C’è un nuovo obelisco a Piazza del Popolo. Una colonna di fumo nero e denso che invade tutta Via del Corso e va a mischiarsi allo smog, ai lacrimogeni e ai fumogeni. Il clima è avvelenato. Aria di casa per la gente di Terzigno.
L’apocalisse all’ora di pranzo. I giapponesi sono tutto uno scatto a perdifiato, e non di fotografie. Una sudamericana, invece, conversa con un’amica al telefono dell’ultimo litigio col fidanzato. Roba già vista per lei.
Orchi da Signore degli Anelli infilano, vestiti come finanzieri, Via del Corso e si accompagnano battendo i manganelli sugli scudi. Fanno paura e lo sanno.
I passanti si ammassano e si spaccano ed è un fioccare di voci controverse.
“Buffoni!”
“Andate a difendere i mafiosi! Difendete un mafioso!”
“Bravi! Ammazzateli!”
“Voglio il morto! Voglio il morto! Li voglio tutti morti, rossi di merda! Questa è la mia città, è la mia!”
“Fascio di merda!”
“Ve la prendete coi sedicenni! Vergognatevi!”
“Fate bene! Sono degli incivili!”
“Loro stanno lì anche per i tuoi figli!”
Gli animi si infuocano tanto quanto le camionette. La gente discute. E’ una serie di accesi confronti, coi pugni pronti in tasca. Il gelo prenatalizio ha salvato molti nasi, tra cui il mio.
Una signora si lamenta delle sue piante rovinate dai manifestanti. Io le dico che non tutti i manifestanti ce l’hanno con le sue piante. Lei dice che ha ragione lei, perché lei è andata a lavorare alle sei del mattino mentre io non faccio un cazzo… La persona che era con me la manda a fanculo.
E’ meno di un secondo: un secchio che vola, il filippino eroico che tiene fermo un pugno pronto per la mia faccia. Lo trascinano nel portone. La signora delle piante sa che è meglio darsi una regolata quando non si ha il filippino in regola. Un operatore dice che ha ripreso tutto, per rassicurarmi. Io gli guardo il berretto rosso con una A nera incerchiata. Capisco che non andremo lontano.
La cosa a cui tutti pensano è di tenersi una via di fuga, per non rimanere accerchiati dalle camionette che bloccano tutte le vie di uscita. Dei finanzieri si ritirano e dei passanti li seguono a suon di “Via, via la polizia!”.
Ma la gente ha paura, si vede. E’ un andirivieni di camionette, ambulanze, di celerini, finanzieri a scudi battenti. E per strada c’è vernice, macchie di sangue, fumogeni sfiniti, cestini e pali divelti e tantissime scarpe. Decine e decine di scarpe, perse da ragazzini ammanettati e trascinati via, lasciate a evocare le peggiori deportazioni.
Fa davvero paura camminare. Fa paura anche solo guardare.
La gente ha paura di sbagliare strada.
Lo scontro vero è a molte centinaia di metri di distanza, a Flaminio, ma in realtà anche qui tutti ci sono dentro e la tensione è alta come quel fumo nero.
Non è che un secondo, solo un secondo. Basta la corsa frettolosa di una ragazzina, per qualche motivo che sa solo lei, a creare il panico tra i passanti che si danno alla fuga. I negozi aprono e chiudono le saracinesche a ogni boato. Fa paura esserci.
Qualcuno deve prendere la metro a Piazza del Popolo, ma viene invitato a scegliere un’altra stazione: “Poi se vuoi, puoi andà a Piazza del Popolo e farte portà in Questura, vedi tu se te conviene!”.
La gente protesta. Ma che modi sono? Qui vogliono arrestare tutti!
Un altro operatore, senza berretto rosso questa volta, conclude in un accento bergamasco: “Se non ti piace, allora stattene a casa e non venire a protestare!”
“Ma tornatene in Padania, imbecille!”
Un esempio di perfetto contraddittorio.
Sono le quattro e mezzo. A Flaminio continua la guerra. Dei ragazzi e degli adulti corrono via dalle manganellate verso l'Ara Pacis. Il lungotevere è deserto, desolato, tutto lacrime e limoni, e qua e là qualche giornalista che ricuce sul portatile le riprese per il pezzo, seduto al tavolino di un bar a ferragosto.
Via del Corso, invece, è ancora piena di spettatori. Tanti sostano davanti a Piazza Colonna, che è inaccessibile.
Il Parlamento è ancora blindato, pieno di fiducia.
La gente guarda la schiera di poliziotti dall’altra parte della strada. Qualcuno li insulta, qualcuno li squadra con occhio torvo. Due si stanno misurando su chi dei due si fa di più il culo. Uno lavora al 118. L’altro avrà fatto una vita di sacrifici per mandare suo figlio a fare il soldato in missione internazionale. Quello che mi colpisce della loro discussione è che rivela come l’idea ricorrente in questo paese sia che , per avere diritto di parlare o semplicemente per poter rivendicare i tuoi diritti, “devi farti il culo”, cioè devi vivere al minimo dei tuoi diritti. Se hai un lavoro normale, pagato come si deve, con contributi cazzi e mazzi, cioè se godi dei tuoi diritti, devi tacere e vergognarti di parlare, perché a te il padrone ti tratta bene. Insomma prendi e scappa e non fiatare. Se ci pensate, è strana come idea di diritto. Ma i due non ci pensano e continuano una misurazione infinita dei tempi, modi, rischi del lavoro di ciascuno dei due. Io faccio l’unica foto della giornata.
La parola d’ordine ora è defluire. Bisogna defluire, defluire dove capita. Insomma non bisogna influire. “Defluire, defluire”. La gente defluisce verso casa, verso cena, verso i televisori accesi sugli speciali. Per defluire pian piano sulla poltrona, poi nel letto fino a defluire nel. No, non nella calma. Nel sonno.
Qui di calma ce n'è ben poca.