C'era una volta un mondo fatato. Il mondo fatato è il mondo di persone che voi neanche lontanamente fareste una vita come la loro, e che però pure loro hanno i loro problemi, e neanche troppo lontani dai vostri. D'accordo, voi lavate maniacalmente il cesso di casa vostra mentre quelli chiamano due strafighe che ballano la lapdance in camera loro, o si fanno due giretti con la ferrari. Ma non è molto diverso, se ci pensate. D'altro canto, è normale che l'immaginario di chi è figlio di F. F. Coppola sia un po' diverso da quello di tutti gli altri. E infatti non è quello il punto - perché la potenza del cinema sta anche nella possibilità di trascendere l'ordinario verso l'assurdità più ostentata e, perché no, irrispettosa. Il punto è di capire fino a che punto quest'operazione sia capace di affascinare e coinvolgere lo spettatore, anche mettendolo a distanza. Era la forza di Lost in translation, film che ho odiato al cinema e a cui non ho più smesso di pensare nel corso degli anni. Questo Somewhere è invece un film (rigoroso, a tratti divertente, un buon esempio dello stile sofiacoppola, ma tutto sommato) freddo, ed è questo il suo limite più grosso. Freddo nonostante la ricerca di una freddezza che possa riscaldare, insomma.
p.s.: sì, questo post vorrebbe essere l'inizio della Nuova Rubrica Cinematografica, testi brevi sul cinema contemporaneo. Vediamo.

