Il mio primo ricordo “mundial” (se si esclude la baronda dell’82 di cui non ricordo nulla, ma dalle polaroid scolorite sembro abbastanza protagonista, sballottato dalle braccia di mia madre a quelle di mia nonna, meravigliosamente avvolta in uno scialle tricolore), è di Messico ’86.
Il mondiale in casa del 1990, fu quello della consacrazione del calcio come sport preferito, con quel picciotto palermitano che ci faceva sognare, le notti magiche e l’incantesimo dei calci di rigore, che solo la contemporanea Berlino ha spezzato. Ma il primo ricordo è dell’edizione precedente: ottavo di finale contro la Francia. Una stanca e vecchia Italia, campione in carica (mi sovviene in mente una recente spedizione, ma sarà un caso) viene agevolmente superata dai cugini transalpini guidati da Platini. Mi ricordo bene che c’era una forte sfiducia sui nostri mezzi nelle parole dei miei cugini più grandi, io bimbetto di sette anni, riuscì a salvare il solo Altobelli, e così di lì a pochi mesi sarei diventato interista (sostituendo il primissimo amore infantile, la Fiorentina, “perché mi piaceva il viola”).
Da quella partita in poi, però ho iniziato a seguire il calcio. E se quella perfomance dal punto di vista tecnico non fu un granché, qualche giorno dopo lo stesso campionato ci regalò qualcosa di eccezionale: Diego Armando Maradona!
Argentina contro Inghilterra decisa da una doppietta del fenomeno mancino, prima con la celeberrima mano di Dio, e subito dopo con quello che è stato definito il gol più bello della storia. Una serpentina infinita in mezzo ai difensori inglesi che sembravano birilli, tocchi delicati di interno e di suola, un’altra finta sul portiere, e gol... in culo alla Thatcher, alle Falkland e alle buone maniere. Straordinario, davvero. La mia recentissima fede interista appena consolidata vacillò, quell’omino magico giocava nel “Napoli di Maradona”. La cosa poteva interessare, ma mio cugino Piero (di una decina d’anni più grande) mi disse una cosa molto saggia che sembrava uno slogan: “cambia tutte le fidanzatine che vuoi, ma tre squadre in 15 giorni è davvero troppo per tutti”. Restai interista, per coerenza. Solo nello scorso maggio ho mandato a mio cugino Piero una cartolina nerazzurra con su scritto: Grazie.
Oggi, seguendo il mondiale orfano dell’Italia, lo ritroviamo quello scugnizzo argentino, cresciuto, ingrassato, vestito che pare Joe Pesci in “Mio cugino Vincenzo”, ma che sorride allo stesso modo di 25 anni fa dopo un gol dell’Argentina. È impossibile non tifare per lui. Io ho già scelto, avevo già scelto nel giugno dell’86.
Così ieri ho esultato al fraudolento gol dell’uno a zero (è incredibile come in questo mondiale gli italiani non riescano a fare manco gli arbitri: quel fuorigioco lo vedeva pure mia madre che non lo ha mai capito come funziona un fuorigioco!), ed ho applaudito a piene mani il 3-0 di Tevez. Nel ruzzino ci avrei anche preso, se solo capissi come funzionano i punteggi ora!
Per un’Argentina che ride si sa, c’è un'Inghilterra che piange, proprio come accadeva nel giugno dell’86.
Nel pomeriggio rinuncio per le seconda domenica consecutiva alle gioie della spiaggia di Sampieri, per seguire la partita più attesa Inghilterra - Germania. Tutti i favori del pronostico (anche quelli del mio ruzzino, mannaggia) sono per la squadra di Capello, ma i tedeschi hanno fatto ottime cose, e la Germania è durissima a morire, molto più dell’Italia, per intenderci. L’attesa non è ingannata, la partita è emozionante, la nuova Germania (non è più fatta di Jurgen, Lothar e Karl-Heinz) dei vari Miroslav, Jerome, Mesut e Sami gioca davvero bene, meglio di chiunque altro in questo campionato, e mette sotto i figli della regina. Due volte nel giro di mezzora. Sembra finita, ma l’orgoglio inglese è proverbiale e viene ripagato dal 1-2 e poi anche dal due pari di Lampard. Capello esulta in panchina, io applaudo sul divano. Mia sorella a Berlino probabilmente sente la paura aggirarsi in torstrasse. Ma è proprio la giornata dei cicli e ricicli storici del pallone. Come 40 anni fa un pallone sbatteva contro la traversa e ritornava in campo. Era sempre Inghilterra contro Germania, ma quella volta era la finale. Quella volta il gol fu dato, questa volta no.
Con questa premessa a nessuno verrà da ridire se dicessi che quella volta non era gol, mentre questa si. Trenta centimetri buoni oltre la fatidica linea bianca, guardalinee immobile, arbitro perplesso ma che lascia giocare. Alla fine i nuovi panzer all’odor di kebab dilagheranno meritando la vittoria, ma quel gol-non gol ha il sapore di una sconfitta per tutti. Ma è possibile che a distanza di 40 anni nulla sia cambiato?
Invocando il miglior Biscardi e le sue arrovellate lotte per la moviola in campo, vi lascio con una citazione dotta di uno dei migliori attaccanti della storia dei mondiali, Gary Lineker:
“il calcio è uno sport bellissimo, si gioca undici contro undici, ma alla fine vincono i tedeschi”.
PS: sul 4-1 per la Germania mia sorella chiama mia mamma al cellulare e afferma: “sono impazziti tutti, non li ho mai visti così, sembriamo in Italia!”. È proprio bello questo mondiale ed è un peccato che ce lo abbiano portato via così presto.
L’inviato da sudditunisi , pro moviola in campo, raffio.
Alè



















