QUAESTIO II. DE IUXTA POSICIONE DOMINI DIEI.

mercoledì, ottobre 20, 2010





Praesentatio
Sciascia, nella postfazione al suo Candido,ovvero un sogno fatto in Sicilia, dice che ci sono libri che ne generano centinaia di altri, e questo è il caso del Candide del grande filosofo illuminista Voltaire (che tra gli altri ha generato appunto pure il Candido di Sciascia). Allo stesso modo, a mio avviso, ci sono post che ne generano altri, e questo è il caso di “Sisì e l’America 2.0” del grande filosofo illuminista Cc (che tra gli altri ha generato appunto pure il presente post).
In particolare, il grande Cc ci sfida a pensare una grande alternativa: la domenica dovrebbe essere all’inizio o alla fine della settimana? All’inizio, come vorrebbero gli americani (in questo, temo, più biblicamente corretti di noi, visto che pare che il Signore si sia riposato di Sabato), o alla fine, come vorremmo nel vecchio mondo (in questo, rivendico, più filologicamente corretti di loro, visto che domenica è il giorno del signore e dio si è riposato alla fine del lavoro, e non prima di cominciarlo)[1]?

Digressio
[Prima di porre il problema in modo da offrirne la soluzione, vorrei fare una breve considerazione antropologica, sottolineando come i due modelli si adattino perfettamente alle diverse culture che li esprimono: qui prima esci con una e poi (dopo lunghe e meditate riflessioni) vede se te la dà o meno, là tanto per cominciare ti fanno un blowjob[2], e poi si vede se uscire (almeno così dicono)].

Disputatio
A favore della domenica a fine settimana si può dire che:
- sembra una giusta ricompensa per una dura settimana di lavoro (e sembra anche che, in ultimo, si giustifichi l'intera settimana: visione cattolica della settimana).
- Inoltre, sembrerebbe stupido riposarsi prima di aver lavorato (sarebbe come pulirsi prima di farla[3]).
- Se infine ti giochi subito la domenica, con che spirito la prosegui, poi, la settimana? Lavori pensando costantemente che non ti riposerai fino alla prossima settimana: un tempo gigantesco, a pensarci, il che toglie oggettivamente ogni slancio.

Ma, d’altro canto, la domenica come primo giorno della settimana ha non di meno i suoi vantaggi.
-       Se muori di venerdì sera, per esempio, non hai di che rammaricarti: ormai la domenica te la sei goduta, nessuno te la toglie più. È come mangiare le cose buone all’inizio del pasto, così se poi ti passa la fame ormai quelle sono in saccoccia. O meglio, è come se ti dessero la pensione tra i 20 e i 35 anni, e poi ti facessero lavorare finché non tiri le cuoia.
-       Ma soprattutto: se la domenica è a fine settimana, ci arrivi senz'altro molto stanco, e finisce che non te la godi, mentre se ce l'hai a inizio settimana sei bello fresco (e diventa un giorno di piacere e non di riposo: la domenica non è più in funzione della settimana lavorativa, ma diventa domenica in sé).
-       Il giorno di riposo a fine settimana ha un repellente odore di finalismo.


Determinatio
A questo punto, l’ago della bilancia non pendendo da nessuna delle due parti, credo che l'unica soluzione sia mettere la domenica all'inizio e alla fine della settimana, il che risolverebbe tutti i problemi.
Be', quasi tutti: per esempio, dovremo fare due domeniche coincidenti nello stesso giorno, o due giorni separati, uno all'inizio e uno alla fine della settimana? Se ne può discutere, ma la prima ipotesi temo che tenderebbe a creare confusione (come lo spieghi, ai poveri di spirito, che due giorni coincidenti non sono lo stesso giorno?), e dunque bisognerà optare per la seconda: due domeniche per settimana (ciò che è per altro sancito chiaramente dalle Sacre Scritture).
Ma ancora: faremo dunque settimane di otto giorni? Non credo proprio, visto che sarebbe una contraddizione in termini!
Dunque bisognerà sacrificare un giorno della settimana per trasformarlo nella seconda domenica.
Io direi il martedì.


[1] Certo, loro la chiamano Sunday, ma noi non accettiamo filologie pagane.
[2] Un signore di una certa età mi disse che una volta in Italia non si facevano pompini, che era una roba d’esportazione dagli Stati Uniti, come le patate e le chewing-gum, e che erano il corrispettivo erotico del fast food.
[3] Cfr. R. Benigni, L’inno del corpo sciolto: “Quindi cacate, perché è dimostrato/ ci si pulisce il culo dopo aver cacato”.

... e sono tre...

lunedì, ottobre 18, 2010


Dì la verità, Maciste, come hai deciso di festeggiare il tuo terzo compleanno? A casa coi tuoi, o li molli e te ne vai da qualche parte con le amiche? A noi lo puoi dire, che tanto non lo diciamo ai genitori...

SÉI

venerdì, ottobre 15, 2010


mi dicono che è ora di imparare a scrivere

Sisì e l'America 2.0


Mi si chiede come sto qua in America. Per carità, mica me l’avete chiesto tutti, però molti di voi sì, quindi mi sembra carino rispondere, no?
Io, in America, non ci sto male. Strano a dirsi, vista l’ultima tragica esperienza chicagona. Eppure è così, non ci sto male. D’altra parte, se mi diceste “Ma allora stai bene!”, beh, dovrei rispondervi di no, perché non è che ci sto proprio male, e non è neanche che ci sto proprio bene.
Il problema è che io, ‘sti americani, mica li capisco. Ma non che non li capisco perché non li capisco, no! Non li capisco perché qui la vita quotidiana è diversa, e questo tende ad annullare i miei sforzi per vivere quella vita serena e tranquilla che tanto desidero. Un esempio? Un esempio: domenica scorsa (il capo già lo sa.. il capo sa sempre tutto!) volevo andare a vedere “Gilda” (da pronunciare rigorosamente Ghilda, altrimenti so’ ccazzi) all’Arsenale de noantri, il DocFilms. E siccome ci tenevo proprio tanto ad andare, sia perché volevo vedere Ghilda, sia perché dicevo a me stesso “No, non passerai tutta la domenica a casa a leggere Harry Potter” (poi forse parleremo anche di questo, o forse no..), allora ho controllato e ricontrollato l’orario più volte, così da evitare, che ne so, di andare alle 9 invece che alle 7, per uno stupido errore. Arrivo così perfettamente in orario – anzi, un po’ in anticipo – mi siedo, si apre il sipario (sì, qui al cinema c’è il sipario), e.. comincia un film muto del 1913 a tema biblico, di una noia veramente fuori dal comune, e di cui mi ricordo solamente che c’erano un sacco di pavoni. Io ero arrabbiatissimo! Perché, mi chiedevo, cambiare il film senza neanche avvertire? Che ci state a prendere per il culo?! Ma, d’altra parte, nessuno vicino a me sembra sorpreso.. Il trucco si è poi svelato quando ho ricontrollato il calendario, e mi sono reso conto che qui le settimane non cominciano col lunedì, ma con la domenica, e quindi l’ultima colonna a destra, in cui cercavo la programmazione della domenica, riportava invece quella del sabato. Ecco, ora capite cosa intendo?
Altro esempio? Altro esempio: mi serviva un cellulare. Ora datemi pure del pirla quanto vi pare – e, alla luce dei fatti, avreste ragione – ma sono tornato alla at&t, pensando: hanno fatto tanto casino l’altra volta, stavolta non può succedere nulla. Il fatto è che la politica aziendale della at&t è evidentemente quella di assumere personale che parla inglese in maniera incomprensibile, così da raggirare i clienti a piacer loro. E infatti così è successo. Il baldo giovane che cercava di vendermi il cellulare continuava a propormi questa offerta fantastica secondo cui per soli 16 sonanti dollaroni avrei avuto chiamate e messaggi gratuiti per un mese. A me suonava troppo strana, però oh, alla fine dico: è l’America, la terra delle possibilità.. ma sì, facciamo quest’offerta! Ecco però che nello scontrino l’atteso il 16 (sixteen) si trasforma magicamente in 60 (sixty). Io, basito, chiedo spiegazioni. L’altro ride. Ci siamo capiti male, dice. Io m’incazzo. Dico no, un momento, ci siamo capiti male una cippa, ora tu mi cambi immediatamente l’offerta! E lui chiama il servizio assistenza, fa correggere il nome che aveva inserito male (stavolta ero Carlo Condu.. ma stavolta niente di grave, e d’altra parte succede sempre anche in Italia che capiscano Condu) e poi chiede di cambiare l’offerta. Dopo mezz’ora, cambiano l’offerta, ma io il giorno dopo mi ritrovo con 75 dollari di credito sul cellulare e un messaggio che dice che fra un mese pagherò altri 60 euro. Stavolta dico: BASTA, ora glielo riporto, mi faccio restituire i soldi e non se ne parla più. E glielo riporto. E parlo con un’altra tipa. Che mi dice che per avere diritto al diritto di recesso devo pagare 35 dollari. Rispondo: scusa, ma il telefono ne costava 29. Fa lo stesso. 35 dollari. E, naturalmente, non c’è modo di restituire il credito.
Ecco, ora, capite cosa voglio dire? È che quando ti cambiano la quotidianità, il modo in cui sei abituato a organizzare il tempo, e a gestire i rapporti con gli altri e le piccole disavventure, ecco, così ti cambiano tutto! Così l’imbustatore personale alla cassa, il documento in vista ogni volta che compri alcolici, gli alcolici che non si comprano al supermercato ma al negozio di liquori, dove puoi comprare anche le sigarette che, altrimenti, trovi anche in farmacia – ecco, tutte queste cose diventano lo specchio di un modo di vivere che non è il tuo, e di una quotidianità di cui è difficile appropriarsi, ma senza condividere la quale la comunicazione diventa difficile. E allora da superare non c’è più solo la timidezza, o la paura di sbagliare ogni singola parola, ma anche e soprattutto la consapevolezza che l’altro, spesso, ha proprio altro per la testa.

L'infiltrato

venerdì, ottobre 08, 2010



Headline news:
Ignoto viareggino si introduce alla Mondadori a Segrate

Oggi, venerdì 8 ottobre, la sicurezza di Palazzo Mondadori a Segrate è entrata in fibrillazione. 

Dalle prime ricostruzioni pare che una persona non identificata abbia passato le maglie dei controlli all’ingresso. Secondo fonti attendibili, dovrebbe trattarsi di un individuo di nazionalità viareggina. Ignote al momento le reali intenzioni dell’infiltrato. 

NRC V - La pecora nera

giovedì, ottobre 07, 2010

 
Se i poeti pœtassero, gli imbianchini imbiancassero, i treni viaggiassero e i fiori fiorissero, sarebbe necessariamente un mondo migliore? Non ne sarei così sicuro. Certo è un po’ strano quando un fiore si mette a viaggiare e un imbianchino si mette a pœtare. Non che non ne possa uscire qualcosa di buono, anzi: dalle contaminazioni più azzardate nascono spesso opere memorabili (penso al mélange tra musica, fumetto e cinema in The Wall di Alan Parker). Altre volte si tratta invece di incontri mancati, perché per far scattare la scintilla e rendere il suo gesto significativo l’imbianchino non può mica pœtare come tutti gli altri, come dire: dovrebbe mettere tutta la sua pittura nella sua pœta. Altrimenti la cosa perde un po’ di senso. Così mi pareva in quel Persepolis a cui sembrava mancare un’anima: cosa aggiungeva il film al fumetto di Marjane Satrapi, se non una (mera) maggior diffusione? Speravo in qualcosa di più: altrimenti, conoscendo già il fumetto, non sarei andato. E lo stesso devo dire di questa pecora nera di Celestini, teoricamente impreziosita dalla fotografia di Ciprì. A questo punto si poteva pure mettere a pœtare, e sarebbe stato lo stesso. È chiaro che mica si può esigere da tutti una sperimentazione come quella che Carmelo Bene ha fatto con il cinema, ok. Ma di qui a riporre in Celestini le speranze per le sorti del cinema italiano, mi sembra che ce ne passi. Bisognerebbe saper distinguere, insomma: altrimenti toccherà arrivare alla triste conclusione che i teatranti, alla fine, è meglio che teàtrino.

Pensieri veloci contro la nuvola - III

domenica, ottobre 03, 2010



Epoché al figlio

Eppure, se ti raccoglierai in silenzio, riuscirai a sentire ogni singolo strumento e la sinfonia tutta insieme. Come fa il direttore d'orchestra, attento a ogni movimento, a ogni fiato, a ogni vibrare di corda...

E come il cacciatore vedrai lo stormo dorato tra te e il sole freddo del mattino, e allo stesso tempo distinguerai ogni singolo uccello. E vedrai il loro canto e il lamento dell'uccello che sta per cadere...

E come il cuoco raffinato saprai distinguere gli ingredienti uno a uno, e poi giudicare della bontà delle pientanze che stai per servire al re...

E come il cieco saprai accarezzare questo tavolo, e allo stesso tempo orientarti verso la mano dell'amato che ti siede accanto e salutare le asperità del legno ancora acerbo...

Eppure se ti raccoglierai in silenzio, saprai capire questa eterna lotta dall'alto, e allo stesso tempo vedere il volto insanguinato di ogni singolo uomo!

Pozzo

Rinnovo della patente (inferenza esistenziale)

martedì, settembre 28, 2010

Se il duemilaventi, che oggi sembra abissalmente lontano - almeno quanto il duemiladieci sembrava irraggiungibile, nel duemila - arriva nello stesso tempo che ha impiegato ad arrivare il duemiladieci, allora l'ho in culo.

NRC IV - Inception

lunedì, settembre 27, 2010













Non mi va di usare il termine capolavoro. È un termine semplificante, riduttivo in un certo senso.
Sì, perché come Memento ha segnato l’ultimo scorcio del secolo scorso, così oggi Inception può a buon diritto aprire la strada per i prossimi anni del cinema (americano).
L’intento di Nolan, sia nel primo sia in questo film, è infatti quello di costruire una trama avvincente, appassionante, credibile per mettere in scena un’immensa, struggente autodafé.
Dopo l’eccelso tirocinio compiuto sul personaggio di Batman, Nolan riesce a costruire un kolossal dell’immaginario, un action movie dell’inconscio. E se si accetta di correre insieme a lui, beh, diventa impossibile non restare senza fiato da metà film in avanti. Una sceneggiatura diabolica e impeccabile, effetti speciali che mescolano vecchi trucchi al digitale e infine una storia semplicemente bellissima.
Senza svelare nulla (è impossibile, servirebbero dieci pagine…), vorrei soltanto suggerire di non lasciarvi influenzare dalle solite recensioni che parlano di Freud, Matrix e vari luoghi comuni.
Il protagonista di Inception è un cavaliere oscuro che diventa boia di se stesso, custode delle sue colpe, dannato al ricordo perpetuo.
Come accadeva in Memento, anche qui il vero nucleo di senso è fornito dal rimpianto, dal dolore per qualcosa che si è perduto. La medesima pena che doveva scontare Guy Pierce, smemorato seriale. Proprio come diceva lui, alla fine, rivolto alla sua amata. Non riesco a ricordarmi di dimenticarti.

(per non venir meno alla consegna, lascio solo queste poche righe. Su giornivariabili verrà presto un testo più argomentato)

NRC III - Il volo

sabato, settembre 25, 2010


Un Wim Wenders così esplicitamente politico mancava all’appello. E pour cause, verrebbe da dire. Uno esce dalla pseudo-sala in cui proiettano il mediometraggio Il volo (difficilissimo da vedere e certamente da non perdere) e non sa bene che pensare, per questioni che hanno a che fare con la deontologia se non con l’etica, riassumibili nella seguente domanda: che fiducia (si può, si deve) avere nella finzione? Il regista sembra averne poca, purtroppo, nonostante la forza che assumono sotto la sua direzione le immagini di un pallone, di un’enorme muraglia e di un piccolo deltaplano che si libra sul cielo di Badolato, in Calabria. Il sud di questo film è un altro modello di sviluppo, una lotta contro i fantasmi ambientata in un ring fantastorico tra vecchia emigrazione e nuova immigrazione. Ma il nuovo vecchio scontro è ancora una volta quello tra finzione e documentario, avvenire del 3D e origini del cinema: si può raccontare la realtà, la verità, attraverso una storia? È un peccato che Wenders ci creda poco, perché la sua presenza ossessiva sullo schermo eccede il limite del didascalico. Eppure la soluzione c’era, ed era lì, tra una voce fuori campo e l’altra: la voce delle immagini che inventano una storia nella storia, rendendola universale. È nel volto di Ben Gazzara, nelle gambe di Peppino. E se è vero che “solo con le idee si può sconfiggere la barbarie”, come afferma il sindaco di Riace, Domenico Lucano, Wenders poteva forse rifletterci di più (e farsi inquadrare di meno).

L’infanzia terribile di Maciste I

martedì, settembre 21, 2010




Maestra: «Scendi giù da quella finestra! Non ci si arrampica, è pericoloso!»
Maciste (coll’indice alzato al cielo): «Ci si arrampica solo sugli alberi!»
Maestra: «??!!»

[Maciste illustra così la sua dottrina sul balconing responsabile]

NRC II - Bal

sabato, settembre 18, 2010


Provo a fare una recensione, non che ne sia capace, è la prima volta, il lettore saprà perdonarci. Ieri al cinema Off Broadway, sulla Zülpicherstr., dopo aver mangiato la Wiener Schnitzel più cara del mondo in un posto che si chiama "Bei Oma Kleinmann", ho visto  Bal - Honig, vincitore a Berlino nel 2010. 



Prevengo subito le vostre più basse critiche: non ci hai capito niente, era in tedesco. Bene vi sbagliate, questi non parlavano. Su due ore di film, i dialoghi potevano condensarsi in dieci minuti. Già la prima scena annuncia allo spettatore attento che sarà una lunga sfida: diversi minuti su degli alberi a camera fissa con il protagonista che si muove con una lentezza esasperante davanti alla camera, cercando un alveare sugli alberi. Bal e il suo mulo bianco dominano questa scena fissa, che ci introduce la storia di questo raccoglitore mi miele, della sua famiglia, in particolare del figlio Yosuf, e della loro vita tra le montagne.

Padre e figlio hanno un rapporto molto particolare, una complicità che, nei rari dialoghi, viene sottolineata dal loro parlarsi sussurrando. La prima scena è un sogno del bambino, il padre trova un albero, ci si arrampica e ad un certo punto un ramo cede. Il padre cade e rimane sospeso per qualche secondo. Inutile dire che si tratta della trama già spiattellata. Si vede un film lento che si sa già straziante, si perde la speranza in qualsiasi altro finale. Scena di apertura e chiusura, in mezzo il racconto. Ma la lentezza ammazza anche lo strazio, e quindi ti dici, vabbe' concentriamoci sugli aspetti tecnici: bella fotografia, buoni gli accostamenti e il metalinguaggio per la trama psicologica.

In fondo questo è un film che vuole dare il tempo di riflettere, prorpio durante la proiezione. E allora ti accorgi che c’è una connessione tra l’incapacità del bambino di leggere ad alta voce a scuola e il dialoghi che con il padre sono sempre sottovoce. Ti accorgi che c’è una connessione tra la sua voglia disperata di saper leggere e di conquistare una delle medagliette del maestro e la crisi epilettica che ad un certo momento prende al padre quando solo soli nel bosto. Tutto si svolge nella tranquillità più assoluta, neanche un sussulto. C’è spazio anche per la gelosia che a un certo punto Yosuf prova per il cugino. Ci sono piccoli peccati di Yosuf, pentimenti e redenzioni quasi immediate. 

Motivo portante della storia è una frase che si ripete ben tre volte: “bevi il tuo latte Yosuf”. In bambino tra le altre cose, ha un blocco per il latte. La frase la dice la madre a Yosef, in tono ben diverso da quelli che usa il padre. In tono autoritario e comunque affettuoso. Autoritario e comprensivo. La madre è una donna forte che solo alla fine scoppia in lacrime, anche lei quasi già rassegnata alla fine del marito.  La prima volta, il latte lo bene il padre, salvando così il figlio. La seconda volta, il padre era già via verso il non ritorno, pur di non berlo il bambino si stappa dei capelli e ce li mette dentro. Alla fine il bambino beve il latte, quando capisce che il padre non sarebbe tornato. Ma la madre non dice niente, come a sottolineare la gravità della cosa. Qui la frase non viene detta, ma tu te l’aspetti e ala fine è più rumorosa che nelle altre occasioni. Lui va a scuola e legge ad alta voce, non bene, ma riceve l’ultima medaglia. Poi torna a casa, vede la madre piangere contornata di donne e uomini e scappa. Si addormenta sotto un albero e il film finisce con una scena fissa omologa a quella iniziale. 

Un bel film, dove, come dicevo, la lentezza uccide ogni cosa. E anche la simbologia - latte, sogni costanti del bambino, sottovoce e sussurri - un po’ troppo prevedibile. 

NRC I - Somewhere

mercoledì, settembre 08, 2010


C'era una volta un mondo fatato. Il mondo fatato è il mondo di persone che voi neanche lontanamente fareste una vita come la loro, e che però pure loro hanno i loro problemi, e neanche troppo lontani dai vostri. D'accordo, voi lavate maniacalmente il cesso di casa vostra mentre quelli chiamano due strafighe che ballano la lapdance in camera loro, o si fanno due giretti con la ferrari. Ma non è molto diverso, se ci pensate. D'altro canto, è normale che l'immaginario di chi è figlio di F. F. Coppola sia un po' diverso da quello di tutti gli altri. E infatti non è quello il punto - perché la potenza del cinema sta anche nella possibilità di trascendere l'ordinario verso l'assurdità più ostentata e, perché no, irrispettosa. Il punto è di capire fino a che punto quest'operazione sia capace di affascinare e coinvolgere lo spettatore, anche mettendolo a distanza. Era la forza di Lost in translation, film che ho odiato al cinema e a cui non ho più smesso di pensare nel corso degli anni. Questo Somewhere è invece un film (rigoroso, a tratti divertente, un buon esempio dello stile sofiacoppola, ma tutto sommato) freddo, ed è questo il suo limite più grosso. Freddo nonostante la ricerca di una freddezza che possa riscaldare, insomma. 

p.s.: sì, questo post vorrebbe essere l'inizio della Nuova Rubrica Cinematografica, testi brevi sul cinema contemporaneo. Vediamo.

NRL V - Infinite Jest

domenica, settembre 05, 2010

 
Infinite jest


Io volevo dire anche qualcosa sulla querelle di cui ai post precedenti di questo blog, quindi alla fine sto partorendo una cosa strana e sbilenca ma tant'è.


Sgomberiamo subito il campo da equivoci: jest non ha niente a che fare con il gesto. Significa scherzo, burla, presa in giro, battuta, spiritosaggine. Ma questo non è un libro comico.


Premesse:
Materiali utili alla lettura: un blocco per gli appunti; tanta memoria; una certa quantità di tempo libero.

Consigli:
Le note vanno lette tutte. È consigliabile leggere la nota 304 la prima volta che compare l'indicazione “v. nota 304”. Ma potete anche aspettare che compaia il richiamo apposito.
Fate un breve profilo per ogni personaggio e nome che viene fuori, oppure almeno segnatevi a che pagina viene citato, oppure in quali pagine se ne racconta la vita.
Vi serviranno almeno 5 segnalibri: uno fisso sulla cronologia, uno fisso sulla filmografia di James O. Incandenza (nota 24), uno fisso sulle note e uno alla pagina in cui siete. Il quinto per tornare indietro.

Contenziosi: se riuscite a leggere il libro in meno di 30 giorni, potete restituirlo a Einaudi e, in effetti, dovreste farlo, vista la qualità. Ma DFW non ne ha colpa, sia chiaro. Né ne ha colpa il tris Nesi-Villoresi-Giua che l'ha tradotto [applauso]. Ora, Einaudi ha acquistato (?) il libro da Fandango. Ok, non funziona proprio così. È da un pezzo che non si capisce chi è che in Italia pubblica DFW. Prima Fandango, poi minimum fax, poi arriva Einaudi e fa un casino della madonna.
Permettetemi di fare polemica e rinvangare il recente passato: Einaudi ci lucra. E non me ne frega niente del fatto che “no, sì appartiene alla Mondadori ma no, alla fine è autonoma”. Niente. Einaudi lucra di brutto. Perché non puoi acquistare il libro da Fandango e pubblicarlo tale e quale. Anzi peggio. Il refuso, signora mia, il refuso. Io non ce l'ho col refuso, poverino, e neppure con Fandango. Però, caro Editore

a) se me lo ripubblichi – e mi fai anche 9 ristampe in 5 anni – sarebbe carino tu lo dessi a uno straccio di correttore di bozze. Un errore – mediamente – ogni 3 pagine è troppo. Un numero di nota sbagliato (e quale!) è insopportabile. Anzi è proprio da stronzi.
b) lo so, il lavoro costa. Anche il libro: 27 euro. Tesoro, Luigi, sono milletrecento pagine. Che fa, magari me lo rileghi? Te lo pago anche 29, tranquillo. Ma cazzo, incollato no... è da stronzi.
c) lo so, la carta costa. Ma Luigi, tesoro, sono milletrecento pagine. Francamente, risparmiare 120 pagine stampando le note in corpo 10 e le sotto-note in corpo 8 – costringendomi all'uso della lente d'ingrandimento – è al limite dell'accordo sottobanco con i medici oculisti e gli ottici. Insomma, se me ne stampavi millequattrocento e mi correggevi gli errori, te lo pagavo anche 30 euro. Fatto 27... faccio anche 30. Tanto, mica lo fotocopio. E poi ci fai una barca di soldi lo stesso. Infatti Fandango lo vendeva per meno di 25 euro. Che stronzata.


Il succo è che Fandango ha fatto una grande operazione culturale perché, signore e signori, siamo di fronte a una delle Cose Più Belle Mai Scritte. La partita di Eschaton a pagina trecento e rotti è, senza alcun ragionevole dubbio, La Cosa Più Bella Mai Scritta.

In breve:
L'azione si svolge prevalentemente nell'Anno del Pannolone per Adulti Depend, o APAD. Gran parte dei fatti narrati hanno luogo nel novembre APAD, anche se scene rilevanti si svolgono tra il 30 aprile e il 1 maggio APAD.
In sintesi, il libro narra di come gli AFR, un gruppo di spietati assassini su sedia a rotelle (v. nota 304) del Québec attenta all'Organizzazione delle Nazioni dell'America del Nord (Onan) cercando di far circolare un film clandestino che stermini gli statunitensi. Il film è, ovviamente, Infinite Jest.
Il finale del libro è scritto a pagina 20, ma non si nota ed è, invero, assai discreto. La cosa può essere intuita, in effetti, perché i fatti delle prime pagine si svolgono nell'Anno di Glad [no, non l'anno dei felici, proprio l'anno del deodorante per interni Glad, quello di un soffio di Glad], che corre dopo l'APAD.


Giusto per fare capire al Capo quanto è importante questo libro, diciamo che è in grado di sciogliere il suo personalissimo nodo gordiano sull'ironia, dal momento che restituisce a questa figura retorica tutto quello che la risata le ha scippato. [Capo, qui mi linki il post sulla tua lettera a Repubblica, grazie]. È altresì delittuoso che tutti 'sti qui che si riempiono la bocca di cinema e filosofia non l'abbiano letto.
Fondamentalmente il testo si caratterizza per una serie di cose scritte troppo divinamente e cortesemente giustapposte, con intuizioni che esibiscono genialità in vario grado (dalla banale ovvietà alla compulsione fino all'estasi) e modi scribendi rather impressive, da tuttotondi psicologici dostoevskiani a scimmie tondelliane (che non sai se è stato il Nesi o Wallace a metterci Tondelli) a giocatori di rugby che si innamorano di agenti segreti en travesti manco fosse il primo Austin Powers (per una lettura queer di Austin Powers si veda Judith Halberstam, In a Queer Time and Place, cap. 6, pp. 125-151, New York University Press, New York 2005). Il tutto mentre DFW fa un'articolata disamina delle dipendenze da sostanze e visioni e martella il lettore con l'idea ossessiva e sua personale e complicata fissazione che il cliché e l'ovvio esprimono, mediante lavorìo da tortura della goccia, una grande e terribile verità (cfr. Questa è l'acqua, del Nostro, 2005) assediata da cose che vi dovrebbero fare sbellicare dalle risate ma che in realtà siccome DFW dimostra che questa sua idea in fondo può essere vera allora non vi fanno ridere proprio per niente perché annichiliti da cotanta grandiosità e terribilità.


Inoltre:
Dopo questo libro, anche le forme più alte di fantascienza sono da considerarsi completamente superate sotto ogni punto di vista (fra l'altro la parte sulle dipendenza sembra la riscrittura di Un oscuro scrutare, mentre le “cartucce” al posto dei DVD o del Blu-ray risultano decisamente steampunk).
Da qualche parte esiste una linea che collega direttamente il minimalismo di Carver con il massimalismo radicale e metodico di DFW. Ma questo è solo un sospetto e la mia tariffa come investigatore prevede una diaria di 100 euro.
Oltre ad aiutare e incrementare le competenze linguistiche, il testo è una grande palestra di logica e memoria. E vi fa sudare meno sangue e sentire meno scemi che un Calasso.
Prende sia di pancia che di testa. Anche quando avete i canali empatici occlusi come me. E li stura anche un po', vi dirò.

 cc si-culo

(quest'ultima immagine è un'aggiunta di molto posteriore - dicembre 2011 -, ed è Fritz Lang dal set di Metropolis). 

Proposte di alternativa: l’ego scriptor e la terza via

mercoledì, settembre 01, 2010




Chiedere a uno scrittore di entrare a far parte di un movimento organico è chiedere troppo.
Non esiste in natura. Lo scrittore si palesa infatti nel mondo come esemplare patologico di egocentrismo: declinato nella modalità “diva” se ha successo e nella modalità “recluso” se introverso e di scarsa presa sul pubblico. Rarissimi sono i casi di romanzieri e poeti che riescono a condurre un’esistenza normale.
La querelle agostana sul caso Mancuso-Mondadori ne è stata la dimostrazione ulteriore.
Gli interventi di livello sono stati pochissimi e comunque quasi tutti segnati dall’adagio autoassolutorio: “io faccio così perché...”, “io?! e perché dovrei andarmene proprio io?...”, “e io che c’entro?”, e così via.
Come se fosse impossibile, per uno scrittore italiano, trovare valide argomentazioni che superino il proprio contratto editoriale o quello del suo vicino (più alto o in basso in classifica).
Una simile povertà contenutistica del dibattito ha avuto anche altri effetti secondari:
-          una generale morigeratezza dei toni: quasi tutti (Giornale e Libero esclusi, savasans...) hanno infilato guanti di velluto; strano, per un Paese dove appena si può ci si accoltella fra contradaioli di opposte fazioni...
-         la perdita di vista dei dettagli: pochissimi interventi ben documentati, tutti hanno tirato dritto seguendo la vulgata di Repubblica, nessuno che ha messo in campo il vero tema (le proprietà delle case editrici: e sarebbero dunque venuti fuori i problemi di indipendenza di Rcs, la dittatura distributiva di Messaggerie e Feltrinelli, etc.).
-         la mancanza di un discorso strutturale del settore editoriale: e qui, scusate, ma va dato atto a questo luogo di cazzeggio metafisico di essere intervenuto su un “vuoto” nazionale... mica cotica...
Insomma, gli scrittori, per piacere, lasciamoli fare da soli. Non si può pretendere troppo da loro.

Dopo questa panoramica (o questo sfogo, come volete), vorrei prendermi un po’ di spazio per lanciare un tema serio. Che va in una direzione diversa rispetto alla proposta di alternativa lanciata qualche giorno fa. Che non coinvolge gli autori e nemmeno i grandi gruppi.
Ma si rivolge ai piccoli. Ai nuovi e vecchi piccoli editori, a quelle realtà che spesso riescono a pagare a stento i diritti ai propri autori.
In un mercato ristretto, dove ci sono pochi attori che monopolizzano prezzi e fatturati, le realtà piccole o minuscole vanno incontro a due strade, di solito: 1) sopravvivere all’interno di una nicchia dignitosa, oppure 2) scomparire dentro un grande gruppo non appena diventano interessanti economicamente (o falliscono, purtroppo). Sì, perché la selezione naturale avviene, in economia, o per acquisizioni dall’alto o per fallimento dei competitors che non riescono più a stare sul mercato.
E se ci fosse una terza via?
Mettiamo, per ipotesi, che alcune piccole editrici di talento e dal catalogo affine decidano di unire le forze. Diventare più grandi per aggregazione spontanea. Si diluirebbero i costi e si sommerebbero copie e fatturati.
Pensateci: in Italia esistono circa 2600 case editrici, che si spartiscono una torta da 3,5 miliardi di euro (dati Aie 2009).
Un mercato piccolissimo, asfittico. Se considerate che Mondadori e Rcs insieme fanno 700 milioni l’anno... pensate che tutti gli altri si devono spartire il resto...
L’alternativa a un mercato oligopolistico potrebbe esistere. Basterebbe mettere il naso fuori dalle rispettive parrocchie e unire le forze. Soltanto dei piccoli editori “più grandi” (perdonatemi il bisticcio) potrebbero iniziare a scalfire le mura della fortezza: prezzi, distribuzione, catene librarie.
Dei piccoli in grado di contendersi gli autori migliori e iniziare a imporre nuove condizioni al mercato.

caso mondadori e proposte di alternativa 2

mercoledì, agosto 25, 2010

Provo a spiegarmi. 

Metti che Ascanio Celestini decidesse, solo per il suo prossimo libro, di adottare una piccola casa editrice di ricerca che si chiama Titivillus, viene dalla provincia toscana e si occupa con attenzione e originalità di teatro. Metti che Camilleri decidesse (finalmente) di fare di Ingrid la protagonista di un romanzo tutto suo, e proponesse a Iperborea di pubblicarlo. Metti che Saviano il suo prossimo romanzo lo pubblicasse con :duepunti, che in terra di mafia ha creato una casa editrice che guarda all'Europa e oltre (e infatti ha preso un Nobel nello stupore dei colossi, che si sono svegliati solo dopo). E così via e così via (esempi casuali sulla base delle limitate conoscenze di chi scrive, certi che si possano moltiplicare). Non è che troveremmo i libri di questi piccoli editori su tutti gli scaffali dei supermercati, probabilmente no. Però magari qualcosa cambierebbe, nella concezione della distribuzione (e dunque dell'esistenza) dell'editoria in Italia. O meglio: qualcosa sarebbero costretti a cambiarla. E questo sì che sarebbe uno scrupolo morale serio, che gli intellettuali potrebbero forse cominciare a porsi pubblicamente.


caso mondadori e proposte di alternativa

domenica, agosto 22, 2010

Cari autori del gruppo Mondadori,

sono un vostro lettore, e vorrei approfittare degli scrupoli che hanno spinto Vito Mancuso a scrivervi ieri su Repubblica per sottoporvene qualche altro, in vista di una discussione su argomenti che riguardano voi tutti. Riguardano noi tutti, se mi permettete, perché il vostro sostegno è anche il nostro, che leggiamo, discutiamo e quindi compriamo i vostri libri. I suoi scrupoli possono essere occasione di manifestare i nostri: diversamente, è chiaro, non per questo in maniera meno decisiva.

Viviamo in un paese in cui la garanzia dei diritti, personali e non, è sempre più messa in discussione da continui tentativi di delegittimazione del potere giudiziario da parte dell'esecutivo, che rischia di spingere chi ha un'idea politica diversa a schierarsi in maniera acritica con le forze inquirenti e giudicanti dimenticando troppo spesso la fondamentale presunzione di innocenza che è alla base di qualunque idea giusta di diritto. Ma il caso Mondadori, da un punto di vista giudiziario, deve solo essere una base per una riflessione più ampia.

Io non ho risposte, caro Mancuso, ma una proposta sì: una proposta tangibile, che non condanni nessuno prima dell'accertamento dei fatti, ma che possa avere un senso da un punto di vista più generale, per la vita culturale del paese. Inutile ripetere qui i meriti di Mondadori e del suo gruppo, che sono evidenti. Più sensato ragionare sul fatto che l'esistenza di pochi immensi gruppi di potere impoverisce di fatto la pluralità di voci all'interno di un paese. Voi siete i più grandi autori della più grande industria culturale del paese. Pochi mesi prima di morire, per ragioni sulla cui validità ciascuno può avere la sua opinione, Saramago decise di abbandonare Einaudi per Feltrinelli, con un gesto politico che certo si poteva permettere e che tuttavia non ha nulla di scontato. Ma ha lasciato una grande industria per un'altra (più piccola ma sempre) grande industria.

Perché la vostra non abbia l'apparenza di una querelle estiva che lascia il tempo che trova, fate un gesto concreto: che non sia volto a danneggiare Mondadori, ma che possa incidere su un'idea di oligopolio culturale che, in fin dei conti, può essere solo un bene cominciare a rimettere in discussione. Approfittate dei vostri scrupoli per adottare una piccola casa editrice. Sparigliate. Per una volta, per il vostro prossimo libro, e senza nessuna decisione definitiva: permettete ad alcuni piccoli editori, penalizzati dall'oligarchia editoriale e distributiva, di tirare un sospiro di sollievo, trovare uno spazio nelle librerie, provare a mostrare più apertamente il proprio catalogo e così via. Schieratevi non contro Mondadori, ma contro un andazzo di politica culturale in Italia. Chi, se non voi? Avrete tutto il tempo poi di stabilire se la vostra decisione sarà stata giusta o sbagliata: ma di certo avrete contribuito a una botta di vita che, mi permetto di credere, potrà solo fare del bene: anche a Mondadori.


dello scrivere di cinema

mercoledì, agosto 11, 2010

Scrivere di cinema è difficile. Più leggo cose di cinema e più me ne rendo conto. Ieri al festival di Locarno è stato proiettato in anteprima per la stampa l'ultimo film di Franco Maresco, Io sono Tony Scott, ovvero come l'Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz. Impaziente di vederlo, cercavo nei resoconti critici sui giornali di oggi qualche spunto, qualche riflessione, qualche giudizio. Nulla. Gli articoli sono tutti pressocché identici: si limitano alla sinossi del film, senza azzardare (nessuno) a uscire dal recinto del certo, dell'inattaccabile, di qualunque ideuzza che, espressa, potrebbe essere contestata. Mi si dirà che lo spazio del giornale, i criteri della redazione, la necessità di informare: balle. La verità è che scrivere di cinema è difficile, ed è da pochissimi. Gli altri si dovrebbero rinchiudere senza accampare scuse, o palesare che, semplicemente, fanno un altro mestiere: gli informatori cinematografici (che è cosa assai diversa). (Se vogliono li possiamo chiamare i ripetitori cinematografici). Basta leggere due righe qualunque di Serge Daney o di André Bazin per rendersi conto della passione (più che della competenza) che ci vuole per scrivere di cinema. Comunque: da quello che si può capire, in attesa di vederlo - se sarà dato vederlo -, il film di Maresco è un film su Maresco, e cioè sull'isolamento intellettuale e artistico, sull'impotenza dell'arte all'interno dello show business e sull'asfissia che paralizza quei pochi che provano a esprimere una propria visione. Che per essere tale (propria, e visione) è solitamente non riconducibile ai paradigmi canonici del visibile. E che per questo, oggi che è più tangibile una violenza fisica e verbale nei confronti di tutto ciò che esce dal canone imposto (o che ci si impone), è marginalizzato. La musica di Tony Scott come qualunque altra cosa. Ho idea che la protesta piccola piccola di quelli che parlano in nome della cultura, del loro lavoro non più considerato e così via c'entri ben poco, e che quella di Maresco sia una riflessione molto più feroce su una questione inattuale e atemporale. Vedremo (se sarà dato).


pro-thesis

sabato, agosto 07, 2010

spettro semantico

lunedì, agosto 02, 2010

Gorgo, vortice. Mulinello. 
Spirale (con o senza fondo). Vertigine, anche, talvolta. 
Risucchio. 
oppure Accartocciare.



Parole e immagini che descrivono nel modo più esatto i movimenti che caratterizzano la scrittura della mia tesi di dottorato.

domande estive

venerdì, luglio 23, 2010

Stavo pensando: e allora ho mandato questa lettera a Repubblica Palermo.


La domanda che vorrei porre alla vostra attenzione è la seguente: contro un'amministrazione che non amministra, non ci resta che piangere? O bisogna agire di modo che una risata possa seppellirli? Sono, queste, alternative valide? Si può (ancora) porre la questione in questi termini?

Il punto è: può l'ironia essere un'arma politica, oppure bisogna credere che ironia e politica si situino agli antipodi, l'una essendo intrinsecamente conservatrice l'altra invece costitutivamente rivoluzionaria? Non è del tutto scorretta una simile affermazione?

Infine: è da considerare ironia della sorte la decisione dell'alimentatore del mio computer di rompersi proprio adesso, costringendomi ad andare in vacanza, o semplicemente bisogna approfittarne?

(r)i gatti ruzzi XV- quello che ricorderò di questi mondiali

mercoledì, luglio 14, 2010

Diciamoci la verità. Questi mondiali ci hanno rotto ancor prima di finire. A me almeno, mi avevano stufato abbastanza. Sarà che non avevo mai seguito un'edizione così assiduamente e che l'ultima volta l'Italia aveva vinto, quindi non c'era storia. Sarà che negli ultimi due giorni ogni volta che vado su youtube, la pagina mi propone in automatico di vedere un video di 45 secondi in cui Casillas bacia la fidanzata mentre lo intervista, e sarà pure che sono così scema da averci cliccato sopra. Sarà che tutte le squadre che via via tifavo dopo l'uscita dell'Italia, hanno perso tutte una dopo l'altra. Sarà che mi sono pure ritrovata a sostenere il calcio marziale dell'Olanda alla fine, senza sapere perché. Per puro spirito di contraddizione, direi. Sarà che non ho retto a tutta la storia del polipo che indovinava le squadre vincitrici. Ma non potevo pescarlo io e vincere il Ruzzino? Mi avrebbe fatto veramente comodo un computer nuovo.
In realtà, tanto per appoggiare indirettamente la teoria del complotto precedentemente avanzata da altri in questa sede, mi sono convinta che gli abbiano piazzato qualche potente esca o magnete per attirarlo sulla bandierina, decisa di volta in volta a tavolino dall'USOPAM.
Insomma, mi dispiace ma non ho più nulla da dire. Non mi va di tessere elogi alla Spagna come hanno fatto tutti i giornali, dicendo che al giorno d'oggi vince soprattutto il gioco di squadra e che bisogna seguire l'esempio della cantera del Barcellona, e curare i giovanissimi talenti nei vivai ecc...ecc...
Non mi va perché 1) non posso convincermi oltre (cioè anche oltre la durata di questo mondiale) che mi interessi davvero una cosa del genere e 2) mi dà fastidio che questa venga presentata come il segno di un qualche progresso dell'umanità che si manifesta attraverso il calcio.  Non mi va di insistere sulla retorica della vittoria che passa dal centrocampo, attraverso la capacità di cooperazione del gruppo, l'intesa, il gioco per la squadra, i passaggi, il mutuo soccorso, il mettercela tutta, e guai a chi cerca la gloria individuale. Secondo me lo sport, un po' di sete di ingiustizia dovrebbe metterla. Cioè, la mette. Nel fare in modo che, se non hai qualcuno da sostenere per evidenti ragioni storiche, geografiche o affettive, tu scelga di tifare un elemento piuttosto che un altro per la sola speranza di vedere ribaltato il sistema generale delle aspettative. Per vedere un po' di miracolo e un po' di predestinazione e godere delle piccole (o grandi) ingiustizie che ci sono dietro i miracoli e dietro le predestinazioni. Per vedere, che ne so, Maradona che stringe il rosario a bordo campo e credere anche tu come lui che la geometria si sconfigga così. Poi, per il risultato, pazienza. La sete di ingiustizia gli insuccessi li tollera abbastanza, perché li mette in conto già da prima. Solo non dimenticherò la faccia di Messi dopo il 4-0 con la Germania, terrea e senza lacrime, con un'espressione di vana colpevolezza disegnata sopra, e la voce del cronista in sottofondo che non si stancava di ripetere "quanto gli mancasse la cattiveria del suo predecessore". Lui ovviamente non ha potuto sentire questo, e tra l'altro presto tornerà a giocare l'equo calcio della adottiva Spagna, un calcio assetato di giustizia. Ma ho pensato a quanto i padri sbaglino, spesso senza saperlo, quando nell'ammirazione impaziente, tra un bacio e un abbraccio, ti chiamano il-loro-Figlio-diletto-nel-quale-si-sono-compiaciuti. Anche in Mila e Shiro, la madre di Mila era la cronista delle partite mi pare, e la guardava destreggiarsi in campo. In segreto.
 (Non c'entra nulla, perché come padre putativo di Messi intendevo ovviamente Maradona e non Salvatore Bagni, ma devo pur rendere onore, ogni tanto, alle vere fonti giapponesi della mia cultura sportiva).
Poi, per citare altre fonti non giapponesi, ci tengo a dire che guardare il gioco della nostra nazionale quest'anno mi faceva costantemente pensare ai romanzi di Jonathan Coe, e non perché fosse avvincente come questi ultimi. Era simile solo ai titoli.  La casa del sonno, La banda dei brocchi. Calzavano entrambi a pennello. 
Ah, alla fine sono arrivata 160° al Ruzzino. Cifra tonda, ma confesso che non l'ho più controllato tanto ultimamente e che non ho capito nulla su come venissero assegnati i punti dopo la fase dei gironi. In maniera strana, in ogni caso.
Ho visto che Enzomma è salito di parecchie posizioni rispetto all'inizio e volevo fargli sapere che per me ha fatto bene, perché le frasi finaliste da stampare sulla Maglia Nera sono parecchio brutte.
Per concludere, vorrei dire in maniera del tutto opinabile che il colore dominante del mondiale è stato l'arancione, tra maglia dell'Arancia Meccanica, Scarpini dei giocatori più gasati, schermata del Ruzzino, e somma dei colori della Spagna. E che la canzone che ho più ascoltato in questo periodo è la seguente e forse la assocerò a tutto questo, tra qualche tempo. Per ora mi fa pensare a quando un giocatore fa cose incredibili sul campo e i commentatori dicono che non è umano ma è "da playstation". Che ancora non so  se è un complimento o no.


(r) i gatti ruzzi XIV - Il nuovo ordine

mercoledì, luglio 07, 2010


I mondiali, per i Rigattieri, non sono mai stati una passeggiata.
Nel fatidico duemilassséi, si andava a scommettere improbabili incroci sulle partite con faticosissime spedizioni fino in zona Stazione, dove si trovava l’unica, abietta agenzie per scommesse.
Però, nonostante tutto, qualche volta ci prendemmo. Ricordo infatti, per i cultori della memoria di questo non-luogo, che l’unica volta in cui i Rigattieri varcarono la soglia dell’Artilafo (io ci andai anche un paio d’altre volte.. questioni di femmine..) fu proprio grazie a una tripletta partorita nella penombra umida della mitica magione pisana.
E poi, come già scrissi nei commenti ruzzinanti, come non dimenticare la bolgia che si scatenava a casa Raffio... Birra, donne e trenini sui lungarni...
Beh, ora a semifinali sopraggiunte possiamo dirlo: il mondiale 2010 è stato molto, molto difficile. Per alcuni, una rovina.
Il primo a essere chiamato in causa è ovviamente il motore immobile di tutto questo mese. 
Il ruzzino. Già.
Un perverso dono di Satana, che ha illuso i Rigattieri con la sua apparente gratuità ma che in realtà ha schiavizzato un gruppo di menti tra le più brillanti che il nostro paese possa vantare.
Ebbene, il Ruzzino ha mandato a puttane il mondiale 2010. E credo proprio che questo meccanismo di telepatia collettiva abbia condizionato, e non poco, l’andamento delle partite. Cacciate via Italia e Francia, con il bollino della vergogna. Fuori Inghilterra, Argentina e Brasile. Dentro Ghana, Uruguay ma, soprattutto: Germania e Olanda. E chi se l’aspettava? Come può essere accaduto tutto ciò? Tutti a puntare, tutti a controllare. Le partite non erano più un momento di condivisione caciarona, ma una lotta fratricida: io salgo, tu scendi, il pallone carambola in porta e... fregati. Tutti quanti fregati.
Poi, il 2010 è stata una brutta faccenda perché eravamo sparpagliati. Divisi, ai quattro cantoni d’Europa a tirarci merda addosso dopo ogni aggiornamento di classifica.
Nel frattempo, le sorti del campionato del mondo si ribaltavano come le rocambolesche vicende della nostra Patria: un ministro dimissionario dopo 17 giorni, i terremotati picchiati dalla pula, i baroni dell’università che dicono di voler cacciare i ricercatori fannulloni, i poliziotti che scioperano sui tetti (e gli operai che li manganellano... no, questa non è vera..), la morte di Orlando (ecchecazzo, aveva preparato tutto per il 2025.. non si fa così, eh, non si fa..). Il mondo e il pallone alla rovescia.

Ma alla fine, diciamolo, un altro ordine si vede all’orizzonte. Un ordine cosmico diverso, magari meno scintillante. Potremmo chiamarla così: la fine dei fenomeni e la sopravvivenza dei precari. Sì perché, pensateci, tutti i protagonisti del proscenio mediatico sono andati a spasso: argentini, brasiliani, italiani.. Capello, Lippi.. tutta quella bella gente che se la tirava, intervistata un giorno sì e l’altro pure, non ha combinato un cazzo.
Via, a casa.
E cosa c’è rimasto? 
L’elegante scuola olandese, che tutti si pigliava per il culo; l’operaismo germanico (tre tocchi e gol di piattone); l’estro giovanile ispanico (ma nelle classifiche economiche siamo più ricchi noi, diciamo sempre... ah, povera Italia..); l’outsider Uruguay, allenato da un gentiluomo che noi giustamente abbiamo preso a calci e rispedito oltreoceano.
Ecco, sono rimasti quelli dietro i flash, in seconda fila. Magari non proprio fenomeni, ma forti, in gamba, veloci. 
Con la giusta fame, concreta, e la capacità di divertirsi insieme. Loro avranno anche affondato la classifica ruzzinante, ma di sicuro ci hanno insegnato qualcosa.
Tre passaggi e zac, gol.

(r)i gatti ruzzi XIII - L'ipotesi pasoliniana

lunedì, luglio 05, 2010


Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “mondiale”.
Io so i nomi dei mandanti occulti delle sue partite.
Perché sono un inellettuale, abituato a unire fili che sembrano lontani e irrelati, perché il mio mestiere è ristabilire la logica dove sembra dominare l’arbitr(i)o, perché sono fichissimo, eccetera.
Ad ogni modo: io so chi vincerà i mondiali (ora che è uscito il Brasile), e siccome sono più coraggioso di Pier Paolo, io ve lo dico pure, chi vince i mondiali. “Certo”, direte, “ce lo potevi dire pure prima, così giocavamo alla Snai e con la vincita compravamo la sede storica di Viarigattieri”. “Vero”, vi risponderei, e poi cambierei argomento. Anzi, lancerei la bomba:

I mondiali li vince la Germania, per via della Grecia.

E che Amicofranci mi perdoni.
Comunque vorrei, prima di esporre l’inoppugnabile dimostrazione (che molti lettori certo hanno già sentito e issofatto condiviso), mostrare i miei titoli: avevo previsto la vittoria del 2002 del Brasile (facile) e la vittoria del 2006 dell’Italia (molto difficile). Dell’ultima possono testimoniare gli stessi lettori che già conoscono l’inoppugnabile dimostrazione (e issofatto la condividono), e potrei perfino mostrare il messaggio che mi mandò la mamma dopo la finale: “La tua teoria mi aveva convinto fin da subito”. (quel messaggio però non esiste più, ahimé, perché a meno di mezz’ora dal suo arrivo, l’ignaro sottoscritto si gettava in una fontana in preda ai festeggiamenti, con tanto di cellulare in tasca – riposi in pace, quell’unico Samsung della mia vita, nuovissimo).

La teoria è quella che segue, semplice e letale, e si chiama, come la maggior parte delle teorie, teoria del complotto:
dice così: “I mondiali vengono attribuiti a tavolino da un apposito organo dell’ONU, e sempre per questioni politiche. Se qualche stato ha bisogno di una mano, allora l’USOPAM,OC (Ufficio Segreto dell’Onu Per l’Assegnazione dei Mondiali, Ovviamente di Calcio) gli fa vincere il mondiale”.
A conferma dell’efficacia della teoria ecco come si sono assegnati i mondiali da quando sono nato io.
1982: Italia; l'unica via per porre fine agli anni di piombo e alle stragi sembra sia quella di affogarli nel clamore dei claxon dei mondiali. Dalla vittoria del mondiale tutti si vogliono bene e perfino lo stato la fa finita di far saltare per aria la gente.
1986: Argentina. Dopo la disastrosa guerra delle Falkland (1982) e il pregevole ritorno della democrazia, si decide da un lato di risarcire e dall’altro di premiare la nazionale bianco-celeste, che tra l’altro, si dice, cià pure un giocatore niente male.
1990: Germania. Il nesso tra caduta del muro, unificazione della Germania e vittoria dei mondiali è fin troppo evidente. «Se vuoi unire un popolo, vinci i mondiali», dichiarò a Die Zeit il cancelliere Helmut Kohl, e poi chiosò profetico: «Se al tempo di Cavour ci fossero stati i mondiali, oggi non ci sarebbe Bossi».
2006: Italia. Piegato dallo scandalo di calciopoli, i membri dell’USOPAM,OC si rendono conto che lo sport principe nella gestione dei rapporti internazionali rischia di smerdarsi, e per coprire le polemiche regalano il mondiale all’Italia, organizzando perfino corsi intensivi per insegnare a Grosso a giocare a calcio, e a Materazzi l’espressione “la maiala di tu’ ma’” in algerino.
1994, 1998, 2002: quando non succede niente di rilevante, il mondiale lo vince il Brasile, che è più forte (dal che si deduce che Felipe Melo è un infiltrato). Conosco le due obiezioni possibili: nel 2001 c’erano state le torri gemelle, e dunque potevano far vincere gli Stati Uniti (magari in una trionfale finale contro l’Atletico Bin Laden), ma il punto è che nessuno, negli Stati Uniti, se ne sarebbe accorto. Il 1998 invece è un caso a sé, in quanto la Francia contravvenne alle regole esplicite, battendo in finale un Brasile già deputato alla vittoria. Le motivazioni del governo francese all’USOPAM,OC furono le seguenti: (a) “i brasiliani non si reggevano in piedi durante la partita (probabilmente in ragione delle notti sregolate a cui si erano abbandonati, quei terzomondisti)” e (b) “siamo francesi, col cazzo che facciamo vincere qualcun altro a casa nostra”.
2010: Germania; la crisi della Grecia, salvata in extremis dal governo tedesco (che sennò affondavano pure le banche teutoni, e dunque la Germania e poi tutta l’Europa, e poi il mondo), ha portato alla ribalta un problema centrale, così riassunto da un sempre spiritoso Helmut Kohl: “Occhio che vi teniamo tutti per i maroni”.



A margine, un doveroso aggiornamento da Pyongyang.
Dopo essersi costituiti Provincia Semiautonoma d’Oltremare dell’Argentina, allo scopo di vincere i mondiali, e dopo che pure l’Argentina è stata presa a pallonate dai campioni del mondo entranti, i coreani rossi hanno avuto una nuova crisi intestina.
La nuova risoluzione, presentata all’ONU nella tarda nottata di sabato, è la seguente:
“In tutta la nostra gloriosa storia, non ricordiamo di avere mai partecipato a un mondiale di calcio. Anzi, se proprio la dobbiamo dire tutta, a noi il calcio ci ha sempre fatto schifo: a noi ci garba il Ping Pong”.

(r)i gatti ruzzi XII - di calcio e mistica

mercoledì, giugno 30, 2010

"Conclusi gli ottavi di finale, sarebbe anche giunto il tempo di fare qualche bilancio" pensavo tritando le mandorle che avrei messo nell'insalata solo dopo averle tostate. "Ma come fare?" mi dicevo, pregustando il sapore dei conini gelato monoprix che avrebbero innalzato il livello della cena. "Non sono abbastanza preparato, non sto seguendo le partite con la dovuta attenzione, sto lavando la lattuga e l'unica cosa che posso fare è ascoltare la telecronaca, come farò, come farò?", insomma: tutto il repertorio classico del paranoico che non ha colto il senso di questa rubrica. È così che repentinamente - sentivo le rotelle girare in testa e il pomodorino rompere la sua sacca protettiva al contatto col coltello - ho pensato che una percezione così distratta non poteva essere il peggiore dei mali, doveva avere una sua ragione, e poteva essere sensato rifletterci un po'. Senza televisione, costretto a barcamenarmi tra i maxischermi dei pub parigini o il siabenedetto sito rojadirecta che trasmette le partite in streaming, la mia visione di questi mondiali è stata anch'essa clandestina: un professore di Pisa direbbe, con un espressione sulla cui bellezza lascio a voi il giudizio, "di sguincio". Quando guardi le partite in streaming il collegamento è quello che è, può saltare, andare a scatti, perdersi per poi ritrovarsi, ma soprattutto è plurilinguistico: se la qualità non è delle migliori hai tuttavia la possibilità di seguire la telecronaca di diversi paesi. Io ormai mi sono appassionato a quelle argentine, mentre onestamente mi sfugge il senso di quelle francesi (dopo il gol del Cile contro la Spagna, qualche giorno fa, gli intellettuali di tf1 hanno commentato testualmente "oh là là! c'est le temps des feuilles mortes!") (ora io  mi chiedo:  è necessario conoscere la storia della poesia mondiale per potersi godere una telecronaca?).

I telecronisti latinoamericani sono invece passionali e appassionanti: prediligono anch'essi l'uso delle metafore, ma sono metafore popolari, più alla portata di tutti: nella lotta senza requie del  Cile  contro il Brasile i commentatori se ne sono inventati di stupende, come quando verso l'85esimo hanno paragonato i giocatori cileni ai musicisti del titanic che continuavano a suonare mentre la nave affondava (a differenza dei commentatori francesi, qui il senso è chiaro e diretto e ti colpisce come una pallina da tennis quando sei a fondocampo che stai abbordando la tua compagna raccattapalle). D'altro canto sono gli stessi che durante le partite dell'Inter in Champion's League, quando la telecamera inquadrava la tipica espressione di Mourinho, dicevano che ha la faccia di uno che mangia sempre senza sale. Ci vuole del genio anche solo per pensarle, cose del genere. Non sarà un caso allora se quattro squadre su otto ancora in gara al mondiale sono sudamericane.

E però ancora non era abbastanza, mancava ancora qualcosa. Anche il chiasso latinoamericano non riusciva a rendere giustizia a quel piccolo miracolo che è in fondo il gol. Un gol non andrebbe sommerso di inutili chiacchiere, né sottolineato con ridondanti "o" che coinvolgono, sì, ma poi lasciano il vuoto dentro. Mi sembra evidente che il gol non ha a che fare con l'etica né con l'estetica, ma che appartiene a una dimensione ulteriore o più basilare, più primordiale, che ha a che fare se vogliamo più col religioso in senso ampio. Come spiegarmi: solo in maniera contingente si può attribuire il gesto che porta al gol a colui che in quel momento gli sta dando corpo, lo sta incarnando; ma il gol in sé è irriducibile alla dimensione umana, all'hic et nunc di una concrezione singolare. Esso dovrebbe essere accolto in maniera più adeguata, perché il gol è forse quell'unico tramite che può permetterci di avvicinarci a dio (al calciatore, a noi che lo guardiamo, persino al portiere che dovrebbe pensare: mi ha trafitto, ma così mi ha salvato). Immagino uno stadio intero intonare all'unisono un coro di vuvuzelas per poi, quando l'attaccante entra in area di rigore, zittirsi immediatamente per stare a contemplare l'evento. Gol.