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Sisì e l'America 2.0

venerdì, ottobre 15, 2010


Mi si chiede come sto qua in America. Per carità, mica me l’avete chiesto tutti, però molti di voi sì, quindi mi sembra carino rispondere, no?
Io, in America, non ci sto male. Strano a dirsi, vista l’ultima tragica esperienza chicagona. Eppure è così, non ci sto male. D’altra parte, se mi diceste “Ma allora stai bene!”, beh, dovrei rispondervi di no, perché non è che ci sto proprio male, e non è neanche che ci sto proprio bene.
Il problema è che io, ‘sti americani, mica li capisco. Ma non che non li capisco perché non li capisco, no! Non li capisco perché qui la vita quotidiana è diversa, e questo tende ad annullare i miei sforzi per vivere quella vita serena e tranquilla che tanto desidero. Un esempio? Un esempio: domenica scorsa (il capo già lo sa.. il capo sa sempre tutto!) volevo andare a vedere “Gilda” (da pronunciare rigorosamente Ghilda, altrimenti so’ ccazzi) all’Arsenale de noantri, il DocFilms. E siccome ci tenevo proprio tanto ad andare, sia perché volevo vedere Ghilda, sia perché dicevo a me stesso “No, non passerai tutta la domenica a casa a leggere Harry Potter” (poi forse parleremo anche di questo, o forse no..), allora ho controllato e ricontrollato l’orario più volte, così da evitare, che ne so, di andare alle 9 invece che alle 7, per uno stupido errore. Arrivo così perfettamente in orario – anzi, un po’ in anticipo – mi siedo, si apre il sipario (sì, qui al cinema c’è il sipario), e.. comincia un film muto del 1913 a tema biblico, di una noia veramente fuori dal comune, e di cui mi ricordo solamente che c’erano un sacco di pavoni. Io ero arrabbiatissimo! Perché, mi chiedevo, cambiare il film senza neanche avvertire? Che ci state a prendere per il culo?! Ma, d’altra parte, nessuno vicino a me sembra sorpreso.. Il trucco si è poi svelato quando ho ricontrollato il calendario, e mi sono reso conto che qui le settimane non cominciano col lunedì, ma con la domenica, e quindi l’ultima colonna a destra, in cui cercavo la programmazione della domenica, riportava invece quella del sabato. Ecco, ora capite cosa intendo?
Altro esempio? Altro esempio: mi serviva un cellulare. Ora datemi pure del pirla quanto vi pare – e, alla luce dei fatti, avreste ragione – ma sono tornato alla at&t, pensando: hanno fatto tanto casino l’altra volta, stavolta non può succedere nulla. Il fatto è che la politica aziendale della at&t è evidentemente quella di assumere personale che parla inglese in maniera incomprensibile, così da raggirare i clienti a piacer loro. E infatti così è successo. Il baldo giovane che cercava di vendermi il cellulare continuava a propormi questa offerta fantastica secondo cui per soli 16 sonanti dollaroni avrei avuto chiamate e messaggi gratuiti per un mese. A me suonava troppo strana, però oh, alla fine dico: è l’America, la terra delle possibilità.. ma sì, facciamo quest’offerta! Ecco però che nello scontrino l’atteso il 16 (sixteen) si trasforma magicamente in 60 (sixty). Io, basito, chiedo spiegazioni. L’altro ride. Ci siamo capiti male, dice. Io m’incazzo. Dico no, un momento, ci siamo capiti male una cippa, ora tu mi cambi immediatamente l’offerta! E lui chiama il servizio assistenza, fa correggere il nome che aveva inserito male (stavolta ero Carlo Condu.. ma stavolta niente di grave, e d’altra parte succede sempre anche in Italia che capiscano Condu) e poi chiede di cambiare l’offerta. Dopo mezz’ora, cambiano l’offerta, ma io il giorno dopo mi ritrovo con 75 dollari di credito sul cellulare e un messaggio che dice che fra un mese pagherò altri 60 euro. Stavolta dico: BASTA, ora glielo riporto, mi faccio restituire i soldi e non se ne parla più. E glielo riporto. E parlo con un’altra tipa. Che mi dice che per avere diritto al diritto di recesso devo pagare 35 dollari. Rispondo: scusa, ma il telefono ne costava 29. Fa lo stesso. 35 dollari. E, naturalmente, non c’è modo di restituire il credito.
Ecco, ora, capite cosa voglio dire? È che quando ti cambiano la quotidianità, il modo in cui sei abituato a organizzare il tempo, e a gestire i rapporti con gli altri e le piccole disavventure, ecco, così ti cambiano tutto! Così l’imbustatore personale alla cassa, il documento in vista ogni volta che compri alcolici, gli alcolici che non si comprano al supermercato ma al negozio di liquori, dove puoi comprare anche le sigarette che, altrimenti, trovi anche in farmacia – ecco, tutte queste cose diventano lo specchio di un modo di vivere che non è il tuo, e di una quotidianità di cui è difficile appropriarsi, ma senza condividere la quale la comunicazione diventa difficile. E allora da superare non c’è più solo la timidezza, o la paura di sbagliare ogni singola parola, ma anche e soprattutto la consapevolezza che l’altro, spesso, ha proprio altro per la testa.

Mission:Impossible ---> A(merican)DSL

mercoledì, novembre 19, 2008

L'insonnia è una brutta bestia e, si sa, colpisce a tradimento: vai a letto dopo una giornata passata a leggere un epistemologo francese in francese, a mangiare cose inauditamente pesanti, e ti dai il colpo di grazia, pensi, leggendo una cinquantina di pagine di Fruttero e Lucentini - che sì, sono bravissimi eh, proprio fa piacere leggerli... però insomma, tutto 'sto indagare, tutto 'sto cercare la volkswagen verde e il foratore di ceri ti metteranno un po' di stanchezza addosso, no? Per l'appunto, ti infili sotto le coperte con gli occhi pesantissimi, il sonno già bello impastato coi tuoi pensieri, sicuro che per addormentarti ti ci vorrà un attimo, neanche il tempo di uno sbadiglio... e gli sbadigli diventano due, poi tre, poi quattro... il quinto si confonde già con uno sbuffo, e si può dire che, a quel punto, sei già fregato!


Lo so, non dovrei lamentarmi tanto. Ognuno di noi ha vissuto uno di questi momenti, e ognuno di noi ha il suo modo per superarli. Io, in genere, sviaggio su internet, alla ricerca di quelle cose inutili (l'ultimo video di Tiziano Ferro, quella vecchia canzone di Nina Simone, la notizia di una che vuole trasformare il suo occhio finto in una webcam...) che tanto piacciono a me! Purtroppo, però, non ho internet a casa, e quindi, purtroppo per voi, l'unico modo che ho per superare l'insonnia odierna è mettermi a raccontarvi per filo e per segno la storia - talvolta noiosa, talvolta affascinante, ma più spesso noiosa - del perché io sia rimasto senza internet per superare l'insonnia.


Tutto comincia in un non troppo luminoso 22 settembre, quando Sisì (io), deciso a non farsi scoraggiare dalle già mille disavventure che gli sono capitate dopo solo 10 giorni dal suo arrivo (tipo le pete d'ilfe, per intenderci) va in un negozio della AT&T - il maggior provider di servizi telefonici e adsl ameri'ano - deciso ad ottenere almeno una delle cose che la Grande Stronza - namely Rachel - gli ha tolto negandogli la casa: internet! E Sisì (sempre io) va in un ufficio, non chiama un call center, perché Sisì (ancora io... e non fatemelo dire più!) non vuole errori, non vuole casini, e nell'ufficio sa di capire e di potersi far capire meglio.

Mamma mia, che ingenuo Sisì.

Quando arriva lì si trova di fronte una ragazza bellissima, tale Keysha, che lo accoglie con la sua pelle nerissima, i suoi denti bianchissimi e le sue unghie lunghissime e di tutti i colori dell'arcobaleno. Con grande stupore di Sisì, Keysha chiama il call center. Nonostante tutto, infatti, bisogna passare dal call center. E vabbè, penso io (cioè Sisì), almeno ci sarà un intermediario... Keysha chiede il mio passaporto, dà i miei dati alla tipa del call center, mi ciucciano 100 $ di cauzione dalla carta e mi rilasciano una ricevuta che assicura l'attivazione del mio abbonamento per la settimana successiva. Torno a casa tutto contento, pensando di aver finalmente risolto un problema, e senza immaginare che, in realtà, la sciagura incombe, proprio lì, sopra la mia testa. Comincio a capacitarmi di cosa sta succedendo solo quando, qualche ora dopo, riprendo in mano la ricevuta e leggo che... che... secondo la adorabile Keysha il mio nome non è Sisì, ma FLORENCE CARLO!


Attimo di smarrimento. Breve - ma intensa - crisi di identità. Poi la certezza: l'adorabile Keysha ha confuso il mio nome con il nome della città dove io ho ottenuto il visto, e il mio nome con il mio cognome.

Penso: mai fidarsi delle belle ragazze, MAI!

Ma no, Sisì, ma che dici! Non starai esagerando? Non te la starai prendendo un po' troppo per una cosa da niente?! Sarà sicuramente una cosa semplice da risolvere, una cosa che capita tutti i giorni in un posto dove ti fanno i contratti senza farti firmare nulla, neanche un post-it. Torno da Keysha che, nuovamente adorabile, mi rassicura, dicendomi che la cosa è semplice: basta richiamare il call center! Cosa che lei fa immediatamente, spedendomi a casa per evitarmi un'inutile attesa, richiamandomi dopo mezz'ora e dicendomi che è tutto appostissimo, il nome ora è quello giusto.


Una settimana dopo ricevo una lettera dalla AT&T. Naturalmente, il nome sulla lettera è Florence Carlo.


La lettera mi dice che l'indomani riceverò un pacchetto di installazione. E io penso: ma sì, chi se ne frega del nome, a me basta che mi arrivi il pacchetto! Lo aspetto tutto il giorno. Non arriva. Sono così sconvolto che dimentico - giuro, DIMENTICO - di andare a prendere la mia amica Carlita all'aeroporto (lei, giungendo dal messico, mi aspetta fino a mezzanotte, circondata da 1000 valigie, con degli stivali texani ai piedi e un sombrero in testa. Non so come mai, ma ancora mi rivolge la parola). L'attesa (la mia, non quella di Carlita) continua: due, tre, quattro giorni... al quinto, comincio a essere piuttosto nervoso. Smetto di condifare nell'idea che un intermediario possa aiutare, e chiamo il call center da solo, sperando di ottenerne qualcosa di più. Scopro che, in realtà, il mio kit di installazione non è mai partito, dato che Keysha si era dimenticata di ordinarne uno... così come, d'altra parte, si era dimenticata di avvisarmi del fatto che avrei dovuto comprare un modem! Ma se io, chiedo alla tipa del call center, mi compro un modem, poi internet lo posso usare? CERTO, CI MANCHEREBBE, grida lei, convincentissima e felicissima di sbolognarmi, dall'altra parte del telefono... e io ci credo, imbecille che sono!! Compro un modem di seconda mano (20 $), lo attacco alla rete, ma non funziona. E non funziona perché ho bisogno di un account. Richiamo il call center e chiedo l'account. Si rifiutano di darmelo, perché, dicono, non possono dare a me qualcosa che spetterebbe di diritto a Florence Carlo.

Cerco di spiegare che Florence Carlo non esiste e quindi non ha nessun diritto, mentre io sì!

Ma che volete? L'evidenza di un computer che dice Florence Carlo è difficile da smentire. Tant'è che pochi giorni dopo ricevo addirittura una bolletta: 40 $ per il primo mese di servizio. Eccheccazzo, questo è troppo! Chiamo e chiedo di annullare l'ordine. Per uno strano scherzo del destino, me lo fanno fare. Io chiedo come fare per non pagare la bolletta e avere indietro i soldi della cauzione che, ricordo, erano riusciti a ciucciarmi dalla carta nonostante il nome fosse sbagliato (quante cose sanno fare, 'sti ameri'ani). Per la cauzione no problem, mi dicono, mi faranno un assegno. Ma per la bolletta... beh, quella, mi dicono, la devo pagare.


Come?

Scusa?!

No, temo di non aver sentito bene... la devo pagare? E perché la devo pagare?!


"Ma come perché? Perché Florence Carlo E' TUA MOGLIE!".


Smarrimento.

Sbigottimento.

Nuova crisi di identità.

Ma io non ero single?!

Rimango 5 minuti a convincere l'operatrice - e anche un po' me stesso - che no, dio santo, non sono sposato, Florence Carlo proprio non esiste. Ma non la convinco.


A questo punto, decido di ritornare al negozio. Prima di tutto, scopro che di Keysha non c'è più traccia. Trasferita in un altro negozio. Parlo con un'altra commessa, che mi rassicura sul fatto che riceverò un assegno e non dovrò pagare alcuna bolletta.


L'assegno arriva.

A nome di Florence Carlo, naturalmente.


Ritorno al negozio. sono stremato, voglio solo che mi diano i miei stramaledetti soldi, come può essere così complicato? Richiamano il call center. E qui, la beffa finale: mi passano l'operatrice che mi dice che non mi cambieranno il nome sull'assegno perché NON SI FIDANO DI ME! Ho chiamato troppe volte (MA NO?!) e la mia versione suona falsa perché, mi dice, è più semplice pensare che, in realtà, Florence Carlo sia mia moglie (che io lo neghi non ha alcuna importanza) e che io voglia un altroassegno per poterli incassare entrambi.


Insomma, il truffatore sono io.

O forse è Florence Carlo. Non lo so più. E sono - finalmente - troppo stanco per decidermi, quindi vado a letto, sperando di riuscire a prendere sonno dopo avervi raccontato questa esperienza da incubo.