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venerdì, febbraio 01, 2013


Alcune cose che ho più o meno imparato nell’ultimo anno, in ordine più o meno cronologico.


_il lavoro non si trova, il lavoro ti trova. Quindi fareste meglio a stare nascosti.

_avere un capo significa generalmente dover rinunciare alla testa - ma questo noi Rigattieri già lo sapevamo.

_redattore = chi redige un testo? Sbagliato! Redattore ≅ dattilografo il cui destino è scrivere sempre la cosa sbagliata.

_giornalista = persona che sa scrivere? Sbagliato! Giornalista ≅ oggetto di forma umanoide, a cui talvolta è stato insegnato a leggere.

_la gente cool fa gli elenchi puntati usando il trattino basso e senza usare le maiuscole. Chi vi dice il contrario è uncool.

_espressioni come “non è ok, lo voglio più wow!” sono alla base della comunicazione. Chi vi dice il contrario lavora nella comunicazione.

_vivere nella certezza che Cofino non spunterà nudo alla tua porta ti dà una tranquillità mai abbastanza apprezzata. (Pavi santa subito!)

_ se per esprimere un concetto ci vogliono più di 140 caratteri, quel concetto è probabilmente una cazzata.

_se per esprimere un concetto ci vogliono meno di 140 caratteri, quel concetto è probabilmente una cazzata.

_dire qualcosa di intelligente è davvero molto difficile.

_gli amici lontani sono più di un ricordo. Direi quasi che sono una certezza, o almeno la speranza di una vita migliore.

_quando ti licenziano la vera sfiga  non è che hai perso il lavoro, ma che se non stai attento il lavoro ti ritrova.

_la filosofia non è un lavoro. Il che è un problema, perché significa che la filosofia non ci troverà mai.

_studiare filosofia mi mancherà sempre. Un po’ come mi manca il gelato d’inverno – ma con in più la consapevolezza che l’estate non tornerà. 

NRC XVI e NRC XVII - Tomboy & La pelle che abito

mercoledì, ottobre 26, 2011














 Avvertenza: si pregano i rigattonauti di non leggere la seguente recensione senza aver visto il film di Almodòvar. Fatemelo proprio come favore personale. A me lo hanno spoilerato, e adesso non posso più guardare in faccia chi lo ha fatto. Sul serio, non leggete. Oppure scaricatevi prima una versione pirata del film.

Ora, la cosa che volevo dire è piuttosto semplice: Tomboy e La pelle che abito hanno più o meno lo stesso tema (approssimativamente, potremmo dire che trattano di un’ibridazione tra i generi[1]: una bambina che si finge bambino e un uomo che diventa donna). Tutta la differenza sta nel come: Céline Sciamma[2] tratta questo tema attraverso il più leggero dei giochi, dove tutto passa attraverso sguardi dolci, sorrisi infantili e gavettoni al parco; Almodòvar invece mette su un alambiccatissimo sistema di rapimenti, segregazioni, contaminazione di sangue umano con sangue suino, omicidi, suicidi (2 tentati e 2 riusciti, in tutto), ustioni totali con conseguenti mostri, stupri (2, o, a voler essere generosi, 1 e mezzo), macchine tedesche costosissime, oppio, quintali di coltelli, evirazioni, rapinatori travestiti da tigre che vengono chiamati Il Tigro. Per esempio, come in un B movie di fantascienza, a un certo punto Almodòvar tira fuori un dialogo molto brutto sulla «transgenesi» (qualsiasi cosa sia[3]); in tutto Tomboy dubito che si possa trovare una parola con più tre sillabe.

Ma non è solo questione di stile. Il problema più grosso è che Almodòvar risulta anche molto  reazionario, a confronto della Sciamma[4]. Infatti, dove questa mostra una naturale porosità tra i generi, un’indiscernibilità di fatto (e il cervello dello spettatore deve fare a cazzotti con se stesso, per riattivare in continuazione le partizioni maschio/femmina consuete), quello mette su un meccanismo forzato e un po’ macchinoso, per dire che in fondo, nonostante tutto, alla fine il maschio resta maschio, il figlio figlio, la mamma mamma (e giù agnizioni e lacrime come se piovesse)[5].


[1] I numerosi rigattieri genderisti ci spiegheranno meglio nei commenti perché questa definizione è assolutamente inidonea, ma per il momento passi.
[2] E bulliamoci, già che ci siamo: io e il Capo, nel lontano 2007, le avevamo conferito il nostro primo premio al festival di Torino, alla Sciamma.
[3] Eh, amatissimo almodovino, non basta mettere un trans- da qualche parte per fare un capolavoro. (A volte però sì).
[4] Be’, sì, l’altro problema piuttosto rilevante è che la prima metà del film è di una goffaggine che fa quasi tenerezza.
[5] Ne La pelle che abito il tizio che viene rapito a metà del film si trasformerà nella tipa che vedete segregata all'inzio. Ve l’avevo promesso che ci sarebbero stati spoiler.

A modest proposal, edizione 2010

martedì, novembre 16, 2010


Credere, come comunemente si fa, che una macchina senza autoradio sia come una donna che non pratica fellatio (ovvero una cosa di cui disfarsi entro breve), è un errore: al contrario del suddetto modello fallato di femmina, la macchina senza autoradio può dare delle soddisfazioni. Io, per esempio, quando sono in macchina senza autoradio (sempre), spesso mi ripeto a voce alta le poesie che conosco a memoria, col vantaggio di rinfrescarle, e un giorno poterle recitare in pubblico. Però c’è il problema che se le sbaglio non c’è nessuno a correggermi, e non posso neanche controllare, quindi finisce che persevero nell’errore, il che è notoriamente diabolico. Allora ultimamente ho preso l’abitudine di darmi un argomento di conversazione da svolgere da solo, in un teso dialogo interiore, non necessariamente silenzioso (tanto ormai se la gente ti vede parlare o ridere da solo pensa che tu stia conversando al cellulare con l’auricolare impiantato in un’otturazione, e non più, come un tempo, che tu sia matto).

E niente, qualche tempo fa ero in macchina, da solo, senza autoradio. Allora mi sono detto: «Parliamo?», e mi sono risposto: «Prima rinfreschiamo A Silvia». Allora ho insistito: «A Silvia, tutte le volte partiamo bene e poi finisce che dopo la man veloce che percorrea la faticosa tela non sappiamo come andare avanti. È frustrante», «A Zacinto?», «Noiosa», «La Lettera di Egisto Malfatti?», «Già fatta. E poi la facciamo tutte le volte. Perché invece non parliamo un po’? Non parliamo mai, io e te», «Vorrà dire che non abbiamo niente da dirci», «Te ne pentirai, quando non ci sarò più», «Può darsi».
«…», «…».
«Eddai, va bene: non tenermi il muso. Di cosa vuoi parlare?», «Non so», «Letto il giornale?», «Sì, le stesse cose che hai letto tu», «Vedi? Ora sei tu che fai il difficile», «Hai ragione. Ho avuto una giornataccia», «A chi lo dici», «…», «…». «Dai, facciamo così: peschiamo un argomento random dal cervello, una cosa a caso, tanto non è che ce ne siano troppe, là dentro, e poi ne discutiamo. Eh? Ti va?», «Tipo l’aborto?», «Ecco, tipo l’aborto, ma non l’aborto», «Facciamo l’estrazione random?», «Random», «Vado?», «Tra un po’ è finito il post e non abbiamo ancora detto niente», «Hai ragione. Vado», «Vai», «Uh, che bello!», «Cos’è uscito?», «Risorgimento», «Risorgimento?», «Eh, risorgimento. Hai detto random e io ho fatto random», «Ma noi che ne sappiamo del risorgimento?», «Mi sa pochino», «Eh. Mi sa anche a me».

Insomma abbiamo parlato di Risorgimento. E queste sono le cose che ne abbiamo tratto.
-       Che ne sappiamo pochino.
-       Che non ci dispiace troppo di saperne pochino.
-       Che un tempo ci stava sul cazzo perché eravamo internazionalisti.
-       Che oggi ci sta simpa perché c’è la Lega, e essere risorgimentali è diventato di sinistra.
-       Che c’erano Garibaldi, Mazzini e Cavour.
-       Che c’era anche Biperio (spesso abbreviato in Bixio), ma era uno stronzo.
-       Che la toponomastica risorgimentale ha ammorbato tutte le piazze e le vie d’Italia, e che se le strade le avessero chiamate tipo Largo Mazinga o Piazzale Eather Brooks ci saremmo orientati meglio.
-       Che l’anno prossimo è il centocinquantenario della quasi unità d’Italia, e infatti si parla un sacco di festeggiamenti, e l’esercito, e le parate, e il sentimento nazionale, e cetera.
-       Che sarebbe carino che viarigattieri si impegnasse – tramite il suo peso civile e politico – a promuovere un’iniziativa pro-risorgimento, in vista dei festeggiamenti.

Poi se ne può discutere, ma l’iniziativa che abbiamo pensato noi è la seguente: che il 17 marzo dell’anno prossimo l’Italia proceda all’invasione congiunta di città del Vaticano e di San Marino. Ora, San Marino non so neanche tanto bene cosa sia o dove sia, ma l’invasione del Vaticano sono certo che sarà uno spettacolo, sbaionettando qua e là le natiche avvizzite delle loro imporporate eccellenze[1], e liberando finalmente l’Italia dal foruncolo pontificio che invade spietatamente l’amato suolo patrio. (La natura foruncolare matura[2] è per altro testimoniata da quel capoccione bianco).
Non è per anticlericalismo, per carità, ma come potremmo noi cantare, con il porporato piede straniero sopra il cuore?

La cosa avrebbe per di più una serie di vantaggi collaterali, quali:
  1. Giustificare l’esistenza di un esercito italiano.
  2. Fare incazzare la Svizzera.
  3. Essere espulsi dalla NATO (finalmente potremo aprire un mega-acquapark a Camp Darby).
  4. Vincere una guerra, una volta tanto.

Pensateci:
“1861-2011. Facciamo felice Cavour. Riprendiamo il Vaticano”.
O anche:
“2011. Garibaldi Vs Benedikt. Lo scontro finale”.


Oppure facciamo una bella colletta per comprarmi un’autoradio.

[1] Che poi, insomma, mica siam bestie. Insegneremo ai nostri ragazzi a dire sempre “scusi padre”, prima di far incontrare il cranio del prelato col manganello educatore.
[2] Bubbonitas, secondo il diritto canonico.

posticcio

domenica, ottobre 25, 2009




















Riportiamo alcuni brani di un testo inedito, dal Nachlass di Deleuze e Guattari.


“[…] e se probabilmente dovessimo indicare, nel magmatico caos dei nostri giorni, una figura che sopra le altre sia emblema del nostro pensiero, è senza esitazione che indicheremmo Michael Jackson. Se abbiamo ripetuto fino alla nausea che non c’è ragione più profonda per scrivere che la leviana vergogna di essere uomo, ecco che, in questo grande artista, tutto si fa proliferarsi di vie di fuga dall’umano, verso la pura affermazione, che intensivamente fila in ogni direzione, che non si può costringere a consistere, che crea essa stessa nuove inaudite possibilità di vita, presa in un incessante e inconsapevole divenire.
Il corpo a corpo di Michael con l’essere-uomo, comincia sin da piccolo: egli infatti nasce non già uomo, bensì – già Mozart deterritorializzato – bambino. E la sua stessa bambinitudine, lungi dal voler rappresentare il triangolare e oppressivo cliché familistico e familiare, si svolge lontano dalla macchina castratrice, dalla ghiandola che incessantemente secerne Edipo. Egli è segregato in casa (ai ricordi di mamma-papà, alla psicosi della nonnina si sostituisce il calvario creativo in cui il padre si è trasformato in un’istanza immanente, sovranamente anomala, di spinta continua verso un divenire-Jackson5; è questa spinta esterna a impedirgli di fermarsi, di aderire alle forme comuni e dominanti, di cedere alla tentazione stessa della forma, di qualsivoglia esser-formato), e allo stesso tempo è disvelato in pubblico: non c’è interiorità che non sia già superficializzata, che non si trasformi in gesto, in danza calcolata (splendore del dandy baudelaireano; infinita pozione del tricheco), in movimento secco (vaso greco, geroglifico egizio).
[…] La sua danza, fluida e spezzata come il meno inelegante dei gesti di Carmelo Bene, è la cifra del suo divenire artistico: in lui convivono l’esperienza fondamentale della marionetta di Kleist,  come del Mimo di Mallarmé (un mimo cantante, quale supremo ossimoro! quale trasversale beckettiana! Opposto che risuona nella kafkiana Josephine, cantante muta). Egli, come diceva Antonin Artaud, fa danzare l’anatomia, lascia esistere solo corpo ed evento, senza dover ricorrere alle ipoteche metafisiche di un’anima, di una coscienza, di un individuo. Egli si fa vibrazione musicale, intensità, Pierrot lunare. […] Metafisica stoica del suo moonwalker; esso è l’Evento. Vapore delle cose che sale alla loro superficie: esso schiva continuamente il presente ed è contemporaneamente un divenire-passato (il movimento è all’indietro) e un divenire-futuro (il passo non smette di essere in avanti). Aiôn.
Perfetta estasi delle sue coreografie (armonia del crostaceo esponenziale! Frattale assoluto), lo stupore del perfetto divenire-animale, il divenire-lupo nel video di “Bad” (lui, cattivo, possibile? Non sta forse adombrando la possibilità di una risemantizzazione del termine, non sta forse indicando la via di una danza al di sopra del bene e del male, pardon, al di là?), il respiro trattenuto quando si sporge in avanti e sembra che caschi e invece resta così, trasversale immonda e gioiosa, e mica cade.
[…] Ma non basta, non basta: il vero capolavoro di Michael è la sua viseità, il suo rifuggire constante dal regime semiotico significante e soggettivistico – generato dal concatenamento di potere autoritario-dispotico – del viso. Il viso è l’aggancio del potere, il viatico alla responsabilità individuale su cui poi il potere (i poteri, se diamo retta a quello coi bracci in culo) si potrà esercitare. Quanto abbiamo parlato, in Mille Piani, di disfare i tratti del viso, di romperne la semantica, l’organizzazione oppressiva di cui si fa portavoce? E lui, Michael Jackson, lo fa concretamente: ognuna delle sue tredici operazioni plastiche è un nuovo varcare un confine vibratile, un’ulteriore soglia intensiva da infrangere (il culo di un bambino non è esso stesso a sua volta una fragile soglia intensiva per cui passare?), un’immane linea di fuga verso il divenire-donna, il divenire-bambino, divenire-ermafrodito; ma anche divenire-Neverland, divenire-angelo, divenire-pedofilo, divenire-chiunque (lo splendore del si, l’intercambiabilità del tratto somatico, divenite chi siete, costruite i vostri corpi senza organi – chi più di lui si è fatto un tale corpo? –, de-organicizzatevi, fate rizoma), e altrettanto, nel suo delirio mondiale, territoriale, razziale: il divenire-bianco, il ce-lo-ricordiamo-che-eri-nero, il fare-figli-biondi. La vitiligine come decodificazione […]”.

D&G