Nel ridicolo crepuscolo italiano che stiamo vivendo si stanno diffondendo varie degenerazioni neurologiche che affliggono e ottundono le menti.
Oltre alle sopravvivenze inspiegabili di soggetti come Asor Rosa (scusate, provo sincero sconcerto per la scomparsa selettiva di certi accademici a discapito di altri…), oltre alle proposte gruppettare di Paolo Flores D’Arcais (“usciamo tutti fuori dal Parlamento!!”: benissimo, così poi Lui chiude la porta alle nostre spalle e tanti saluti…), assistiamo al diffondersi di fenomeni anche da parte di nostri quasi-contemporanei (diciamo, dai cinquant’anni in giù: i ggiovani, insomma).
Tra le tante cose che ci sarebbero da moralizzare in questa rubrica minima, cercherò di parlare questa volta di un fenomeno ben preciso. La filosofia “like”.
Come sapranno molti di voi, il pensiero “like” si ricollega alla prassi diffusa su Facebook di alzare il pollice virtuale in segno di approvazione. Questa funzione di per sé idiota del social network sta diventando sempre di più una forma mentis. È diventato un riflesso immediato cliccare sopra i contenuti più svariati. Non importa se stai cliccando sopra una brutta notizia, l’ennesima contestazione politica sulla rete, la notizia della morte di un cagnolino: è tutto “likebile”.
E quindi, in definitiva, non possiamo/vogliamo dire più nulla di significativo. A volte, anzi, basta il gesto come condensazione massima di tutti i nostri micro-pensieri.
Più in generale, mi sembra, il pensiero “like” va a sommarsi a un ulteriore fenomeno: la diffusione della conoscenza tramite web. È la conoscenza “linkabile”. Potenzialmente infinita, consente l’accesso a un tripudio di collegamenti privi di gerarchia e, soprattutto, privi di un limite sensato (quante informazioni e quanti link riusciamo a sopportare? Dopo quanto tempo l’informazione diventa puro surfing?).
Sono cose poco simpatiche da dirsi. Ma le sperimento tutti i giorni. E mi è venuto spontaneo e immediato metterle per iscritto dopo che un nostro Padre Fondatore ha confessato l’altro giorno su Facebook di essersi arreso alla propria indole di destra: non ce la faceva più, dopo anni di estenuante “militanza” nella sinistra più insulsa dell’occidente.
Ecco, io più o meno ho provato una cosa simile, ma di segno diverso. Si tratta della necessità di recuperare un minimo di “gerarchie” mentali: ovvero, la capacità di strutturare un pensiero compiuto.
Così, per cominciare, ho messo giù un piccolo elenco di cose da fare:
- proseguire nella battaglia ideologica contro i “creativi digitali” (solo l’espressione mi fa venire istinti omicidi);
- considerare FB una fonte di informazioni e di comunicazione tra persone (e basta);
- leggere qualche saggio noioso e lungo (ho il cervello atrofizzato);
- recuperare Kant e Hegel dal manuale del liceo;
- ripassare il principio di non contraddizione.
Non ce la farò mai.

