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Bezzina e l'America #1

giovedì, giugno 14, 2012

Bezzina è omo di poche parole, epperò di panza, e infatti aveva promesso che mandava delle immagini e infatti ha mandato delle immagini. Questa è l'america secondo bezzina, potremmo dire. Siccome le ha mandate solo a me, ecco che le condivido con voi, con le eloquenti didascalie di Bezzina. Questa è dunque l'america per immagini di Bezzina. Siccome noi non crediamo mica che i racconti si facciano solo con le parole, ma anche con le immagini, questa è l'america raccontata per immagini da Bezzina. Forse risponderemo con la siracusa raccontata per immagini da Càni, ma non lo sappiamo ancora. (Se fossimo capaci le scombineremmo invece di fare una colonna di america di immagini di bezzina, ma siccome non ce la facciamo, sarà una colonna di immagini).







ecco alcune fotine.
in sequenza abbiamo: la second avenue dove vivevo a niuiò, edifici nuiorchesi, giovani nuiorchesi che fanno sport, la panchina di un parco di wascinton dove qualche giorno fa leggevo, dent place dove vivo a wascinton e la caserma dei pompieri di fronte casa con dei camion inquietantemente perfetti.
cià

Capita a NY #2 (gender version)

lunedì, novembre 03, 2008

Premessa. Ci sentiamo un po' a disagio a confrontarci coll'amicoferi, ma qualche integrazione era necessaria per colmare alcune lacune che il suddetto ha, più o meno volutamente, tralasciato.


Capita anche, a New York, che tu arrivi all’aeroporto EWR di Nework tutta gasata perché vuoi assaporare la libertà della Grande Mela e ti senti figa fino alla riga nera dalla quale distingui bene la sagoma della pula americana che ti farà il controllo del passaporto. Fino ad allora sapevi di poter vantare una biopolitica attiva che – dicevi! – non avresti svenduto per nulla al mondo. Già, avresti resistito al potere, al controllo macchinoso della mano invisibile che vorrebbe la tua iride e il tuo ditino per controllarti meglio…ma diciamo che la resistenza è durata meno di un millesimo di secondo, nemmeno il tempo che il poliziotto biondo americano se ne accorgesse e già ti aveva scattato una bella foto con il primo piano dei tuoi occhini un po’ orientali e poi ti ha chiesto il ditino indice, sia destro che sinistro e…sì, tu avresti voluto dargli il medio, quello destro e quello sinistro, ma non lo hai fatto. Così, varcato il limite e finalmente negli States, Sylvia K ti confida lo stesso disagio di quel dito indice…Von trotta è pensierosa e ha già trovato un alibi perfetto: ora sì che potremmo essere veramente solidali coi bimbi rom, condividiamo lo stesso controllo!

Capita anche, a New York, che le “prime donne” arrivate nell’ostello di Chelsea provino ad orientarsi nell’omonimo quartiere con settecentomila guide diverse. Capita che in questo quartiere i locali con la bandiera rainbow sorgano bizzarramente quasi accanto a chiese battiste e metodiste che pubblicizzano la benedizione dei cani e dei gatti con grandi feste domenicali. Capita che a Chelsea ci siano i posti più radical/vintage/freak del mondo e puoi vedere le gallerie d’arte contemporanea allestite dentro loft che sono a loro volta opere d’arte e dove von Trotta e Sylvia K immaginano già di fare un mega festone, stile pranzo di via rigattieri.

Capita a New York che in una delle suddette gallerie, espongano, con tanto di manifesto, gli Artists for Obama e che, senza nemmeno capire se ci poteva piacere davvero, ma per puro pregiudizio estetico-politico, decidiamo insieme a Sisì e Amicoferi di entrare. Capita che Sisì si pianti 5 minuti di fronte a un quadro dai disegni geometrici che indicavano North-south-west-east e ci confessa che non capisce proprio come mai gli 883 abbiano potuto ispirare gli artisti per Obama!

Capita anche, a New York, che mentre chatti dall’ostello con amicani con tanto di telecamera lei ti dica, giustamente, di voler vedere i grattacieli. Tu provi a spiegarle che a Chelsea non ci sono i grattacieli e che le case sono tutte come quella della famiglia Robinson ma lei delusa ti dice: “Boia deh, sembra d’esse a Cenaia!”.

Capita anche, a New York, che cp femmina non solo cada in metropolitana, ma faccia dei tonfi micidiali giù dal letto a castello nelle prime ore del mattino, finendo nel letto della roommate spagnola, la quale non dà segni di vita.

Capita anche, a New York, di avere come roommates una spagnola che non esiste, due ragazze israeliane simpaticissime e tre scarafaggi alla cui vista le due israeliane simpaticissime cominciano a urlare “Cuccaracha! Cuccaracha!” (ma la spagnola non era l’altra? E comunque, neanche in questo caso la spagnola si sveglia). L’omo (amicoferi), che non vedeva l’ora di dare mostra di virilità, per smentire le illazioni dei foucaultiani che lo vorrebbero “orso”, interviene prontamente, distrugge la Cuccaracha schiacciandola con la prima suola che gli capita sottomano, mentre i foucaultiani impauriti osservano la scena eroica da fuori la finestra.

Capita anche, a New York, che a Times Square uno stra-manzo ti voglia vendere gli Obama condoms e tu, che ti sei già innamorata di lui e già stai pensando che con uno così chissenefregaseèpurebucato, gli compri anche quello della Palin.

Capita anche, a New York, che sempre a Times Square quattro franchi con un fisico da paura ballino la breakdance sul marciapiede radunando gente intorno a loro e tu batti le mani e li ami a ritmo di hip hop.

Capita anche che passa la bianca cicciona con un fisico da vera paura e si mette a sculonare tra i quattro manzoni palpando le loro parti migliori e allora tu pensi che devi cambiare dieta.

Capita anche, a New York, che con amicoferi e sisì passiamo una buona mezz’ora dentro un negozio di gio-cazzo-li, che la Mattel gli fa letteralmente una sega! Von Trotta, spinta da un desiderio di rivincita nei confronti di giocandolo che l’aveva sempre accusata di essere all’età della pietra dell’erotismo, si dirige immediatamente nel reparto donne e viene immediatamente colpita dall’elettroshock dei capezzoli e le palline vaginali, mentre Sisì e amicoferi si dirigono nel reparto gio-cazzo-li, o dildo, secondo la vulgata accademica della tesi pluripremiata di Giocandolo. Lunghi, grossi, piccini, bianchi, neri, fucsia, di ogni materiale di cui puoi sentire la consistenza su un pippolino su cui è scritto “try me”.

Capita poi, a New York, in mezzo ai giocazzoli, che l’attenzione di amicoferi venga colpita da un megamanifesto attaccato alla parete in cui si vedono muscolosi pugni di mani virili nude che attraversano cavità ancor più nude e delicate. Abbastanza basito, amicoferi cerca di condividere con noi il suo stupore e Sylvia k, convinta di poterlo illuminare in questa scoperta gli dice” Ah sì, il fist facking! Anche Foucault lo praticava!”! Con una torsione di 180°, avvenuta in meno di un secondo, amicoferi si volta verso di noi con una faccia che esprime bene l’idea di chi, in fondo in fondo, non ha fatto poi così male a scegliere di non essere foucaultiano! Se dopo questa visione, amicoferi decide definitivamente di non comprare nulla, gli altri foucaultiani, indecisi fino all’ultimo, se ne vanno comunque a mani vuote, con un certo sentimento di inadeguatezza: prezzi e dimensioni non fanno per loro.

Capita anche a New York che Von Trotta e Sisì non resistano alla tentazione di entrare dentro Godiva (una specie di Lindt americana, solo che più sensuale) per spararsi un mega fragolone transgenico tuffato in un bagno di cioccolato al latte fuso. E quando la commessa, passando il fragolone a Von Trotta le dice “Enjoy” con una voce molto calda, amicoferi si sente in dovere di fare la traduzione simultanea: “t’ha detto: godi maiala”!

Capita a New York che da Victoria's secret (una specie di Intimissimi americana, solo che più maiala) riscopri la tua femminilità e se ti capita di fare un pensierino all'altro sesso, la commessa microfonata ti urla esultante, con segnali di vittoria, "NO!! IT'S ONLY FOR GIRLS!!!!!

Capita anche, a New York, che ti senti newyorchese, esci un sabato sera nel quartiere hip di Tribeca per andare a gode e ti ritrovi in un campo di ghiaia.

Capita a New York che tutto è bellissimo e tu ami tutti, percepisci appieno il significato della parola "cosmopolita" e senti con certezza che questo paese è pronto alla grande sfida del presidente nero.

Capita anche, a New York, che alla Columbia University, al convegno sull'epistemologia storica, oratori e ascoltatori sono tutti bianchi che si fanno amorevolmente servire il tè da tre slanciate figure color "presidente".

Buon election-day a tutti!!!!!

Notizie dall’impero 4. Capita a New York

giovedì, ottobre 23, 2008


Capita a New York che cp femmina in metropolitana non si tenga agli appositi arreggini e se ne voli gaiamente addosso a niuiorchesi orientali sbigottiti.
Capita a New York che segui un convegno di epistemologia storica (e questo, francamente, è strano).
Capita a New York che qualcuno segue un convegno sull’epistemologia storica e poi se ne scappa via, se ne torna nella ventosa Chicago senza aver visto, chessò, Central Park, o il Moma.
Capita a New York che la M&M’s (i cioccolatini colorati, per capirsi) abbiano un megastore di tre piani con tanto di scale mobili, nel mezzo di time square, con tanto di maxischermo gigante fuori che trasmette ininterrottamente le scenette della M&m rossa e della M&m gialla.
Capita a New York che le metropolitane invece non abbiano una cazzo di scala mobile su tutto il territorio urbano.
Capita a New York che qualcuno dica che questa cosa che non ci sono le scale mobili è una forma di biopotere (giuro).
A New York, in effetti, capita di essere l’unico in mezzo a 7 (talvolta 8, se c’è anche quello rasato con l’orecchino; talvolta perfino 9 se c’è pure il finlandese che mi chiama “the loud one”) a non essere foucaultiano.
Capita a New York che gli amici foucaultiani passino una sera a contestare da sinistra il boicottaggio della coca cola, il che mi fa essere di destra anche se faccio una cosa che sembra di sinistra ma che quelli più di sinistra non hanno voglia di fare.
Capita a New York di passare per il ponte di Brooklyn, e poi ripassarci, e poi ancora, e tutte le volte restare sbigottiti e chiedersi se ciascuno di noi ha una buona scusa per sbriciolare la sua vita altrove (e non mi riferisco solo ad Arcavacata di Rende).
Capita a New York di scoprire che Little Italy è solo una strada di Chinatown, in cui di italiano c’è solo un busto di Mussolini (e non di mussolina, come mi vorrebbe far scrivere il computer revisionista) in un negozio di paccottiglia che vende ciddì di cantanti neomelodici con improbabili nomi italiani (Alfio uno, l’altro lo sa ciccì) al cui confronto Gigi d’Alessio sembra Sergio Endrigo.
Capita a New York che un sabato all’ora di pranzo (avendo sapientemente bigiato il convegno) sei l’unico bianco in mezzo ai compagni black panther di Harlem, con il tipo sullo sgabello che incita i neri alla rivoluzione contro il potere tirannico bianco (tirannico? Io?), e con gli altri che fanno la break dance in mezzo a milioni di persone, e con quello che ti sorride e ti chiede “Do you wanna meet Jesus?” (Testa bassa e “Ai no spik inglisc”, naturalmente, non capendo se si trattasse di un invito o di una minaccia).
Capita a New York che torni ad Harlem con Sisì un sabato sera, nella stessa strada, e ci sono più bianchi che afroamericani, e i pochi che ci sono ti vendono una maglietta di Obama e una spalletta con scritto “save Harlem” chiamandoti “Sir”.
Capita a New York che incontri Woody Allen (ma questo non è capitato a noi, purtroppo).
Capita a New York che costringi l’amicocò (e che resta un po’ in apprensione per la paura che gli rubino le scarpe nuove che ha indosso) a fare un giro per il Bronx, ed è bellissimo, una periferia piena di vita e di portoricani.
Capita a New York che una sera vai a vedere un concerto di Jazz avanguardistico, e che nell’intervallo hai l’onore impareggiabile di stringere la mano ad uno dei più grandi jazzisti viventi (George Lewis, credo si chiami), un omone nero enorme e simpaticissimo.
Capita a New York che alla fine del concerto Jazz d’avanguardia ti rendi conto che ti ha dato piacere quanto andare a cavallo senza sella (per noi maschietti). Come un film di Straub, insomma.
Capita a New York che invece ai foucaultiani il concerto sia piaciuto moltissimissimo, meglio di una scopata, pura vida (nota polemica ma in realtà invidiosa. Ma anche polemica).
Capita a New York che Von Trotta ti trascini al museo dell’emigrazione, dove riesce perfino a ritrovare il nome e la data di arrivo di un suo parente emigrato.
Capita che a Von trotta la dolcezza per il parente ritrovato dura un paio di minuti, dopo i quali, davanti a un Hot Dog, ricomincia a prendersela con gli Yankee, che si autocelebrano per aver dato lavoro a noialtri, che però se non c’eravamo noi…
Capita a New York che i rutti di cp maschio siano veramente una cosa di cui la natura dovrebbe vergognarsi.
Capita a New York che esci per farti una serata nel quartiere figo di Williamsburg, ma dopo cinque minuti Sisì scopre un ristorante sardo e si commuove; entrate a mangiare e lui ti racconta tutta la sua genealogia familiare con le lacrime agli occhi, e poi ti spiega (ti prova a spiegare, che se non sei di Oristano mica puoi capire davvero) la Sartiglia, e il ruolo di Su Compoidori (speriamo di non aver fatto errori di ortografia). Quindi nell’entusiasmo ordina una bottiglia di Cannonau che da sola risolleverebbe gli Usa dalla crisi, e cibo per sedici.
Capita a New York (ma questo non l’ho visto con i miei occhi, ma lo racconta Sylvia K) che a Greenwich in un locale c’è un bagno in cui i separè tra un cesso e l’altro sono trasparenti; ma la curiosità-imbarazzo dura solo finchè non ti ci chiudi dentro, perché allora i vetri cominciano a oscurarsi.
Capita a New York di andare a vedere una tavola rotonda sulla sessualità, cui partecipa anche il nostro professore americano preferito; c’è anche una dominatrice professionista, una tipetta un po’ scialba, molto borghese e molto intimidita, che però se le dai 500 euri ti caca in faccia o ti frusta.
Capita a New York che Sisì ti porti a fare il giro dei luoghi cult di Gossip Girl, raccontandoti nel frattempo il primo appuntamento tra Serena Van Der Woodsen e Dan Humphey (lei ricca upper east sider, e lui relativamente povero ma brillante brooklynense: una storia da togliere il fiato).
Capita a New York che una tipa di nome Vincenza Samaritano ti ferma in metro per raccontarti che suo padre è siculo, ed è lui ad averla castigata con quel nome, e poi, nel mezzo del discorso capisca (troppo tardi) che era la sua fermata e cerchi di suicidarsi tra le porte che si chiudono; e ce la farebbe pure, se un tipo non la salvasse dalla morsa.
Capita a New York di bere un “Just Jack” (o un “JJ”, per noi uomini di certe frequentazioni), ovvero un Jack Daniels liscio, appollaiati una domenica notte ad un bancone di legno di un bar di Chelsea (il quartiere finocchio dove alloggiamo), con tanto di Juke box, parlando con quel figo che parlava al convegno (e che poi è l’unico dei due che si beve davvero il JJ), mentre ciccì racconta a Pavanti vita, opere e miracoli di Britney Spears, di cui ha appena messo un paio di singoli sul giùbocs.
A New York capita che mangi tre giorni di seguito al Burger King, ma siccome non sei fucoltiano, non bevi coca cola, che invece aiuterebbe a digerire.
A New York capita che questo abbia come conseguenza indesiderata la quasi morte del sottoscritto che vomita a ripetizione e si congestiona proprio la notte prima di partire (col pullman, un ventinaio di ore di viaggio), e non riesce a muoversi dal letto, nonostante le attente cure somministrategli da Sisì in versione infermiera.

Ma forse è stato meglio così. Era l’unico modo per partire senza troppi rimpianti dalla mela che ci lasciavamo alle spalle.