identificare, aristotelicamente, le quattro cause di un film. Anche e soprattutto per vedere se quelle che avevo identificato io avessero senso oppure no. Per me, pensandoci di getto, era abbastanza chiaro che causa materiale del film fossero i fotogrammi (in quanto pezzi di pellicola, o quanto vi è di analogo nei file), e che la causa finale fosse la realizzazione stessa del film. Quanto alla causa formale pensavo si potesse identificare nell'idea del film, e dunque nella sceneggiatura (nel suo senso più ampio, comprendendo cioè l'idea del regista in fase di realizzazione vera e propria), mentre la causa efficiente era forse, semplicemente, l'operatore con la macchina da presa. Un elenco scritto di getto e come tale incontestabile, sotto pena di tristezza perenne.

Cosa ne pensavano gli altri? E quanti altri avrei potuto coinvolgere e non avevo chiamato? Ma mi basavo sul gesto immediato, sulla noia di un pomeriggio alla biblioteca regionale di Palermo, in fondo forse su una strana forma di istante propizio. I rigattieri sono stati al gioco, come sempre. Le loro risposte dicono forse qualcosa anche di ognuno di loro. 

Piggì:
causa materiale: la pellicola
causa efficiente: il regista
causa formale: il montaggio delle immagini
causa finale: il godimento dello spettatore

Lanz:
causa materiale: la pellicola o il file
causa efficiente: il proiettore
causa formale: immagine movimento
causa finale: il messaggio

Nichi:
causa materiale: la pellicola, lo schermo
causa efficiente: tutta la troupe
causa formale: idea del regista, degli attori, sceneggiatura
causa finale: tante, tipo fare un bel film, avere successo, vincere un premio, ecc.

Ciccì:
causa materiale: boh (la pellicola? la macchina da presa? la luce? qual è la materia di un film?) 
causa efficiente: il regista
causa formale: il profitto, se sei a Hollywood; l'idea del cinema, se sei a Cannes
causa finale: il pubblico, se sei a Hollywood; l'arte, se sei a Cannes

Alealo:
causa materiale: le immagini
causa efficiente: il regista etc
causa formale: il film
causa finale: lo spettatore

[non contenta, Alealo inventa una quinta causa, strumentale: la pellicola (e tutti gli strumenti tecnici), e  ancora insoddisfatta aggiunge che l'esempio del film esibisce l'insufficienza delle quattro cause aristoteliche]

Tex:
causa materiale: il supporto analogico o digitale su cui le immagini sono registrate
causa efficiente: l'ostinatezza del regista
causa formale: le immagini in movimento
causa finale: la comunicazione di significati attraverso immagini

[insoddisfatta, Tex commenta: «dipende da quale capitolo della metafisica vuoi utilizzare per attribuire una teoria del genere ad Aristotele», come se volessi attribuire qualcosa a qualcuno, o ancora peggio muovermi tra i capitoli della metafisica manco fossi Aladino…]

Coferi:
causa materiale: pellicola o supporto digitale
causa efficiente: tutta la crew, dal soggetto alla prostproduzione, passando per registi, attori, truccatori, montatori, grafici, musici, ecceccecc.
causa formale: non esiste, perché l'opera è un'essenza singolare - al limite la potremmo pensare come il rapporto tra l'opera stessa e il canone filmico, da cui però il film si definisce per eccentricità (se parliamo di film da cinema, perché se parliamo di video amatoriali, videoclip, video istallazioni il discorso cambia). 
causa finale: siamo contro, ma direi triplicemente articolata, in appagamento estetico dello spettatore, appagamento narcisistico dell'autore, ripartizione inedita del reale. 

Mi rivolgevo infine a un vero esperto, che come tale non accettava di stare al gioco in maniera sbrigativa, e si impegnava veramente nel compito che gli sbolognavo come una patata bollente. Lo chiameremo, per tutelare la sua rispettabilità, "'o professore":

In termini aristotelici, la tua domanda steampunk non ha una risposta univoca, e questa è forse la ragione della varietà di soluzioni che, a quanto mi dici, hai potuto raccogliere. L'esplicazione delle quattro cause in ambito poetico è una materia complessa (e anche relativamente poco studiata dalla critica). 
Così, per un verso, secondo l'unico esempio di cui com'è noto disponiamo, la tragedia è una forma di imitazione di «un'azione nobile e compiuta benché grande», la sua causa efficiente è l'arte del tragediografo che la compone, la causa materiale, ovvero ciò di cui è costituita, sono le sue «parti», che concorrono nel suscitare le passioni di «pietà e terrore», la cui catarsi è il fine della tragedia (Poet. I 6).
Per altro verso, però, Aristotele precisa che «le azioni e il racconto sono il fine» (1450a 22), ma queste stesse, nel loro prendere forma nella rappresentazione tragica, possono anche essere considerate come la causa efficiente della catarsi dello spettatore, e in questo senso si dice che della tragedia «principio e in certo modo anima è il racconto» (1450a 38). Le cose si complicano poi ulteriormente se si considera la genesi dell'arte tragica, cioè la “nascita della tragedia” (Poet. I 4), perché allora, per esempio, la causa efficiente è la tendenza innata dell'uomo all'imitazione, che assume poi nella storia diverse forme poetiche; o ancora se l'indagine riguarda la concreta messa in scena di un'opera tragica in particolare, perché allora il novero delle cause materiali ed efficienti si amplia (recitazione, macchine sceniche ecc.).

Su questa falsariga, lavorando di analogia, si può tentare una risposta.
La causa formale di un film sarebbe la forma specifica di cinema a cui appartiene, cioè il suo “genere cinematografico”. Partendo dalla definizione di “cinema” che i cineasti considerano in qualche modo normativa, nel bene o nel male, cioè più o meno «arte dello spettacolo basata sull'immagine in movimento» (e che è presupposta per opposizione anche da operazioni come Blue di Jarman o La Jetée di Marker ecc.), si tratterebbe cioè di specificare se è un film western o una commedia sentimentale, o ancora un film “sui generis”, e poi all'interno (o all'incrocio) di questi generi qual è la forma di un certo film in particolare. 
La causa efficiente sarebbe l'arte cinematografica del cineasta, la sua poetica cinematografica, ma qui dobbiamo intendere in senso “architettonico”, come direbbe Aristotele – cioè nel senso in cui diciamo che un film è “di Bergman” o “dei fratelli Cohen”, perché contano anche le poetiche del direttore della fotografia, del montatore ecc. e l'arte degli interpreti.
La causa materiale corrisponderebbe alle diverse "parti" del film, cioè le voci dei titoli di testa e di coda, da regia, sceneggiatura, direzione della fotografia, montaggio ecc. a colonna sonora, casting, produzione esecutiva, costumi ecc. compresi ovviamente catering, trasporti ecc.; ma anche, su un altro piano, le macchine da presa e le luci, il ciak, la sedia pieghevole in tela bianca del regista; e da un altro punto di vista ancora si possono considerare causa materiale le inquadrature, le sequenze e le scene; e poi naturalmente la recitazione e gli attori stessi.
Come fa Aristotele con la tragedia, tutti questi elementi (l'elenco è aperto) possono essere poi considerati a loro volta secondo altre prospettive. Così ad esempio la fotografia del film è il fine in vista di cui ci sono il direttore della fotografia, i riflettori, il diaframma della macchina da presa ecc. O la suspense è “principio e in certo modo anima" di un thriller.
Sulla causa finale ultima di un film azzarderei un'ipotesi. Sarà vero che ars gratia artis, come ci ricorda la MGM, ma meno genericamente e forse più postaristotelicamente si potrebbe dire che un film mira a trasformare un immaginario condiviso nella dinamica di una forma di vita.

il natale dei rigattieri

giovedì, dicembre 25, 2014

Ho fatto gli auguri di Natale a qualche rigattiere. L'ho fatto al modo dei rigattieri, e penso che anche le loro risposte dicano qualcosa di ciascuno di loro. Avevo deciso preventivamente che avrei inventato la risposta di almeno uno di loro, per giocare sull'effetto comico del post: non ce n'è stato bisogno.

SMS DI AUGURI DEL CAPO: 

Pesante


SMS DI RISPOSTA

Ciccì: E inzomma…

Lanz: Pesantissimo

Ferari: Vero.

Bezzina: Vero.

Mheo: Parecchio

Happy: Lo so. Ma Natale è Natale. Sò pesi che dobbiamo portare. Augurerrimi.

Maurinho: Eh già… sono raffreddato.

Genni: Cosa?


p.s.: non posso non riportare questo omaggio che la dice lunga (non solo) sulla mia militanza cinefila, e di cui ringrazio moltissimo l'omaggiatore 

"Ho trovato oggi un VHS con gli inizi di vari film. Penso fosse la tua azione di correzione culturale per i miei canonici 5 minuti di ritardo al cinema. Una testimonianza degli esordi. Buon Natale!
(il vhs non è "A spasso con Daisy")


NRC XXIII - American Hustle

domenica, gennaio 12, 2014


Poniamo che tu non abbia visto Ocean’s eleven, Ocean’s twelve eccetera eccetera. Poniamo che tu faccia parte di quella sfortunata parte della popolazione, che magari si crede anche a modo suo nel giusto (diciamo: di quelli del bene) avendolo fatto. Ecco allora che potrai cascare nel gioco di American Hustle, o insomma, trovartici a tuo agio. Perché diciamoci la verità: 135 minuti per quello che ci ha mostrato sono un po’ troppi. Non che tu regista sia un incapace, intendiamoci. Anzi: ci è anche piaciuto il modo in cui hai diretto gli attori, facilitato certo dal trovarti tra le mani alcuni attori davvero bravi (Christian Bale, per dirne uno). Però secondo me – spoiler alert – se meni il can per l’aia per un’ora e mezza per andare a parare sulla mega truffa che questi devono fare per tirarsi fuori dall’impiccio, beh allora non capisco più che cosa abbiamo fatto nell’ora e mezza precedente. Voglio dire: non è che ‘sta truffa sia così potente che tu m’hai fatto aspettà un’ora e mezza in modo che io poi dica: me cojoni! È ‘na truffa buona, per carità, ma no da un’ora e mezza d’attesa. Tanto più che c’avevi ‘sti personaggi carucci, che era più interessante se me approfondivi per dire il rapporto tra Christian e la su dama, o persino toh tra Christian e la su moglie, altro personaggio aggarbo. Devo dì che non lo so perché, forse ti sei fatto prendere troppo dallo spunto di realtà che soggiaceva alla storia? Ti sei dovuto piegà a raccontarci la storiella? Peccato, perché era meglio quando te ne stavi pe i cazzi tua, che mi parevi più interessante, me ‘ntrigavi di più. Poi lo sai che sono un grande fan di Bob De Niro: che me lo metti là per due minuti come a dì “ce sta o nun ce sta”? Me sembra che me stai a pijà per culo. E guarda che io me n’accorgo. No? Peccato, perché c’avevo tante aspettative, a reggì. (Vogliamo sparà un po’ a zero sul doppiaggio? Mamma mia. Meno male che ce stavano li regazzini che parlavano con la torcia tutto il tempo, sennò capace che me girava er cazzo ancor di più). E vabbè la colonna senora, ma senora quando?

l'allegro spettatore

domenica, novembre 17, 2013


Caro amico vicino di poltrona, di ritorno dalla proiezione che ci ha appena visti compagni di percorso non posso che continuare a rivolgere a te il mio pensiero. Più del film che abbiamo visto, infatti, mi ha colpito l’incredibile affinità che ho provato nei tuoi confronti: anche tu come me, restio ad ammettere di aver cambiato secolo, ti ostini a frequentare quei cimeli del passato che sono le sale cinematografiche, forse anche tu convinto che tutto sommato, come si vedono al cinema, i film non si vedono da nessuna parte. E resisti: resisti persino all’ottusa consuetudine che ci impone un doppiaggio che – ne sono certo – anche tu in fondo vorresti combattere, anche se l’idea ti spaventa, anche se ti piace sentirti cullato da questo italiano inesistente che previene qualunque imprevisto accompagnadoti come le nenie senza senso che ti cantava tua madre da piccolo. Nel tuo intimo, in fondo, anche tu vorresti gettarti nelle montagne russe della versione originale, anche se non riesci a confessarlo a tua moglie. Sì, quella stessa moglie a cui senti l’esigenza di confessare ogni tuo pensiero, ogni tuo barlume (tu, novello Serge Daney di provincia) sul film che stiamo vedendo, anche se è un thriller, anche se qualcun altro, oltre tua moglie, potrebbe ascoltarti. (In fondo la cosa che stai dicendo è così intelligente che, a parte che parli così piano che nessuno ti sente, figurati comunque se non apprezzerebbe). 

Ecco caro compagno, io conosco le tue buone intenzioni, e lo capisco che non è colpa tua se non riesci più a distinguere il salotto di casa da un luogo collettivo in cui, come adepti in cerca di un mistero da scoprire, continuiamo nonostante tutto a raccoglierci. Ma appunto con la più grande amicizia vorrei dirti – se per caso avrai modo di leggere queste mie – che quel luogo non è il tuo salotto, altrimenti tanto valeva che ci incontrassimo da te, no? Nella sala (così c’è scritto all’ingresso: pensa che bacchettoni!) devi mantenere un atteggiamento un po’ diverso; non per me, figurati, ma perché magari al signore dietro di me – che lo so che è un rompipalle, ma che ci vuoi fare: è fatto così – la tua disinvoltura sembra quasi dargli noia (sicuramente perché gli ricorda quant’è triste lui). 

Ti confido un segreto, compagno: poco fa, mentre legittimamente sfoderavi la tua torcia per controllare facebook, puntandogliela – com’è giusto – dritto negli occhi, mi è sembrato di udire uno sbuffo quasi di rivolta, come se tu non avessi diritto – in quell’ora e mezza che sembra poco, ma invece comunque è un sacco di tempo, figurati se non ti capisco – di controllare tre o quattro volte il tuo smartphone, che t’è costato pure un bel po’ di soldini e giustamente non è fatto per restare chiuso nella tua tasca. (Lo so che ogni tanto ci pensi, che per quell’ora e mezza potresti provare a staccarti dal mondo e concentrarti sul film, ma ricorda sempre che Steve Jobs ti guarda, e che tutti i momenti che sottrai alla sua creazione ti verranno fatti scontare in app sempre più appetitose e irresistibili, togliendo un’altra maglia a quel dolce cordone che ti lega come quello di tua mamma quando ti cantava nenie senza senso).

Devo dirti poi che il signore suddetto (l’ho visto durante l’intervallo), che tra l’altro era straniero e già era nervoso per i fatti suoi per questa interruzione che non s’aspettava (pensa che incivili, ‘sti stranieri! che vabbé che il cinema ci piace, ma senza bomboniera a metà che gusto c’è?), s’è immediatamente acclimatato ed è corso a comprare il suo pacco di patatine, per poter – giustamente – rispondere al coro degli altri sacchettini attorno a sé per tutto l’inizio del secondo tempo. Non ti chiedi mai, amico spettatore, come mai questi cinemi provinciali non abbiano ancora pensato a vendere durante l’intervallo (o all’ingresso) anche quelle trombette da stadio, o un fischietto, in modo che tutti possano immediatamente comunicare agli altri la loro approvazione – o, al contrario, il loro sdegno – nei confronti della scena appena vista? Io credo che renderebbe il tutto ancora più speciale, ancora più collettivo. 

Ed è per questa stessa ragione, amico vicino, che spero che ci rincontreremo uno dei prossimi giorni. E se in un momento particolarmente caldo del film comincerai a sentire degli schizzetti sulla nuca, o nell’orecchio, o sui pantaloni, sappi che non è l’ultima trovata dell’esercente fantasioso. Sarà il mio modo di comunicarti un’empatia comune, la mia maniera di manifestare la gioia e contemporaneamente di armarmi (insieme a te!) contro la modernità in maniera allegra, spensierata, gioiosa. Gli schizzi della mia pistola ad acqua ti uniranno, in un unico getto copioso, a tutti quelli che come te amano condividere le proprie emozioni all’interno di questo spazio fuori dal tempo che è la sala cinematografica. All’esercente fantasioso, invece, penserò in un secondo momento, ringraziandolo per le sue scelte commerciali con tutta l’attenzione che merita.

Ci vediamo presto! Io ti aspetto.

NRC XXI - ARIDATECE STEFANO ACCORSI

martedì, settembre 18, 2012


Dietro la pioggia di consensi a un film modesto come È stato il figlio si cela un problema reale che riguarda il cinema italiano contemporaneo e il suo futuro, nonché in una certa misura una tendenza molto cattolica e tutta italiana ad aspettare e glorificare sempre il Salvatore (Santa Rosalia, Berlusconi, Monti, e così via). Il Salvatore del cinema italiano è Toni Servillo. Attore straordinario fuori da ogni dubbio, ma la cui onnipresenza (atta a garantire un tocco di autorialità a qualunque film partecipi, e cioè più o meno tutti) crea un certo appiattimento e una grave crisi nel cinema italiano: la scomparsa degli altri attori. Non ci vuole molto a notare che non tutti gli attori sono adatti per tutti i film. Tanto straordinario è il Servillo scoperto da Sorrentino (soprattutto ne L'uomo in più, ma anche nelle altre prove) quanto modesto il suo contributo, grottesco oltre il grottesco, stereotipato nelle forme di un Tony Pisapia/Pagoda che stenta a uscire da sé, in un film come quello di  Daniele Ciprì, mentre ancora di grande levatura è il suo ruolo da deputato pidiellino in Bella addormentata di Bellocchio. Non ce l'abbiamo affatto con Servillo, insomma: ci chiediamo semplicemente come passi le sue giornate Stefano Accorsi, e quand'è che imparerà mai a recitare se lo teniamo per così tanto lontano dagli schermi.

NRC XX - The Dark Knight Rises

venerdì, settembre 14, 2012




Per comprendere la dinamica narrativa di questo film bisogna partire dal titolo. È singolare e dovrebbe destare attenzione. La traduzione italiana, come spesso accade, è superficiale e distratta (Il cavaliere oscuro: il ritorno). Nell’originale infatti sarebbe, letteralmente: “sorge”/ “si alza”.
Ma che significa?
Ultima puntata della trilogia di Nolan, TDKR abbatte le barriere del convenzionale “cinepanettone” americano e supera di gran lunga la pur inquietante, strisciante follia del secondo capitolo (quello del Joker di Heath Ledger: epico, fantastico, ma discontinuo a tratti).
Innanzitutto, il trattamento del tempo: tra un capitolo e l’altro passano infatti 8 anni. Il protagonista è un uomo caduto nell’ombra, svanito nel silenzio di un esilio che si è auto-comminato. Non solo, nel frattempo è intercorsa una decadenza fisica evidente (altro totem abbattuto: l’inviolabilità del corpo dell’eroe).
In preda a fantasmi e ossessioni inestinguibili, l’eroe viene a poco a poco abbandonato da tutti.
È qui che si colloca lo snodo fondamentale: l’arrivo di una forza malvagia – vera incarnazione della forma della paura – il terrificante Bane (interpretato da un Tom Hardy spettacolare: sentitelo in originale). A quel punto avviene la caduta del Cavaliere Oscuro: e qui Nolan inserisce correttamente la vera storyline del fumetto (la saga Knightfall, anni ‘90).
Ma, dopo inenarrabili sofferenze dentro il pozzo nero di Ras ‘al Gul, l’eroe affronterà il cammino a ritroso. Dalla caduta all’elevazione. E qui si situa, anche a livello di citazioni un po’ raffinate, la seconda storyline, ben più celebre: The Dark Knight Returns di Frank Miller.
Da quel punto in avanti, il movimento del ritorno, del “sollevarsi”, sarà del resto così imponente da sconvolgere l’intero universo narrativo.
Equilibrato, essenziale, il film scorre in maniera travolgente, senza rallentamenti, rivelando una struttura sorvegliata, quasi da thriller piuttosto che da kolossal hollywoodiano. Nolan realizza quindi un "palinsesto". Cancella un genere ormai classico e ci scrive sopra un racconto mitico.
Con quel fascino dell’immedesimazione che, prima, ci porta tutti quanti dentro il pozzo nero: per poi farci uscire fuori, alla luce.

NRC XIX - L'estate di Giacomo

venerdì, agosto 10, 2012

Giacomo è sordo (però un po' ci sente). Va a fare il bagno nel fiume e tira il fango alla sua amica Stefania. Stefania diventa cieca, e ci ridono, e sembra Non parlarmi non ti sento. Però non diventa cieca sul serio, scherzava. Lei allora gli tira il fango e glielo infila nelle mutande, ma tanto le mutande sono un costume, e quindi è facile togliere via il fango. Poi (anzi prima) ballano con il fiore in bocca, e tu vorresti che si baciassero, e invece non si baciano. Poi spunta un'altra, che è sorda pure lei, e tu pensi "ma è la stessa di prima oppure no"? E non riesci a darti una risposta. (Cioè il 99% degli spettatori sì, ma noi che ci siamo fermati a Quell'oscuro oggetto del desiderio non capendo mai che erano due attrici diverse no). (Ed erano proprio diverse diverse, una bionda e una bruna, figurati queste che tanto tanto s'assomigliano, anche se forse poi mica tanto). Ma il film è tutto rarefatto, pianosequenziale, poetico. E a parte tutto questo sproloquio, che è da contratto perché questa è una rubrica strana e bisogna parlare in modo strano, il film è veramente bello e questa NRC era solo una scusa per parlarne, perché il film è veramente bello e merita davvero che lo recuperiate. Di Alessandro Comodin, uno che ha la nostra età e che invece di cazzeggiare sta a fare i film così. Bravo.

NRC XV - This must be the place

lunedì, ottobre 17, 2011


This must be the dubbing, continuavo a ripetermi mentre cercavo di capire dove andasse a parare questo Forrest Gump travestito da Emo. Ma non era solo quello, e al cinquecentesimo carrello devo ammettere che cominciavo a spazientirmi. Continuavo a distrarmi dal filo della storia, e non riuscivo a non pensare che se fossi stato presente sul set non avrei resistito alla tentazione di prendere – bonariamente, s’intende –  Sorrentino a bacchettate sul dorso delle mani, imprecandogli contro e dicendogli, per dio, di provare per un attimo a stare fermo con quella macchina da presa. Capisco l’estetica da presentazione da iPhoto, che anche a noi la prima volta che l’abbiamo scoperta anni fa ci sembrava fighissima, ma ora persino noi ci siamo anche un po’ rotti il cazzo. E poi pensavo anche che le musiche non andrebbero usate proprio a muzzo, e che per mettere oggi Iggy Pop in un film la cosa deve avere molto senso, e non essere usata in una scena dentro al cesso (sì, Trainspotting c’è già stato, quasi vent’anni fa). E poi mi interrogavo anche sul senso di alcune scene di passaggio, molto cool per carità, che però erano strane, tipo il pattinatore che cade, il bottiglione di birra, il caffè napoletano e anche i colori sparati, o quella scena della macchina che sembra presa da un film degli anni Settanta (una sola). E infine mi dicevo che tutto sommato meno male che ’sto film non l’ho proprio capito, perché se anche avessi intuito qualcosa a me ’sta storia del nazista che finisce nudo sulla neve mi sa che m’avrebbe proprio fatto incazzare.

Cinemadagascar - Alla scoperta di Claude Le Monsieur

sabato, ottobre 15, 2011


Alcuni grandi autori sono al contempo motivo di stimolo e ragione di cruccio per gli appassionati e gli studiosi di cinema. Claude Le Monsieur, per molte ragioni, ne è il rappresentante per eccellenza. Figlio diretto della linea realista della settima arte, discepolo ideale di Jean Rouch da un lato e Pier Paolo Pasolini dall'altro, è uno dei pochi registi ad essere riuscito a combinare nella sua opera l'unione sempre sognata di documentario di creazione e finzione di realtà. I suoi film sono la rilettura poetica di 40 anni di storia del Madagascar, isola che diventa metafora del mondo intero e pietra di paragone delle evoluzioni della società contemporanea. Naturalmente le opere di Le Monsieur sono difficilissime da trovare, e ciò è dovuto senz'altro a ragioni economiche (il suo è un cinema povero, così povero che non riesce neanche ad avere un commercio e una diffusione in dvd) e politiche (è uno dei pochi veri registi che ha fatto della critica a Hollywood un punto fermo della sua poetica, e dell'anticapitalismo militante un motivo di vanto). Bisogna seguire con grande attenzione le occasioni in cui la sua opera riesce a manifestarsi, sfruttando magari una qualche distrazione del sistema distributivo internazionale. Se in Francia tali occasioni sono comunque state possibili nel corso degli anni, l'Italia è - come sempre - ancora molto indietro. Per questa ragione bisogna essere molto grati a Martino Lo Cascio per aver organizzato il progetto Cinemadagascar, che prevede a Palazzo Steri di Palermo un'esposizione di locandine, foto e oggetti di scena (visitabile fino al 30 ottobre: da non perdere) tratti dalla vasta filmografia di Claude Le Monsieur. Lo Cascio ha avuto modo di intervistare Claude - poco prima della sua scomparsa: ad oggi non si sa che fine abbia fatto il regista malgascio - in un video di 10 minuti in cui il regista parla a ruota libera dei suoi progetti, dei suoi sogni e dei suoi punti di riferimento cinematografici. Dopo aver studiato cinema a Parigi, e concependolo come un'arte che deve continuamente confrontarsi con istanze teoriche prettamente filosofiche, decide di tornare nel suo paese e cominciare a lavorare a partire dal proprio villaggio e con la propria gente, nel tentativo di trasfigurare costantemente il dato nel sognato. Un documentarista visionario, per così dire, che non ha mai smesso di sconfinare nel campo della finzione. Tra i suoi capolavori si ricordano il cortometraggio La monnaie, del 1982, che dopo aver riscosso un grande successo anche in Francia diventa presto un lungometraggio; Maman Clarisse, del 1993, una specie di Mamma Roma in chiave malgascia; Les deux bandes, del 2009, road movie realizzato in tempi miracolosi e con un budget ancora più ridotto del solito; e infine La vie épanouie, del 2011, film sui rapporti di forza e le relazioni di tenerezza che si instaurano tra i gruppi di giocatori di bocce e che, naturalmente, non ha ancora trovato una distribuzione europea. All'interno dell'esposizione Cinemadagascar si possono trovare, oltre ad altri oggetti di scena, anche alcune lettere autografe di Le Monsieur a Pasolini e Jean-Luc Godard. E' opportuno ricordare che, su espressa richiesta di Claude Le Monsieur, il ricavato della vendita dei materiali sarà interamente devoluto a un progetto di sviluppo e cooperazione in Madagascar per l’aiuto di 30 bambini e delle loro famiglie che vivono in condizioni di miseria assoluta in una bidonville di Antsirabe. Non solo un grande autore, ma anche un regista sensibile. 


Post-Venezia 2

venerdì, settembre 16, 2011



Ambientazione: Festa esclusiva. 

Personaggi: Il capo, un filosofo.


QUEI LORO INCONTRI
Atto unico (in molti sensi)



- Scusa ma…

- Prego?

- Scusa ma quello è mio.

- Prego?

- Quello è il mio champagne.

- Prego?

- Quello, è il MIO champagne.

- No, caro signore, lei si sbaglia. Il suo champagne l’ha portato via quella deliziosa signorina con la camicetta color perla mentre lei pisciava sulla siepe. Questo è il MIO champagne.

- Come dici?

- Ha presente il momento in cui lei guardava dentro al magro decolletè della quindicenne che aveva accanto, poco prima della minzione? In quel momento, caro signore, è arrivata la signorina con la camicetta color perla e s’è portata via il suo bicchiere. Fanno tanto gli chic, ma appena volti le spalle subito ti fregano il bicchiere.

- Ma dai.

- E già, caro signore.

- Ma tu che fai, lavori qui?

- Si figuri caro signore, io sono un imbucato. Diciamo che ho le mie conoscenze.

- Sono i migliori, gli imbucati. Io insegno filosofia all’università di B.

- Anche Lei imbucato?

- In qualche modo.

- Ma dai.

- E già.

- Vuole un po’ di champagne?

- È che ho finito la coca.

- Ma dai.

- E già. 


Sipario, applausi.

ogni riferimento a luoghi, persone, spazilancia, piscine, hotel excelsior è puramente casuale.

NRC XIII - Il ragazzo con la bicicletta

martedì, giugno 07, 2011


Il cinema dei fratelli Dardenne è un cinema poco noto al grande pubblico, forse perché bollato dall'etichetta: autoriale (e dunque rigido, noioso, e così via). Ma contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la misura e il rigore sono capaci di trasmettere grande passione, come succede nel loro ultimo lungometraggio, presentato in concorso all'ultimo festival di Cannes e vincitore del Gran Premio della Giuria. Il ragazzo con la bicicletta è la storia di un dodicenne indomito, scontroso, irrequieto, e della sua dolorosa condizione di abbandono familiare. I registi costruiscono il loro film come un'indagine tutta orizzontale sui movimenti del corpo e dell'anima di questo ragazzino, che rimanda alle figure infantili per nulla pacificate di un certo cinema francese (dall'Antoine Doinel dei Quattrocento colpi alla banda irrequieta di Zéro de conduite). Ma la forza del film risiede nella capacità di toccare vette altissime di pathos a partire da una storia del tutto lineare e da una direzione volta all'essenzialità. A partire da uno sfondo "sociale", i Dardenne riescono a trascinare il basso della concretezza più assoluta verso l'alto delle emozioni che coinvolgono lo spettatore, mettendo in atto un'operazione di astrazione materica. Contro la spiritualità del film di Malick si pone allora la materialità di quello dei Dardenne; alla trascendenza di uno sguardo sulle origini della vita si oppone l'immanenza di una vita singolare, quella di Cyril, corpo in fuga dalla famiglia, dall'infanzia, dalla violenza.  I piani sequenza delle corse in bicicletta, gli scatti improvvisi di Cyril e la recitazione impeccabile di Cecile de France meritavano, ancora una volta, la palma d'oro.

NRC XI - Habemus papam

sabato, aprile 23, 2011


C'è una cinematografia invisibile, nel cinema italiano, talmente invisibile che forse non verrà mai scoperta - non per questo essendo meno reale o importante di quella visibile. Pensavo a questo, ieri, quando uscendo dal cinema mi si faceva notare che era forse un po' blasfemo essere andati a vedere Habemus papam di venerdì santo, mentre davanti al Teatro Massimo sfilava una processione pseudo-religiosa, con le confraternite travestite ad hoc (pallido riflesso della settimana santa andalusa). Film tutt'altro che blasfemo, tra l'altro, e contemporaneamente tutt'altro che religioso. Le proteste e gli inviti al boicottaggio si commentano da soli. E però Moretti sembra riproporre molti anni dopo proprio quel film (frammentario, sconnesso, realmente rivoluzionario) che una notte di ispirazione vide partorire gli appartamenti di via rigattieri, di fronte a una macchina da presa scalcinata, con attori improbabili. C'era già tutto: i dubbi, le incertezze, le bizzarrie di un papa fuori dagli schemi, un papa che voleva fare l'attore, e prendeva in questo modo coraggiosamente su di sé (come Michel Piccoli) tutte le angosce di un'epoca. Quel papa blaterava cose apparentemente senza senso, eppure piene di vita, piene di vero sentimento umano. Purtroppo, quel film non vedrà mai la luce. Nessuno però riuscirà a toglierci dalla testa che questa volta il buon Nanni abbia pescato a piene mani proprio da lì. 

NRC X - Vallanzasca. Gli angeli del male

mercoledì, gennaio 19, 2011

 
Sembra che la preoccupazione principale legata all'uscita del film su Vallanzasca sia il pericolo della mitizzazione di un criminale. Ma Vallanzasca è un mito. I miti non sono necessariamente positivi, e in ogni caso nel mito di Vallanzasca c'è più di un aspetto positivo. E il fascino deriva da questo: dall'ambiguità e dall'ambivalenza del personaggio, dal suo coraggio ma anche da una certa fragilità. Dalla capacità di assumersi le responsabilità e di sfidare le convenzioni – basta guardare i filmati d’archivio dei processi. E Kim Rossi Stuart è bravo a interpretarlo, rende l'idea per chi ne ha solo sentito parlare. La simpatia di Vallanzasca è simile a quella di Mourinho: una simpatia da schiaffi, o peggio. Ma è già molto. Ora: riesce Placido a rendere questa simpatia? Solo in parte: perché se da un lato il film segue troppo pedissequamente la scheda di wikipedia, non lasciando grossi margini all'invenzione, dall’altro quando lo fa (in occasione di una sparatoria di Filippo Timi, ad esempio) le scelte registiche fanno rimpiangere un tipico, classico Placido. È un po' pasticcione, diciamola così; e un po' superficiale. La funzione del sangue, ad esempio, è quella cerchiobottista di attutire l’inevitabile fascino del personaggio, come a dire: era un mito, ma era anche cattivello, non dimentichiamocelo, non stiamo mica qui a farne l'apologia. Ma mica c'è bisogno di sottolinearlo in continuazione. La cattiva coscienza cattolica non ti fa rischiare fino in fondo, insomma. Come ha detto Vallanzasca a Radio 24: peccato, "il film poteva essere un capolavoro". E siamo ben lontani.

C'est ce qu'on a eu de meilleur

martedì, gennaio 11, 2011

Un piccolo video pieno di domande, pieno di senso. L'omaggio di un grandissimo del cinema a un altro grandissimo, nel primo anniversario della sua morte. Qui sotto il testo, parzialmente incompleto, pieno di spunti.


Vous vous souvenez du nom du café? C’était quand? Non.
Quoi?
Employer le verbe avoir. ça reviendra.
Il y avait le Royal Saint-Germain. Non.
Le CCQL, Frédéric Froeschel, Non.
Anthony Barrier. Non.
La rue Lescot. Non.
Les esclaves du désir, au Cluny. Oui ça se peut.
Zerbi ou chez la comtesse boulevard saint-germain. Non.
Rue de (...) avec la vache dans la salle de bain. Non.
On allait taper taplan pour l’avocat, oui.
La sonate à Kreutzer, non. Mais les Bérénices oui.
Et ce déjeuner à Tulle, les deux dans la salle à manger.
Et la mère qui mange dans la cuisine. Hein?
Et après place Monge. La femme qui mange dans la cuisine. Les deux amis dans la salle à manger. Oui.
Et Adamov, un homme profond, non.
Alors les petites filles modèles, Josette Sinclair, Guy Deray, Joseph Keke, non.
On montait au 5ème de… au 5ème de l’hotel de… mais quand? Mais quel nom, cet hôtel?
Canguilhem passait devant… quand il sortait de la Sorbonne et allait vers les grands hommes.
Non, c’est quand elle descendait à … à droite de la Sorbonne et qu’elle tombait sur la préfecture de police en remontant à gauche vers ()
Il y avait les premiers tourne-disques chez Raoul Vidal. Oui.
Et il y avait le (...) aussi (...)
L’or des noctambules, Henri Pichette, Gérard Philippe.
L’homme à la fleur à la bouche, Jean Gruault, Jacques Mauclair
Libérez Henri Martin. Non, non.
Ah ça y est, je sais. Je sais, j’ai retrouvé. Il s’appelait “le vieux navire” ce café.
Non ce café c’était le "Old Navy".
Oui, avec les deux soeurs ramacciotti, oui
Oui, avec les deux soeurs ramacciotti, oui.
Ah, c’est ce qu’on a eu de meilleur, dit Frédéric.
Oui c’est ce qu’on a eu de meilleur, dit Deslauriers.

NRC IX - Hereafter

giovedì, gennaio 06, 2011


Cominciare l'anno con un bel film porta bene. Herafter è un bellissimo, bellissimo film. Cominciare l'anno con Hereafter porta bene.
Per fare una critica cinematografica sensata bisogna dire qualcosa di intelligente su un film. Quando si è abbagliati è difficile dire qualcosa di intelligente su un film. Quando si è abbagliati è difficile fare una critica cinematografica sensata (ma per fortuna qui siamo nella Nuova Rubrica Cinematografica).
La forza di un film risiede nella storia, nelle immagini, nelle idee, nei dettagli. Può una semplice inquadratura di una donna con la frangetta sullo sfondo di una porta bianca in un comunissimo corridoio d'appartamento essere meravigliosa? Può.
La potenza del cinema risiede anche nel permettere gli incompossibili. Nella variazione sul tema. Nel gioco con il noto. Non voglio anticipare nulla, e dunque faccio un esempio neutro. Sia data la serie ABC. Quello che vi aspettate, proseguendo la serie, è: D. A meno che non vi troviate in un meccanismo che persegue la sovversione delle regole, ma non è il caso di Eastwood. Prendete la fine di questo film, solo per fare un esempio. Ecco la serie: ABC. Cosa fa Eastwood? Mette D, ma la mette tra parentesi. E poi riprende la serie, e conclude con E. Ma non lo fa come se il suo fosse un gioco di prestigio: lo fa come se stesse compiendo un miracolo. C'è D (come a dire: tanto era già nella vostra testa, perchè non farvelo vedere?): ma c'è anche E. Ed è nella capacità di mostrare insieme (in sequenza, ma che importa) D ed E che sta la grandezza di questo ultimo, incredibile, film del grande Eastwood.

NRC VIII - American Life

domenica, dicembre 19, 2010


 
Siete un po' fricchettoni, dite la verità: si vede che siete un po' fricchettoni nell'anima. Predicate la libertà e amereste il libero amore (ma il vostro partner vi farebbe correre, piuttosto). Oppure no e anzi odiate le coppie libertine, libertarie, ma anche quelle sfasciallitte, quelle precisine, gli sposini perfetti e quelli che non fanno altro che dirsi cosa dovrebbero fare. (Oppure siete tra quelli che si danno i voti l'un l'altro? Vi fate i dispetti e collezionate punti? E poi vi premiate o vi punite? Viziosi...). Di certo tutti sanno sempre cosa è meglio per voi: ma perché non capiscono che voi siete speciali e siete i soli padroni del vostro destino? Che gentaglia. Quelli lì mica li sanno crescere i loro figli. Guarda quelli! Che cose ridicole che fanno! Noi non saremo così, amore, vero? Noi non faremo questo errore né quest'altro né quest'altro. No, questo no! Noi viaggeremo, e ci ameremo, e ci supporteremo e ci coccoleremo come nessuno al mondo. Bene: allora siete fortunati, perché Sam Mendes ha fatto (più di un anno e mezzo fa, ma in Italia siamo avanti, no?) un film per voi, che è un road movie intelligente, divertente, ben scritto e ben recitato. E noi che non solo li doppiamo, i film, ma ci piace adattarli alle nostre abitudini, ci siamo tolti pure lo sfizio di cambiare il titolo - ma lasciandolo in inglese che fa più figo. Che Away we go magari lo scambiavamo per una vacanza loucòst, non si sa mai.

NRC VI - Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti

domenica, ottobre 24, 2010


 
Gli animali vanno molto quest’anno. Ma c’è animale e animale, ovviamente. Una bufala, una corda, un nodo. Uno scimmione con gli occhi rossi, un fantasma, una capanna, terre coltivate, gente che lavora. Una sacca per la dialisi, cerotti, un cuoco, un laotiano (mai fidarsi dei laotiani), un cane. Altri scimmioni con gli occhi rossi. Acqua, rocce, terra, caverne, liane, soldi, televisori. Un telefono cellulare, un bonzo. Una torta nuziale fatta di neon come altare per un funerale. Un pesce gatto (un pesce gatto) nella fica (nella fica) di una principessa (prima vecchia, poi giovane, poi scompare). Il pesce parla, ma non mi sembra la cosa più grave. Un racchettone ammazzazanzare enorme, rosso a forma di farfalla, da far impallidire Alì, Modu, Moisà e tutti i senegalesi di Pisa. Monaci vari. Una zoppa e una bambina. Altri soldi che si chiamano Bath. Fotografie. Una camera d’albergo. Un’automobile, all’inizio, un po’ di sbieco. Istantanee di soldati in assetto di guerra; insetti e comunisti. Occhi rossi senza scimmioni, nel buio. Altre grotte, diversi fiotti d’acqua. Alberi, tanti alberi. L’ultimo capolavoro di Apichatpong Weerasethakul, regista che si può solo copincollare. Il film premiato con la Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes. Presidente della giuria: Tim Burton. Aaaaaaaaaaaaaaahhhh, ora comincio a capire: Tim Burton…

NRC V - La pecora nera

giovedì, ottobre 07, 2010

 
Se i poeti pœtassero, gli imbianchini imbiancassero, i treni viaggiassero e i fiori fiorissero, sarebbe necessariamente un mondo migliore? Non ne sarei così sicuro. Certo è un po’ strano quando un fiore si mette a viaggiare e un imbianchino si mette a pœtare. Non che non ne possa uscire qualcosa di buono, anzi: dalle contaminazioni più azzardate nascono spesso opere memorabili (penso al mélange tra musica, fumetto e cinema in The Wall di Alan Parker). Altre volte si tratta invece di incontri mancati, perché per far scattare la scintilla e rendere il suo gesto significativo l’imbianchino non può mica pœtare come tutti gli altri, come dire: dovrebbe mettere tutta la sua pittura nella sua pœta. Altrimenti la cosa perde un po’ di senso. Così mi pareva in quel Persepolis a cui sembrava mancare un’anima: cosa aggiungeva il film al fumetto di Marjane Satrapi, se non una (mera) maggior diffusione? Speravo in qualcosa di più: altrimenti, conoscendo già il fumetto, non sarei andato. E lo stesso devo dire di questa pecora nera di Celestini, teoricamente impreziosita dalla fotografia di Ciprì. A questo punto si poteva pure mettere a pœtare, e sarebbe stato lo stesso. È chiaro che mica si può esigere da tutti una sperimentazione come quella che Carmelo Bene ha fatto con il cinema, ok. Ma di qui a riporre in Celestini le speranze per le sorti del cinema italiano, mi sembra che ce ne passi. Bisognerebbe saper distinguere, insomma: altrimenti toccherà arrivare alla triste conclusione che i teatranti, alla fine, è meglio che teàtrino.

NRC IV - Inception

lunedì, settembre 27, 2010













Non mi va di usare il termine capolavoro. È un termine semplificante, riduttivo in un certo senso.
Sì, perché come Memento ha segnato l’ultimo scorcio del secolo scorso, così oggi Inception può a buon diritto aprire la strada per i prossimi anni del cinema (americano).
L’intento di Nolan, sia nel primo sia in questo film, è infatti quello di costruire una trama avvincente, appassionante, credibile per mettere in scena un’immensa, struggente autodafé.
Dopo l’eccelso tirocinio compiuto sul personaggio di Batman, Nolan riesce a costruire un kolossal dell’immaginario, un action movie dell’inconscio. E se si accetta di correre insieme a lui, beh, diventa impossibile non restare senza fiato da metà film in avanti. Una sceneggiatura diabolica e impeccabile, effetti speciali che mescolano vecchi trucchi al digitale e infine una storia semplicemente bellissima.
Senza svelare nulla (è impossibile, servirebbero dieci pagine…), vorrei soltanto suggerire di non lasciarvi influenzare dalle solite recensioni che parlano di Freud, Matrix e vari luoghi comuni.
Il protagonista di Inception è un cavaliere oscuro che diventa boia di se stesso, custode delle sue colpe, dannato al ricordo perpetuo.
Come accadeva in Memento, anche qui il vero nucleo di senso è fornito dal rimpianto, dal dolore per qualcosa che si è perduto. La medesima pena che doveva scontare Guy Pierce, smemorato seriale. Proprio come diceva lui, alla fine, rivolto alla sua amata. Non riesco a ricordarmi di dimenticarti.

(per non venir meno alla consegna, lascio solo queste poche righe. Su giornivariabili verrà presto un testo più argomentato)